Gli ultimi dati sono semplicemente folli. In Grecia i disoccupati sono il 27% della popolazione. In Portogallo nuova impennata, e siamo già al 17.7%. Ma anche in Italia le cose non vanno bene e solo per il 2013 si parla di oltre 600 mila posti di lavoro a rischio. Va ancora peggio per la generazione perduta - manco parlassimo di America Latina negli anni 80: 64.4% di disoccupazione giovanile in Grecia, 57 in Spagna, 38% in Italia e Portogallo.
Insomma, un disastro sociale. Eppure davanti a tutto questo continua il silenzio tombale dei governi, dell'Europa, preoccupati delle "riforme", ma ancora legati a doppio filo alla balzana idee dei conti in ordine proprio quando, invece, si dovrebbe cominciare a spendere, e parecchio, per bloccare la spirale della recessione, per aumentare l'occupazione, per voltare pagina. I numeri, evidentemente, contano solo quando si parla di spread.
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venerdì 10 maggio 2013
sabato 30 marzo 2013
Il futuro economico e politico dell'Europa
Il dramma cipriota ha riportato al centro del dibattito politico la crisi europea. Dopo i drammi del 2011 e 2012 legati allo spread, si era pensato - o meglio, fatto pensare - che la crisi fosse sostanzialmente finita o quantomeno meno acuta e pericolosa. E' vero, i tassi di interesse sono scesi e questo è senza dubbio un ottimo segnale per i governi che non rischiano, almeno nel breve periodo, una crisi di liquidità e non sono costretti a pagare interessi eccessivi sul loro debito. Ma la crisi è ben altro. Nel passato, in paesi in via di sviluppo, dopo la crisi si è assistito ad un nuovo impeto nella crescita, la svalutazione rilanciò i settori industriali, alcune delle criticità di fondo furono sistemate. E' il caso della Corea dopo il 1997, ad esempio, ma anche della Malesia ed in parte di Russia, Brasile, Argentina e Turchia. Non è però il caso dell'Europa oggi. A causa delle politiche di austerity l'economia continua ad avvitarsi. L'industria rimane al palo, i consumi calano ed il mercato interno ne soffre. L'euro continua a rimanere forte bloccando le esportazioni. E dunque si cerca di rilanciare la competitività attraverso una svalutazione domestica, riducendo i salari e l'occupazione. Dunque l'Europa sta anche peggio del Giappone che pure con un decennio di crescita stagnante ha mantenuto la disoccupazione sotto controllo dopo lo scoppio della bolla immobiliare. La domanda è quanto potrà resistere l'Europa con una situazione sociale che si fa sempre più incandescente. Con disoccupazione e povertà in continua crescita, per quanto ancora i popoli d'Europa appoggeranno una Unione che sembra scavare la sua stessa fossa?
Europe’s Lost-and-Found Decade
di Barry Eichengreen
da Project Syindicate
Sentiment in European financial markets has turned. For the moment, the possibility of a Greek exit from the eurozone is off the table. If interest-rate spreads on Spanish and Italian government bonds are any guide, bondholders are no longer betting on a eurozone breakup. European stocks even rose in the week following last month’s inconclusive Italian elections.Investors evidently believe that Europe’s leaders will do just enough to hold their monetary union together. But, at the same time, it is unlikely that Europe’s economy will follow the pattern of emerging-market crises and rise, phoenix-like, from the ashes. Rather, the most likely scenario appears to be a Japanese-style lost decade of slow or no growth.
The first obstacle to a “phoenix miracle” is that governments remain in austerity mode. Yes, there are whispers that the pace of fiscal consolidation could be slowed; indeed, France has already been given more time to hit its deficit target. But this looks a lot like Japan, where the fiscal tap was tentatively opened and closed. Japanese consumers knew that increases in public spending were temporary, so they did not change their spending habits, rendering the policy ineffectual.
The European Central Bank, for its part, is reluctant to do anything to jump-start growth. Like the Bank of Japan in the 1990’s, it interprets its mandate narrowly. It remains a noncombatant in the global currency wars. But, with the BOJ joining the US Federal Reserve and the Bank of England in easing monetary policy, there will be upward pressure on the euro. And a strong euro is the last thing that a weak Europe needs.
Tepid US and global growth forecasts are reinforcing these fears. The few countries that have succeeded in growing, despite austerity, have done so by exporting. But, with global growth below trend in 2013, emulating them will be difficult. Likewise, the early-1990’s recession in the US depressed Japan’s exports and helped to initiate its lost decade.
Finally, Europe’s property-market and banking problems heighten the danger of a Japanese scenario. Japan’s banks invested heavily in commercial real estate and were dragged down when the property-market boom of the 1980’s went bust. Spanish banks are similarly exposed to the property sector and have not yet acknowledged their losses, while Europe, much like Japan 20 years ago, has done too little to strengthen its financial system.
Thus, in Europe now, as in Japan then, the pieces are in place for a lost decade: weak banks make for weak government finances, which in turn make for weak growth and even weaker banks, with the absence of monetary and fiscal support leaving no escape from this vicious spiral.
But there is one important difference. Even at its worst, unemployment in Japan rarely exceeded 4%, owing to a combination of early retirement, social programs, work-sharing, and political pressure on large employers. In the eurozone, by contrast, unemployment is running at a socially catastrophic 12% and is continuing to rise. In Spain and Greece, unemployment is approaching 30%, while youth unemployment is nearing a staggering 60%.
This makes the risk of social upheaval in Europe today much greater than it was in Japan two decades ago. We cannot predict when or where, but sooner or later there will be an explosion of protest, whether violent or taking the form of organized support for political parties espousing radically different policies. Either way, Plan A, in which governments do just enough to avert collapse but fail to jump-start growth, will no longer be viable.
The only question is whether disaffected voters will opt for a harmless comedian like Beppe Grillo or a more dangerous proto-fascist candidate to be named later. In the first case, the result will be economic chaos. There will be a falling out between the new populist government and German Chancellor Angela Merkel (and the ECB), creating high uncertainty about what comes next.
In the second case, the new government’s war of words and policies will be waged not just with the German government in Berlin and the ECB in Frankfurt, but also against minority and immigrant groups at home. The economic threat could be the least of Europe’s worries.
European leaders need to address these dangers. If they double down on status quo policies, their reign will eventually give way to an extended period of populist-inspired economic chaos and minority scapegoating. Alternatively, leaders can listen to their critics and adopt a balanced, two-handed approach that applies both supply-side reforms and supportive demand-side measures to the challenge of ending Europe’s malaise.
For better or worse, the fact that the most severe political and social turbulence is yet to come at least means that Europe will be unable to afford the dithering and half-measures that produced Japan’s lost decade. “If something cannot go on forever,” as the economist Herbert Stein famously put it, “it will stop.”
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domenica 15 maggio 2011
La soglia psicologica dei 5 milioni (di disoccupati)
di Monica Bedana
Alleggeriamo la tristezza dell'argomento con un po' di meseta...il mio angolo preferito del Tormes, vicino a casa
Queste righe le scrivo perché me le ha chieste Simone Giovetti e, come lui ben sa, non riuscirei mai a dirgli di no. Scrivo quindi raccontando come racconterei ad un amico, con parole mie, quello che so e credo di aver capito su come questo Paese, la Spagna, in cui vivo ormai da mezza vita, sia arrivato alla soglia dei cinque milioni di disoccupati ed i segni di ripresa economica, quei “verdi germogli” che spera di veder crescere a breve rigogliosi il Ministro dell'Economia, pare abbiano ancora bisogno di molto fertilizzante, prima di spuntare.
La Spagna non sta affrontando per la prima volta, in tempi moderni, il problema di un' altissima percentuale di disoccupati; già verso la fine dell'ultimo governo di Felipe González, nel 1996, il 22% della popolazione attiva era in cerca di lavoro. Allora però il Paese stava entrando lentamente nella via della modernità dopo quarant'anni di isolamento dovuto alla dittutura franchista. Il cammino si dischiuse completamente con l'entrata della Spagna nell'Unione Europea. Si modernizzò il paese mettendo in atto una pesantissima riconversione industriale; migliorarono l'educazione, la sanità, le infrastrutture, i meccanismi di protezione sociale, ma tutto ciò -vale la pena di ricordarlo- fu a costo di aumentare abbondantemente il debito pubblico e di ricevere dall'Unione Europea quasi la metà di quei fondi di sviluppo destinati alle economie più deboli, che ieri come oggi erano l'Irlanda, il Portogallo e, appunto, la Spagna. Il circolo vizioso era già iniziato quindi nel '92, l'”anno della Spagna”, quando si gridò al miracolo economico per gli apparentemente spettacolari risultati delle Olimpiadi di Barcellona, dell'Expo di Siviglia, dell'AVE tra Madrid e Siviglia, il miglior treno d'Europa per alta velocità.
Modernizzazione e crescita alla velocità della luce, ma lo sviluppo economico era un gigante dai piedi d'argilla.
Sulla sinistra, in fondo, le querce del campo charro, il regno dei maialini neri e dei tori da corrida
Dopo il 1992, è senz'altro il 2007 il secondo anno emblematico per la Spagna moderna; in primavera del 2007 la disoccupazione toccò il minimo storico, secondo le statistiche: solo un 7,9% di persone stava cercando lavoro quella primavera, soltanto 1,7 milioni di disoccupati. Eppure i primi sintomi della crisi economica mondiale erano già nell'aria.
Spiegare come si è giunti, da quella fausta primavera del 2007 ad oggi, con oltre 4,9 milioni di disoccupati, è relativamente facile; difficilissimo invece immaginare o sapere come uscirne (e in questo campo nemmeno oso un abbozzo di teoria, ché mi par già di sentire il professor Melloni che sventola la bandiera del “sangre, sudor y l'agrimas” e ci spinge fuori dall'euro).
Il lasso di tempo in cui si è passati dalla vida loca, l'epoca in cui ottenere denaro in prestito era perfino più facile che sentire Mourinho lamentarsi di qualcosa, è relativamente breve, quattro anni scarsi. Ma lo scoppio della bolla immobiliaria non fu che la punta dell'iceberg di un sistema produttivo che da lustri aveva iniziato a squagliarsi senza che nessuno avesse pensato per tempo a correre ai ripari. In pratica, trovare lavoro era facilissimo, ma si trattava quasi sempre di lavoro poco qualificato e segnato inesorabilmente dalla temporalità.
All'orizzonte, i campi di lenticchie e ceci, famosi prodotti della Armuña, l'angolo di meseta in cui vivo
Durante gli anni d'oro dell'edilizia, tra il 2003 ed il 2007, in Spagna si costruivano circa 700.000 case all'anno; nella famosa primavera del 2007 ben 2,7 milioni di persone, secondo dati dell'EPA (Encuesta de Población Activa) lavoravano nella costruzione; i dati di aprile di quest'anno indicano che in questo settore ora resistono a malapena 1,5 milioni di lavoratori. Insomma, negli anni delle vacche grasse in Spagna, più che in qualsiasi altro Paese dell'Unione Europea, i posti di lavoro che furono creati non necessitavano qualificazione, si trattava di bassa manovalanza che qualsiasi persona avrebbe potuto svolgere, senza bisogno di preparazione specifica; per questo i settori che crebbero a dismisura furono la costruzione de il turismo. Settori che divennero le colonne portanti della nostra economia, oltre ad una eccellente entrata di finanziamenti esterni che ora bisogna pagare. A ciò si aggiunge che qui sono relativamente poche le aziende davvero competitive a livello internazionale (nel mio precedente articolo sulla cementificazione del Veneto ho citato Sacyr Vallehermoso, per esempio). Per essere competitivi bisogna innovare; per innovare bisogna investire nella ricerca, perché l'assenza di ricerca ed innovazione finisce per minare la produttività. Le piccole imprese, ancorate a sistemi di produzione obsoleti, o i gruppetti di muratori che vagavano da una periferia all'altra, dalla costruzione di un condominio all'altro, vivevano della stagionalità, del contratto a termine, pensando che ciò poco importava mentre si continuava a costruire. E cosí nei settori meno specializzati e più legati alla temporalità sono affluiti molti giovani, che hanno abbandonato gli studi tratti in inganno dal miraggio di uno stipendio più o meno fisso (che a sua volta apriva le porte dell'emancipazione perché era facilissimo ottenere dalle banche -e soprattutto dalle casse di risparmio- il mutuo non solo per la casa, ma anche per arredarla da cima a fondo e, già che c'erano, pure per una macchina nuova). E vi sono affluiti gli immigrati, molti legali ma moltissimi clandestini, che ora in parte (una percentuale piccola) ritornano ai loro paesi di origine (prevalentemente il sudamerica) ma nella maggioranza dei casi allungano le code alla Caritas per un piatto di minestra o, nella peggiore delle ipotesi, si rifugiano nella criminalità organizzata.
Ogni tre persone al di sotto dei 25 anni, in Spagna ce n'è una che non trova lavoro. E se non si creano nuove aziende, quelle che solitamente danno spazio ai giovani laureati, si può ben capire come in questo Paese sia cosí tremendamente diffusa la disoccupazione giovanile. La temporalità del lavoro riguarda almeno il 30% dei contratti; se a ciò si unisce la scarsa qualità dell'impiego non stupisce che il connubio tra le prime avvisaglie delle subprime (hipotécas tóxicas in spagnolo, un'espressione molto più realistica e pungente) verso la fine del 2007 ed il fallimento de Lehman Brothers, abbia spazzato via in un soffio un sistema che già scricchiolava da tutte le parti nella sua stessa natura. Non appena il rubinetto del credito si chiuse ed il PIL inizió inevitabilmente a scendere, i primi ad essere rimandati a casa furono i lavoratori con contratto a tempo, quelli meno costosi da liquidare. Poi la crisi era peggiore di quanto si volesse ammettere e mentre Governo e Sindacati non trovavano il modo di giungere ad accordi collettivi di settore per la riduzione dei salari o per cambiamenti che riguardassero gli orari o la mobilità del personale, l'accetta iniziava a tagliare anche i contratti indefiniti. Le aziende piccole chiudevano i battenti, quelle grandi, come Seat o Nissan, due dei casi più discussi del paese, si apprestavano a tirare la cinghia.
I risultati dei tagli praticati “a fin di bene” dal Governo sul settore pubblico e delle varie politiche di rilancio dell'economia e dell'occupazione ancora non si vedono; la speratissima ripresa della crescita, imbrigliata com è dalle esigenze e le costrizioni dell'Unione Europea, se anche dovesse far capolino, sicuramente non sarebbe competitiva.
I Governi di Felipe González instaurarono i contratti-spazzatura, quelli di Aznar gonfiarono la bolla immobiliare; Zapatero ha goduto dei frutti dell'epoca delle vacche grasse migliorando senza dubbio il sociale, ma con poca lungimiranza in quanto allo svecchiamento di buona parte del sistema produttivo del Paese. Ora i sacrifici toccano ai cittadini e probabilmente, come dice il professor Melloni, dovremo rassegnarci tutti ad un lungo periodo di “sangre, sudor y lágrimas”.
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