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domenica 23 dicembre 2012

Il ricatto dei mercati e la grande bugia dello spread

Riproponiamo oggi un articolo uscito su Ombre Rosse appena all'indomani della caduta del governo Monti, quando gia' si vagheggiava di un attacco contro l'Italia dei mercati finanziari. Come si e' visto, l'ennesimo falso ideologico costruito a favore del governo.

di Nicola Melloni

da Ombre Rosse

Cade il governo e ricomincia la solita storia: panico e preoccupazione per la reazione dei mercati. Il solito ricatto che sentiamo da almeno 12 mesi. Non si può fare politica, bisogna semplicemente ubbidire a quello che richiede il mercato, pena la bancarotta.

E dunque, lo scorso weekend è stato tutto un piangersi addosso. Ha iniziato Napolitano che invece di tranquillizzare ha deciso di buttare benzina sul fuoco, con parole torve e minacciose: «I mercati? Vedremo cosa fanno lunedì». E poi han continuato Corriere e Repubblica e tutti gli altri grandi sponsor del governo tecnico: «Comunità internazionale che non capisce e da lunedì ci farà pagare un prezzo assai alto» (De Bortoli), «Le dimissioni di Monti sono arrivate come un fulmine. Non certo un fulmine a ciel sereno perché sereno non è affatto ed anzi è rigonfio di nubi nere e cariche di tempesta….una campagna elettorale con l'insegna del "tanto peggio tanto meglio", con i mercati in agguato e la finanza pubblica a rischio di grave pericolo» (Scalfari). Il messaggio era chiaro: non si può mettere in discussione la linea di politica economica finora adottata.

Lunedì  la Borsa ha aperto in ribasso, lo spread è salito, ed ecco che tutti i giornali titolavano sul grande rischio che correva l’Italia. Intanto Monti ribadiva: «I mercati? Li capisco». E di questo, almeno, nessuno ha mai dubitato. Forse allora avevano avuto ragione l’anno scorso quando ci era stato imposto il governo tecnico, una sorta di male necessario per evitare il peggio.

Ed invece… Mercoledì l’asta dei Bot è stata un successo coi rendimenti in ribasso, nonostante la crisi di governo. E giovedì è intervenuto addirittura Moody’s con una dichiarazione che ha tagliato la testa al toro: «Le turbolenze politiche in Italia hanno conseguenze limitate sull'affidabilità creditizia del Paese». Ma che sorpresa! Allora si può andare a votare senza mettere a rischio la stabilità del Paese, come d’altronde, nel mezzo della crisi, avevano fatto in Spagna, Portogallo, Irlanda e perfino, per ben due volte, in Grecia.

Attenzione però, ci dicono ora. Votare va bene, ma bisogna votare in un certo modo. Non a caso la preoccupazione principale del centrosinistra è quella di rassicurare i mercati e i partner europei (così giorni fa l’Unità ed anche Bersani intervistato dal Wall Street Journal). Che tradotto vuole circa dire, votate, vinciamo, ma la famosa agenda rimane sempre la stessa perché lo vogliono i mercati. E chi la discute è demagogico, populista, irresponsabile.

Ma siamo sicuri che sia proprio così? Chi sono questi mercati e cosa vogliono esattamente? Occorre fare chiarezza. I mercati sono entità astratte, composte da migliaia di operatori. I mercati, in fondo, siamo anche noi quando compriamo un Bot o un CCT. Gli investitori, quelli cioè che hanno messo i soldi, vogliono semplicemente una cosa, che i debiti vengano onorati. Che lo si faccia tassando i ricchi o i poveri, per loro ha poca importanza. Altra cosa, invece, è quella che vogliono i grandi capitalisti (anche se non tutti, per fortuna): loro vogliono meno tasse per i ricchi, libertà di licenziamento, salari bassi. C’è una bella differenza.

Per un anno e più ci hanno detto che l’austerity non si poteva discutere se non si voleva fallire. E che austerity non vuol dire, ad esempio, patrimoniale, ma Iva maggiorata e tagli a sanità e scuola. Ma eran tutte balle. In America, dove non c’è stata austerity, ed il debito è salito, i tassi di interesse sono scesi, non saliti. E recentemente, l’ex vice presidente di Moody’s ha attaccato Monti e Draghi, responsabili dei pessimi risultati dell’Italia. Ed anche un editoriale del Financial Times ha festeggiato le dimissioni di Monti, le cui politiche si sono rivelate inadeguate. Tanto per citare alcune autorevoli voci dei mercati finanziari che non credono in questo tipo di politica economica che arricchisce alcuni ma mette a rischio la tenuta proprio di quei famosi mercati di cui tanto parliamo. Gli investitori, infatti, sarebbero ben più contenti se l’Italia crescesse, perché soltanto con la crescita, e non certo con l’austerity, si possono pagare i debiti.

In realtà in questo anno, sotto il cosiddetto ricatto dello spread, si è approfittato della crisi per scassinare la Costituzione e far passare a tamburo battente le contro-riforme del lavoro e delle pensioni. L’agenda Monti è stata l’agenda del grande capitale che si approfitta di crisi, disastri ed emergenze per imporre politiche altrimenti inaccettabili, come spiegato già qualche tempo fa da Naomi Klein nel suo Shock Doctrine. Ora ci vorrebbero far votare sotto lo stesso ricatto, ripetendo le stesse bugie.

fonte: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/12/15/29354-il-ricatto-dei-mercati-e-la-grande-bugia-dello-spread/


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lunedì 31 ottobre 2011

L'insostenibile inaffidabilità dei mercati
di Nicola Melloni

su "Liberazione"del 30/10/2011

Da quando la crisi è iniziata ed è entrata nella sua fase più acuta, ogni giorno siamo in attesa delle notizie che vengono dai mercati di tutto il mondo. La mattina appena alzati ci sono già le notizie che vengono dall'Asia, alle 9 aspettiamo con trepidazione l'apertura di Milano, che seguirà inevitabilmente il trend asiatico, ma il momento cruciale sarà comunque nel primissimo pomeriggio, quando inizieranno le contrattazioni a Wall Street che determineranno le chiusure in rialzo o i tonfi di giornata delle borse europee. E via che si ricomincia il giorno dopo. Giornate di panico e perdite colossali vengono seguite da incredibili rialzi ed euforia ed uno si potrebbe domandare cosa sia cambiato nel corso di ventiquattr'ore per passare dalla paura all'entusiasmo. Nulla, in effetti.
Ogni giorno ci affidiamo alle notizie che vengono dai mercati finanziari come se fossero un oracolo, se non proprio il giudizio universale pronunciato dalla divinità di questi tempi, il mercato. Come tutte le divinità, naturalmente, gode del dogma dell'infallibilità. Se il mercato così ha deciso, ci sarà una ragione, perchè, ci dicono gli economisti neoliberali, gli investitori sono razionali.

Ovviamente, non è così. Anzi, è l'esatto contrario. Bisognerebbe rileggersi Keynes e ricordarsi degli animal spirits. Gli investitori sono così razionali che agiscono con la logica del branco, se uno compra tutti comprano, se uno vende tutti vendono. D'altronde la storia degli ultimi 20 anni è davanti agli occhi di tutti. Il miracolo delle dot.com a cavallo della fine del secolo scorso sembrava il dischiudersi di una nuova era di ricchezza e benessere. Invece era solo una bolla speculativa. Tutti compravano, anche se non sapevano cosa stavano comprando. E poi tutti a vendere quando la bolla è scoppiata. Ed oggi è la stessa cosa. In preda al panico della crisi si vende a manbassa, a prescindere dal titolo che si possiede, salvo poi ricomprarlo il giorno dopo, a prezzo più basso per fare guadagni in conto capitale. E' la speculazione.

Ed ogni volta che in Tv o sui giornali si parla di speculazione, c'è sempre qualche economista o qualche "esperto" che ci spiega che la speculazione non è nè buona nè cattiva: è semplicemente una forza del mercato con cui fare i conti. Ma non è così. La speculazione non è una forza neutra come non lo sarebbe uno stato che decidesse di chiudere di imperio un'azienda per ragioni politiche, un'eventualità che quegli stessi economisti ed "esperti" considererebbero uno scandalo inaudito. Le borse storicamente esistono per dare la possibilità alle aziende di raccogliere i capitali necessari per gli investimenti. Nelle piazze affari di tutto il mondo gli investimenti dovrebbero valutare le potenzialità delle aziende, i loro piani di investimento, ed accordare loro fiducia nel caso siano convinti dalle prospettive di crescita. La fluttuazione del prezzo dei titoli dovrebbe dipendere dalla capacità delle aziende di generare profitti, cioè di pagare dividendi agli azionisti. Più profitti si fanno, più alto è il prezzo dell'azione.

Ora, è evidente che se i mercati fossero razionali, le imprese migliori crescerebbero in capitalizzazione, mentre quelle peggiori vedrebbero il prezzo delle loro azioni crollare. Ma non è così, lo abbiamo visto con l'esempio delle dot.com, lo intuiamo tutti i giorni quando la crescita del mercato asiatico fa salire il prezzo delle azioni di aziende italiane e quando, cinque ore dopo, l'apertura in calo di Wall Street fa crollare la stessa azione. In sostanza, l'andamento delle borse è ormai largamente slegato da quello dell'economia reale.

Da agosto in avanti, poi, oltre a controllare l'indice delle borse, siamo in costante fibrillazione per i movimenti dello spread, cioè la differenza tra il tasso di interesse italiano e quello tedesco. In questo caso, il giudizio che il mercato dà riguarda con più precisione gli stati e le loro politiche economiche. Se gli investitori non si fidano delle promesse e delle politiche dei governi, li puniscono vendendo titoli di stato. Seppure il mercato dei titoli di stato sia più legato a fondamentali macroeconomici che agli umori degli investitori dall'altra parte dell'oceano, rimane pur tuttavia un arbitro men che affidabile. Non c'è nessuna garanzia che il giudizio dato dai mercati sia corretto, e gli attacchi speculativi contro gli stati sono spesso dominati dai soliti animal spirit e non da aspettative razionali. Il punto è che la speculazione finisce per avere (quasi) sempre ragione ex post, perchè i suoi attacchi determinano una situazione di crisi anche se non ve ne era motivo. Con costi esorbitanti e non necessari.

L'andamento dei mercati finanziari è dunque inaffidabile, ed è assurdo che si continui ad attribuire a questi mercati il potere di giudizio sulle economie (e le politiche) degli Stati. Più che preoccuparsi del giudizio di un arbitro folle, sarebbe forse il caso di preoccuparsi di come metterlo sotto controllo e di limitare i danni della speculazione.

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