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martedì 8 gennaio 2013

La lezione di Obama

di Nicola Melloni 


da Liberazione

L'accordo sul fiscal cliff e le scelte europee

Proprio in extremis, quando pareva ormai sicuro che l’economia americana potesse cadere nel temuto burrone fiscale, Obama è riuscito a strappare un accordo, seppur ancora temporaneo, tra Democratici e Repubblicani. Il fiscal cliff era stato un escamotage assurdo, concordato un anno e mezzo fa, per consentire al governo di innalzare il debito pubblico, che in America è determinato per legge. Non riuscendo a trovare una mediazione su nessun punto rilevante di politica economica, Democratici e Repubblicani avevano stretto un patto che avrebbe scontentato tutti: più tasse per i ricchi e il ceto medio accompagnati da gravosi tagli di spesa pubblica, una sorta di austerity all’americana che avrebbe riportato l’economia Usa in recessione.
Da un anno e mezzo a questa parte le posizioni non si erano riavvicinate più di tanto. I Repubblicani, sobillati dal Tea Party, erano soprattutto impegnati a mantenere gli sgravi fiscali introdotti da Bush ed allo stesso tempo a ridurre notevolmente la spesa pubblica vista come origine principale del debito americano. I democratici invece pretendevano un aumento delle tasse per i ricchi e tagli meno massicci di spesa. Per il momento sembra aver decisamente prevalso la linea di Obama e dei democratici. Le tasse per i ceti più ricchi sono state infine alzate (anche se solo oltre la soglia dei 400mila dollari, mentre i Democratici chiedevano che le aliquote più alte colpissero i redditi da 250mila dollari in su) mentre la discussione sui tagli di spesa sono state rimandate di due mesi.
Obama, al secondo mandato e ormai scafato nei trucchi della politica di Washington, è riuscito a far leva sulle divisioni all’interno del Great Old Party. I conservatori “tradizionali” si sono rifiutati di piegarsi alla logica del “tanto peggio, tanto meglio” degli estremisti del Tea Party che hanno infatti votato contro l’accordo. I Tea Party hanno un approccio ideologizzato fin quasi al fanatismo e vogliono ridurre a tutti i costi il peso dello Stato in economia – dunque poche tasse, e spesa pubblica bassissima, a cominciare dalla riforma sanitaria e dalla social insurance. E non erano disposti a nessun compromesso anche a costo di far sprofondare l’economia in recessione. Ma l’establishment repubblicano e soprattutto i suoi grandi finanziatori non potevano seguirli su questa strada. In fondo neanche i falchi di Wall Street che troveranno una busta paga un poco più leggera a fine anno, erano disposti a tollerare una politica economica suicida che, con la recessione, avrebbe portato ad una riduzione dei profitti. Ed in cambio del loro silente consenso, le grandi corporations, a cominciare da Goldman Sachs, hanno ricevuto da Obama sgravi fiscali e sussidi per un valore di 205 miliardi di dollari.
Sfruttando dunque le divisioni nel campo avversario Obama è riuscito, almeno per il momento ed in attesa delle decisioni sui tagli di spesa, a portare a casa una vittoria piuttosto netta. In realtà questa vittoria è più che altro simbolica e difficilmente cambierà i meccanismi di distribuzione della ricchezza. D’altronde durante il primo mandato di Obama le corporations americane hanno visto la quota profitti ritornare oltre la soglia pre-crisi mentre la quota salari è in calo verticale. E tale situazione non cambierà di certo con la modesta ripartizione fiscale.
Ma anche i simboli sono importanti. Chiedere ai ricchi di cominciare a pagare di più è senza dubbio un primo passo nella giusta direzione. Un primo passo nell’identificazione dei problemi strutturali del capitalismo neoliberista che ha tentato di combinare diseguaglianza e democrazia tramite il ricorso alla leva finanziaria, creando ricchezza fittizia per compensare la perdita di ricchezza reale per i lavoratori. E dunque un ribilanciamento del budget pubblico in maniera meno classista è motivo di soddisfazione.
E soprattutto dovrebbe far riflettere le cancellerie europee ed i partiti che, più a torto che a ragione, ancora oggi si definiscono socialisti. A cominciare dall’Italia, paese in cui, lo sappiamo bene, il debito è arrivato ormai a soglie insostenibili ma anche paese in cui la ricchezza privata rimane altissima e concentrata nelle mani di pochi. Non solo dunque un sentimento di equità ed etica, ma anche la logica economica dovrebbe portare il futuro governo ad andare proprio lì, tra i più abbienti, a cercare le risorse per la cura ed il rilancio della nostra economia. A cominciare da una patrimoniale pesante e da un riordino delle aliquote Irpef in maniera da colpire contemporaneamente patrimoni e redditi più alti, detassando contemporaneamente i redditi più bassi, il lavoro e gli investimenti. Per una volta, ispirarsi al modello americano non sarebbe poi così male.

fonte: http://www.liberazione.it/news-file/La-lezione-di-Obama.htm



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lunedì 7 gennaio 2013

Le verità nascoste del fiscal cliff


Oggi proponiamo un post di Matt Stoller da Naked Capitalism che racconta qualche dettaglio del fiscal cliff covenientemente dimenticato dai media e dalla grande informazione. Stoller ci spiega come nelle pieghe dell'accordo siglato da Obama con i Repubblicani ci siano passaggi assai meno progressivi dell'aumento delle tasse per i ricchi, a cominciare da incentivi e sussidi dati a grandi imprese, a cominciare da Goldman Sachs. Sempre meglio dubitare di ciò che luccica troppo. 

Eight Corporate Subsidies in the Fiscal Cliff Bill, From Goldman Sachs to Disney to NASCAR      



di Matt Stoller
da Naked Capitalism

Throughout the months of November and December, a steady stream of corporate CEOs flowed in and out of the White House to discuss the impending fiscal cliff. Many of them, such as Lloyd Blankfein of Goldman Sachs, would then publicly come out and talk about how modest increases of tax rates on the wealthy were reasonable in order to deal with the deficit problem. What wasn't mentioned is what these leaders wanted, which is what's known as "tax extenders," or roughly $205 billion of tax breaks for corporations. With such a banal name, and boring and difficult to read line items in the bill, few political operatives have bothered to pay attention to this part of the bill. But it is critical to understanding what is going on.
The negotiations over the fiscal cliff involve more than the Democrats, Republicans, the middle class and the wealthy. The corporate sector is here in force as well. One of the core shifts in the Reagan era was the convergence of wealthy individuals who wanted to pay less in taxes -- many from the growing South -- with corporations that wanted tax breaks. Previously, these groups fought over the pie, because the idea of endless deficits did not make sense. Once Reagan figured out how to finance yawning deficits, the GOP was able to wield the corporate sector and the new sun state wealthy into one force, epitomized today by Grover Norquist. What Obama is (sort of) trying to do is split this coalition, and the extenders are the carrot he's dangling in front of the corporate sector to do it.
Most tax credits drop straight to the bottom line -- it's why companies like Enron considered its tax compliance section a "profit center." A few hundred billion dollars of tax expenditures is a major carrot to offer. Surely, a modest hike in income taxes for people who make more than $400,000 in income and stupid enough not to take that money in capital gain would be worth trading off for the few hundred billion dollars in corporate pork. This is what the fiscal cliff is about -- who gets the money. And by leaving out the corporate sector, nearly anyone who talks about this debate is leaving out a key negotiating partner.
So without further ado, here are eight corporate subsidies in the fiscal cliff bill that you haven't heard of.
1) Help out NASCAR: Sec 312 extends the "seven year recovery period for motorsports entertainment complex property," which is to say it allows anyone who builds a racetrack and associated facilities to get tax breaks on it. This one was projected to cost $43 million over two years.
2) A hundred million or so for railroads: Sec. 306 provides tax credits to certain railroads for maintaining their tracks. It's unclear why private businesses should be compensated for their costs of doing business. This is worth roughly $165 million a year.
3) Disney's Gotta Eat: Sec. 317 is "extension of special expensing rules for certain film and television productions." It's a relatively straightforward subsidy to Hollywood studios, and according to the Joint Tax Committee, was projected to cost $150 million for 2010 and 2011.
4) Help a brother mining company out: Sec. 307 and Sec. 316 offer tax incentives for miners to buy safety equipment and train their employees on mine safety. Taxpayers shouldn't have to bribe mining companies to not kill their workers.
5) Subsidies for Goldman Sachs Headquarters:Sec. 328 extends "tax exempt financing for York Liberty Zone," which was a program to provide post-9/11 recovery funds. Rather than going to small businesses affected, however, this was, according to Bloomberg, "little more than a subsidy for fancy Manhattan apartments and office towers for Goldman Sachs and Bank of America Corp." Michael Bloomberg himself actually thought the program was excessive, so that's saying something. According to David Cay Johnston's The Fine Print, Goldman got $1.6 billion in tax free financing for its new massive headquarters through Liberty Bonds.
6) $9 billion off-shore financing loophole for banks: Sec. 322 is an "Extension of the Active Financing Exception to Subpart F." Very few tax loopholes have a trade association, but this one does. This strangely worded provision basically allows American corporations such as banks and manufactures to engage in certain lending practices and not pay taxes on income earned from it. According to this Washington Post piece, supporters of the bill include GE, Caterpillar, and JP Morgan. Steve Elmendorf, super-lobbyist, has been paid $80,000 in 2012 alone to lobby on the "Active Financing Working Group."
7) Tax credits for foreign subsidiaries:Sec. 323 is an extension of the "Look-through treatment of payments between related CFCs under foreign personal holding company income rules." This gibberish sounding provision cost $1.5 billion from 2010 and 2011, and the US Chamber loves it. It's a provision that allows US multinationals to not pay taxes on income earned by companies they own abroad.
8) Bonus Depreciation, R&D Tax Credit: These are well-known corporate boondoggles. The research tax credit was projected to cost $8 billion for 2010 and 2011, and the depreciation provisions were projected to cost about $110 billion for those two years, with some of that made up in later years.
Conveniently, the Joint Committee on Taxation in 2010 did an analysis of what many of these extenders cost. You can find that report here.
Enjoy!

fonte: http://www.nakedcapitalism.com/2013/01/eight-corporate-subsidies-in-the-fiscal-cliff-bill-from-goldman-sachs-to-disney-to-nascar.html

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mercoledì 5 dicembre 2012

Il fiscal cliff, il debito e la lotta di classe

da Ombre Rosse

di Nicola Melloni

L’America di Obama si appresta ad affrontare una battaglia politica che determinerà il futuro della sua presidenza. Nell’estate del 2011, dopo che S&P aveva declassato il debito americano, Democratici e Repubblicani cominciarono a discutere su come rimettere in sesto i conti macroeconomici, senza però arrivare ad alcuna soluzione. Si era dunque rimandato tutto a gennaio 2013 con dei provvedimenti di legge automatici che, in caso di un altro mancato accordo, avrebbero contemporaneamente alzato le tasse (o meglio, fatto scadere le esenzioni risalenti all’epoca di Bush) e tagliato le spese dello Stato. L’impatto si quantifica tra i 600 e gli 800 miliardi di dollari, una misura tale da poter essere all’incirca paragonata ai provvedimenti di austerity europei e che se applicata riporterebbe l’economia americana in recessione.
Di fronte a questo scenario da incubo Democratici e Repubblicani devono cercare un accordo per uscire da questa trappola. Entrambi i partiti concordano che una stretta fiscale è necessaria anche se divergono su come trovare le risorse necessarie. Intanto le agenzie di rating sono già in agguato, con Moody’s pronta a declassare gli Usa in caso non siano prese misure adeguate per rimettere in ordine i conti. La stessa logica della trojka che ben conosciamo in Europa.
Una logica assurda e controproducente. Come dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, il debito americano non è a rischio ed infatti dopo il primo declassamento del 2011 gli interessi sui bond americani scesero, invece di salire. D’altronde non si capisce davvero quale frenesia e quali rischi ci siano riguardo al debito di Washington. Gli Stati Uniti, come qualsiasi altro Stato sovrano, non possono fallire a meno che non lo vogliano. Gli Stati creano moneta e la Fed può stampare dollari per coprire tutte le obbligazioni di Washington, né per altro fino ad ora è parsa timida in questo senso con continui ricorsi ai cosiddetti quantitative easing e a credito immediato per ricapitalizzare le banche.
Non ci sono dubbi che nel medio-periodo il debito pubblico debba essere ripagato, ma non è certo durante i periodi di congiuntura sfavorevole – quando non proprio di crisi e recessione, come in Europa – che si effettuano risparmi. Anzi. Nei primi quattro anni di Obama gli Stati Uniti sono cresciuti più velocemente dell’area Euro sostanzialmente per le politiche macro-economiche anticicliche messe in atto dalla Casa Bianca. Semmai si potrebbe contestare che lo stimolo fiscale non è stato abbastanza ampio, non certo che ci sono state troppe spese.  Con i mercati in crisi e le imprese private poco disposte ad investire è stata proprio la spesa pubblica a mantenere alti i consumi (ad esempio con i fondi aggiuntivi per i disoccupati) e i profitti (con gli investimenti pubblici nella scuola, nell’energia, nell’educazione ed anche nell’industria).
Queste spese, nel tempo, possono essere ridotte, ma solo quando il ciclo economico sarà finalmente stabilizzato, la crescita sarà stabile e sostenuta, la disoccupazione in calo.  E dunque quello che Democratici e Repubblicani dovrebbero fare è istituire delle misure per ridurre le spese ed aumentare le tasse solo quando l’economia sarà finalmente sul giusto binario.
Questo difficilmente succederà perché in realtà dietro al fiscal cliff si combatte una battaglia decisiva per i futuri assetti economici americani. I Repubblicani vogliono tagli su tagli, soprattutto ai servizi sociali e vogliono il depotenziamento del sistema sanitario per lasciare tutto nelle mani di Wall Street. Allo stesso tempo pretendono che le tasse, soprattutto quelle per i ricchi e per le imprese, rimangano basse. Solo tasse basse per l’1% più ricco, dicono, possono garantire investimenti e dunque crescita. Anche se, storicamente, non esiste nessuna evidenza in tal senso. Mentre esistono montagne di dati che confermano che più le tasse per i ricchi si sono abbassate, più è aumentata la diseguaglianza sociale.
L’unico dato economico che dovrebbe veramente far preoccupare e riflettere è il rapporto tra entrate fiscali e Pil che in America è più basso che in qualsiasi altro paese sviluppato – appena il 18% contro una media del 30%. Inevitabile dunque che la prima misura per ridurre il debito sia andare a prendere i soldi dove ci sono – tra i ricchi e non certo tra i disoccupati.
L’altro dato da considerare è, naturalmente, la spesa militare. Il budget per la difesa in Usa è molto più alto ora che durante la Guerra Fredda ed è circa pari alle spese di tutti gli altri Stati messi insieme (Cina+Russia+UK, etc..). Nei prossimi dieci anni i tagli fiscali di Bush e le spese della difesa, incluse quelle per le guerre di Bush, ammonteranno a circa il 50% del debito americano. Ed i Repubblicani, ovviamente, sono strenuamente schierati a difesa del complesso militar-industriale.
Obama deve dimostrare coraggio, anche con un Congresso ostile. I tagli fiscali devono essere possibilmente reintrodotti solo per la middle class (i più poveri erano già esenti), sfidando i Repubblicani a votare contro un provvedimento che abbassi le tasse, seppur solo per il ceto medio. E deve difendere strenuamente la spesa pubblica, soprattutto quella sociale. I Repubblicani (ed una parte dei Democratici) sono semplicemente la longa manu degli interessi di Wall Street e dell’oligarchia industrial-finanziaria che sta proletarizzando la classe media ed impoverendo l’intero paese. Ma l’America, nelle recenti elezioni, ha votato contro questi interessi ed è giunta l’ora di far finalmente sentire anche la voce di questa maggioranza di americani.

fonte: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/11/24/28639-finestra-internazionale-il-fiscal-cliff-il-debito-e-la/

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martedì 20 novembre 2012

Fiscal Cliff, l'economia USA sull'orlo del burrone

di Nicola Melloni
da Sbilanciamoci.info

Le cause e le conseguenze del buco di bilancio degli Stati Uniti e delle politiche che si preparano ad affrontarlo. Se l’austerità sbarca in America, la recessione diventa inevitabile
L’inizio del secondo mandato di Obama non sarà certo dei più facili. I Democratici hanno mantenuto il controllo del Senato ma i Repubblicani sono ancora in maggioranza al Congresso e questo vuol dire che, una volta di più, che il Presidente dovrà trovare un compromesso con il Great Old Party per far passare i suoi provvedimenti. Ed il primo test sarà il tanto temuto fiscal cliff.

La politica e il debito in America
Vediamo l’antefatto: un anno e mezzo fa, nell’estate del 2011, il debito americano veniva affossato da Standard&Poor’s che toglieva la tripla A agli Stati Uniti. In effetti i conti macro-economici sembravano, almeno in parte, fuori controllo ed erano diventati terreno di scontro politico. Il problema è che in America il debito ha un tetto determinato per legge e solo una votazione di Congresso e Senato può aumentare lo stock di debito esistente, cosa ben diversa dalla situazione europea (o giapponese, tanto per dire) dove il debito, come ben sappiamo, può crescere ad libitum. Nel passato i legislatori americani avevano alzato il tetto massimo senza particolari problemi, ma durante il primo term di Obama le cose furono ben diverse, con i Repubblicani decisi alla guerra totale contro un presidente che, ai loro occhi, cercava di trasformare l’America in una socialdemocrazia europea[i], soprattutto alla luce del piano sanitario nazionale che era divenuto il provvedimento simbolo della politica di Obama.
E dunque i Repubblicani, travolti dal successo dei Tea Party che avevano dominato le mid-term elections, si fecero portavoci di una intransigenza fiscale mai vista prima di allora. Anche perché negli ultimi 30 anni era proprio stato il partito dei Reagan e dei Bush a dimostrare indisciplina fiscale, soprattutto con i tagli alle tasse, mirati soprattutto alle classi più agiate, accompagnati da una spesa pubblica in continua crescita, soprattutto per guerre (Bush junior) ed armamenti (Reagan). Mentre il debito di Obama era invece frutto di una situazione contingente, la crisi che aveva messo in moto tutti gli ammortizzatori sociali del caso a fronte di una ovvia frenata nelle entrate dovuta alla recessione.

Il fiscal cliff e le sue conseguenze
La situazione nell’estate del 2011 era di stallo. Entrambi gli schieramenti riconoscevano l’importanza di ridurre, almeno in termini relativi, il debito, ma le strade che volevano seguire erano opposte. Dalla parte democratica si volevano cancellare i Bush tax cuts, cioè le esenzioni per i più ricchi, da parte Repubblicana, invece, si chiedevano sostanziali tagli nella spesa sociale. Pressati dalla necessità di votare, in ogni caso, un innalzamento del tetto del debito, pena l’impossibilità per il governo federale di pagare i propri debiti, i contendenti raggiunsero una sorta di accordo di mutua distruzione. A cominciare dal Gennaio 2013 sarebbero entrati in vigore sia i tagli che le tasse maggiori – il tanto temuto burrone fiscale.
Un recente studio di Bank of America – Merrill Lynch quantifica il fiscal cliff come segue:


Fonte: The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.7. www.washingtonpost.com

Ovviamente una manovra di questo genere avrebbe effetti devastanti sull’economia americana, che entrerebbe rapidamente in recessione, e, di conseguenza, su quella mondiale. Le stime dell’effetto cumulativo variano tra 600 e 800 miliardi, con un impatto sul PIL fino al 6% ed una recessione prevista nell’ordine dell’1%.
Nonostante il fiscal cliff sia stato fondamentalmente assente dalla campagna elettorale per le presidenziali americane, la preoccupazione tra gli investitori è salita esponenzialmente negli ultimi mesi, superando addirittura la crisi europea. Molte imprese, infatti, vedranno tagliati i fondi governativi che hanno ricevuto in questi anni. Sanità e difesa saranno i settori più colpiti (quasi il 75% dei tagli saranno rivolti a queste industrie) con un calo diretto di quasi il 10% delle entrate[ii]. Altri settori cruciali, come l’energia e soprattutto l’educazione (con oltre 180 mila bambini che rischiano di perdere l’accesso a programmi come Head Start e Child Care Assistance) soffriranno per i tagli.
Anche lavoratori e consumatori saranno colpiti dal fiscal cliff. In particolare espirerà l’estensione dell’assicurazione per i disoccupati, misura particolarmente penalizzante in una America dove la disoccupazione è ancora quasi all’8% (ed il 40% di questa è di lungo periodo). E le tasse si alzeranno non solo per i ricchi ma anche per la middle class che in America è ormai in continua riduzione. L’incremento fiscale colpirà in assoluto più i ricchi che i poveri – una crescita del 5.8% contro il 3.7%. Ma le tasche dei poveri saranno molto più leggere: il reddito per il 20% più povero si ridurrà del 2% mentre per il 40% più benestante il reddito disponibile calerà di solo lo 0.1%[iii]. Molto semplicemente i risparmi governativi si tradurranno in un minor reddito disponibile per i lavoratori più poveri, affossando l’economia reale.

Crisi e deficit del settore pubblico
Il primo term di Obama ha avuto il merito di rifiutare, seppur non in toto, la logica dell’austerity che sta affondando il Vecchio Continente. La maggior spesa pubblica ha tenuto a galla l’economia americana. In realtà, come dicevamo in precedenza, la maggior spesa pubblica è dovuta soprattutto agli automatic stabilizers ed al ciclo economico. Come spiegato dal capo economista di Nomura, Richard Koo[iv], e ripreso dall’autorevole giornalista del Financial Times, Martin Wolf[v], la crisi ha avuto come prima ed ovvia conseguenza una “balance sheet recession”, cioè le imprese hanno cominciato a vendere assets (de-leveraging) per rientrare delle perdite incorse e per riaggiustare le decisioni di investimento secondo le aspettative modificate dal meltdown finanziario. Ma nel sistema economico tutti i conti devono pareggiarsi (le spese sono uguali al reddito) e un surplus (risparmio) del settore privato viene equilibrato da un deficit del settore pubblico.

Fonte: http://blogs.ft.com

Nella figura soprastante si può notare come la linea blu (il bilancio del settore privato) e rosa (il bilancio del settore pubblico) si muovano sempre in direzione opposta. Ed il settore pubblico è normalmente attore passivo in questi movimenti. Durante i periodi di boom crescono investimenti, profitti ed impiego e, così facendo, anche le tasse. Nei periodi di crisi avviene esattamente l’esatto contrario, muovendo il bilancio del settore pubblico verso il deficit. Il problema quindi è tutto interno al settore privato che ha modificato aspettative e decisioni di investimento. Non a causa della stretta monetaria – il famoso credit crunch – quanto piuttosto perché un mercato in contrazione riduce le opportunità di profitto. Per sconfiggere la recessione non possono dunque bastare politica monetaria e quantitative easing, che possono avere al massimo un effetto palliativo.
Quello che invece ha tenuto in piedi l’economia americana è stata proprio la politica fiscale espansiva – anzi, in maniera ancora più esplicita ed usando la cosiddetta equazione di Kalecki per i profitti possiamo approssimativamente dire che in una situazione di investimenti stagnanti, consumi in picchiata e bilancia commerciale negativa è stato proprio il deficit federale a finanziare i profitti delle imprese private[vi].

La logica perversa dell’austerity
Se il trend è questo – ed è questo, in America come in Europa – allora l’austerity, cioè i risparmi forzati del settore pubblico quando si espandono by default, diventa una politica restrittiva pro-ciclica. Non meglio, anzi, per molti versi peggiore, di una spesa pubblica impazzita anche durante i periodi di boom. In quel caso gli economisti liberali parlano di populismo economico, ma l’austerity ha conseguenze molto simili, spostare l’economia reale dal suo percorso naturale di crescita, e quindi dal suo potenziale. Anche in questo caso è il potere delle lobby a forzare la mano dei governi. Se i liberisti accusano sindacati, lavoratori e partiti di sinistra di stare dietro al populismo, nel caso dell’austerity le forze sociali al lavoro sono la comunità finanziaria e le rating agencies[vii], soprattutto, e partiti di destra che vedono nell’austerity la possibilità di smontare beni e servizi pubblici, diritti sindacali e garanzie ambientali.
Le giustificazioni, economiche, sociali e storiche dell’austerity ammiccano al senso comune ma sono essenzialmente fuorvianti. In materia economica si dice: quando una famiglia ha troppi debiti e poche entrate deve stringere la cinghia. Non occorre aderire alla Modern Monetary Theory per sapere che lo stato non è una famiglia e lo stato le sue entrate le può creare by fiat – cioè può stampare moneta. Lo stato, per definizione, non è un attore economico “normale” perché non può fallire, a meno che non lo voglia. L’esempio del Giappone, in questo caso, è più che istruttivo, con un debito pubblico oltre il 200% del PIL e tassi di interesse comunque molto bassi a testimoniare la fiducia dei mercati.
A livello mediatico-propagandistico le cose non vanno meglio. I temi più ricorrenti sono: “meno stato più mercato” e “non possiamo far pagare i nostri debiti ai nostri nipoti”. Ma sono slogan senza senso. Lo stato che spende, lo abbiamo appena visto, è figlio della crisi e non certo di politiche economiche “socialiste”; e per quanto riguarda il non far pagare i nostri debiti ai nostri nipoti, non si capisce allora perché farlo pagare ai nostri figli. Ma fuor di polemica, i nostri nipoti potranno pagare i nostri debiti con facilità se gli lasceremo una economia in espansione – che in automatico genererà quel surplus dovuto del settore pubblico – mentre continueranno a pagare i nostri debiti se lasceremo loro un’economia artificialmente compressa, con meno opportunità di investimento e lavoro (e non ultimo con meno diritti, costringendoli dunque ad una vita più grama di quella che, nel passato, conducevamo noi).
Ma quel che più conta è che i risultati dell’austerity in Europa sono stati miseri. D’altronde anche l’IMF nell’appena uscito World Economic Outlook rivede criticamente le proprie politiche, spiegando che l’impostazione iniziale su cui erano calcolate le misure di austerity erano erronee poichè si era previsto un moltiplicatore molto più basso di quello che in effetti era – vale a dire che i tagli inducono l’economia in una spirale recessiva molto più ampia di quello inizialmente immaginata[viii].

E quindi il fiscal cliff….
L’impatto del fiscal cliff rischia dunque di essere devastante. Meno entrate e dunque meno profitti per le imprese, minor consumo, peggioramento delle condizioni di vita, nuovo avvitamento dell’economia che porterebbe a minori investimenti. In una parola, recessione. Una scelta di politica economica di questo genere non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti, e un aggiustamento fiscale di questo genere si registrò solo nel 1969-70 (una politica fiscale restrittiva nell’ordine del 3.5%) ma in presenza di una economia in piena espansione e quindi surriscaldata.
Per evitare di cadere nel burrone fiscale Obama propone dunque un Grand Bargain, un grande accordo tra Repubblicani e Democratici. Ma non è semplice.
La destra sembra voler giocare pesante per poter ricattare il presidente. I repubblicani hanno preso di mira i servizi sociali ed in particolare la Social Security, Medicare and Medicaid. Ed allo stesso tempo vogliono salvare i tax cuts di Bush, inclusi, ovviamente, quelli per i più ricchi. E’ un classico leit-motif repubblicano, recentemente supportato da Alesina, Favero e Giavazzi secondo cui un innalzamento delle tasse ha effetti meno recessivi di tagli di spesa[ix].
Ma un accordo su queste basi sarebbe folle e contraddirebbe il responso del voto che ha appena ri-eletto Obama. Innalzare le tasse per le fasce più agiate, dato l’impatto minimo sul reddito disponibile, è sicuramente la strada maestra, senza dimenticare che entro il 2019 i tax cuts e le spese legate alle guerre in Iraq e Afghanistan costituiranno quasi il 50% del debito totale (9 mila miliardi di US$ su 18). Per di più, come mostrato da un recente rapporto del Congressional Research Service non esiste nessuna evidenza storica che tasse minori (soprattutto per i ricchi) accelerino la crescita economica[x].
Gli altri provvedimenti, invece, dovrebbero essere cadenzati nel tempo e legati all’andamento dei conti economici. Ed i tagli di spesa dovrebbero entrare in funzione solamente quando il settore privato registrerà una crescita sostenuta e continuata, cioè quando il de-leveraging sarà finito e ricominceranno spese ed investimenti. Come d’altronde sosteneva già Keynes, “the boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury”.

[i] Un argomento simile è stato recentemente ribadito da Alberto Alesina sulle colonne del Corriere della Sera
[ii]The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.11.
[iii]www.thenation.com
[iv] Koo, R. (2009), The Holy Grail of Macroeconomics: Lessons from Japan's Great Recession, R. Wiley and Sons.
[v]http://blogs.ft.com
[vi] Per una semplice stilizzazione dell’equazione di Kalecki è possibile consultare la figura al seguente sito: www.economonitor.com
[vii] Non a caso Moody’s ha già minacciato un downgrading se non fosse applicata una buona dose di austerity: www.reuters.com
[viii] A questo riguardo vedi anche: http://resistenzainternazionalenmcityoflondo.blogspot.co.uk
http://resistenzainternazionalenmcityoflondo.blogspot.co.uk/2012/11/ancora-sullausterity-e-sui-calcolo.html
[ix] Alesina, A., Favero, G., Giavazzi, F., ,The Output Effect of Fiscal Austerity
[x]http://graphics8.nytimes.com

fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Fiscal-cliff-l-economia-Usa-sull-orlo-del-burrone-15452



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