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martedì 7 maggio 2013

America, crescita senza lavoro (o quasi)


In America la crescita è decisamente superiore a quella europea, ma i guai sono ben al di là da essere finita. I posti di lavoro sono in crescita - certo meglio di quello che succede dalle nostra parti - ma ad una velocità da lumaca, col governo che, a causa del cosiddetto sequestro sta portando un pò di austerity anche in USA e che, in questa maniera rema controcorrente. E che dire di una economia che ingrassa i portafogli dei ricchi e fa poco o nulla per i più poveri? I ricchi, lo abbiamo detto mille volte, e lo ribadisce autorevolmente Robert Reich, consumano una parte del loro reddito proporzionalmente inferiore a quella del resto della popolazione. Il loro arricchimento è dunque una perdita rispetto al livello di crescita potenziale della domanda aggregata che sarebbe ben più ricca se la diseguaglianza fosse in calo invece che in crescita. Insomma, le cause della crisi sono ancora lì, e siamo lontani da qualsiasi cambiamento strutturale


The Flaccid Job Report

di Robert Reich
da robertreich.org

We remain in the gravitational pull of the Great Recession. The Labor Department reports that 165,000 new jobs were created in April – below the average gains of 183,000 in the previous three months.

We can’t achieve escape velocity. Since mid-2010, the three-month rolling average of job gains hasn’t dipped below 100,000 but has exceeded 250,000 jobs just twice.
This isn’t enough to ease the backlog of at least 3 million (estimates range up to 8 million) job losses since 2007, just before the Great Recession began. (And as I’ll point out in a moment, 2007 wasn’t exactly jobs nirvana.)

Moreover, most of the new jobs now being created pay less than the ones that were lost.

What’s wrong?

First, government is doing exactly the opposite of what it should be doing. It raised payroll taxes in January (ending the temporary tax holiday), thereby reducing the incomes of the typical family by about $1,000 this year.

More damaging, government cut spending through the damnable sequester – thereby reducing overall demand for goods and services. (Direct government employment dropped another 11,000 in April.)

There’s also a deepening structural problem. All the economic gains from the recovery have gone to the very top, leaving the middle class (and everyone aspiring to join it) with a shrinking portion of the pie.

Consumers are still spending, but tentatively at best. And much of the spending is coming from the rich, whose stock portfolios have grown nicely. (The wealthiest 10 percent of Americans own 90 percent of all shares of stock.)

But the rich don’t spend as much of their earnings as everyone else. They save and speculate around the world wherever they can get the highest return.

The structural problem of widening inequality also hurt the last recovery, which ended in 2007.
Compared to the one we’re now enduring, the previous recovery seems robust. But it was one of the weakest recoveries since World War II — propelled by borrowing of the middle class against the rising values of their homes.
When the housing bubble burst, the middle class no longer had the purchasing power to keep the economy going.

It still doesn’t.
The federal budget deficit is shrinking more quickly that forecasters had expected, mainly because of government cutbacks and tax payments from the well-to-do.
If there was ever a time for our leaders in Washington to declare victory over the deficit, and focus instead on jobs and inequality, it’s now. But don’t hold your breath.

sabato 6 aprile 2013

Caso Abu Omar: l'ennesima vergogna di Napolitano

Non ci sono ormai più parole per descrivere il comportamento di Napolitano. Il suo settennato si sta chiudendo con i fuochi artificiali: dopo aver tentato di aggirare il Parlamento, dopo aver nominato saggi che non sapevano neanche loro cosa fare, dopo aver sostenuto che il governo Monti fosse in piena carica, ha deciso di sparare un altro colpo e concedere la grazia a Joseph Romano, militare americano condannato per il rapimento di Abu Omar. In quella circostanza la CIA prelevò illegalmente Abu Omar, un "estremista islamico", cittadino italiano, e lo portò in Egitto dove fu torturato dalla polizia locale nella speranza di ottenere informazioni su possibili atti di terrorismo.
Una pratica squallida che negli USA era stata decretata legale da una amministrazione, quella di Bush, che faceva a brandelli lo stato di diritto moderno, reintroducendo sotto mentite spoglia la tortura. E che, in Europa, dove l'estradizione momentanea a fino, appunto, di tortura, non era ammessa, prendeva la forma di rapimento. Insomma, due atti illegali in uno, con la sovranità dell'Italia violata, con agenti americani che facevano quello che volevano all'estero. Questa da sempre è stata la linea difensiva degli USA: non potete condannare i nostri uomini che non stavano facendo nulla di male, secondo la nostra legge. Un'idea di diritto assai bizzarra, come se per loro valesse un diritto speciale, superiore alle leggi locali. Un'idea, evidentemente, condivisa in pieno da Napolitano.
Non contento Napolitano si rifà anche al  momento storico. Le pratiche di rapimento e tortura erano ingiuste e illegittime ma, in fondo, c'è da capire lo stato d'animo degli americani, attaccati sul loro territorio. Insomma, contestualizziamo i crimini. La tortura non va bene, ma in alcune circostanze è, forse, comprensibile - chissà, magari lo era anche a Bolzaneto dove gli agenti di polizia carceraria erano sottoposti certo al grande stress psicologico dei giorni del g8.
Almeno così facciamo contento Obama. Un bell'atto di servilismo per ristabilire il nome dell'Italia nel mondo. Che questo avvenga graziando rapitori e parzialmente giustificando le pratiche di tortura, poco conta. Tanto si sa, in Italia la rule of law è una barzelletta.
Napolitano chiude così la sua carriera politica riscoprendo gli amori e gli ardori della sua gioventù, quando brindava ai militari sovietici che intervenivano in Ungheria. L'idea di diritto e di democrazia del Presidente è certamente coerente con quella di allora. La legge del più forte, la democrazia a sovranità limitata.

venerdì 5 aprile 2013

La Corea e l'Occidente


di Nicola Melloni
da Liberazione

Ma sono tutti matti questi Nord coreani? Questa è la legittima domanda che si potrebbero porre la maggioranza dei lettori italiani – e non solo – seguendo le notizie che arrivano dall’Asia. Un piccolo paese governato da una dinastia di autocrati che, di punto in bianco, o quasi, minaccia di andare in guerra contro gli Stati Uniti. Una follia, appunto.
In realtà le cose stanno in maniera piuttosto diversa. La Corea del Nord è un paese povero, poverissimo, nel mezzo di un conflitto geo-politico che va ben al di là dell’importanza di Pyongyang. Fino agli anni 70 era un paese di medio reddito, più ricco e sviluppato della Corea del Sud che, sfruttando abilmente il conflitto tra Cina e Urss, riusciva ad ottenere significative concessioni da entrambi. In quegli anni però, come in tutti i paesi socialisti, iniziò una seria stagnazione economica peggiorata ulteriormente dalla fine dell’Urss e dunque degli aiuti economici. Trovatasi senza il suo principale alleato, la Corea del Nord provò subito un riavvicinamento con il Sud e con l’America, ma fu inizialmente ignorato dall’amministrazione americana che, come per il caso di Cuba, si aspettava una rapida implosione del regime. Cosa, però, mai successa.
A fine anni Novanta, per la prima volta, la Corea del Sud ebbe un presidente progressista, Kim Dae Jung, che fece del buon vicinato con il Nord l’emblema della sua politica – la cosiddetta sunshine policy. Con ottimi risultati: le due squadre marciarono unite sotto una sola bandiera alle Olimpiadi di Sidney; e la distensione diplomatica favorì le prime visite di cittadini del Sud oltre confine per incontrare famigliari da cui erano stati separati per oltre 50 anni. Purtroppo, con la presidenza Bush le cose cominciarono a cambiare velocemente, con l’America nuovamente impegnata in una sorta di guerra santa contro “il male” e i cosiddetti stati-canaglia in cui la Corea del Nord venne subito inclusa. E’ in quel momento che la Corea del Nord comincia in grande stile un’operazione di riarmo a partire da armi atomiche – un chiaro messaggio indirizzato a Washington, che intanto invadeva Afghanistan e Iraq con una politica estera sempre più agressiva e minacciosa. La Corea del Nord, in realtà, usò il riarmo come arma diplomatica per potersi sedere al tavolo delle trattative con un maggior potere contrattuale, una mossa certamente rischiosa ma tutt’altro che folle. Ed anche la recente escalation ha una tempistica ben calcolata: solo pochi mesi fa, sia in Corea del Sud che in Giappone, vi sono state elezioni in cui hanno trionfato i conservatori nazionalisti, indisponibili al dialogo e che predicano una linea di fermezza con il Nord. Ed è recentissima l’esercitazione congiunta di Usa e Corea del Sud a poche miglia dalle coste del Nord.
Né si può dimenticare che al confine tra le due Coree sono di stanza 35 mila soldati americani, più altri 50 mila in Giappone. Insomma, una vera armata alle porte di casa che non fa altro che aumentare la sensazione di accerchiamento dei nord-coreani – che è un pò l’argomento che spesso si usa in Occidente per giustificare il riarmo israeliano ma che si evita accuratamente nel caso della Corea del Nord. In sintesi, se è vero che le manovre ostili di Pyongyang creano una situazione di altissima tensione, è però anche vero che non sono completamente folli e dunque, per allentare la tensione, l’unica cosa possibile da fare sarebbe un parziale disarmo su entrambi i fronti e rassicurazioni da parte americana sulla sicurezza di Pyongyang.
Scenario purtroppo implausibile. Soprattutto perché, in realtà, le truppe americane in Asia sono uno strumento di pressione e minaccia, non tanto contro Pyongyang quanto, piuttosto, contro Pechino. Non a caso la Cina è da anni supporter di una Corea rappacificata, in prospettiva unita, e soprattutto demilitarizzata – cosa che gli Usa non sono assolutamente disponibili a discutere, preferendo di fatto la sopravvivenza di un regime dittatoriale e ostile al Nord, che possa giustificare la loro presenza nella penisola coreana.
In realtà, dunque, il vero problema sono i rapporti tra Usa e Cina. Se quelli che ormai sono i due poli del potere politico ed economico del XXI secolo sapranno trovare una base per un rapporto reciprocamente proficuo, anche la situazione coreana potrà finalmente risolversi, con oltre vent’anni di ritardo rispetto alla fine della Guerra Fredda. Ma se la politica estera americana sarà ancora impostata sul contenimento della Cina e dunque sulla competizione invece che sulla cooperazione, allora le chance per mettere in sicurezza le coste settentrionali del Pacifico saranno assai scarse. Un banco di prova decisivo per la presidenza Obama.

lunedì 17 dicembre 2012

Le lacrime di coccodrillo di Obama

Non mi sono piaciute le lacrime in TV di Obama. Erano certe lacrime sincere, come dubitarne? L'ennesima strage di innocenti in America, questa volta anche più innocenti delle altre volte, bambini di 6 e 7 anni. Possiamo capire la commozione del Presidente. Ma si tratta di un Presidente appena ri-eletto dopo mesi di lunga campagna elettorale. E in tutto questo tempo non si è mai sentito, da parte sua, una sola, semplice parola contro la libertà di armarsi. No, impaurito dal potere delle lobby che finanziano le campagna elettorali di Democratici e Repubblicani, Obama non ha avuto il coraggio e la rettitudine di combattere una battaglia di civiltà. Una battaglia per far uscire dal Far West un paese che pretende di essere esempio per il mondo. Un paese che da solo, l'anno scorso, ha rappresentato l'80% delle vendite di Kalashnikov al mondo (compresi nel conto i vari eserciti che hanno il mitra russo nel loro arsenale). Robe che nemmeno mafia, camorra e signori della guerra africani. Il tutto in nome di una giustizia fai da te, della libertà di difendersi senza ricorrere allo Stato, come in qualsiasi nazione civile. 
Una situazione che, se possibile, sta addirittura peggiorando, con molti stati repubblicani che hanno adottato il famigerato Stand your Ground, una legge che permette ad un privato di farsi giustizia personalmente anche quando non è direttamente minacciato (non si tratta, dunque di legittima difesa). Di fronte a questo scempio indegno di una democrazia, Obama non ha saputo e voluto dir nulla. Il killer dei bambini del Connecticut era un disadattato di 20 anni, ma tutta la politica americana dovrebbe essere alla sbarra per questo ennesimo crimine. Piangere non basta, o quelle lacrime, da genuine, potrebbero essere scambiate per l'ennesimo gesto di ipocrisia.


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martedì 20 novembre 2012

Fiscal Cliff, l'economia USA sull'orlo del burrone

di Nicola Melloni
da Sbilanciamoci.info

Le cause e le conseguenze del buco di bilancio degli Stati Uniti e delle politiche che si preparano ad affrontarlo. Se l’austerità sbarca in America, la recessione diventa inevitabile
L’inizio del secondo mandato di Obama non sarà certo dei più facili. I Democratici hanno mantenuto il controllo del Senato ma i Repubblicani sono ancora in maggioranza al Congresso e questo vuol dire che, una volta di più, che il Presidente dovrà trovare un compromesso con il Great Old Party per far passare i suoi provvedimenti. Ed il primo test sarà il tanto temuto fiscal cliff.

La politica e il debito in America
Vediamo l’antefatto: un anno e mezzo fa, nell’estate del 2011, il debito americano veniva affossato da Standard&Poor’s che toglieva la tripla A agli Stati Uniti. In effetti i conti macro-economici sembravano, almeno in parte, fuori controllo ed erano diventati terreno di scontro politico. Il problema è che in America il debito ha un tetto determinato per legge e solo una votazione di Congresso e Senato può aumentare lo stock di debito esistente, cosa ben diversa dalla situazione europea (o giapponese, tanto per dire) dove il debito, come ben sappiamo, può crescere ad libitum. Nel passato i legislatori americani avevano alzato il tetto massimo senza particolari problemi, ma durante il primo term di Obama le cose furono ben diverse, con i Repubblicani decisi alla guerra totale contro un presidente che, ai loro occhi, cercava di trasformare l’America in una socialdemocrazia europea[i], soprattutto alla luce del piano sanitario nazionale che era divenuto il provvedimento simbolo della politica di Obama.
E dunque i Repubblicani, travolti dal successo dei Tea Party che avevano dominato le mid-term elections, si fecero portavoci di una intransigenza fiscale mai vista prima di allora. Anche perché negli ultimi 30 anni era proprio stato il partito dei Reagan e dei Bush a dimostrare indisciplina fiscale, soprattutto con i tagli alle tasse, mirati soprattutto alle classi più agiate, accompagnati da una spesa pubblica in continua crescita, soprattutto per guerre (Bush junior) ed armamenti (Reagan). Mentre il debito di Obama era invece frutto di una situazione contingente, la crisi che aveva messo in moto tutti gli ammortizzatori sociali del caso a fronte di una ovvia frenata nelle entrate dovuta alla recessione.

Il fiscal cliff e le sue conseguenze
La situazione nell’estate del 2011 era di stallo. Entrambi gli schieramenti riconoscevano l’importanza di ridurre, almeno in termini relativi, il debito, ma le strade che volevano seguire erano opposte. Dalla parte democratica si volevano cancellare i Bush tax cuts, cioè le esenzioni per i più ricchi, da parte Repubblicana, invece, si chiedevano sostanziali tagli nella spesa sociale. Pressati dalla necessità di votare, in ogni caso, un innalzamento del tetto del debito, pena l’impossibilità per il governo federale di pagare i propri debiti, i contendenti raggiunsero una sorta di accordo di mutua distruzione. A cominciare dal Gennaio 2013 sarebbero entrati in vigore sia i tagli che le tasse maggiori – il tanto temuto burrone fiscale.
Un recente studio di Bank of America – Merrill Lynch quantifica il fiscal cliff come segue:


Fonte: The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.7. www.washingtonpost.com

Ovviamente una manovra di questo genere avrebbe effetti devastanti sull’economia americana, che entrerebbe rapidamente in recessione, e, di conseguenza, su quella mondiale. Le stime dell’effetto cumulativo variano tra 600 e 800 miliardi, con un impatto sul PIL fino al 6% ed una recessione prevista nell’ordine dell’1%.
Nonostante il fiscal cliff sia stato fondamentalmente assente dalla campagna elettorale per le presidenziali americane, la preoccupazione tra gli investitori è salita esponenzialmente negli ultimi mesi, superando addirittura la crisi europea. Molte imprese, infatti, vedranno tagliati i fondi governativi che hanno ricevuto in questi anni. Sanità e difesa saranno i settori più colpiti (quasi il 75% dei tagli saranno rivolti a queste industrie) con un calo diretto di quasi il 10% delle entrate[ii]. Altri settori cruciali, come l’energia e soprattutto l’educazione (con oltre 180 mila bambini che rischiano di perdere l’accesso a programmi come Head Start e Child Care Assistance) soffriranno per i tagli.
Anche lavoratori e consumatori saranno colpiti dal fiscal cliff. In particolare espirerà l’estensione dell’assicurazione per i disoccupati, misura particolarmente penalizzante in una America dove la disoccupazione è ancora quasi all’8% (ed il 40% di questa è di lungo periodo). E le tasse si alzeranno non solo per i ricchi ma anche per la middle class che in America è ormai in continua riduzione. L’incremento fiscale colpirà in assoluto più i ricchi che i poveri – una crescita del 5.8% contro il 3.7%. Ma le tasche dei poveri saranno molto più leggere: il reddito per il 20% più povero si ridurrà del 2% mentre per il 40% più benestante il reddito disponibile calerà di solo lo 0.1%[iii]. Molto semplicemente i risparmi governativi si tradurranno in un minor reddito disponibile per i lavoratori più poveri, affossando l’economia reale.

Crisi e deficit del settore pubblico
Il primo term di Obama ha avuto il merito di rifiutare, seppur non in toto, la logica dell’austerity che sta affondando il Vecchio Continente. La maggior spesa pubblica ha tenuto a galla l’economia americana. In realtà, come dicevamo in precedenza, la maggior spesa pubblica è dovuta soprattutto agli automatic stabilizers ed al ciclo economico. Come spiegato dal capo economista di Nomura, Richard Koo[iv], e ripreso dall’autorevole giornalista del Financial Times, Martin Wolf[v], la crisi ha avuto come prima ed ovvia conseguenza una “balance sheet recession”, cioè le imprese hanno cominciato a vendere assets (de-leveraging) per rientrare delle perdite incorse e per riaggiustare le decisioni di investimento secondo le aspettative modificate dal meltdown finanziario. Ma nel sistema economico tutti i conti devono pareggiarsi (le spese sono uguali al reddito) e un surplus (risparmio) del settore privato viene equilibrato da un deficit del settore pubblico.

Fonte: http://blogs.ft.com

Nella figura soprastante si può notare come la linea blu (il bilancio del settore privato) e rosa (il bilancio del settore pubblico) si muovano sempre in direzione opposta. Ed il settore pubblico è normalmente attore passivo in questi movimenti. Durante i periodi di boom crescono investimenti, profitti ed impiego e, così facendo, anche le tasse. Nei periodi di crisi avviene esattamente l’esatto contrario, muovendo il bilancio del settore pubblico verso il deficit. Il problema quindi è tutto interno al settore privato che ha modificato aspettative e decisioni di investimento. Non a causa della stretta monetaria – il famoso credit crunch – quanto piuttosto perché un mercato in contrazione riduce le opportunità di profitto. Per sconfiggere la recessione non possono dunque bastare politica monetaria e quantitative easing, che possono avere al massimo un effetto palliativo.
Quello che invece ha tenuto in piedi l’economia americana è stata proprio la politica fiscale espansiva – anzi, in maniera ancora più esplicita ed usando la cosiddetta equazione di Kalecki per i profitti possiamo approssimativamente dire che in una situazione di investimenti stagnanti, consumi in picchiata e bilancia commerciale negativa è stato proprio il deficit federale a finanziare i profitti delle imprese private[vi].

La logica perversa dell’austerity
Se il trend è questo – ed è questo, in America come in Europa – allora l’austerity, cioè i risparmi forzati del settore pubblico quando si espandono by default, diventa una politica restrittiva pro-ciclica. Non meglio, anzi, per molti versi peggiore, di una spesa pubblica impazzita anche durante i periodi di boom. In quel caso gli economisti liberali parlano di populismo economico, ma l’austerity ha conseguenze molto simili, spostare l’economia reale dal suo percorso naturale di crescita, e quindi dal suo potenziale. Anche in questo caso è il potere delle lobby a forzare la mano dei governi. Se i liberisti accusano sindacati, lavoratori e partiti di sinistra di stare dietro al populismo, nel caso dell’austerity le forze sociali al lavoro sono la comunità finanziaria e le rating agencies[vii], soprattutto, e partiti di destra che vedono nell’austerity la possibilità di smontare beni e servizi pubblici, diritti sindacali e garanzie ambientali.
Le giustificazioni, economiche, sociali e storiche dell’austerity ammiccano al senso comune ma sono essenzialmente fuorvianti. In materia economica si dice: quando una famiglia ha troppi debiti e poche entrate deve stringere la cinghia. Non occorre aderire alla Modern Monetary Theory per sapere che lo stato non è una famiglia e lo stato le sue entrate le può creare by fiat – cioè può stampare moneta. Lo stato, per definizione, non è un attore economico “normale” perché non può fallire, a meno che non lo voglia. L’esempio del Giappone, in questo caso, è più che istruttivo, con un debito pubblico oltre il 200% del PIL e tassi di interesse comunque molto bassi a testimoniare la fiducia dei mercati.
A livello mediatico-propagandistico le cose non vanno meglio. I temi più ricorrenti sono: “meno stato più mercato” e “non possiamo far pagare i nostri debiti ai nostri nipoti”. Ma sono slogan senza senso. Lo stato che spende, lo abbiamo appena visto, è figlio della crisi e non certo di politiche economiche “socialiste”; e per quanto riguarda il non far pagare i nostri debiti ai nostri nipoti, non si capisce allora perché farlo pagare ai nostri figli. Ma fuor di polemica, i nostri nipoti potranno pagare i nostri debiti con facilità se gli lasceremo una economia in espansione – che in automatico genererà quel surplus dovuto del settore pubblico – mentre continueranno a pagare i nostri debiti se lasceremo loro un’economia artificialmente compressa, con meno opportunità di investimento e lavoro (e non ultimo con meno diritti, costringendoli dunque ad una vita più grama di quella che, nel passato, conducevamo noi).
Ma quel che più conta è che i risultati dell’austerity in Europa sono stati miseri. D’altronde anche l’IMF nell’appena uscito World Economic Outlook rivede criticamente le proprie politiche, spiegando che l’impostazione iniziale su cui erano calcolate le misure di austerity erano erronee poichè si era previsto un moltiplicatore molto più basso di quello che in effetti era – vale a dire che i tagli inducono l’economia in una spirale recessiva molto più ampia di quello inizialmente immaginata[viii].

E quindi il fiscal cliff….
L’impatto del fiscal cliff rischia dunque di essere devastante. Meno entrate e dunque meno profitti per le imprese, minor consumo, peggioramento delle condizioni di vita, nuovo avvitamento dell’economia che porterebbe a minori investimenti. In una parola, recessione. Una scelta di politica economica di questo genere non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti, e un aggiustamento fiscale di questo genere si registrò solo nel 1969-70 (una politica fiscale restrittiva nell’ordine del 3.5%) ma in presenza di una economia in piena espansione e quindi surriscaldata.
Per evitare di cadere nel burrone fiscale Obama propone dunque un Grand Bargain, un grande accordo tra Repubblicani e Democratici. Ma non è semplice.
La destra sembra voler giocare pesante per poter ricattare il presidente. I repubblicani hanno preso di mira i servizi sociali ed in particolare la Social Security, Medicare and Medicaid. Ed allo stesso tempo vogliono salvare i tax cuts di Bush, inclusi, ovviamente, quelli per i più ricchi. E’ un classico leit-motif repubblicano, recentemente supportato da Alesina, Favero e Giavazzi secondo cui un innalzamento delle tasse ha effetti meno recessivi di tagli di spesa[ix].
Ma un accordo su queste basi sarebbe folle e contraddirebbe il responso del voto che ha appena ri-eletto Obama. Innalzare le tasse per le fasce più agiate, dato l’impatto minimo sul reddito disponibile, è sicuramente la strada maestra, senza dimenticare che entro il 2019 i tax cuts e le spese legate alle guerre in Iraq e Afghanistan costituiranno quasi il 50% del debito totale (9 mila miliardi di US$ su 18). Per di più, come mostrato da un recente rapporto del Congressional Research Service non esiste nessuna evidenza storica che tasse minori (soprattutto per i ricchi) accelerino la crescita economica[x].
Gli altri provvedimenti, invece, dovrebbero essere cadenzati nel tempo e legati all’andamento dei conti economici. Ed i tagli di spesa dovrebbero entrare in funzione solamente quando il settore privato registrerà una crescita sostenuta e continuata, cioè quando il de-leveraging sarà finito e ricominceranno spese ed investimenti. Come d’altronde sosteneva già Keynes, “the boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury”.

[i] Un argomento simile è stato recentemente ribadito da Alberto Alesina sulle colonne del Corriere della Sera
[ii]The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.11.
[iii]www.thenation.com
[iv] Koo, R. (2009), The Holy Grail of Macroeconomics: Lessons from Japan's Great Recession, R. Wiley and Sons.
[v]http://blogs.ft.com
[vi] Per una semplice stilizzazione dell’equazione di Kalecki è possibile consultare la figura al seguente sito: www.economonitor.com
[vii] Non a caso Moody’s ha già minacciato un downgrading se non fosse applicata una buona dose di austerity: www.reuters.com
[viii] A questo riguardo vedi anche: http://resistenzainternazionalenmcityoflondo.blogspot.co.uk
http://resistenzainternazionalenmcityoflondo.blogspot.co.uk/2012/11/ancora-sullausterity-e-sui-calcolo.html
[ix] Alesina, A., Favero, G., Giavazzi, F., ,The Output Effect of Fiscal Austerity
[x]http://graphics8.nytimes.com

fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Fiscal-cliff-l-economia-Usa-sull-orlo-del-burrone-15452



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lunedì 12 novembre 2012

Presidenziali USA, ora l'Europa batta un colpo

di Nicola Melloni
da Ombre Rosse

La vittoria bis di Obama è sicuramente una buona notizia, quantomeno guardando a quale sarebbe stata l’alternativa. Una buona notizia per l’America, ma sicuramente anche per il resto del mondo. 
Lo stile di Obama lo conosciamo. Di certo non è un rivoluzionario, è un moderato abituato al compromesso. Questo è spesso un limite in politica interna, ma può essere un vantaggio (per noi) in politica estera. La diplomazia di Obama è stata, per quattro anni, e anche grazie alla Clinton, che ha deciso però ora di ritirarsi, all’insegna dei piccoli passi e del multilateralismo, una decisa sterzata rispetto agli otto anni di Bush. Obama non ama le avventure, tantomeno unilaterali. In Medio-Oriente l’America ha fortemente smussato la sua politica neo-imperiale. La nuova presidenza è stata trascinata nella guerra libica dall’avventurismo militare britannico e francese, e lo ha fatto, con tutta evidenza, controvoglia. In Siria ha temporeggiato, per fortuna.  E ha fatto ben capire a Israele che gli Usa non avrebbero assolutamente assecondato i progetti bellicosi del governo di Gerusalemme, scatenando le ire di Netanyahu, che fino all’ultimo ha sperato nella vittoria di Romney.
Con la Cina i toni sono stati relativamente tranquilli. Pur protestando per la presunta manipolazione della valuta cinese, alla fine i conflitti diplomatici sono stati ridotti al minimo. Stessa cosa si può dire per quel che riguarda la Russia.
In generale quindi si può dire che la prima presidenza di Obama è stata moderata, alla ricerca di partner affidabili ed in grado di prendersi le sue responsabilità su scala globale. In questo senso è stata la presidenza meno “imperialista” dai tempi di Carter. A questo, come detto, ha certo contribuito l’attitudine al compromesso di Obama. Ma senza dubbio esistono dei limiti oggettivi che anche una presidenza più aggressiva avrebbe avuto difficoltà a superare. I limiti sono chiaramente di natura economica. Per quanto l’economia americana sia al momento in una situazione migliore di quella del 2008, non ci sono certo soldi in cassa per continuare a fare i poliziotti del mondo, e questo l’ha capito quasi tutto l’establishment americano. La differenza tra Obama e Romney è che probabilmente quest’ultimo avrebbe preferito una sorta di isolazionismo aggressivo al multilateralismo pacifico del Presidente. La linea Obama è quella del dialogo con gli altri Stati, conscio del fatto che l’America e soprattutto la sua economia hanno al giorno d’oggi bisogno di cooperazione e non di conflitti.
Una presidenza di questo genere sarebbe dunque, sotto molti aspetti, una grande opportunità per l’Europa. Ma per una volta i problemi vengono dal Vecchio Continente più che dall’America. E’ chiaro a tutti che parlare di Europa, nel 2012, è assurdo. Non esiste una politica comune, non esiste un interesse comune che unisca gli Stati della Ue, tutti impegnati nella ricerca del proprio vantaggio privato, capaci solo di piccolo cabotaggio a livello diplomatico.
Obama è conscio del fatto che il Vecchio Continente, per quanto in ginocchio, rappresenta ancora, almeno potenzialmente, un partner in declino ma strategico. Ed il mercato più grande del mondo, almeno per ora. Ma non ha trovato interlocutori all’altezza della situazione. Inoltre le politiche economiche europee vanno in direzione contraria a quelle americane ed il Presidente non ha mancato di far sapere la sua contrarietà all’austerity di marca tedesca che sta affondando l’economia europea ma che rallenta anche la ripresa americana. Mentre Obama spendeva soldi per il suo piano di stimolo economico, che indirettamente favoriva anche le economie europee, a Bruxelles si lanciavano tagli su tagli. E mentre Bernanke iniettava liquidità a non finire nella flebile economia reale americana, Trichet alzava i tassi di interesse, seguito da un Draghi meno conservatore ma interessato quasi solamente a ricapitalizzare le banche.
Invece di coordinare gli sforzi per salvare le economie occidentali, l’Europa ha lasciato gli Usa da soli, preferendo occuparsi delle sue beghe interne, con la Merkel tutta occupata ad affondare la Grecia pur di cercare di vincere le elezioni regionali. E questo in America non l’hanno apprezzato – non a caso l’Europa è stato il grande assente della campagna elettorale Usa.
Ciò nonostante la vittoria di Obama rappresenta ancora una speranza per la Ue. Romney e i Repubblicani si apprestavano a riprendere una linea fiscalmente molto dura che avrebbe seriamente danneggiato l’economia mondiale. Ed ora il fiscal cliff di gennaio rischia di essere una mannaia per l’economia americana. Se tagli e tasse entreranno effettivamente tutti in vigore come per ora programmato a causa del compromesso, assurdo, tra Repubblicani e Democratici, l’America sprofonderà in recessione, trascinandosi dietro l’Europa che a quel punto, nel mezzo di un nuovo panico finanziario, potrebbe davvero esplodere. La speranza è che Obama riesca a convincere un Congresso ancora in mano al Great Old Party che il burrone fiscale sarebbe un suicidio. E questo potrebbe dare ancora un po’ di respiro all’Europa. A patto che lei stessa cominci a prendersi le sue responsabilità.

fonte: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/11/10/28142-finestra-internazionale-presidenziali-usa-ora-leuropa-batta/

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