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martedì 12 febbraio 2013

Al voto, al voto - 8

"Voto, anzi, ho già votato per SEL (la pseudo magia dell’italiana mezza all’estero).

Un voto sentito e voluto e pensato a lungo, che al tempo stesso vivo come una sconfitta, un po’ personale e un po’ della sinistra tutta.

Voto convinta un programma che mette il lavoro al centro delle sue proposte elettorali e che sceglie Giovanni Barozzino tra i suoi rappresentanti in lista, sapendo che ce la metterà tutta per portare forte la voce del mondo reale dove potrà essere ascoltata; queste le sue parole nel nostro ultimo scambio di mails. 
Voto per i diritti, quelli di tutti e di tutte. Voto per la lotta al femminicidio e mentre lo scrivo non mi tremano le mani, sí il cuore per lo strazio che mi provoca questo neologismo che una vera cultura dell’uguaglianza potrebbe averci risparmiato. 
Voto per quel 40% di donne nelle liste del centrosinistra che in un momento cruciale per il rinnovamento della politica porteranno preparazione, volontà, capacità di guardare le cose anche da un altro punto di vista (e io continuerò ad essere contro le quote rosa e tutte loro lavoreranno perché domani le quote rosa  non siano più necessarie a garantire la nostra presenza - a parità di possibilità e condizioni- laddove si costruisce il futuro del Paese). 
Voto con la speranza che l’idea di sinistra di SEL pungoli i punti giusti di un partito grande come il PD, che potrebbe essere di gran lunga migliore sulle questioni sociali e farsi primo portavoce in Europa del cambiamento necessario ad uscire finalmente dal vicolo cieco del liberismo. 

Voto inoltre per un uomo che sta facendo una campagna elettorale responsabile, basata semplicemente su un programma in cui crede, lontana dagli isterismi, dalle provocazioni e dalle promesse magniloquenti. In sostanza, una campagna elettorale educata. E per me la forma conta, soprattutto quando in gioco c’e il rispetto per gli altri. 

La convinzione della scelta non allontana tuttavia la sensazione netta che si potesse fare di meglio; perché la frammentazione pratica, negli schieramenti, di una sinistra che si muove compatta su un piano ideologico  è comunque una sconfitta. E si spera non si traduca in vittoria di Pirro alle urne. 

(E quanto avrei voluto votare in un seggio italiano anziché per posta alla circoscrizione esteri)."

Monica, tra Padova e Salamanca

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lunedì 25 giugno 2012

Le ricette di Resistenza Internazionale:
La torta co' bìscheri di Matteo Renzi

Di Monica Bedana

Matteo Renzi, l'amante dei revival delle piccole cose di pessimo gusto, ha la stessa faccia di Pupo quando cantava "Gelato al cioccolato". E nel weekend ha cucinato per il PD il suo dolce preferito, la torta co' bìscheri, la vera specialità dei rottamatori.

Alla base, che è senz'altro frolla, ci ha messo abbondante mancanza di umiltà, mescolata a populismo zuccherato (non candidiamo un io ma un noi).
Nel ripieno, il riso amaro di chi vorrebbe capire con esattezza se all'ennesimo tentativo di dinamitare del tutto un partito già di per sé sbriciolato, corrisponda uno sforzo preciso per ricostruirlo con ingredienti migliori.
L'uva passa che è Bersani forse dispone per le fantomatiche primarie di quella delicatessen che si chiama programma di partito strutturato, che è ciò che in Renzi ancora non vediamo.
O si fa il sindaco, o si fa il nuovo leader del centrosinistra: entrambe le cose son latte versato. Che poi si secca e non si scrosta più.
L'eccesso di canditi, zucchero e pinoli stomaca, non può piacere a tutti, a destra e a sinistra indifferentemente; si spera che siano nettamente più definiti i gusti politici di quei cosiddetti "italiani normali" al cui voto il bìschero Matteo aspira. 
Cosa significhi bollire tutti nello stesso calderone ideologico, appoggiando senza sé e senza ma un Governo che puzza di bruciato lo vediamo, penosamente, ogni giorno in Parlamento.
Gli italiani "normali"  vogliono la ricetta di un piano di sviluppo industriale che consenta al Paese di tornare a lievitare, per esempio. Di una riforma del lavoro che non ci privi anche di quel pizzico di sale dei diritti finora conquistati e ci condanni al precariato a vita e al lavoro nero come normale amministrazione. Che la pressione fiscale non coli come bollente cioccolato fuso solo sul lavoro lavoro dipendente; che si inforni finalmente questa patrimoniale equosolidale.
Insomma, la prova del cuoco non si passa cucinando aria fritta.

La ricetta della torta co' bìscheri:

dentro una base di frolla cuocere un ripieno fatto con 70 grammi di riso cotti in mezzo litro di latte, 100 grammi di zucchero, pinoli, uvetta, canditi a piacere, un pizzico di sale, due uova, un po' di cacao in polvere, 50 grammi di cioccolato fondente fuso, un bicchierino di liquore Strega, eventualmente un goccio di latte se l'impasto dovesse risultare troppo denso. In forno a 180º per circa 35 minuti.


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domenica 20 maggio 2012

Spagna:
le mille e una idea per favorire l'evasione fiscale
Di Monica Bedana

La fede è credere in quello che sai che non è cosí.
Lemma dell'irlandese
(Terapia intensiva mobile, urgente: paziente applaude classe politica)

Come si fa a far finta di nulla anche se è domenica.
A sforzarsi di far colazione con chocolate con churros se poi ti restano sullo stomaco per forza, non solo per l'olio del paleolitico in cui li hanno fritti.
Perché quella che sta facendo il Governo Rajoy, con l'amnistia fiscale, è apologia dell'evasione. E non si può prendere a calci sul deretano il lavoro dipendente, potare con la motosega la sanità e l'educazione pubblica e poi mettersi in ginocchio ad implorare che gli evasori tornino da papà che ogni colpa sarà perdonata. Perdonata non solo per quanto evaso fino al 2010, come in teoria dice il progetto che si presenterà nella prossima finanziaria; anche per l'anno in corso e probabilmente per il prossimo.
Il progetto di amnistia fiscale non esige nessun tipo di prova del fatto che si tratti di denaro evaso prima del 2010; basta andare a depositarlo in banca per lavarlo, chi ci dice che era davvero sporco prima  di quella data o che si è sporcato quest'anno. Che se sto trafficando oggi con armi e droga o mi sono arricchito due ore fa col mattone e non ho dichiarato, non posso andare a fare un versamento domani e pago di tasse solo il 10% che mi esige la messa in regola, e non tra il 30% de il 52% che pagherei se dovessi fare una denuncia dei redditi normale, come quella che stiamo facendo in questi giorni noi comuni cittadini tartassati, per intenderci.
Quando queste cose le faceva l'Italia o l'Inghilterra, Mariano diceva che erano opera del demonio; secondo lui era un'economia solida a dover attrarre il denaro e gli investimenti, non lo scudo fiscale.
L'economia solida però non si vede, nonostante lui da quasi sei mesi sia devotissimo di Sant'Angela e creda nel suo miracolo. Te lo dico io il perché, Mariano, il miracolo non arriva: perché per queste cose ci vuole una divina patrimoniale.

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martedì 15 maggio 2012

Indignados un anno dopo.
Se questo ha un senso.
Di Monica Bedana

Nessuno sa veramente mai quel che succede in un qualsiasi punto dell'organizzazione.
Legge di Johnson

L'anniversario del 15M bisognava commemorarlo, probabilmente un po' per forza, per non perdere l'abitudine e senza troppa convinzione, perché in fondo non c'è niente di nuovo sul fronte occidentale della guerra europea al debito pubblico via austerità sulla pelle del lavoro dipendente.

L'anno scorso sí  la protesta aveva avuto la forza di portare aria fresca nei palazzi del potere, come direbbe qualcuno; Zapatero allora disse che gli indignati andavano ascoltati e nel discorso annuale sullo stato della Nazione affermò che le loro rivendicazioni erano senza dubbio d'interesse. Dopo di ciò, una proposta del movimento finí nel programma elettorale di Rubalcaba ed il parlamento andaluso offrí alle loro rivendicazioni il simbolico seggio nº110, quello a disposizione dei cittadini. Gli indignati però si mantennero e si mantengono  fermamente lontani dai partiti, finendo per affermare, come Grillo, che PSOE e PP sono la stessa cosa; e cadendo cosí, di sicuro in modo volontario e per scarsa conoscenza, in un noto discorso a cinque stelle che nulla ha di rivoluzionario e molto di destra estrema. Sbattendo, come i grillini, le porte in faccia anche ai mezzi di comunicazione, colpevoli di interpretare male e di diffondere messaggi sbagliati, senza rendersi conto che a questo porta, inevitabilmente, la mancanza di un portavoce. E se li si conosce poco e male si tende a diffidare. Cosí si sono persi una buona fetta di quell'empatia generale dei cittadini nata un anno fa .

Nonostante ciò, il 15M  ribadisce che non ci sono leader di sorta, il movimento è totalmente orizzontale, nelle infinite assemblee si cerca un'unanimità che non può essere umana e che si traduce in rallentamento -altrettanto infinito- di ogni presa di posizione, decisione, proposta. E in questo modo si è approdati al primo anniversario dell'inizio della protesta: con un movimento indebolito, disperso, calderone gigante dove convive chi sta in piazza per difendere un ideale e chi invece protesta perché non ha più un lavoro né speranza di trovarlo e vorrebbe vedere materialmente risolta la propria situazione.
Indignati indefessamente apolitici, ma con desiderio di influire sulla politica di quei partiti che rinnegano; inspiegabilmente lontani dal sindacato, dalla cui unione nascerebbe sicuramente una forza sociale chiara, definita, d'impatto.

Insomma, un anno dopo il movimento che generò la prima ondata di protesta universale della Storia, sta scoprendo che il volere "tutto e subito" è sempre utopico. Cosí quest'anno ci accontentiamo di indignarci nei giorni, le ore ed i parametri stabiliti da Rajoy e dalla legge. Non serve a riattivare l'economia e diminuire la disoccupazione ma un po' di catarsi collettiva non fa mai male. Un po', appunto. Senza esagerare. E se volete vedere quanta gente c'è in questo momento del 15M 2012 ad indignarsi alla Puerta del Sol, cliccate qui.

Senza ombra di assemblea, il buon senso di Forges nel solito corso di spagnolo per immagini. Oggi, speciale indignados.


- La banca mi esige di pagare il mutuo...
- ...però siccome mi è finito il sussidio di disoccupazione non posso pagarlo...
- ...allora il Governo, siccome la banca ha bisogno dei soldi perché ha fatto una gestione pessima, fa credito alla banca di un mucchio di soldi...
- ...e ciò che si ottiene è che la banca si prenda sia la mia casa che il credito del governo...
- ...se il governo avesse fatto credito a me, fino a quando io fossi tornato a lavorare, potrei pagare il mutuo, la banca riscuoterebbe il mio debito ed io avrei la mia casa.


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sabato 5 maggio 2012

Draghi semina sicurezza a Barcellona.
Niente panico, è solo un normale declassamento.
Di Monica Bedana

La media è sempre un po' inferiore alla media.
Monito di Morgan

Da sinistra, i tre Presidenti a cena: A. Más, Catalogna; M.Rajoy, Spagna; M. Draghi, BCE.
Tre che si vede in faccia che si stanno divertendo un mondo

Nei suoi poco più di 100 giorni di governo, Mariano Rajoy oltre alle riforme ha fatto un callo, grosso e doloroso. Il callo ad essere preso a pesci in faccia da qualsiasi parte si vòlti, nonostante la ferocia e l'orgoglio impassibile con cui applica le riforme stesse, che in teoria dovrebbero valergli solo grandi elogi.
Invece Monti l'ha preso per i pubblici fondelli già un paio di volte. Ora, agli sgoccioli del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi, l'amico Sarkò dice agli elettori: “Guardate oltre i Pirenei, come se la passano quei poveri cristi degli spagnoli. Volete fare la loro stessa fine?”. Certo, si sottintende che Hollande, se eletto, sarà bravo quanto Zapatero, ma è Rajoy chi governa adesso e la cui immagine di Presidente di un Paese costantemente additato come palla al piede per l'economia europea non gli giova. Anche perché gli si è consumato da tempo il solco del disco della pesante eredità ricevuta dai socialisti.

Avremmo dovuto essere entusiasti ed onorati di organizzare ieri  il summit della BCE a Barcellona; era dal 2002 che non si svolgeva un avvenimento di tale importanza da queste parti. In fondo erano solo sei giorni che la frontiera catalana aveva sospeso il trattato di Schenghen per controllare meglio i cittadini sospetti (tutti, direi) di voler far casino, magari di pretendere di protestare per qualcosa di futile tipo sanità ed educazione, per esempio. E quindi se ne esce il segretario di Stato per la Sicurezza a dire che le proteste, durante una riunione cosí importante, ci danneggiano sui mercati, ci fanno fare la figura dei rozzi  mai all'altezza delle circostanze. Infatti non è volata una mosca, altro che molotov.
Peccato che dopo che il Governo centrale ha mandato 3500 agenti di polizia di rinforzo ai 4500 già previsti dalla Generalitat de Cataluña, il sempre fuori luogo S.&P. declassa, con un tempismo inaudito, il debito della Catalogna. E non di poco, di quattro gradini in un colpo solo, dalla A alla BBB- , che è la quasi spazzatura. Ma facciamo finta di nulla, che viene Draghi. E se chiediamo quanto ci sono costate le misure di sicurezza per riceverlo, ci sentiamo rispondere “meno di quelle per un Barça-Real Madrid o per uno sciopero generale”. E ci accontentiamo della risposta, non entriamo nel dettaglio delle cifre che non è chic, soprattutto se viene a trovarci il capo della BCE, che è uno di quelli che non perde occasione per dirci che il debito pubblico va ridotto drasticamente.

Cosa ci sia venuto a fare Draghi a Barcellona, spese a parte, non l'abbiamo mica ancora capito. Perché per bacchettare la Spagna e il suo sistema finanziario che necessita riforme urgenti (184.000 milioni di attivo tossico, vertigine); dire che non sa se la BCE continuerà a comprare titoli di Stato di Paesi in difficoltà; non abbassare il costo del denaro; non sapere se ci sarà una terza iniezione di liquità sul mercato...beh, per rivelazioni di questo calibro poteva rimanere a tranquillamente a Francoforte. E, per giunta, pare che la Spagna perda il propio posto nel Consiglio della BCE.
Come dire, Mariano becco e contento, che in spagnolo si dice in modo più incisivo, cornudo y apaleado, cornuto e bastonato. Ex-aequo con il President catalano Artur Más, però.


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giovedì 26 aprile 2012

Real Madrid e Barcellona: lo specchio calcistico di un Paese alla frutta
Di Monica Bedana

I soldi che cadono dal cielo sono immediatamente seguiti da tasse d'inferno.
Legge di Ruane sull'equilibrio finanziario.


La Spagna è un Paese dove alla domenica si può ancora andare allo stadio con tutta la famiglia, adulti e bambini insieme, senza timore di uscirne manganellati e in ambulanza. Questa cosa mi è sempre sembrata un eccellente riflesso della maturità di una società che ha provato a costruire la sua giovane democrazia su un genuino sforzo di integrazione senza ombre, seppellendo quarant'anni di dittatura sotto la voglia universalmente condivisa di vivere finalmente nel Paese libero, moderno e senza complessi che gli spagnoli e la loro Storia meritano senza dubbio.

Il loro grande calcio è un barometro infallibile dello “stato della Nazione”, molto più del bilancio annuale che ne fa il Presidente del Governo in Parlamento. E quest'anno non ci sarà bisogno di aspettare il discorso ufficiale per sapere che il Paese è in ginocchio ed ogni sogno si è infranto; l'eliminazione del Barcellona e del Real Madrid dalla Champions sono la parabola di un presente triste ed un futuro buio. E di molti fantasmi del passato che rispuntano.

E' finito il tempo del gioco etereo del Barcellona, una danza di mille passaggi perfetti e la rifinitura maestra di un solo uomo-simbolo; non a caso Zapatero tifava Barcellona e sua è stata l'epoca della gestione delle vacche grasse che pareva non doversi esaurire mai, l'entusiasmo delle conquiste sociali, le abbondanti concessioni in materia di autonomia a quella stessa Catalogna la cui gestione economica  si è rivelata molto poco oculata e ora, sul filo della bancarotta, emette bonus patriottici e taglia alla greca la spesa pubblica. E reclama protezione ed aiuto proprio a quello Stato centrale che ha sempre rinnegato quando aspirava ad essere soggetto indipendente in Europa.

Dall'altro lato il Madrid di Mou, poco gioco ma molta capacità di andare in gol e di tutto quel che non riesce a fare in campo dà la colpa alla Uefa, agli arbitri, alla stampa e perfino, se è il caso, ai suoi stessi giocatori. E' questo Madrid che risuscita i fantasmi del passato, le due Spagne mai più riconciliate fino in fondo, il ritorno di quello stile anni quaranta di chi ti aspetta in un parcheggio con l'intenzione poi di gettarti in un fosso da un' auto in corsa, precario, pensionato o dipendente pubblico che tu sia. Lo stile di chi nega senza spiegazioni agli indignados la Puerta del Sol per ricordare le proteste di un anno fa; di chi cancella via dikat il pluralismo nell'informazione pubblica mentre fa spazio alla voce della chiesa cattolica contro l'omosessualità, che anche questa ci rende poco credibili ed affidabili. Eppure, per quanto ci si sforzi di compiacerla, di piegarsi alle sue esigenze, quest'Europa ci punisce: in economia come nel calcio.

La versión en español del texto aquí.

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lunedì 23 aprile 2012

L'indigesta privatizzazione argentina di Repsol YPF
Di Monica Bedana

Legge della realtà:
Per quanto ravvicinate siano due opinioni, la realtà troverà il modo di infilarcisi in mezzo

In mano di Kristina Fernández de Kirchner, un campione di petrolio argentino

In Spagna non ce la passiamo affatto bene da tempo. Non è più il Paese che tutti consideravano molto fico quando venivano a sapere che qui abito, quello in cui tutti volevano trasferirsi per le politiche sociali, l'economia prospera, la movida infinita.
Adesso siamo la cavia del FMI per misurare il successo (?) dell'applicazione delle misure di austerità; siamo il Paese che produce 7 di ogni 10 nuovi disoccupati dell'UE (oltre il 40% la disoccupazione giovanile). Siamo quelli col mercato del lavoro più liberalizzato e, nonostante ciò, con meno sintomi di ripresa della crescita economica; siamo i primi ad aver messo il pareggio di bilancio nella Costituzione, quelli che lottizzano la televisione pubblica di un solo colore blu popolare dopo anni di prodigiosa indipendenza informativa. Tagliamo di netto la sanità e la scuola pubblica, facciamo pagare il ticket ai pensionati, obblighiamo chi non può più pagare il mutuo a mantenerne la responsabilità penale anche quando ha già consegnato alla banca la casa; il nostro re, nel frattempo, va a caccia di elefanti in Botswana. E a proposito del settore bancario, ricapitalizzazione dopo ricapitalizzazione non c'è verso che riattivi l'economia reale mettendo in circolo anche solo una minima parte del denaro che prende ad interessi zero dalla BCE. 

Siamo quelli il cui Governo è uscito dalle urne con maggioranza assoluta e la applica in modo assolutistico nella figura di Rajoy, negando ad opposizione, sindacati e cittadini il confronto da cui dovrebbe uscire ogni democratico consenso. Una contrazione progressiva ed inesorabile di diritti del cittadino in termini di benessere sociale che manda in porto duramente e sistematicamente l'esatto contrario di quanto promesso in una campagna elettorale troppo recente per essere dimenticata. 
Siamo tutto questo; non siamo un buon esempio di esercizio della democrazia ma ci indignamo se ce lo strofina sotto il naso l'Argentina, quella ex-colonia che ha voluto riprendersi l'impresa più rappresentativa ed intrinsecamente legata alla storia del Paese nazionalizzando il 51% delle azioni di Repsol YPF.

Il 77% degli spagnoli non approva questa nazionalizzazione; il 60%  appoggia le misure di ritorsione annunciate da Rajoy nei confronti del Governo Kirchner; se tutta questa gente sapesse che il primo provvedimento preso consiste nel frenare le importazioni dall'Argentina di biodiesel e quindi favorire la produzione nelle centrali spagnole, vedrebbe magari l'espropriazione come un'opportunità per rimettere in piedi un settore che in Spagna è in ginocchio ed ha perso 3000 dei suoi 4000 tecnici. 

In Argentina Repsol è accusata di non aver investito a sufficienza, di non aver messo a disposizione né capitale né tecnologia, di aver provocato un crollo della produzione che ha obbligato a massicce importazioni di idrocarburi dall'estero, assurde in un paese in cui questa materia prima abbonda in tutte le sue forme. I dividendo agli azionisti però non sono mai venuti meno, mantenendosi sempre tra un vergognoso 80%- 120%. Il Governo argentino è stato a lungo compiacente, ma ora è entrato alla Casa Rosada un giovane keynesiano, Axel Kicillof , professore di economia marxista all'università di Buenos Aires, che ha ricordato senza peli sulla lingua al Senato del suo Paese, alla Spagna e all'Europa tutta che loro hanno già vissuto una recessione come la nostra, che hanno sperimentato sulla propria pelle che non è togliendo l'aria ai pensionati che si rivitalizza la domanda interna, la produzione, la crescita. Che in tempo di crisi lo Stato non è il problema ma la soluzione, che è compito dello Stato essere il motore della rinascita economica e per questo non gli si possono togliere risorse vitali come quell'energia che dovrebbe essere pubblica e che paga invece investimenti privati oltre frontiera e dividendo altissimi ad un'oligarchia.
I critici lo chiamano capitalismo di Stato, protezionismo, intervenzionismo governamentale; ora quello Stato, per tutta risposta, deve provare di avere i mezzi e la strategia per attuare una politica energetica che lo sleghi dalla dipendenza esterna e riporti YPF ai tempi in cui fu la prima impresa energetica statale al mondo, quella che ha accompagnato il Paese per quasi metà della sua Storia.

La nazionalizzazione avviene in un momento cruciale per l'economia politica argentina (alle prese anche con un'inflazione mai dichiarata che supera il 25%) e quella energetica mondiale (prezzi altissimi per l'energia) ed è pregna di una forte dose di sentimento nazionale che va di pari passo con la rivendicazione delle isole Malvine. Il quadro generale che si prospetta, se ben gestito, potrebbe segnare una svolta ed un esempio per mezzo mondo di come potrebbe ancora esserci spazio per un'economia politica che non avvilisce lo Stato, i suoi cittadini e, di conseguenza, la democrazia. Sperando che in questo caso il capitalismo di Stato non nasconda un capitalismo di amici del Governo.

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martedì 10 aprile 2012

Bella Miriam, ciao
Di Monica Bedana

Io ritengo che la politica sia ancora un luogo privilegiato per la competizione maschile. Rompere questo schema è quanto mai difficile. Finché il potere sarà connotato da questo spirito di competizione esasperato, le donne tenderanno generalmente a tenersene fuori.
Miriam Mafai,  da un'intervista

Scrivo queste righe con risentimento, lo dico subito.
Perché “rinuncia” è sinonimo di “donna”, oggi. O “stanchezza”.
Per l'uguaglianza che non arriva mai o è fraintesa, relativa, limitata.
Per il peso solo femminile della scelta che più ci fiacca, quella obbligatoria, ineludibile, tra lavoro e maternità. Perché con la politica del lavoro che ci imporrà questo Governo finiremo per perdere il treno sia per l'una che per l'altra.
Siamo quasi sempre noi donne a sollevare e sostenere le questioni più delicate e problematiche sullo stato sociale e poi non vediamo mai tramutato il nostro impegno in adeguata, equanime rappresentanza nella politica e nelle Istituzioni.
E oggi, senza Miriam Mafai, ho la sensazione di aver perso ulteriormente la bussola. Lei che dava la sensazione di non aver mai affrontato niente come una lacerazione irricucibile. Che dove c'è parola chiara c'è sempre soluzione, alternativa, futuro, qualunque sia il mondo che ci tocca affrontare, dalla Resistenza alla crisi economica attuale. Scrittura, impegno sociale e politico, vita personale, onestà, indipendenza, schiettezza. Tutto insieme come se fosse naturale per ogni donna. (Forse, un giorno, chissà).

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lunedì 2 aprile 2012

Questa Europa va commissariata urgentemente
Di Monica Bedana

Scusa Vincenzo ma la bussola dice che la BCE sta in quella direzione

Da Madrid, 2 aprile 2012

Trentacinque anni fa veniva legalizzato in Spagna il Partito Comunista - quello di Dolores Ibárruri e di Santiago Carrillo -, durante una delle operazioni più delicate e rischiose della Transizione guidata da Adolfo Suárez. Un Presidente del Governo poco più che quarantenne abbatteva con questo atto in un solo colpo i tre pilastri su cui si era cementata la dittatura franchista: l'esercito, la chiesa e l'oligarchia. Quel momento storico viene ricordato come il sabato santo rosso ed il cattolicissimo Paese all'epoca non ebbe immediata consapevolezza della portata di tale fatto; la gente infatti quella settimana o era in processione oppure in vacanza. Al ritorno, gli spagnoli avrebbero scoperto che i vinti della Guerra Civile erano finalmente dotati di voce politica legale, la voce che negli anni della Guerra Civile e della dittatura aveva fomentato dalla clandestinità la nascita di uno dei maggiori sindacati ed appoggiato coloro che più avevano sofferto in quegli anni: gli operai, gli agricoltori, i braccianti e gli intellettuali.

Ora l'eco della voce di quel Partito Comunista si fa sentire attraverso Izquierda Unida ed ha intrapreso la stessa lotta di trentacinque anni fa: contro la dittatura delle politiche dell'Unione Europea applicate da oligarchie di tecnici con l'unico obbiettivo di ridurre drasticamente salari e diritti del lavoro dipendente e di delegittimare l'azione del sindacato agitando il fantasma del licenziamento di massa.

E' ad un sabato santo nero che ci sta spingendo questa Europa; incapace di riconoscere il ripetuto fallimento dell'applicazione delle proprie teorie economiche, persevera diabolicamente nell'esigenza immediata di sempre più alta austerità da parte degli Stati. Ed ecco che la Finanziaria spagnola più dura della storia della democrazia per Bruxelles potrebbe andar bene, ma bisogna sveltirne il tramite, quindi i burocrati sono già al lavoro per stravolgere una volta di più i modi ed i tempi della Democrazia e compiacere cosí le esigenze insaziabili della dittatura europea.

L'Europa nata da nobili intenzioni, in cui in molti abbiamo creduto, muore ogni giorno miserabilmente in questo crescente clima di sospetto verso il prossimo: ad ogni sobbalzo del differenziale l'Italia dice “noi però non siamo come la Spagna” e la Spagna risponde “noi non siamo come la Grecia”, solo per non menzionare il vicino Portogallo - col quale 500 anni fa si spartiva il mondo -, perché se lo facesse entreremmo in guerra, guerra vera, di armi, non di cifre. E non solo: questa Europa deleteria  convince i figli che i loro padri abbiano sperperato il futuro delle nuove generazioni , mentre protegge ad oltranza la rendita, la banca e le loro rispettive ed associate forme di speculare sul futuro del mondo intero.

In periodo pasquale potrei anche credere nel miracolo di un nuovo sabato santo rosso: da un lato una sinistra europea che fa finalmente fronte comune per commissariare quest'Europa nera in nome dei lavoratori e di una sacrosanta ridistribuzione del capitale ; dall'altro un soggetto politico nuovo, che rimette al centro della politica l'uomo e la solidarietà, i beni comuni e la loro equa e consapevole condivisione. 
Perché direi che anche se è Pasqua, ci siamo già flagellati abbastanza.

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mercoledì 28 marzo 2012

La speranza si chiama Andalusia
Di Monica Bedana



Tutto sembra congiurare contro un libero e sereno esercizio del diritto allo sciopero generale di domani in Spagna. Probabilmente sciopereranno solo i kamikaze disposti a perdere quei 113 euro spietatamente calcolati e sbandierati dalle testate di economia.
Gli impresari da giorni stanno annunciando che boicotteranno i picchetti informativi perché, in linea col Governo e le recentissime direttive dell'UE, “in questi tempi di crisi ciò che meno necessita il Paese è uno sciopero generale”; l'accordo per i servizi minimi non è stato raggiunto in ben 8 regioni; i dati macro pervenuti oggi dagli Stati Uniti hanno seminato il panico nell'Ibex 35; infine, da giorni si vocifera di un piano di salvataggio da parte dell'UE per ristrutturare le banche spagnole, nonostante Monti vada per il mondo a predicare che “la crisi della zona euro è quasi terminata”.

La giornata di sciopero precederà quella in cui il Governo presenterà al Parlamento la riforma del lavoro. Il clima è teso come una corda di violino non solo per le fortissime penalizzazioni previste dalla riforma per i lavoratori - molto simili a quelle su cui si sta discutendo in Italia - , ma anche per la mancanza totale di dialogo previo, di possibilità di trattativa tra Governo e parti sociali. O meglio, tra Governo e sindacati, perché in realtà la riforma gode del plauso unanime del mondo imprenditoriale. Il Governo liberista che sotto la guida di Aznar fomentò a dismisura la bolla nell'edilizia e favorí l'anarchia tossica del settore bancario, tornato al potere sa fornire un' unica ricetta affinché l'economia spagnola torni ad essere competitiva: comprimere all'osso i salari e, con essi, i diritti dei lavoratori. E porgere all'Europa come un trofeo il risultato dello scempio sociale.

Ma non tutto sarà più blu per Rajoy dopo le elezioni in Andalusia di domenica scorsa. Lí continueranno a governare i socialisti pur avendo perso 9 deputati; lo faranno con il contributo essenziale di Izquierda Unida, che ne ha guadagnati 6. L'opposizione al Governo si sposterà quindi in blocco in Andalusia, il futuro vero barometro della tendenza politica del Paese; ed Izquierda Unida ne  sarà il motore. Perché l'Andalusia è la regione più popolosa della Spagna, quella che più dipende dagli aiuti dello Stato, quella che ha più disoccupati. Solo da lí potrà ripartire la riconquista dello stato sociale grazie ad un partito che senza esitazioni si è schierato col sindacato, con i lavoratori e la loro lotta per il futuro.
“Nos vemos en las calles”, ci vediamo per le strade, il messaggio di Izquierda Unida per domani e per l'Europa. Per la sinistra di tutta Europa.

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lunedì 26 marzo 2012

Poche frasi storiche per capire la riforma del lavoro
Di Monica Bedana

Tu vai in campo e bastona tutto quello che vedi passare.
Se tocchi anche il pallone, pazienza.
Legge di Rocco sulla difesa aggressiva


“Non credo che noi stiamo per aprire le porte ad una valanga di licenziamenti facili sulla base dell'articolo 18”. Napolitano, il giorno della commemorazione dell'eccidio delle fosse Ardeatine. In tale ricorrenza, il rapporto potrebbe essere di 10 licenziati per ogni assunto precario.



Prosegue Napolitano: “Anche perché bisogna sapere a cosa si riferisce l'articolo 18”.
Eh, appunto, saperlo. E capirlo, soprattutto.


Dal "Corriere" si sottolinea un punto essenziale di questa riforma: "I congedi di paternità obbligatori saranno introdotti per la prima volta in Italia anche se delude la brevità dell'astensione retribuita dal lavoro per i papà contenuta a soli tre giorni. Si poteva far di più?"  Sí, si poteva. Per i neopadri ultracinquantenni che solo a quell'età, grazie alla suddetta riforma, avranno il primo impiego fisso, si poteva anche regalare una visita  controllo alla prostata.

Sempre dal “Corriere”: "Va riconosciuta la novità assoluta dell'approccio sul lavoro femminile che occupa un intero capitolo della riforma".
Novità assoluta. Cosí assoluta che, come direbbe Napolitano, bisogna sapere a cosa si riferisce.
“Un intero capitolo”. Si vocifera che l'abbia scritto Totti.


Il documento ufficiale del Governo s'intitola: “La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”. Anche qui, in quanto a crescita, bisogna sapere a cosa si riferisce.


Fornero: “Possibile modifica ma no a riforma ridotta a polpette”. Peccato, perché le polpette con gli spaghetti al pomodoro sono un grande classico che cementa gli italiani.


Fornero, bis: “Come sempre, avremmo voluto fare di più”. “Ai precari avremmo voluto dare di più”. Mancano Morandi, Tozzi e Ruggeri e poi è pronta per vincere Sanremo.


Fornero, ter: “L'intenzione del Governo non è quella di calpestare i diritti”. A colazione sul lago a primavera, pensava di sicuro alle aiuole di casa sua. Sempre meglio una buona potatura. 

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domenica 25 marzo 2012

Monti: un evidente problema di inadeguatezza comunicativa
Di Monica Bedana

E' irritante il governo dei tecnici bocconiani e dei banchieri nella sua costante incapacità di usare il registro adeguato nel linguaggio. Azzeccare il registro significa, per chi parla, sapersi adeguare alla situazione comunicativa; nella maggior parte dei casi è questione di buon senso, di tatto e di sensibilità. Nel caso di un politico (perché Monti politico è o come tale esercita) è sinonimo di arguzia. Nel caso di un presidente del Governo, il registro giusto dovrebbe esprimere sempre l'essenza, la sintesi di tutto il suo programma per il Paese; è con le parole, per prime, che si dimostra di essere all'altezza di una situazione, di un incarico.

Ci vergognavamo come bestie delle barzellette e delle uscite di tono di Berlusconi; poi i più hanno accolto con sollievo l'aplomb di Monti, che almeno nella forma ci risparmiava molte brutte figure di fronte al mondo.
Nella sostanza invece niente è cambiato: questo governo "non sa stare, non sa comportarsi" e, per giunta, esce di tono in modo saccente, tedioso e piscia fuori dal boccale con una frequenza sempre più preoccupante. Ormai non si contano più le dichiarazioni "male interpretate" e le smentite più imbarazzanti delle dichiarazioni stesse.

Ieri il presidente del Governo ha detto a Cernobbio, alla Confcommercio, che la Spagna sta dando a tutta l'Europa motivi di grande preoccupazione perché i suoi tassi di interesse crescono, non ha prestato la minima attenzione ai suoi conti pubblici e ciò può essere contagioso per l'Italia in breve.Eppure solo un mese fa aveva elogiato con enfasi la politica economica di Rajoy a Roma.

"Profondo malessere" immediato a Madrid, che ha obbligato poi Roma ad emettere un comunicato stampa in cui l'Italia "sottolinea la piena fiducia verso il Governo spagnolo", che "non è più focolaio di infezione".
Sí, focolaio di infezione.
E se domani in Italia la peste bubbonica dello spread si espande, l'untore sarà Rajoy.


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venerdì 23 marzo 2012

Stato e Mercato, VI:
La privatizzazione della sanità spagnola.
Hasta luego, Zapatero
Di Ugo F.

E' giovane la legge con cui in Spagna si crea il sistema nazionale di salute pubblica; risale al 1986. E solo nel 1989 diventa universale il diritto all'assistenza sanitaria pubblica, sancito anche dalla Costituzione. Questo diritto si snoda nell'applicazione effettiva che le diverse Regioni spagnole ne fanno, coordinate dallo Stato. Il perfetto equilibrio di questo rapporto tra Stato e Regioni nella gestione del diritto all'assistenza sanitaria pubblica viene raggiunto nel 2003 con la “Legge di coesione e qualità del Sistema Nazionale della Salute”. Un sistema di decentralizzazione dei servizi e di osmosi al tempo stesso; l'interazione ben coordinata e la cooperazione tra i vari rami dell'amministrazione pubblica sanitaria, sia statale che regionale, devono garantire al cittadino questi tre diritti, in materia di sanità:

1) l'uguaglianza dei cittadini nell'accedere alle prestazioni sanitarie
2) la qualità del servizio, che integra anche la prevenzione e il disporre delle cure e tecniche migliori
3) la partecipazione sociale

Finora è stata chiara la vocazione preminentemente pubblica del sistema sanitario spagnolo. I sette anni di governo Zapatero hanno potenziato tale predisposizione, soprattutto nel primo periodo di superavit della storia della democrazia spagnola, nel 2005. Perfino con un ministro delle finanze austero come Pedro Solbes, prudentissimo anche in epoche di vacche grasse, la scommessa personale di Zapatero fu di investire molto nella salute pubblica e nella ricerca biomedica, con leggi coraggiose che fecero di questo Paese un punto di riferimento in Europa.

In quest'ottica, il peso del privato nell'ambito sanitario è stato finora relativo. Al privato si riconosceva finora libertà d'impresa e la possibilità di stabilire accordi col settore pubblico a due condizioni:
a) solo laddove esiste la possibilità di migliorare il servizio pubblico, contrattando mezzi di cui quest'ultimo non dispone
b) che ciò non supponga un incremento dei prezzi

L'estate del 2007 iniziò a far traballare uguaglianza, qualità e partecipazione sociale nel settore sanitario in quelle regioni che negli anni prosperi si erano indebitate pesantemente in tutti gli ambiti. Ed ecco che spunta una sempre più netta volontà di cedere al privato una fetta sostanziosa della sanità. Il caso esemplare è quello della sanità catalana, un tempo modello di buon funzionamento, ma dove ora dove i tagli alla sanità pubblica sono stati “alla greca” e la soluzione che si prospetta per superare la crisi è quella di una sempre maggiore collaborazione tra pubblico e privato, con la benedizione del Governo centrale. 

Un serissimo campanello d'allarme suona però in questi giorni nella Comunidad Valenciana, regione storicamente governata dal Partito Popolare e sull'orlo della bancarotta, declassata a livello spazzatura da tutte le agenzie di rating. La Regione ha annunciato di voler cedere ad un'azienda privata la gestione totale di una grossa fetta della propria sanità pubblica. Non solo: tale azienda fa parte di un venture capital britannico con sede nel Lussemburgo. Sarebbe la prima volta che un processo di privatizzazione della sanità pubblica non si limita a commissionare al privato la costruzione di un ospedale ed il suo mantenimiento per un determinato periodo di tempo; in questo caso si affiderebbero a mani private anche la scelta del personale (sanitario e non) e l'assistenza medica totale del 20% della popolazione, circa un milione di pazienti.

In tempi di forte crisi e in una regione che ha sospeso da tempo i pagamenti alle farmacie e agli asili pubblici, la cessione massiccia al privato di settori chiave del welfare viene giustificata con l'apporto di finanziamenti e una non meglio specificata “innovazione” e miglioramento della qualità del servizio a costi contenuti.
In realtà ciò a cui stiamo assistendo (la Comunidad de Madrid, le isole Canarie e Castilla la Mancha stanno seguendo lo stesso modello di gestione della Comunidad Valenciana) è la creazione di un oligopolio privato nella gestione della sanità pubblica; sono pochissime aziende a spartirsi una succulenta e grossa torta. E cosa succederebbe a quel milione di pazienti della zona di Valencia dipendenti da un venture capital se l'azienda che gestisce interamente il loro sistema sanitario fallisse?

In queste operazioni la preoccupazione per la salute dei cittadini inizia soltanto dove finisce quella per l'arricchimento privato. Ed il diritto universale all'assistenza sanitaria pubblica sancito dalla Costituzione nel non lontano 1989 è ora anch'esso ostaggio di quella "regola d'oro" che la Spagna si è affrettata ad introdurre per prima nella propria Costituzione.

Le altre puntate di questa serie:
Ferrovie britanniche
Strade britanniche
Sanità francese
Il sistema scolastico inglese
I trasporti in Francia e a Parigi

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giovedì 22 marzo 2012

Pierluigi, dai, fai cadere il Governo!
Di Monica Bedana

Quando tutti zigano, tu zaga.
Legge di Yobaggi

Ci rifiutiamo di credere che Veltroni avesse ragione un mese fa quando invitava, non a caso dalle pagine Repubblica, il proprio partito a non farsi scippare dal centrodestra quel gran tesoro che è il riformista governo Monti e, soprattutto, ad accogliere la riforma del lavoro senza tabù.

Se il tabù in questione si supera accettando supinamente una riforma del lavoro fatta senza concertazione, di spalle a tutti gli agenti sociali e perfino contro l'opinione dei partiti, allora è vero che questo tabù dobbiamo toglierlo di mezzo. E la via per toglierlo di mezzo è una sola: che Bersani voti contro, che si faccia volentieri scippare dal riformista Monti quei pezzi arrugginiti di partito che è ora di perdere per strada (Veltroni per primo; a ruota D'Alema, Letta, Latorre, Fioroni ed il fu rottamatore Renzi, magari, solo per citarne alcuni) e che con questo gesto ponga la prima pietra di una rigenerazione socialista ancora molto nebulosa nei suoi componenti ma di cui società e politica sentono forte l'esigenza. E se dopo aver causato un tsunami del genere avesse anche l'ardire di togliersi davvero dai c..., perché siamo tutti qui da vent'anni, oltre ad onorare le sue stesse parole potrebbe anche vantarsi di avere davvero smacchiato impeccabilmente il giaguaro.

E' questo il momento di rammendare con amore lo strappo di non essere sceso in piazza col lavoro quasi due settimane fa, con una scusa che era una pippa; di dire a voce alta e senza tentennamenti che in questa riforma non c'è risposta alcuna alla mancanza di lavoro; che gli ammortizzatori sociali non ci sono per tutti e ciò sarà causa di ulteriori, laceranti discriminazioni anche per le generazioni future; che cancellare l'articolo 18 significa dare un calcio in culo ad ogni singolo lavoratore che sia cosciente di 100 anni di lotte per i propri diritti e pretendere di assumere al suo posto solo tabulae rasae prive di ogni coscienza civile e comode da usare e gettare.

Questo ci si aspetta da un partito il cui responsabile delle politiche economiche e sociali scrive nel suo ultimo libro che il lavoro viene prima di tutto e che lo scopo della crescita economica è la crescita della persona (“persona umana”, dice lui, per la verità; la persona è sempre un individuo della specie umana, in realtà, aggiungo io. Stefano, ti passo con affetto la "Legge di Jones sull'editoria": Gli errori si vedono solo quando il libro è stampato).

Dai Pierluigi, buttati a sinistra, che a farti da sponda più di qualcuno c'è. Come minimo ci sono Nichi e Tonino. Dai, che non siam mica qua a fare il parmigiano col latte di soia, che è quel che vogliono Monti e Fornero.

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lunedì 19 marzo 2012

Il Professor Monti va al congresso. Di Vienna. 1814.
Di Monica Bedana

Monumento a Daniele Manin a Venezia

N.d.A: Le parole in grassetto contengono links

Mentre soffia il vento della Commune sulle presindenziali francesi, in Italia Monti è cinto d'alloro da Scalfari dopo i Cento Giorni e, con dos cojones, Melloni anche di domenica giustamente s'indigna.
Ma dai Cento Giorni a Waterloo il passo è breve... e tutto, si sa, finisce Il cinque maggio; anzi, il sei ed il sette, se sulle elezioni amministrative italiane calasse l'improbabile ghigliottina di una nuova legge elettorale e di un'altra Commune, ben più virulenta, stile 1792.

Nel frattempo sull'Europa tutta tira un'aria irrespirabile da Congresso di Vienna e la già costituita Santa Alleanza italiana non pare pare lasciar sperare in una riforma del lavoro che non sia totalmente reazionaria. Siamo alle solite, la Storia si ripete: una Germania troppo potente che impone agli altri Stati, spaventati e ottusi, un'ipotetica stabilità a cambio di soffocare libertà e diritti. Tocca guardare una volta di più alla Francia per recuperare lo spirito della révolution, a Mélenchon e Hollande; perché anche la Spagna, dicono i sondaggi, si tingerà nuovamente di blu popolare dall'Atlantico al Mediterraneo - e dal Manzanarre al Reno- nelle prossime amministrative. Irreparabile perdita dell'ultima roccaforte socialista andalusa. E la madre di Rubalcaba, resa una iena dalla perdita di Granada, ripeterà al figlio in lacrime le stesse parole che l'ultima sultana disse al proprio, nel 1492, durante la reconquista dei Re Cattolici: "Piangi come una donna ciò che non hai saputo difendere come un uomo".

E se non si può negare alla lunga mascella di Monti un'aria asburgica né al caschetto di madame Forneró  una similitudine con la scriminatura di Talleyrand, magari ci piacerebbe almeno trovarli d'accordo su Fiat come lo furono i due precedenti reazionari sul ritorno dell'ancien régime. Ci rode invece il dubbio: sarà come dice lei? (Fiat non è libera di fare quello che vuole. Non ha la licenza di fare o di disfare). O avrà ragione lui? (Fiat ha il diritto-dovere di investire dove vuole e non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell'Italia).
E si ha tutta la sensazione, come a Vienna quasi duecento anni fa, che questo governo danzi (sulla pelle dei lavoratori dipendenti), ma non cammini. Tra dichiarazioni, rettificazioni ed apparizioni (televisive) le congrès danse, il ne marche pas. (O per lo meno non cammina allo stesso ritmo della cassa integrazione, per esempio).
In compenso da allora è sempre valido il principio di intervento, ora ribattezzato regola d'oro, che dalla Merkel, la BCE, il FMI e la UE non è stato inventato ma solo rispolverato dalla storia di un'Europa decrepita e reazionaria esattamente come due secoli prima.

L'ho già detto? E' ora di fare un quarantotto. E io sto cercando il mio Daniele Manin.

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giovedì 8 marzo 2012

Fornero, Severino, Cancellieri: donne che non mi somigliano
Di Monica Bedana

Non attribuite mai alla sottigliezza quello che è sufficientemente spiegato dalla stupidità.
Legge di Hanlon


Sono preparate, brillanti, determinate, si sono fatte da sè.
Rappresentano quanto di meglio si possa sperare di ottenere dalla vita lavorativa.
Eppure le osservo e non riesco a sentire sintonia di nessun tipo con loro, con le tre donne del governo Monti. Nei loro curriculum impeccabili di tecnici manca probabilmente quella caratteristica prettamente femminile che oggi, curiosamente, il mercato esige con forza al mondo del lavoro: la flessibilità. O, se ce l'hanno, non sanno esprimerla, tanto sono drastiche le loro dichiarazioni pubbliche su argomenti che toccano nel vivo larga parte del tessuto sociale.
Flessibilità non significa capacità di passare con disinvoltura dalle alte sfere del settore privato alla gestione dello Stato, come per Fornero e Severino; e nemmeno esercitare con perizia la funzione pubblica in varie mansioni e luoghi, come nel caso del ministro Cancellieri.

Nei tagli alla spesa pubblica non sono uguali gli effetti per gli uomini e per le donne, vale la pena di ricordarlo in un giorno come questo. Qualsiasi taglio a settori del pubblico impiego, come l'istruzione o la sanità, sarà più pesante per le donne, che vi sono in maggior numero occupate. Tagliare servizi sociali significa distruggere principalmente lavoro femminile e, al tempo stesso, togliere alle donne buona parte di quel supporto che necessitano nella cura della famiglia, gli anziani, la casa.
E in casa e solo in casa ci relegano poco a poco la precarietà, l'economia sommersa, il salario minore rispetto a quello maschile, il lavoro a tempo parziale incentivato in modo subdolo come unica via per concilare vita familiare e lavorativa, quando invece rappresenta minore remunerazione, meno pensione, inesistente carriera. In queste condizioni ci sarà impossibile aspirare alla traiettoria professionale di Anna Maria Cancellieri, per esempio, che dichiara senza pudore di aver scelto di lavorare “al contrario di tante signorine bene (me compresa) impegnate a costruirsi un futuro un po' limitato di madri di famiglia e di perfette casalinghe”. Lei 30 anni fa ha potuto scegliere, ministro; noi, nel XXI secolo, no.

La flessibilità che ci aspettiamo da quella donna, quel ministro, in procinto di operare scelte sul mondo del lavoro che sicuramente ci condizioneranno ulteriormente per generazioni, è di essere consapevole fino in fondo di quante donne stiano per gettare definitivamente la spugna in questo campo.

Buon 8 marzo.

P.S.: Donne che sí mi somigliano: le oltre 200 di Fiom, lavoratrici del gruppo Fiat, che hanno scritto QUESTA LETTERA al ministro Fornero sulle conseguenze per la donna dell'applicazione del nuovo contratto imposto dall'azienda.

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martedì 6 marzo 2012

L'Acqua Marcia rovina (anche) i ponti
Di Monica Bedana

Il curriculum di Francesco Caltagirone Bellavista è di quelli che mi appassionano per l'accumulo di meriti nel tentativo sistematico di truffare lo Stato. E' anche vero che i tentativi andati a buon fine hanno avuto sempre l'appoggio consistente di vari rappresentanti dello Stato stesso.
Mi sdilinquisce anche l'abbronzatura Montecarlo e la chioma fulva leggermente cotonata, lo ammetto.

La famiglia poi ha il suo peso: dal suocero Nino Rovelli, risarcito di una montagna di soldi dall'IMI grazie a una sentenza prodotta da giudici abbondantemente oliati, al cugino Francesco Gaetano, che solo a sentirlo nominare viene in mente una montagna di mattoni e cemento. O al fratello Gaetano, con cui Francesco condivide lo scandalo Italcasse. Una famiglia costruttiva, di peso, di tutto rispetto, di quelle pulite che probabilmente piacerebbero a Scalfari per la TAV in Val di Susa.

Dai porti turistici, agli servizi negli aeroporti, agli alberghi di lusso, alla cordata per la “nuova” Alitalia, l'Acqua Marcia di Francesco Caltagirone Bellavista spazia su tutto, sempre coi conti in rosso fuoco, le società all'estero, la residenza legale del padrone a Londra. E mancava solo lo zio Scajola a concedergli la costruzione del porto turistico di Imperia senza gara di appalto: forse un'interpretazione sui generis di quella flessibilità che oggi va tanto di moda.
Passera, spiegami come si fa a finanziare una cosa che si chiama "acqua marcia", che già il nome è tutto un programma.

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venerdì 2 marzo 2012

Barcellona e Valencia vanno in fumo come Atene
Di Monica Bedana


Di Monica Bedana


In Spagna la democrazia inizia a bruciare come in Grecia.
Barcellona e Valencia come Atene.
Una riduzione di oltre 3000 milioni di euro per la scuola e l'università negli ultimi due anni ha acceso la fiamma della protesta di studenti e corpo docente. Oltre 800 milioni di quei tagli all'istruzione si concentrano in Catalogna; a Valencia i soldi che si spendono per la Formula 1 potrebbero mantenere 26 scuole. E nonostante si comprima ferocemente la spesa pubblica, il debito di queste regioni si abbassa in modo assolutamente insignificante oppure continua a crescere. Il mondo della scuola e dell'università paga ormai da due anni un pizzo sanguinoso alla finanza, che si traduce non solo nella riduzione degli stipendi e del numero dei docenti, ma anche e soprattutto nella perdita definitiva di ore di lezione ed interi programmi. Se però dopo due anni di scrupolosa obbedienza all'austerità cieca imposta dall'Europa la notizia di oggi è che i dati della disoccupazione del mese di febbraio sono i peggiori degli ultimi tre anni e la notizia di ieri era che la banca spagnola ha sollecitato ben il 28% di quei 530.000 milioni di euro di liquidità che la BCE ha reso disponibili, vuol dire che nessun sacrificio pagato finora dai cittadini ha avuto senso. E ce ne siamo accorti. E se Rajoy ieri chiedeva agli spagnoli di “capire che le cose non sono facili” e oggi dice che “con le manifestazioni non si ottiene nulla” mentre al tempo stesso destituisce buona parte della squadra dell'Agenzia delle Entrate che ha scoperto la vastissima rete di corruzione della regione di Valencia, feudo del Partito Popolare che ci è dentro fino al collo, è inevitabile che cassonetti e democrazia brucino insieme.

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venerdì 24 febbraio 2012

Fine al sopruso, alla vergogna, al ricatto:
a Melfi accolto il ricorso di Fiom contro Fiat,
Giovanni, Antonio e Marco tornano al lavoro


...e "Resistenza Internazionale", che sta con Fiom da quando questo blog è nato e che ha seguito questa vicenda umana da vicino nel corso del suo svolgimento, non può che festeggiare la notizia che la Corte d'Appello di Potenza abbia accolto il ricorso di Fiom ed abbia ordinato a Fiat di reintegrare al lavoro i tre operai. 
Vi riproponiamo QUI l'intera vicenda, raccontata a questo blog da Giovanni Barozzino in una lunga intervista. Un segnale di speranza per lavoro e giustizia in un momento cruciale del dibattito politico sulla riforma del mondo del lavoro. 

 Giovanni, Marco, Antonio, un abbraccio da tutti noi.

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martedì 14 febbraio 2012

Fuori l'armata Brancaleone dalla gestione dello Stato
Di Monica Bedana




Prima o poi, la peggiore combinazione possibile di circostanze è destinata a prodursi.
II legge di Sodd

A vent'anni di distanza, Mani Pulite non è nemmeno un ricordo per Salvatore Ligresti, che continua ad ottenere appalti dallo Stato sui quali guadagna anche per ciò che non costruisce, come nel caso del ponte sullo stretto di Messina. Se il buon senso deciderà che l'opera non sarà costruita, lui, Impregilo e gli altri soci incasseranno comunque dallo Stato centinaia di milioni di euro, le penali previste per inadempimento di contratto. 
Tra gli altri soci c'è il gruppo Gavio, altro immemore di Tangentopoli, che per l'ormai celeberrima autostrada Milano-Serravalle pagò tangenti un po' a tutti nel 1993 per costruirla e, probabilmente, ci riprovò col centrodestra tra il 2002 ed il 2004 per gestirla (prosciolto per mancanza di prove certe). I Gavio si spartiscono la miniera d'oro del controllo delle autostrade italiane con l'Atlantia dei Benetton: tra gli uni e gli altri hanno in mano il 48% della rete nazionale, una ricchezza incalcolabile in proventi dai pedaggi. Poco importa che le loro società abbiano indebitamenti finanziari elevatissimi: per gente come loro le banche non stringono mai i lacci della borsa del credito. E questi non sono che un paio di esempi.
E' sui fondi generati dalle concessioni dello Stato sui pedaggi ed il loro continuo aumento di tariffa che si basano queste operazioni, non sull'investimento di denaro proprio. E cosí se da un lato oggi sono quasi 100 i tavoli di trattative sindacali aperti in Italia in aziende a rischio, oltre ad una miriade di piccole e medie industrie asfissiate dalla negazione del credito, dall'altro campa alla grande da lustri un gruppetto di speculatori finanziari che, intimamente legato alla politica corrotta, muove le sorti di una grossa fetta dell'economia del Paese. 

Questa è gente che rischia ben poco o quasi nulla del proprio capitale ma che grazie ai giochi della finanza controlla attività infinitamente più grandi delle risorse di cui dispone per gestirle. Gente che ha messo le mani su succulenti patrimoni dello Stato e li ha spolpati fino all'osso, ingrassandosi di potere e ricchezza a spese della collettività. Gente a cui fa estremamente comodo che lo Stato abbia perduto ogni barlume di politica industriale per il Paese, perché da questo vuoto continuerà a succhiare lauti finanziamenti in settori strategici. Gente che pratica rigorosamente anche l'evasione fiscale “legalizzata”, perché le loro società operano in Italia ma hanno sede in paradisi fiscali. Oltre ai Gavio, i Ligresti  ed i Benetton, cito a caso i Colaninno, i Caltagirone, i Riva, i Tronchetti Provera, i Marcegaglia, gli Angelucci...quelli che oltre alla gestione delle strade riescono puntualmente ad aggiudicarsi quella delle stazioni ferroviarie, degli aeroporti, della sanità, dei rifiuti o il patrimonio immobiliare e turistico dello Stato. Una specie di armata Brancaleone della finanza, con i conti in rosso nelle proprie aziende ma estremamente abile a far cassa personale a colpi di partecipazioni incrociate, patti di sindacato e molte scatole cinesi. Ed altrettanto abile a far pagare ai cittadini i costi delle loro gestioni disastrose di ciò che fu patrimonio pubblico. 

Il regista principale di ogni offensiva dell'armata Brancaleone sullo Stato è quasi sempre la stessa banca: Intesa Sanpaolo. Se dobbiamo dar credito alle voci che indicano Corrado Passera come prossimo candidato a presidente del Governo, l'urgenza di separare finalmente la politica dal potere economico sarà più che impellente, sarà drammatica. Solo una profonda presa di coscienza dei cittadini, supportata da una seria riforma del sistema elettorale, potrà forse iniziare a cancellare una volta per tutte questa mostruosa connivenza. Anzi, no. Perché aspettare le elezioni. L'etica non può prendersi delle pause: basta a tutto ciò da subito.

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