martedì 5 aprile 2011

Io non mi sento una quota rosa

Di Monica Bedana
Lo scorso 15 marzo è stato approvato in Senato il decreto legge che regolerà in quote la presenza femminile nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in Borsa, di quelle controllate dalle Amministrazioni dello Stato e nei loro rispettivi collegi sindacali. Si tratta di una norma transitoria, valida per tre mandati dei suddetti Consigli di Amministrazione, che sarà introdotta poco a poco, con l'intento di raggiungere nel 2018 quel 30% di donne “in posti di rilievo”. L'Unione Europea preme da tempo per raggiungere l'uguaglianza tra i sessi in ogni campo e se ciò non avviene nel modo spontaneo che sarebbe logico auspicare, allora scatta l'imposizione. E cosí anche l'Italia, dopo varie tribolazioni per condurre in porto l'iter del decreto legge (tribolazioni sfociate in successivi emendamenti, che la dicono lunga sull'entusiamo generale e la coesione con cui si è arrivati all'approvazione del Senato), segue la scia di quei Paesi mirabili come Svezia e Finlandia, in cui più del 25% dei consiglieri d'amministrazione di aziende pubbliche sono donne.

Dovrei essere contenta e non lo sono affatto. Non lo sono perché mi chiedo cos'è successo (o cosa NON E' successo) dal 1957 ad ora, quando l'uguaglianza tra uomini e donne era già , in teoria, uno dei principî fondatori dell'Europa che stava nascendo, del trattato di Roma. E mi chiedo anche dove finisce quel 60% di donne con titolo universitario che vivono (e lavorano, ma non sempre) nell'Unione Europea. Molte in azienda ci entrano, ma solo un 12% fa carriera ed arriva ad occupare posti di responsabilità, perché la discriminazione avviene molto molto prima, è intimamente connessa al nostro tessuto sociale e per quanto la situazione si sia evoluta siamo ancora lontanissimi dall'uguaglianza di base. Solo quando le donne non porteranno più esclusivamente sulle loro spalle il peso dell'organizzazione della famiglia, dei figli, degli anziani e quando la maternità non sarà più vista in azienda come una palla al piede, allora noi donne avremo davvero pari opportunità nell'acceso al mondo del lavoro in generale, non solo alle sue sfere più alte.

La parola d'ordine dovrebbe essere “conciliazione” tra vita familiare e lavorativa e strumenti, misure educative, provvedimenti istituzionali, strutture per attuarla e renderla finalmente realtà, ma anche cambio radicale nell'educazione, nella cultura. L'imperativo delle quote rosa mi crea franco imbarazzo come donna; se ho la stessa (o migliore) preparazione e talento di un uomo, ho diritto ad essere scelta per merito e non imposta per quota. Non a caso i Paesi in cui l'incorporazione della donna in posti di direzione avviene oggi in modo naturale e raggiunge o supera la percentuale di quasi parità, sono quelli del nord Europa in cui si applicano con serietà politiche che favoriscono la conciliazione tra lavoro e famiglia. Più a sud invece, in Spagna per esempio, dove io vivo e dove fin dal 2007 la politica di uguaglianza promossa dal Governo ha sollecitato alle aziende la parità dei sessi nei consigli di amministrazione (l'obiettivo è di raggiungerla nel 2015 con la legge per l'effettiva eguaglianza), è passata soltanto dal 3% al 10% negli ultimi sette anni, un miglioramento piccolissimo. Anche in Spagna la donna è schiacciata dal peso delle responsabilità familiari, le stesse che competono all'uomo ma di cui egli non si occupa che in minima parte; ed è lasciata sola a fronteggiarle, con l'aggravante che negli ultimi due anni la crisi economica mondiale ha falciato i posti di lavoro ed i tagli imposti dalla crisi hanno in parte cancellato gli aiuti previsti per favorire l'inserimento femminile nel mondo del lavoro. Noi donne siamo, paradossalmente, il nucleo duro della società e, al tempo stesso, l'anello più debole nella catena dell'uguaglianza sociale.

Nella questione delle "quote rosa", l'Italia ha, a mio avviso, un peculiare problema aggiunto: essendo un Paese fondato su un sistema clientelare, mi chiedo quali donne occuperanno quella percentuale prestabilita di “poltrone” dei Consigli di Amministrazione di società quotate in Borsa: le amiche degli amici? Le Minetti laureate “col massimo dei voti e di madrelingua inglese”? Le olgettine al completo? O mi dovrebbe tranquillizzare il fatto che l'applicazione del decreto legge “andrà monitorata”?

“Non si nasce donna, si diventa”; lo diceva Simone de Beauvoir. E a che prezzo.