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sabato 30 marzo 2013

Il futuro economico e politico dell'Europa

Il dramma cipriota ha riportato al centro del dibattito politico la crisi europea. Dopo i drammi del 2011 e 2012 legati allo spread, si era pensato - o meglio, fatto pensare - che la crisi fosse sostanzialmente finita o quantomeno meno acuta e pericolosa. E' vero, i tassi di interesse sono scesi e questo è senza dubbio un ottimo segnale per i governi che non rischiano, almeno nel breve periodo, una crisi di liquidità e non sono costretti a pagare interessi eccessivi sul loro debito. Ma la crisi è ben altro. Nel passato, in paesi in via di sviluppo, dopo la crisi si è assistito ad un nuovo impeto nella crescita, la svalutazione rilanciò i settori industriali, alcune delle criticità di fondo furono sistemate. E' il caso della Corea dopo il 1997, ad esempio, ma anche della Malesia ed in parte di Russia, Brasile, Argentina e Turchia. Non è però il caso dell'Europa oggi. A causa delle politiche di austerity l'economia continua ad avvitarsi. L'industria rimane al palo, i consumi calano ed il mercato interno ne soffre. L'euro continua a rimanere forte bloccando le esportazioni. E dunque si cerca di rilanciare la competitività attraverso una svalutazione domestica, riducendo i salari e l'occupazione. Dunque l'Europa sta anche peggio del Giappone che pure con un decennio di crescita stagnante ha mantenuto la disoccupazione sotto controllo dopo lo scoppio della bolla immobiliare. La domanda è quanto potrà resistere l'Europa con una situazione sociale che si fa sempre più incandescente. Con disoccupazione e povertà in continua crescita, per quanto ancora i popoli d'Europa appoggeranno una Unione che sembra scavare la sua stessa fossa?

Europe’s Lost-and-Found Decade


di Barry Eichengreen
da Project Syindicate

Sentiment in European financial markets has turned. For the moment, the possibility of a Greek exit from the eurozone is off the table. If interest-rate spreads on Spanish and Italian government bonds are any guide, bondholders are no longer betting on a eurozone breakup. European stocks even rose in the week following last month’s inconclusive Italian elections.Investors evidently believe that Europe’s leaders will do just enough to hold their monetary union together. But, at the same time, it is unlikely that Europe’s economy will follow the pattern of emerging-market crises and rise, phoenix-like, from the ashes. Rather, the most likely scenario appears to be a Japanese-style lost decade of slow or no growth.
The first obstacle to a “phoenix miracle” is that governments remain in austerity mode. Yes, there are whispers that the pace of fiscal consolidation could be slowed; indeed, France has already been given more time to hit its deficit target. But this looks a lot like Japan, where the fiscal tap was tentatively opened and closed. Japanese consumers knew that increases in public spending were temporary, so they did not change their spending habits, rendering the policy ineffectual.
The European Central Bank, for its part, is reluctant to do anything to jump-start growth. Like the Bank of Japan in the 1990’s, it interprets its mandate narrowly. It remains a noncombatant in the global currency wars. But, with the BOJ joining the US Federal Reserve and the Bank of England in easing monetary policy, there will be upward pressure on the euro. And a strong euro is the last thing that a weak Europe needs.
Tepid US and global growth forecasts are reinforcing these fears. The few countries that have succeeded in growing, despite austerity, have done so by exporting. But, with global growth below trend in 2013, emulating them will be difficult. Likewise, the early-1990’s recession in the US depressed Japan’s exports and helped to initiate its lost decade.
Finally, Europe’s property-market and banking problems heighten the danger of a Japanese scenario. Japan’s banks invested heavily in commercial real estate and were dragged down when the property-market boom of the 1980’s went bust. Spanish banks are similarly exposed to the property sector and have not yet acknowledged their losses, while Europe, much like Japan 20 years ago, has done too little to strengthen its financial system.
Thus, in Europe now, as in Japan then, the pieces are in place for a lost decade: weak banks make for weak government finances, which in turn make for weak growth and even weaker banks, with the absence of monetary and fiscal support leaving no escape from this vicious spiral.
But there is one important difference. Even at its worst, unemployment in Japan rarely exceeded 4%, owing to a combination of early retirement, social programs, work-sharing, and political pressure on large employers. In the eurozone, by contrast, unemployment is running at a socially catastrophic 12% and is continuing to rise. In Spain and Greece, unemployment is approaching 30%, while youth unemployment is nearing a staggering 60%.
This makes the risk of social upheaval in Europe today much greater than it was in Japan two decades ago. We cannot predict when or where, but sooner or later there will be an explosion of protest, whether violent or taking the form of organized support for political parties espousing radically different policies. Either way, Plan A, in which governments do just enough to avert collapse but fail to jump-start growth, will no longer be viable.
The only question is whether disaffected voters will opt for a harmless comedian like Beppe Grillo or a more dangerous proto-fascist candidate to be named later. In the first case, the result will be economic chaos. There will be a falling out between the new populist government and German Chancellor Angela Merkel (and the ECB), creating high uncertainty about what comes next.
In the second case, the new government’s war of words and policies will be waged not just with the German government in Berlin and the ECB in Frankfurt, but also against minority and immigrant groups at home. The economic threat could be the least of Europe’s worries.
European leaders need to address these dangers. If they double down on status quo policies, their reign will eventually give way to an extended period of populist-inspired economic chaos and minority scapegoating. Alternatively, leaders can listen to their critics and adopt a balanced, two-handed approach that applies both supply-side reforms and supportive demand-side measures to the challenge of ending Europe’s malaise.
For better or worse, the fact that the most severe political and social turbulence is yet to come at least means that Europe will be unable to afford the dithering and half-measures that produced Japan’s lost decade. “If something cannot go on forever,” as the economist Herbert Stein famously put it, “it will stop.”


giovedì 17 gennaio 2013

Japanomics

di Nicola Melloni

da Liberazione

Le elezioni in Giappone di qualche settimana fa hanno riportato al governo il partito liberaldemocratico, che aveva governato il paese più a lungo che la Dc qui da noi, con un quasi egual numero di scandali. Dopo una breve pausa nel 2009, coincisa con la vittoria dei Democratici (quasi più timidi del Pd nostrano), il paese è presto ritornato in mano ai vecchi mandarini della politica - in questo caso il nuovo leader è Shinzo Abe, un politico di lungo corso, negazionista dei crimini di guerra giapponesi e nazionalista esasperato. Non proprio, si direbbe, una buona notizia.
Ma dal punto di vista delle politiche economiche, invece, pare che ci siano delle novità interessanti. Abe ha esordito attaccando il sancta sanctorum dell’ortodossia neoliberale, l’indipendenza della Banca Centrale. Il nuovo primo ministro è stato molto chiaro: è ora di finirla con la deflazione che attanaglia il Giappone da due decenni ed è finalmente giunta l’ora di far ripartire la crescita - e con essa, salari e guadagni. Quindi basta con un’inflazione praticamente inesistente, e l’obiettivo di inflazione annuale deve essere raddoppiato (dall’1 al 2%) in termini relativamente brevi, con possibilità di andare più in là nel futuro. Non solo: la politica monetaria deve intervenire per svalutare lo yen (un po’ come fa la Cina…) e rilanciare le esportazioni, da sempre punto di forza dell’industria giapponese.
La politica monetaria, come sappiamo, è però nelle mani della Banca Centrale, la BoJ, che dovrebbe decidere in autonomia. Abe non ha però sentito ragioni: o si fa come dice lui o, forte della netta vittoria elettorale, cambierà la legge che regola il funzionamento della BoJ.
Non contento di questa sterzata inaudita, Abe ha anche lanciato un pacchetto di stimolo fiscale di 10.3 triliardi di yen (87 miliardi di euro). Il tutto, ricordiamolo, con il debito pubblico più alto del mondo, oltre il 200% del Pil. Ci si sarebbe attesi una reazione impaurita dei mercati di fronte a tanto ardire, davanti a politiche economiche così keynesiane, ed invece i tassi di interesse sono subito scesi.
Ed allora tutta questa paura del debito che è il fondamento teorico dell’austerity? Abe, con la sua mossa, ha dimostrato che le teorie economiche sono, nella realtà, ideologie politiche, strumenti nelle mani di qualcuno per fare il proprio interesse. I mercati non temono una ripresa della spesa pubblica in Giappone perché sanno benissimo che la BoJ può stampare quanti yen vuole, e che dunque il debito è sempre e comunque esigibile. In questi anni post-crisi, ad esempio, gli Stati Uniti hanno aumentato notevolmente il loro debito (perdendo, come sappiamo, la tanto famigerata tripla A) ma gli unici pericoli sul fronte economico sono venuti dalla fronda repubblicana e non certo dai mercati che hanno tenuto bassi gli interessi sui buoni del Tesoro americani. E la Federal Reserve ha cospicuamente finanziato il piano Obama, inondando l’economia di liquidità ed evitando un avvitamento recessivo. In Europa, invece, almeno durante il mandato di Trichet, la Bce ha deciso di rimanere sulle sue posizioni di assoluta osservanza montarista, pensando bene di alzare pure i tassi di interesse durante il periodo peggiore della crisi. Un disastro, parzialmente rimediato da Mario Draghi che ha aperto i rubinetti del credito, rimettendo così a posto sia la situazione finanziaria di molte banche, sia la sostenibilità del debito (con lo spread in discesa, merito che Monti ha cercato tartufescamente di intestarsi).
Ma la politica monetaria espansiva da sola non basta, come si evince con chiarezza dando un’occhiata ai risultati macroeconomici degli ultimi anni. La leva monetaria ha ridato liquidità al sistema ma non riesce a far ripartire gli investimenti in un momento in cui le aspettative sono negative e i consumi in calo. Ecco allora che la politica monetaria espansiva ordinata da Abe si andrà a saldare con una politica fiscale che va in direzione opposta all’austerity, con un pacchetto di spesa pubblica per rilanciare investimenti e consumi.
Le ragioni di Abe possono anche essere di mero calcolo elettorale e per rimettere in moto quell’economia legata al patronato politico e alla corruzione, ma i due messaggi che arrivano dal Giappone sono molto chiari. I governi politici non possono più tollerare di non controllare la politica monetaria e dunque l’idea stessa di indipendenza della banca centrale viene finalmente messa in seria discussione. E l’ortodossia monetarista e dell’austerity (ma sarebbe meglio parlare di immiserimento) viene finalmente abbandonata in una grande economia come quella giapponese. Sta arrivando l’ora, finalmente, di girare pagina.

fonte: http://www.liberazione.it/rubrica-file/gia_presente_16081_22_Japanomics.htm


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