Visualizzazione post con etichetta Autore: Nicola Melloni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Autore: Nicola Melloni. Mostra tutti i post

lunedì 19 novembre 2012

Poliziotti e studenti in corteo assieme: Saviano nel paese delle meraviglie

Di Nicola Melloni

Torniamo ancora sulle violenze del 14 Novembre per un breve commento sulle parole di Saviano in un video su Repubblica. Parole di pace e concordia ma che servono veramente a poco se finiscono con l'invito per poliziotti e studenti a manifestare insieme, perchè "mai come in questo momento si è dalla stessa parte". 
Non è così, e non lo può neppure essere. Non perché i poliziotti non possano manifestare, ma perché il poliziotto in divisa rappresenta lo Stato contro cui si protesta. Non è importante cosa pensi lui come persona, qui parliamo del ruolo che svolge. E non solo in Italia, dove le violenze sono selvagge, ma in tutta Europa, anche dove la tutela dell'ordine pubblico è fatta in maniera ben diversa.
Nell'Europa del 2012, ai tempi dell'austerity, la protesta è contro il sistema, sistema di cui i poliziotti, per funzione istituzionale, sono i difensori. Dire che poliziotti e manifestanti sono dalla stessa parte è negare l'esistenza dello scontro, cioè dell'importanza delle manifestazioni e del loro significato politico. Un discorso "buonista" non dissimile da quello della ex-sinistra che vede lavoro e capitale uniti sotto un'unica bandiera, negando cioè la dialettica sociale e politica, negando la natura stessa del nostro sistema economico.
E dunque possiamo stare a parlare per ore ed ore delle violenze di strada, della responsabilità della polizia, dei caschi e degli scudi, dei book block o dei black block. E possiamo parlare di ordine pubblico e gestione della piazza, e dei codici identificativi per gli agenti. Temi importanti, temi seri che andrebbero approfonditi. Ma che esulano dal discorso principale, dalla piazza e dallo sciopero europeo. E questo discorso è la violenza cieca dell'austerity, è la restrizione degli spazi democratici, è uno Stato succube dei mercati in cui i cittadini vengono man mano marginalizzati. Dove dunque dimostranti e poliziotti, cioè lo Stato, non possono, ma vorrei dire, non devono stare dalla stessa parte.



Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

sabato 11 agosto 2012

Resistenza Olimpica - Abebe Bikila



Roma, 1960. Un etiope scalzo domina la maratona e vince la prima medaglia d'oro di sempre per un paese dell'Africa sub-sahariana. Bikila fu aggregato alla nazionale etiope solo all'ultimo momento, rimpiazzando un compagno infortunatosi. Si era allenato a piedi nudi, data la scarsità dei fondi per lo sport in Etiopia. A Roma, in un'altra era, con lo sponsor - la Adidas - con sole poche scarpe a disposizione, Bikila decise di rinunciare alle scarpe e vinse in maniera trionfale. 
25 anni dopo la conquista dell'Etiopia da parte di Mussolini, Bikila affascinava Roma, sprintando sotto il simbolo dell'imperialismo fascista, l'obelisco di Axum rubato proprio all'Etiopia. Bikila divenne il simbolo dei poveri del mondo alla conquista dell'Olimpo




Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

giovedì 26 luglio 2012

A Londra le Olimpiadi iniziano malissimo

Non sono ancora iniziate ufficialmente, ed è già polemica. Le Olimpiadi di Londra sono decisamente partite col piede sbagliato. Non mi riferisco alla gaffe - tipica della disorganizzazione e sciattonaggine inglese - di confondere Corea del Nord e Corea del Sud, che comunque è un errore offensivo ed imperdonabile.
Ma il vero scandalo è la decisione del governo brittanico di non dare il visto per entrare a Londra al presidente bielorusso Lukashenko che è, tra le altre cose, anche il presidente del comitato olimpico di quel paese. Sia chiaro che qui nessuno difende Lukashenko, uno degli ultimi dittatori europei. Ma la decisione inglese non solo viola la tregua olimpica ma è anche un atto ingiustificabile di colonialismo culturale e sportivo.
A Londra passeggiano a piede libero diversi dittatori ben peggiori di Lukashenko. Tutti ricorderanno che Pinochet fu arrestato proprio nella capitale inglese ma su richiesta del giudice spagnolo Garzon e che il governo brittanico fece di tutto per farlo rilasciare, magari dopo un tè con Margaret Thatcher. Inoltre ai vari sceicchi arabi e membri della famiglia reale saudita è data mano libera a Londra, dove custodiscono molti del loro soldi, hanno macchine, appartamenti e squadre di calcio. Ma si sa, se sono amici allora non sono dittatori, ci mancherebbe.
Il punto però è un altro. Londra ha sicuramente diritto di fare la politica dei visti come meglio preferisce, o forse a favore di chi meglio la paga. Ma le Olimpiadi sono un fatto diverso. Le Olimpiadi sono un evento internazionale che Londra ospita, ma non sono un fatto privato inglese. Che venga deciso che un membro di un comitato olimpico di un altro paese non posso partecipare ai giochi è a dir poco raccapricciante.  


Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 4 giugno 2012

Perché l'edificio europeo scricchiola

Di Nicola Melloni

In Europa, la gestione autoritaria e antidemocratica della crisi economica ha generato una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali e continentali
Le elezioni che si sono svolte in vari paesi europei nelle ultime settimane hanno mandato segnali molto precisi seppure, a volte, contrastanti. Un po’ ovunque sono stati puniti i governi in carica, e questa non è una sorpresa – da sempre, quando l’economia è in recessione o stagnante gli elettori tendono a premiare le opposizioni. Come avrebbe detto Clinton: it’s the economy, stupid! E in questa ottica si potrebbero valutare i successi di Hollande in Francia e la batosta della CDU nelle elezioni regionali tedesche.
In realtà, però, sarebbe una spiegazione riduttiva. Non ci troviamo di fronte a un normale ciclo elettorale-economico. La crisi sta sconvolgendo la natura stessa dell’Unione europea e, soprattutto, del contratto sociale che ha governato il continente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Lo stesso Draghi lo ha ribadito a più riprese, sostenendo che il modello sociale europeo era ormai obsoleto[i].
Quel modello però era ed è la base del capitalismo democratico nato dalle ceneri del fascismo e della grande crisi del ’29. Un compromesso tra capitale e lavoro sviluppatosi a seguito di precise dinamiche sociali ed eventi storici che Draghi sembra ignorare. Tra le due grandi guerre del XX secolo, l’instabilità del capitalismo e le politiche liberali contribuirono fortemente alla destabilizzazione delle società occidentali, una situazione ben compresa sia da Roosevelt sia da Keynes quando ri-organizzarono il capitalismo americano e poi quello europeo sulla base di un nuovo patto politico, economico e sociale. L’entrata prepotente delle masse popolari nella storia, a partire soprattutto dalla Rivoluzione d’Ottobre, aveva reso chiaro che non era più possibile continuare a privilegiare a qualunque costo gli interessi economici del capitale.
Il Gold Standard, il sistema monetario internazionale che aveva caratterizzato il boom economico tra Ottocento e Novecento, non solo non era compatibile con l’esistenza degli stati nazionali democratici, ma metteva a rischio la sopravvivenza stessa del capitalismo. Fino a quel momento, la recessione portava a disoccupazione di massa e tensioni sociali, gli squilibri erano aggiustati diminuendo il livello dei salari e le condizioni di vita dei lavoratori. Ma con la rivoluzione alle porte e la reazione che portò alle guerre, i diritti di proprietà dei capitalisti venivano messi a rischio mentre la pauperizzazione dei lavoratori portava a quelle crisi di sovrapproduzione che già Marx aveva ben anticipato. E dunque ecco il compromesso alla base del modello sociale europeo che coniugava capitalismo e democrazia: proprietà privata protetta ma politica economica che puntava alla piena occupazione e comunque con un occhio di riguardo per le dinamiche economiche e sociali interne.
Come ben sappiamo questo modello è andato erodendosi nel corso degli ultimi trent’anni. Passo a passo ha lasciato spazio a una nuova ortodossia, quella del Washington Consensus, basata sui programmi di aggiustamento strutturali del Fondo monetario internazionale, in cui nuovamente la politica interna veniva sospesa per favorire gli interessi del mercato. Era però una realtà lontana da noi, che ci toccava solo dal punto di vista morale e che non capivamo finché non l’abbiamo toccata con mano.
L’avvento dell’Euro, infatti, ha svuotato gli Stati democratici di moltissimi dei loro poteri, dal battere moneta alla gestione indipendente della politica fiscale. Negli anni (relativamente) grassi, questo non è stato un problema, ma lo è diventato ovviamente ora, sulla spinta della crisi finanziaria. Che però, appunto, è diventata crisi di sistema. L’austerity prevede che i cittadini ed i lavoratori non siano più protetti dai loro governi che si devono invece concentrare solo sui conti pubblici – la stessa dinamica che caratterizzò la prima parte del XX secolo.
Le conseguenze politiche, elettorali e sociali di quel periodo sono state variamente studiate nel passato ma stanno ritornando prepotentemente al centro del dibattito accademico. Come noto, la Grande Depressione ebbe tra i suoi effetti più devastanti la crescita esponenziale di movimenti fascisti in quasi tutta Europa, una relazione causale ultimamente provata da Eichengreen e Bromhead[ii]. Studiando i risultati presentati dai due economisti si può sostenere che, nonostante le crisi non portino necessariamente al sovvertimento dei regimi democratici, influiscono però in maniera decisiva nella crescita di movimenti politici anti-sistemici, soprattutto se di estrema destra.
Ma le crisi economiche non sono la sola causa dei problemi della democrazia. Ponticelli e Voth[iii] hanno recentemente studiato la relazione tra austerity e rivolte sociali e scoperto che manifestazioni, scioperi ma anche assassinii politici e tentativi rivoluzionari aumentano esponenzialmente quando i governi tagliano le spese. In breve, la coesione sociale è funzione inversa del livello di spesa pubblica, soprattutto nei periodi di crisi.
Quel che più preoccupa è che, con tutti i distinguo del caso, l’Europa attuale non sembra aver fatto tesoro degli errori del passato[iv]. E le conseguenze, non a caso, ricordano, in sedicesimo per ora, quelle già viste in precedenza. Il dato che più salta all’occhio è la crescente sfiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di rappresentanza.
Se guardiamo i risultati elettorali dell’ultimo mese, appare chiaro che in quasi tutto il Vecchio Continente gli elettori hanno disertato le urne convinti che il loro voto sia ormai inutile e che le democrazie abbiano poco potere nei confronti del mercato. Tra chi invece si è preso la briga di andare a votare, i risultati migliori li hanno presi partiti dichiaratamente ostili al modello di Europa organizzato da Draghi e Merkel. I partiti tradizionali e in particolare quelli pro-austerity sono usciti dalla tornata elettorale semi-distrutti. Il caso eclatante, ovviamente, è quello greco, dove Pasok e Nuova Democrazia raccolgono a stento un terzo dell’elettorato. Ma anche in Italia, il Pdl è sparito ed il Pd vince elettoralmente, ma diminuendo il numero assoluto di voti e politicamente è messo all’angolo in tutti i comuni principali. E pure Sarkozy, Merkel e Cameron sono battuti su tutta la linea.
I vincitori chiaramente cambiano da paese a paese, in linea pure con le diverse situazioni economiche e con i diversi sistemi politici. In Germania e Francia, i paesi tuttora più benestanti, la spuntano partiti socialisti e socialdemocratici molto critici della politica economica europea. Ma i veri trionfatori sono Le Pen da una parte e i Pirati dall’altra. Fenomeni che non possono essere confusi ma che in comune hanno un rigetto profondo della politica “del Palazzo” e una critica radicale del sistema, su basi reazionarie o semi-anarcoidi.
Mentre in Italia la vittoria è chiaramente del Movimento 5 Stelle che basa la sua campagna sul rifiuto totale del sistema dei partiti e su una critica spietata dell’Unione europea e dell’euro, di cui ci si augura addirittura la scomparsa. E intanto nel nostro paese cresce la tensione sociale con attacchi sempre più numerosi ad Equitalia, eretta a simbolo e capro espiatorio di uno Stato non solo assente ma pure opprimente. Movimenti tra loro diversissimi, dunque, ma che attirano la simpatia ed il voto di chi ha perso ormai totalmente fiducia nel sistema istituzionale che così male sta governando l’Europa.
Il caso greco è, ovviamente, un poco diverso. In quel paese l’austerity ha colpito assai più duramente che altrove ed ecco allora che le risposte si fanno più aggressive. L’affermazione di Syriza è la vittoria di un partito di sinistra radicale che non rifiuta l’euro ma non è disposto a sacrificare la Grecia e la sua economia sull’altare della moneta unica. Nel frattempo però si fanno largo pure movimenti neo-nazisti che acquistano forza tra le fasce più disperate ed all’interno di polizia e forze armate.
In generale si può dunque concludere che l’assurda gestione della crisi economica sta portando a un’altra crisi, forse ancora più grave, una crisi di legittimità sia delle istituzioni nazionali, viste come inette ed incapaci, sia di quelle europee, viste come oppressive quando non colonizzanti. La risposta politica data dagli Stati europei al collasso finanziario è stata di sapore autoritario e comunque poco democratico: governi tecnici, memorandum e lettere più o meno segrete. Stati che non sanno più parlare ai propri cittadini, che si preoccupano solo dello spread e delle banche. Ma uno Stato che non si occupa o che non sa occuparsi, poco cambia, dei bisogni dei suoi abitanti è l’anti-tesi della democrazia. E rischia dunque una deriva che potrebbe, molto in fretta divenire poco controllabile.

[i] Non a caso Draghi ha attaccato frontalmente il modello occupazionale europeo in una intervista al Wall Street Journal: http://www.ecb.int/press/key/date/2012/html/sp120224.en.html
[ii] de Bromhead A., E. Eichengreen (2012), Right Wing Political Extremism in the Great Depression, University of Oxford, Discussion Paper in Economic and Social History, 95 (February)
[iii] Ponticelli, J., Voth, H.J., (2011), Austerity and Anarchy: Budget Cuts and Social Unrest in Europe, 1919-2009, CEPR, Discussion Paper Series, 8513.
[iv] Apparentemente le lezioni del passato sono usate solo strumentalmente per fini politici, come la psicosi da iper-inflazione tedesca. Se è vero che l’impennata dei prezzi contribuì alla delegittimazione della Repubblica di Weimar è anche vero che fu la recessione post-29 a portare al potere i nazisti. Ed al momento il rischio in Europa è sicuramente la disoccupazione e non l’inflazione.

Il sito originale dell'articolo, "Sbilanciamoci"

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

mercoledì 15 febbraio 2012

Quel che resta del sogno olimpico
Di Nicola Melloni

E così, in nome del pareggio di bilancio, è svanito anche il sogno a cinque cerchi. Le motivazioni della rinuncia, ad una prima occhiata, sembrano comprensibili. Non ci sono soldi per le pensioni, figuriamoci se ne abbiamo per il baraccone olimpico, che di sicuro soldi non ne produce. Epperò non basta un ragionamento da contabile per guidare un paese e prendere decisioni dirimenti per il futuro. Servirebbe, oltre la serietà, anche una visione, una ispirazione. Quella che i nostri tecnici non hanno, tutti impegnati a mettere a posto i conti di oggi, mentre quel che accadrà domani è di poco interesse. Vediamo invece, punto per punto, perché le Olimpiadi sarebbero state una opportunità cui non si doveva rinunciare. Iniziamo dai benefici e costi a livello economico. 
Non ci sono dubbi che le olimpiadi siano un investimento di rilievo, ed una spesa sicura. Ma gli investimenti, soprattutto pubblici, rappresentano un volano decisivo per la ripresa economica. Olimpiadi voleva dire investimenti, soprattutto nel settore costruzioni, e quindi lavoro e reddito per molti. Proprio quello di cui c’è bisogno. 

Si dirà, sono investimenti inutili, uno spreco di risorse pubbliche. Ma ne siamo proprio sicuri? Roma sarebbe stata di gran lunga la candidata più pronta perché gli impianti sportivi sono già quasi tutti presenti. L’Olimpico è perfettamente funzionale per i Giochi, gli impianti del nuoto sono stati ultimati da poco per i Mondiali. Quindi minori soldi che per altri giochi e nessuna cattedrale nel deserto per il post-Olimpiade. In realtà Roma ha bisogno di interventi strutturali per quanto riguarda la sua agibilità, soprattutto i trasporti: un metrò all’altezza di una grande capitale europea, una rivisitazione totale del piano traffico, corsie preferenziali, congestion charge, etc.. Una vera rivoluzione, anche culturale, che sarebbe stata di gran lunga più facile da far passare (soprattutto nei punti più spinosi, tipo la tassa di ingresso) in cambio del sogno olimpico. Inoltre il villaggio sarebbe potuto essere utilizzato per campus e alloggi studenteschi, o per abitazioni popolari, a favore quindi dei più bisognosi. Niente da fare. 

Ovviamente, e giustamente, quando si parla di soldi pubblici subito si teme lo scandalo, lo spreco. Si sostiene che le previsioni di spese in Italia non sarebbero mai state rispettate, si sarebbero buttati via troppi soldi per incapacità e corruzione. Certo, è possibile. Ma è una scusa risibile. Se così fosse, tanto varrebbe non costruire più strade in Sicilia, o inceneritori in Campania. Incapacità e corruzione si risolvono con un lavoro dettagliato e moderno, non eliminando in nuce l’investimento. 

Ma non solo di conti si vive. Anche una spesa all’apparenza improduttiva può avere un ritorno, anche economico, se ben gestita. L’immagine dell’Italia all’estero è, in questi mesi ed anni, al suo minimo storico, e non è una bella notizia. Per un governo che tanto si preoccupa degli investimenti esteri, sarebbe il caso di considerare l’importanza dell’immagine nelle decisioni di investimento. Un’Olimpiade di successo, in una Roma ripulita, ridisegnata e resa finalmente funzionale, avrebbe dato lustro al nome del Paese tutto, cancellando quella meritata fama di corruzione e incapacità di cui sopra. Una scommessa, certo, ma decisiva per il futuro del paese. 

Stesso discorso vale per il turismo, quello che dovrebbe essere la prima industria nazionale e che viene costantemente snobbato e bistrattato. L’Olimpiade sarebbe potuta essere l’occasione per un concreto piano-turismo, ammodernamento dei servizi, certificazione di qualità delle strutture, impegno concreto per il rilancio dell’immagine della Città eterna. 

Ed infine, le Olimpiadi avrebbero potuto avere un impatto culturale estremamente positivo. Son questi grandi tipi di eventi che aiutano a ricompattare, o addirittura a ricreare, una coscienza ed una memoria collettiva. Sarebbero potute essere le Olimpiadi dell’orgoglio di essere italiani, del riscatto dopo gli anni della vergogna, della ricreazione di un sentimento nazionale che sembra stare tanto a cuore al Capo dello Stato, anche se, pare, solo a parole. I Giochi Olimpici potevano essere l’alba di una nuova Italia, multiculturale, con atleti neri con la maglia azzurra, con bambini di mille etnie finalmente cittadini. Invece saranno solo l’ennesimo rimpianto di quel che poteva essere, e alla fine non è mai. 

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 13 febbraio 2012

Atene in fiamme, l'Europa brucia
Di Nicola Melloni

Immagine da "El País"

Le drammatiche immagini che arrivano da Atene sono chiare: in Grecia la democrazia è finita, il popolo è in rivolta, il paese ha perso il suo diritto all’autodeterminazione. 

Quel che è chiaro è che i deputati chiusi dentro il Parlamento sono diventati lo strumento di oppressione, mentre il popolo che ha circondato il palazzo, ivi compreso quello che messo a fuoco mezza città, è in piazza per lottare per la democrazia. Ormai non esiste più differenza tra manifestanti violenti e manifestanti pacifici, perché gli unici veri black block sono in giacca e cravatta, vengono da Bruxells, Francoforte e Washington e stanno spaccando non solo le vetrine, ma milioni di vite. Il Parlamento ha perso totalmente la sua funzione, non decide ma ratifica decisioni altrui, ed è un insulto alla sua funzione democratica, alla pari di un governo tecnico non votato e che sta decidendo della vita dei greci non sulla base di libere elezioni ma di diktat tedeschi. 

La trojka ha imposto un programma prendere o lasciare, un lungo e dettagliatissimo documento che spiega anche come gestire il gas e decide il livello della spesa farmaceutica. E riduce il paese in miseria. Nessun trattato dà questa libertà d’azione a Commissione e Banca Centrale e che l’austerity imposta dall’estero sia in contrasto con la democrazia non lo diciamo ormai più soltanto noi, ma addirittura anche l'Economist (confermando che Berlusconi ci aveva visto giusto: è un giornale comunista!). L’austerity non ha neppure senso economico, lo abbiamo ripetuto senza tregua in questi mesi, ed ora è sotto gli occhi di tutti. Viene sostenuta soltanto dagli invasori tedeschi, ed imposta con il ricatto. Per sganciare 100 miliardi (a tassi di interesse di mercato), utili soltanto a pagare i creditori internazionali, si chiede, no, si impone, di tagliare salari e pensioni minimi. 

Mentre a Francoforte 1000 miliardi vengono prestati all’1% alle banche, senza nessuna richiesta. Non esiste raffigurazione più ovvia della trasformazione dell’Europa in una oligarchia finanziara post-democratica. Soldi per la finanza, tagli per malati, vecchi, giovani e bambini. La trojka ha dichiarato guerra ad Atene, ma in realtà a tutta la storia democratica del continente. Come nel 1933 un altro Reichstag è in fiamme e presto tutta l’Europa brucerà. 

 Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

giovedì 9 febbraio 2012

¡Qué viva España!
Di Nicola Melloni

Finalmente si torna a parlare di cambiare la legge elettorale. Il porcellum è una legge assurda, una legge truffa infatti, che elargisce un assurdo premio di maggioranza alla coalizione che arriva prima, senza tenere neanche conto del numero attuale di voti presi. Per non parlare del Parlamento di non eletti ma di lacchè, che come tutti i servi son per natura traditori (ed infatti i cambi di casacca si contano ormai a centinaia). Ma anche tornare al mattarellum era una pessima idea (grazie, Corte Costituzionale!). Non solo il precedente sistema aveva creato maggioranze friabili ed instabili come il porcellum, ma come tutti i sistemi maggioritari contiene una sostanziale iniquità nel modello di rappresentanza. Non a caso anche nella patria del Westminster system si è discusso per anni di modificare la legge elettorale e solo le scelte politiche assurde dei LibDem hanno impedito un salutare cambiamento. 

Secondo indiscrezioni giornalistiche, PD e PDL potrebbero trovare un accordo su un sistema simile a quello spagnolo. E’ una bella notizia. In Spagna esiste una legge elettorale proporzionale che invece di stabilire un collegio unico nazionale (come era in Italia fino a inizio anni 90), suddivide l’elettorato in una cinquantina di collegi medio piccoli che eleggono 5-6 deputati ciascuno su base proporzionale. Capiamoci subito, non è un sistema perfetto e può anche essere parecchio ingiusto perché introduce uno sbarramento implicito che è spesso molto alto. Due partiti o coalizione che si attestano verso il 40% ognuna rischiano di prendersi tutti i seggi a disposizione nei piccoli collegi, dove i partiti minori non prendono voti a sufficienza per spartirsi i resti. E’ un modello molto funzionale alla situazione spagnola, premiando i partiti regionali che nei loro collegi prendono abbastanza voti per eleggere deputati e, appunto, punendo i partiti medio piccoli. Non a caso alle ultime elezioni il partito catalano ha eletto più deputati di Izquierda Unida pur avendo raccolto molti meno voti. 

Date queste circostanze è abbastanza ovvio che il sistema spagnolo in Italia possa essere appoggiato da PD e PDL e pure dalla Lega che al Nord riuscirebbe a eleggere molti deputati. Mentre trova l’opposizione di Terzo Polo, Di Pietro e Vendola che rischierebbero di fare la fine di IU. Perché allora appoggiare un tale sistema? Beh, semplice. Una legge elettorale del genere punirebbe fortemente la quantità assurda di partiti e partitini personali, presenti soprattutto a sinistra, che possono avere un medio sostegno di opinione pubblica ma rimangono ancorati e bloccati da veti incrociati, egoismi, manie di protagonismo e ripicche personali. Diversi sondaggi danno una coalizione dei partiti alla sinistra del PD (quelli che, tolta la Lega, si oppongono a Monti) a circa il 20%. Una percentuale del genere permetterebbe di eleggere deputati, ed in numero consistente, nella maggior parte dei collegi elettorali, e permetterebbe alla sinistra una vera forza parlamentare che non ha più dai tempi del PCI. E sicuramente non impedirebbe la formazione di una maggioranza politica in Parlamento col PD, ma, per una volta, con la possibilità di incidere seriamente sulle scelte politiche. Si eviterebbe inoltre una accozzaglia di partiti alleati a prescindere, mentre si favorirebbe il confronto e la mediazione sulla base di scelte e compromessi alla luce del sole, e regolati su rapporti di forza decisi dall’elettorato e non dalle segreterie di partito. 

Certo sarebbe meglio che l’unità a sinistra si ottenesse non per forza ma per amore, ed intelligenza. Purtroppo, con la mediocrità del personale politico che ci rappresenta, possiamo solo sperare in un aiuto esterno per ricompattare un mondo diviso in talmente tanti rivoli da esser ormai divenuto sostanzialmente irrilevante. 

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

martedì 7 febbraio 2012

La fine dell'equivoco
Di Nicola Melloni

Forse ha ragione Micromega quando parla del governo Monti premettendo che rappresenta comunque una boccata d’aria fresca dopo essere stati governati da malfattori per molti anni. Sarà sicuramente così, ma questo non vuol dire che il governo dei tecnici rappresenti una svolta positiva nella politica italiana. Non mi importa qui parlare del modo in cui è avvenuto questo passaggio di poteri, che pure rappresenta un quasi unicum europeo, ma della sostanza politica di Monti, del suo governo e dei suoi tanto sostenitori. A cominciare da Repubblica e da Eugenio Scalfari, forse i più agguerriti oppositori di Berlusconi ed ora i più entusiasti supporter di Monti. Tanto che il fondatore e direttore ad honorem del quotidiano si è lanciato in una forte polemica con Susanna Camusso che invece di aiutare il governo e cedere ad ogni sua richiesta, si mette in mezzo e addirittura si oppone alla de-regolamentazione del mercato del lavoro. E proprio questo è uno dei punti dirimenti, insieme alle pensioni ed alla patrimoniale, su cui valutare l’operato di Monti. Il governo attuale ha fatto una riforma delle pensioni molto dura, fortemente punitiva verso i lavoratori, soprattutto quelli a basso reddito, il tutto sulla base di una grande emergenza nazionale. Ora vanta i risultati raggiunti, l’abbassamento dello spread, come un suo grande successo, e sull’onda di quello vuole aggredire il tema lavoro, liberalizzando il mercato per aumentare la fiducia degli investitori esteri. Ma a parte il fatto che non è certo il grado di tutela del lavoro a bloccare gli investimenti, qualche altro piccolo dettaglio andrebbe aggiunto per spiegare che l’epica montiana si regge su una ben studiata demagogia e mistificazione, assai più fine di quella grossolana del suo predecessore, ma non per questo migliore. 

Per esser chiari, la riforma delle pensioni non ha nulla a che fare con l’abbassamento dello spread. Infatti, dopo l’approvazione della finanziaria la distanza tra i rendimenti dei titoli italiani e quelli tedeschi era salita ai massimi storici. In realtà, dietro l’apparente calma sui mercati finanziari c’è un altro Mario, Draghi e non Monti. La gigantesca iniezione di liquidità data alle banche ha sortito gli effetti voluti, fermando il fuggi fuggi generale dall’area euro e permettendo l’acquisto di titoli “a rischio” che continuano comunque ad essere assai redditizi dato l’accesso al credito all’1% di cui godono le banche. Ed infatti, l’abbassamento dello spread è avvenuto contemporaneamente in Italia ed in Spagna, proprio perché frutto di una azione concertata a livello eurpoeo e che assai poco ha di nazionale – ovviamente a tutto vantaggio dei governi di Monti e Rajoy appena entrati in carica e che godono di meriti non propri. L’emergenza quindi è stata usata e viene usata ad arte per obiettivi prettamente politici, cioè politiche marcatamente di destra, a favore del capitale, soprattutto quello finanziario (basti pensare al fondo di garanzia per le banche, alla mancata regolamentazione sui costi di transazione legati all’utilizzo del denaro elettronico reso obbligatorio per legge, etc. etc.) e fortemente penalizzanti per il lavoro. E mentre i grandi redditi non vengono toccati se non all’acqua di rose, il salario viene aggredito violentemente (IVA, IMU che per i meno abbienti diventa una tassa sul reddito e non sulla ricchezza, ed ora riforma della contrattazione con l’obiettivo di una maggiore flessibilità, che diventerà inevitabilmente precarietà). 

Tutte queste sono politiche fortissimamente di destra, con conseguenze molto più pericolose di quelle adottate dai vari governi Berlusconi che si contraddistinguevano per un disgustoso uso ad personam del Parlamento ma che si sono guardati bene dall’andare allo scontro frontale con il lavoro ed ogni volta che ci hanno provato hanno dovuto battere in ritirata. Il punto è che la figura politica di Berlusconi ha contribuito a creare una nuova categoria politica, l’anti-berlusconismo, ed un gigantesco equivoco, che questo anti-berlusconismo fosse di sinistra. Non lo era, non lo è, ed il governo Monti, di destra, sta aiutando a svelare l’inganno. Non a caso anche un partito timido come il PD si sta rendendo conto del problema ed ormai Bersani ogni giorno tenta di distanziarsi da Monti&C.. La fine di Berlusconi potrà dunque forse portare ad una più classica ricollocazione dei partiti e delle idee attorno alle storiche categorie politiche che in Italia sembravano essere state messe in soffitta dal lungo ventennio berlusconiano. A patto però che si ponga fine, in fretta, ad un governo tecnico che obbliga la sinistra parlamentare a fare il gioco della destra. 


  Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

venerdì 20 gennaio 2012

I guardiani dell'ordine capitalista
Di Nicola Melloni

Il downgrading di Francia, Italia e, più recentemente pure dell'Efsf ha scatenato una ridda di reazioni sdegnate. Sarkozy ha usato parole durissime, Draghi ha spiegato che bisogna imparare a fare a meno delle agenzie di rating e che il loro potere va ridotto. Il commissario agli affari economici Olli Rehn è andato oltre, ed ha addirittura accusato le agenzie di rating di essere al servizio degli Stati Uniti. Tutte cose che a dirle fino a poco tempo fa si era tacciati irremediabilmente di vetero-comunismo e di anti-americanismo ideologico.

Anche Obama la scorsa estate aveva attaccato duramente Standard&Poor's dopo che anche gli Stati Uniti avevano perso la tripla A. Più in generale il ruolo delle agenzie di rating è in discussione quantomeno dall'inizio della crisi finanziaria globale. Quelle che per anni erano state descritte come gli oracoli dei mercati avevano fallito miseramente nel dare un giudizio serio del rischio connesso agli investimenti azionari, basti pensare che fino al giorno prima della bancarotta, Lehman Brothers era valutata come investimento ultra sicuro.

Da allora però, nonostante economisti e politici siano d'accordo sulla necessità di una riforma sostanziale del settore, nulla è stato fatto. Non è sorpredente, considerato che i mercati finanziari nel loro complesso non sono stati toccati ed anzi hanno rinforzato ulteriormente il loro potere ed ogni nuova protesta dei leader occidentali serve solo a dimostrare l'impotenza della politica.

Quando Draghi dice che il giudizio delle agenzie di rating è largamente sopravvalutato ha ovviamente ragione. S&P's, Moody's e Fitch svolgono un lavoro che, nella sostanza, è mediocre ed inutile. Come detto, non sono in grado, e molte volte non vogliono valutare correttamente l'operato di grandi imprese ed istituzioni finanziarie che prendono voti altissimi non meritandoli. Il prezzo delle azioni, in quel caso, schizza in alto, aumentando i capital gains dei grandi investitori – ed i guadagni delle stesse agenzie – fino a che la bolla scoppia, distruggendo i risparmi di tanti piccoli investitori (quelli più grandi nella maggior parte dei casi riescono a trovare una via d'uscita, basti pensare al salvataggio di stato delle banche nel 2007).

Nel caso degli stati, il sistema di rating è ancora più ridicolo, basandosi fondamentalmente su dati parziali, impressioni, interviste. Nella maggior parte dei casi il giudizio delle agenzie è semplicemente una copia carbone di quello già emesso dai movimenti di capitale sul mercato secondario. Il primo downgrading dell'Italia, la scorsa estate, non fu la causa ma più che altro il risultato dell'impennata dello spread contro i titoli tedeschi. E lo stesso si può dire ora per quel che riguarda la Francia. In altri casi, il rating è semplicemente assurdo. Basti pensare che la perdita della tripla A negli Stati Uniti ha portato ad un abbassamento e non ad un innalzamento dei tassi di interesse, come invece ci si sarebbe dovuti attendere. O che il downgrading italiano di due settimane fa è avvenuto immediatamente dopo un asta di titoli pubblici di grande successo. Insomma, i giudizi delle agenzie sono spesso inutili, quando non clamorosamente sbagliati e se il mercato finanziario funzionasse in maniera realmente efficiente la triade del rating sarebbe già abbondantemente sparita.

In realtà S&P's and company, sono strumento essenziale e parte integrante del sistema finanziario internazionale, sono le sentinelle del controllo non solo economico ma soprattutto politico che la comunità finanziaria ha su stati e mercati attorno al globo. Non su tutti, a dire il vero: in Cina, ad esempio, esiste una agenzia di rating autonoma ed il governo cinese, ben protetto dalla sua forza economica, se ne infischia tranquillamente del giudizio dei mercati. Il mondo occidentale, invece, vive come ineluttabile la subalternità della politica alla finanza. Ogni giorno ci vengono chiesti sacrifici in grado di rassicurare gli investitori. Ed allora cosa ha da strillare Olli Rehn? Và in giro per l'Europa ad imporre tagli, austherity e recessione ad uso e consumo del capitale transnazionale, e poi critica le agenzie di rating che fanno lo stesso?

Ci si lamenta del peso sproporzionato del rating, ma questo è inevitabile finchè si permette ai mercati di spadroneggiare, di imporre il proprio volere, di speculare senza timori di sorta – non solo sui conti pubblici, ma anche sull'industria privata, ormai serva della leva finanziaria. Si accusano le agenzie di essere organi politici e non super partes, ma non può essere che così, perchè è il mercato tutto ad essere un luogo essenzialmente politico. E dunque, solo una nuova critica dell'economia politica, nel suo complesso e non nelle sue escrescenze, può indicare una via d'uscita dalla crisi.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

mercoledì 18 gennaio 2012

L'arci-italiano
Di Nicola Melloni

Dopo la tragedia del Giglio il web sembra essersi risvegliato sdegnato dal comportamento di Schettino e solidale con l’operato di De Falco, l’ufficiale che esorta il comandante della nave aritornare a bordo. Repubblica prontamente titola: “E' lui l'Italia vera”. Ah si? Mi permetto qui di dubitarne ed anzi vorrei ribaltare il concetto. Schettino è l’Italia vera, altro che. E’l’emblema di un popolo che ha perso qualsiasi parvenza di coscienza civile, di rispetto per il prossimo, di stima vera in sè stessi.

Schettino è il classico parvenu che fa il gradasso con gli amici. Quanti ne avete visti, quanti ne conoscete di quelli che in autostrada fanno la gara solo per dimostrare di essere dei “fighi”? Di vanagloriarsi della loro ignoranza, nella speranza di farsi ammirare da altri, ancora più ignoranti di loro? Vi pare un caso straordinario in un paese in cui un vecchio pervertito si vanta di quante ragazze giovani e giovanissime si scopa in una notte? Soprattutto in un paese che, largamente, ammira il vecchio pervertito e sotto sotto l’invidia!

Schettino è il solito incivile che se ne strabatte delle regole perchè in fondo che sarà mai un piccolo strappetto, ogni tanto. Basta essere furbi, che male si fa? Tanto lo fanno tutti. E poi, ci mancherebbe, sono le regole a essere stupide. Sono le tasse ad essere troppo alte, non gli evasori ad essere ladri. Sono le file a essere troppo lunghe, non siamo noi a saltarle.

Schettino è il tipico personaggio che non ammette di aver sbagliato neppure davanti all’evidenza. Che trova sempre una scusa anche quando è colpa solo sua. Che colto in fallo dà sempre la colpa agli altri. Che se viene multato se la prende con i vigili. O con la sfortuna. Che insulta l’arbitro quando fischia un rigore, sacrosanto, contro.

Schettino è l’emblema della vigliaccheria. I tanti che scappano dopo un incidente. Ma anche i tantissimi che fingono di non vedere, che tirano dritto. Per paura, e per inciviltà. Che non vedono una donna importunata. Che non vedono le violenze che gli capitano sotto il naso. O che magari, semplicemente, non vedono il commerciante che non gli fa lo scontrino, che commette un reato. Ma che in fondo, per comodità, per vigliaccheria sociale, lasciamo fare.

Pensate davvero che Schettino fosse un’eccezione?


Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 9 gennaio 2012

Populismo distruttivo
Di Nicola Melloni

Il movimento 5 stelle è ormai un fenomeno politico rilevante e merita quindi qualche
considerazione. Alcune delle istanze che porta avanti sono condivisibili e, in qualche maniera, si può
pure capire il rifiuto a stringere alleanze, che potrebbe essere un pungolo importante per i partiti del
centro-sinistra: non ci si può più accontentare del meno peggio. Non starò dunque a stigmatizzare
il movimento per le sconfitte del centrosinistra in Piemonte e Molise, anzi. Nè mi soffermerò sulla
parificazione – invero forzatissima – che Grillo fece tra Moratti e Pisapia.

Epperò il movimento 5 stelle non può convincere e rappresenta, a mio parere, dei voti di protesta
fine a sè stessi e dunque, per definizione, deleteri. Partiamo da cosa manca: non una parola su come
uscire dalla crisi. Non può sorprendere da un partito o movimento che si dichiara post-ideologico.
Senza ideologie, cioè visioni del mondo, è difficile saper dare una chiave di lettura a fatti complessi e
dunque trovare le soluzioni. Non a caso il movimento si presenta agguerritissimo su micro-problemi
(che non vuol dire poco importanti!) in cui spesso un pò di buon senso può bastare per dire cose
condivisibili, dalla TAV all’uso delle biciclette. O alla denuncia degli intrighi del grande capitale.
Ottime idee per prendere voti a livello locale, poco o nulla quando si tratta di risolvere i problemi
nazionali, non parliamo di quelli europei.

Per far fronte a questo problema, Grillo si affida al populismo anche piuttosto becero. Semplifica
a spanne grossi problemi senza apprezzare le sfumature che fanno la sostanza delle cose. Insulta
ed aizza la folla. L’ultimo caso è il linciaggio mediatico del consigliere regionale del movimento in
Emilia-Romagna, additato al pubblico ludibrio solo per aver richiesto un aiuto in favore dell’Unità che
rischia di chiudere. Ma non è certo la prima volta, con Grillo che ha ingiuriato tutti quelli che con lui
avevano fatto un pezzo di strada, da Vendola a De Magistris.

D’altronde Grillo si presenta come un duro e puro, e ci puoi essere amico finchè accetti tutto quello
che dice, senza se e senza ma. Appena sgarri sei fuori, col furore tipico dei movimenti oltranzisti. E
come gli oltranzisti viene fatta di tutta l’erba un fascio. Tipico è il caso del finanziamento pubblico a
giornalie partiti. In entrambi i casi ci sono degli insostenibili scandali: si finanziano giornali inesistenti
come l’Avanti di Lavitola e si continuano a rimborsare le spesi folli delle campagne elettorali. Giusto
intervenire. Ma assai ingiusto dire che dati questi scandali vadano soppressi il fondo per l’editoria e
il rimborso elettorale. A Grillo che tanto critica il capitalismo attuale sembra piacere un pò troppo
il mercato selvaggio. Solo i giornali con molta pubblicità possono stare in edicola, solo i partiti con
finanziatori molto danarosi possono presentarsi alle elezioni. Il modello americano nella sua versione
più selvaggia.

Si rendono davvero conto gli elettori di Grillo che senza soldi pubblici solo i ricchi potrebbero farsi
un partito? E che comunque la sproporzione di mezzi comporterebbe che solo i partiti dei ricchi
avrebbero reali potenzialità di vincere le elezioni? Non sarebbe tanto più semplice fissare per legge
un massimo di spese elettorali (rimborsabili) e costringere tutti i partiti ad adeguarsi? E che dire dei
giornali? Pensa Grillo che solo quelli capaci di farsi un blog per i fatti loro debbano avere la possibilità
di parlare?

Se il discorso è questo – sopravvive solo chi è bravo, come ad esempio il Fatto Quotidiano – perchè
non estendere tale principio ad altri campi. Università private finanziate dalla capacità di attrarre
fondi. Ospedali privati con il pubblico pagante che decide quali sono i migliori. E via dicendo. Invece

la società ha dei costi che vanno finanziati pubblicamente e non possono essere lasciati al mercato.
Sanità ed istruzione sono tra questi, ma certo lo è anche la politica, bene pubblico per eccellenza. La
via di Grillo è semplicemente la via per l’oligarchia.

Infine lo stile, che in politica è anche parte della sostanza. Sorvolerò sulla costante camicia nera
degli inizi, sostituita ora da un più sobrio bianco, o sul grido di battaglia “Italiani!”, assai sinistro per
chiunque conosca un pò di storia. Ma è inevitabile stigmatizzare gli insulti rivolti a mezzo mondo
e comunque a tutti quelli che non sono d’accordo con lo stesso Grillo. Un “vaffanculo” può essere
anche catartico in alcuni momenti, ma non può diventare lo slogan principale di un movimento
democratico. Nel frattempo Grillo rifiuta qualsiasi discussione con gli avversari, preferendo
imperversare nel web senza contraddittorio. Quindi rifiuta interviste e confronti pubblici, affidandosi
solo a monologhi. Dove l’avevamo già visto questo comportamento? Ah, già, ad Arcore. Grillo da
ottimo comunicatore mischia un pò di celodurismo leghista con lo stile da piazzista di Berlusconi,
cioè i due fenomeni mediatici degli ultimi 20 anni. Ma per quanto di successo, rimangono due
modelli profondamente reazionari, basati sulla leadership carismatica e non democratica, sul
settarismo e sul populismo. Non proprio il nuovo che avanza.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

martedì 3 gennaio 2012

Grecia, lo specchio del futuro. Cronaca annunciata di una crisi.
Di Nicola Melloni

L'editoriale del 31 dicembre 2011 da "Liberazione"


In questi ultimi due anni Liberazione ha ostinatamente denunciato gli sbagli, le assurdità ed i crimini perpetrati dall'Unione Europea ai danni della Grecia. Ad ogni vertice europeo si assisteva alla solita sfilata di leader che spiegavano come Atene non fosse un problema, come la situazione fosse sotto controllo, come i piani di salvataggio avrebbero rimesso in piedi il paese senza problemi. Ogni volta abbiamo spiegato quali fossero i veri problemi della Grecia e come gli interventi europei peggiorassero la situazione, invece di risolverla. Prima sembravamo piantagrane e disfattisti, poi, pian piano, anche gli altri giornali se ne sono accorti. In un drammatico crescendo l'Europa è stata sostituita dal direttorio franco-tedesco mentre la crisi raggiungeva prima Irlanda e Portogallo e poi Spagna ed Italia. Nulla però, nella sostanza è cambiato, nonostante l'incontrovertibile evidenza del fallimento dei pacchetti di aiuti targati Ue e Fondo monetario.

L'analisi della crisi greca è stata sbagliata fin da subito. Si è tentato di spiegare che il problema fossero i conti truccati e i numeri sballati. In fondo, si sosteneva, la Grecia ha una economia solida e con un banale riaggiustamento dei conti pubblici si sarebbe ridata fiducia ai mercati e ristabilito un circolo virtuoso di crescita. In realtà i problemi della Grecia erano e sono problemi strutturali dell'area Euro, cui si sono aggiunti i trucchi contabili, per altro avallati sia dalla finanza internazionale che dalla Commissione europea. La Grecia, come tutta l'Europa meridionale soffre di un problema di competitività legato al cambio fisso, ed improbo, della moneta unica. Un cambio che ha avvantaggiato l'Europa del Nord e soprattutto la Germania che continua ad avere esportazioni maggiori ad importazioni solo grazie al mercato unico dove i suoi prodotti spadroneggiano.

La creazione di un mercato "tedesco" era stata "comprata" con l'unificazione monetaria e dunque con l'abbassamento generalizzato dei tassi di interesse. Questo ha permesso al capitale internazionale, soprattutto quello tedesco e francese, di cercare nuove possibilità di investimento nell'area mediterranea dell'euro. Ed ogni paese ha usato questi fondi, chi meglio e chi peggio, la Spagna costruendo infrastrutture, la Grecia aumentando il debito pubblico, l'Italia lasciando che l'evasione fiscale si mangiasse i conti pubblici. Alcune scelte sono state lungimiranti, altre criticabili. Ma non si può sostenere, come si continua invece a fare, che Italia, Grecia o Spagna abbiano vissuto sopra i loro mezzi. L'afflusso di capitali, l'indebitamento pubblico o privato è stato pagato in moneta sonante, con un costante trasferimento di risorse dal Sud verso il Nord Europa - che le rimetteva poi in circolo. In parole povere, questo movimento di capitale finanziario era usato, soprattutto, per finanziare le esportazioni dell'industria tedesca.

Il meccanismo, come già negli Anni '80 con i paesi del Terzo Mondo, è esploso in coincidenza di una crisi finanziaria nata altrove e non legata alle dinamiche del debito europeo. Ha però messo in luce i problemi strutturali legati alla composizione del mercato unico europeo. Ed invece si è cercato di spiegare la crisi con la pigrizia e la "dolce vita" dell'Europa latina. Le soluzioni proposte sono state dunque la logica conseguenza di questa lettura parziale e sbagliata. I paesi in crisi sono stati obbligati a tagli e sacrifici per rilanciare la competitività perduta a causa del cambio fisso europeo.

Quindi licenziamenti di massa ed aumento dell'"esercito industriale di riserva" di marxiana memoria per diminuire il livello dei salari, taglio selvaggio delle spese statali per rassicurare i mercati circa la solvibilità dei paesi con deficit e debito troppo alti. Un classico esempio di ristrutturazione capitalista che però è sia politicamente che economicamente disastrosa. La crisi dell'eurozona non è un fallimento dello stato, ma un fallimento del mercato, a volte mediato da politiche pubbliche disastrose come in Grecia, ma non certo nei casi di Spagna ed Irlanda, per anni osannate dagli economisti liberali come esempio di mercato flessibile ed efficiente. Le politiche pro-cicliche della Ue non colgono dunque l'essenza del problema ed hanno, inevitabilmente, peggiorato la situazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione in Europa è alle stelle, in Spagna oltre il 20%, in Grecia al 17%. Nel paese ellenico, taglio dopo taglio, si è solo accentuata la recessione, presto trasformata in depressione. E quindi a tagli si sono aggiunti tagli, perché le entrate fiscali scendono durante i periodi recessivi mentre le spese aumentano. Un circolo vizioso che sta portando la penisola ellenica verso il baratro. In situazioni "normali" di crisi finanziaria, il collasso dei conti pubblici travolge l'economia reale ma offre anche un salvagente per ripartire, la svalutazione. E' successo in Russia, nel 1998, dove il crollo del rublo ha rilanciato la produzione industriale. E' successo in Corea nel 1997 dove la rovinosa crisi asiatica, e le ancor più rovinose medicine del Fmi sono state superate grazie al rilancio delle esportazioni negli anni immediatamente successivi al collasso finanziario. E' successo pure in Argentina dove, dopo il default, l'economia è ricominciata a crescere ed ha avuto le migliori performance dell'America Latina nell'ultimo decennio.

Questo rilancio è invece impossibile in Grecia, con l'euro che blocca ogni possibilità di svalutazione competitiva. La moneta unica è chiaramente un bene da salvaguardare, ma l'unica maniera per farlo era avviare un giusto risanamento dei conti pubblici basato soprattutto sul rilancio dell'economia reale e sul taglio dei veri privilegi - dalle esenzioni agli armatori all'evasione fiscale di massa della borghesia.
Si è scelto, invece, di affondare il Paese. I mercati finanziari hanno ripetutamente bocciato i piani di salvataggio, valutando, a ragione, la Grecia come tecnicamente fallita. Ed infatti, puntuale, è arrivato l'hair cut sui titoli del debito. I ricchi greci intanto partivano con mazzette di euro in tasca dal Pireo in direzione Berlino e Londra, impauriti dal rischio sempre più reale di una uscita dall'euro, di un blocco dei conti correnti, di una svalutazione rovinosa. I poveri invece hanno dovuto subire il fallimento de facto dello Stato, scuole senza libri e ospedali senza medicine.

Ma le contraddizioni del capitalismo, pur emerse con forza e nettezza quasi inaspettate, non hanno per ora portato ad un cambiamento di paradigma, anzi. Le forze della reazione hanno sgombrato il campo, lavorando incessantemente per trent'anni a livello economico, con la sempre più accentuata marginalizzazione del sindacato, e per vent'anni a livello politico col liberismo di sinistra e la scomparsa della socialdemocrazia classica. Per questo il prezzo della crisi, in Grecia, lo pagano i lavoratori. Per questo la stessa cosa succede in Spagna ed in Irlanda, ma anche in Francia ed in Inghilterra. Per questo il problema della Grecia è anche e soprattutto il nostro. La riorganizzazione capitalista ad Atene è solo lo specchio in cui la nostra immagine, l'immagine dell'intero capitalismo occidentale, viene riflessa.

Una immagine orribilmente deformata ma veritiera che mostra una economia solcata ancora una volta da un divampante conflitto di classe. Politici, giornalisti ed accademici prezzolati continuano la loro incessante guerra mediatica, si parla di conflitto inter-generazionale, di privilegiati contro senza diritti, ma ancora una volta la contrapposizione è quella dei poveri contro i ricchi. Le piazze piene di Atene sono composte da chi ormai non ha nulla da perdere, se non le proprie catene. E così sono le piazze italiane degli studenti senza futuro trasformati non in figli della borghesia arrabbiati, ma in proletari in fieri. Ed identiche sono le piazze spagnole degli indignados a cui sono stati tolti contemporaneamente l'autodeterminazione economica e la rappresentanza politica. Qualcosa, sotto la cenere, si muove e non è un caso che ad Atene, come a Mosca e Santiago, in prima fila ci siano le bandiere rosse.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

venerdì 30 dicembre 2011

Eurocentrismo delle lacrime
Di Nicola Melloni

I giornali occidentali e tra questi in prima fila quelli italiani hanno dato l’ennesima prova di qualunquismo
in occasione della morte di Kim Jong Il, il dittatore Nord coreano. Della Corea del Nord si sa poco, ma non
così poco da giustificare la crassa ignoranza dei nostri media – ignoranza che spesso viene usata come
giustificazione per fare propaganda da bassa macelleria.

Bruce Cummings, uno dei massimi esperti viventi di Corea, aveva già criticato veementemente sulla London
Review of Books di qualche tempo fa (http://www.lrb.co.uk/v27/n24/bruce-cumings/we-look-at-it-and-
see-ourselves) il pressapochismo e la mancanza di analisi serie sul regime di Pyongyang. La situazione non
sembra esser cambiata negli ultimi anni.

Quasi tutte le testate giornalistiche hanno usato la morte di Kim per farsi beffe di un paese intero e del suo
popolo. I pianti isterici dei nordocoreani son stati invariabilmente descritti attraverso due parallele linee
esplicative:

-Il regime costringe la popolazione a manifestazioni pubbliche di contrizione e lutto;
e/o il regime ha creato una cappa culturale insostenibile ed i cittadini son talmente instupiditi da
piangere un dittatore.

- Il sottinteso è che scene di questo genere, nei paesi occidentali, non succedono. I giornalisti ridono beffardi
delle lacrime della gente per quello che viene definito “l’imperatore rosso” (copyright la Repubblica, 29-12-
2011). Ci sarebbe molto da dire sulla reale ideologia nord-coreana, ma Cummings lo fa già brillantemente
nel suo pezzo. Né ho intenzione di difendere o giustificare un regime dittatoriale e che ha clamorosamente
fallito portando una nazione moderatamente sviluppata – fino a 40 anni fa più ricca della Corea del Sud –
nella miseria nera.

Quel che qui importa è la supponenza di certa stampa. Nulla si sa della cultura confuciana e delle tradizioni
dell’Asia, ma le lacrime bastano per dare giudizi impietosi sul sottosviluppo culturale e sull’atmosfera da
grande fratello (orwelliano!!!) che si respira a Pyongyang.

Peccato che le stesse considerazioni si possano tranquillamente estendere ad altri esempi che poco hanno
a che fare con la dittatura comunista. Ai funerali di Giovanni Paolo II hanno partecipato decine di migliaia
di persone e centinaia di migliaia hanno pregato in tutto il mondo per la sua anima. Si dirà, normale per un
leader spirituale – anche se naturalmente nel confucianesimo la differenza tra leader politici e spirituali è
assai sottile.

Nel 2003 diecimila persone hanno partecipato ai funerali di Giovanni Agnelli, ed altre svariate migliaia sono
sfilate nella camera ardente, ed un numero simile ha reso omaggio a Mike Buongiorno. Pure peggio andò
con la morte di Lady Diana, che scatenò una isteria di massa durata per giorni e giorni nel Regno Unito. Sia
chiaro, non c’è nessuna intenzione di mettere sullo stesso piano il papa polacco, Agnelli e Kim Jong Il. Ma
vale la pena di capire come mai, agli occhi di certa stampa, esistono lutti di serie A e di serie B. E soprattutto
di capire perché decine di migliaia di persone si sentano coinvolte in un fatto estremamente privato – ed è
sicuramente più privata la morte di un industriale in pensione che non di un presidente in carica!

Nel caso coreano si dà per scontato il lavaggio del cervello. Siamo sicuri che non sia lo stesso anche dalle
nostre parti?

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

martedì 27 dicembre 2011

Le banche, il credito e la via per uscire dalla crisi
Di Nicola Melloni

Da "Liberazione"

Mercoledì scorso, sotto la minaccia di una recessione che è ormai realtà in Italia e che, grazie anche al patto fiscale voluto dalla Germania, rischia di travolgere tutta l’Europa, la Bce è intervenuta con una immissione di liquidità sul mercato pari a 500 miliardi. Nelle intenzioni di Draghi questa mossa dovrebbe sbloccare il credit crunch, riattivare il credito alle imprese e consentire una maggiore esposizione sul mercato dei titoli pubblici. Immerse di liquidità le banche potranno finalmente fare da volano alla ripresa economica e stabilizzare le economie in crisi.

Purtroppo, queste misure sono insufficienti e partono da una visione distorta del sistema economico. La via scelta per rilanciare l’economia sembra ingegnata soprattutto per favorire la ripresa del settore finanziario che potrà accedere ad una vastissima quantità di risorse ad un prezzo irrisorio. Per capirci, le banche potranno prendere a prestito denaro liquido pagando l’1% di interesse e reinvestirlo in attività senza rischio come i Bund tedeschi, guadagnando il 3-4% senza fare nulla. Ma puntare tutto sull’intermediazione finanziaria rischia di essere controproducente.

Nelle intenzioni della Bce, una parte di questi 500 miliardi dovrebbero essere infatti usati per acquistare titoli di stato, così da rallentare la corsa dello spread, pur mancando la garanzia che le banche comprino bond dei paesi più in difficoltà, come Spagna ed Italia. Soprattutto, rimane inspiegabile perché per sostenere i titoli pubblici si debba passare attraverso il sistema bancario privato, quando la Bce potrebbe intervenire direttamente con la creazione di Eurobond. Ma questa possibilità è esclusa, con la solita scusa che gli Stati devono attuare comportamenti virtuosi per finanziarsi direttamente sul mercato. D’altronde, l’architettura istituzionale europea si basa principalmente sull’indipendenza della Bce, precetto di fede più importante della risoluzione della crisi stessa. Basti pensare alla reazione durissima della Ue contro l’Ungheria che vuole mettere la propria Banca Centrale sotto il controllo del governo. Mentre sulle misure razziste e liberticide del governo di Budapest, le critiche europee sono state assai più contenute, chiarendo una volta di più quali sono le priorità di Bruxells e Francoforte.

Inoltre, nonostante si riconosca che la recessione sia legata alla crisi dell’industria, la UE vieta gli aiuti diretti alle imprese, e dunque nuovamente si passa attraverso il settore finanziario per dare liquidità, senza nessuna garanzia di successo. Il mercato non può essere drogato dall’aiuto diretto dello stato. Ma questo non vale per le banche che possono usufruire di prestiti a tassi agevolati e vengono protette da garanzie pubbliche. Se si intervenisse con aiuti diretti alle imprese, queste si potrebbero finanziare al tasso offerto dalla Bce alle banche, l’1%. Invece, le banche rimetteranno il denaro in circolazione a tassi 4-5 volte superiori sfruttando una rendita di posizione per rimpinguare i propri forzieri a danno dell’industria.

Più in generale, la Bce continua ad usare palliativi, seppur necessari, senza intervenire sui problemi di struttura. L’immissione di liquidità può aiutare a superare un problema provvisorio di fiducia, ma non può essere la soluzione della crisi che ci attanaglia da ormai quattro anni. Sul fronte delle banche, invece di continuare ad inondarle di denaro e protezioni, bisognerebbe mettere mano alla loro struttura istituzionale, che al momento ci costringe a continuare a finanziarle e salvarle, pena il blocco dell’industria ed il fallimento degli Stati.

Sul piano economico, si continua a puntare su soluzioni di puro supply side, riattivare la produzione con il credito bancario, mentre i governi fanno di tutto per deprimere la domanda con tasse e tagli. Il problema è che anche con nuove possibilità di accesso al credito le imprese non avranno interesse ad investire se al contempo non riprende la domanda. Si tratta del la classica critica keynesiana all’incapacità del liberalismo di risolvere le crisi di sovrapproduzione. Se una parte di quei 500 miliardi fossero usati per assumere, aumentare i salari e sostenere il consumo privato, l’industria avrebbe la possibilità di aumentare vendite e profitti, riattivando un ciclo virtuoso di crescita. Purtroppo le soluzione logiche e non ideologiche sembrano non interessare le istituzioni europee.

*******

Questo potrebbe essere l'ultimo editoriale di Nicola per "Liberazione", su cui scrive gratuitamente e che da un anno regala anche a questo blog il suo lavoro. Se "Liberazione" chiude, anche "Resistenza Internazionale" perde in modo diretto qualcosa di importante. Se non hai ancora firmato il nostro appello contro i tagli all'editoria, che condannano a scomparire un centinaio di testate oltre a "Liberazione", sei ancora in tempo per farlo, cliccando QUI.
Monica


Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 28 novembre 2011

L'illusione di aver voltato pagina
Di Nicola Melloni

Da "Liberazione" del 25/11/2011

La caduta di Berlusconi e l’arrivo di Monti è stata largamente celebrata dai media e da larga parte della sinistra parlamentare. Si può certo capire l’entusiasmo generato dalla fine del ventennio berlusconiano. Questo però non può e non deve impedire una analisi equilibrata di quello che sta accadendo.

Naturalmente non vogliamo negare che Monti abbia un profilo più compatibile di quello di Berlusconi con la debole democrazia europea del XXI secolo. Non ha un enorme conflitto d’interessi, non ha pendenze di vario tipo con la giustizia, non ha un comportamento personale da basso impero, non farà, sperabilmente, leggi ad personam. E, di fatti, viene chiamato ai vertici franco-tedeschi da cui Berlusconi era stato escluso. Purtroppo questi cambiamenti, seppur positivi, non possono bastare. Sono cambiamenti di forma, non di sostanza.

Non può certo bastare andare a parlare con Merkel e Sarkozy quando non si hanno carte in mano per giocare la propria partita. L’asse franco-tedesco è in crisi, i due presidenti sono in difficoltà e la presenza di un’Italia ripulita può avere un effetto positivo, apparente, sulla governance europea. Solo apparente, appunto, dato che di risultati concreti non ve n’è neppure l’ombra. Le uniche serie richieste che Monti avrebbe potuto avanzare – il cambiamento della struttura finanziaria europea, la crezione di Euro-bond e la riforma della Bce – erano state esplicitamente rigettate dalla Merkel già prima del vertice. E l’Europa continua ad andare a fondo, con la sfiducia che sta raggiungendo anche le rive del Reno, come dimostrato dal fallimento dell’asta sui titoli tedeschi.

Purtroppo neppure questo sembra scalfire le granitiche certezze della Germania che non ascolta nessuno dei suoi interlocutori, ma continua ad imporre la sua volontà ai partner europei. Monti stesso, ad Agosto, si era ribellato al podestà straniero, ma il suo governo, nato zoppo, non ha la forza politica di riguadagnare la sovranità perduta. Il programma del nuovo esecutivo è quello della lettera di Draghi e Trichet. Revisione delle pensioni, del mercato del lavoro, privatizzazioni. La patrimoniale è ormai finita nel dimenticatoio, sostituita dall’assai più modesta ambizione di re-introdurre l’Ici. Che non è una misura di sinistra! E’ solo una misura di buon senso. Una tassa sulla casa esiste ovunque in Europa. Si parla anche di diminuire le tasse per imprese e lavoratori. Certamente sarebbe un fatto positivo, ma il problema è come si vuole finanziare questo intervento. L’aumento di due punti di Iva, che sembra parte integrante del programma del nuovo governo, sarebbe una misura sbagliata ed iniqua. L’Iva ha un fortissimo effetto depressivo, assai superiore alla tassazione dei patrimoni, colpendo in maniera orizzontale e non progressiva, quindi pesando molto di più sulle tasche dei lavoratori e dei pensionati. E poi, la riforma del mercato del lavoro, col ritorno in auge di Pietro Ichino che, non essendo riuscito ad ottenere l’agognato posto di ministro del Welfare, si agita e si sbraccia per attaccare Fiom e Cgil e per tentare di cancellare la contrattazione nazionale. Continuando a promettere la flexsecurity danese, senza che nessuno dica che in Danimarca le entrate del governo sono il 55% del Pil, mentre in Italia il 46. La verità è che si vogliono togliere le garanzie senza introdurre gli ammortizzatori sociali – «siamo in crisi, non abbiamo risorse, non possiamo permettercerlo per adesso» – dando semplicemente il via all’assalto finale contro il lavoro.

Un programma di destra mascherato e giustificato sotto un doppio compromesso. Compromesso politico in parlamento, tra Pdl e Pd, ribadito da un compromesso sociale, alcuni sacrifici ma in cambio di misure di rilancio della crescita e dell’occupazione. Peccato che i sacrifici – Iva, pensioni, mercato del lavoro – siano tutti sulle spalle dei lavoratori che si dovrebbero di nuovo far carico dei problemi del paese. Mentre la patrimoniale, l’unica vera misura equa (far pagare chi ha di più, non avevano detto così?) ed urgente, verrebbe sacrificata sull’altare della tenuta politica del governo.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 7 novembre 2011

Tutto e subito
Di Nicola Melloni

In tempi di crisi si richiedono decisioni straordinarie, scelte rapide, cambiamenti epocali per risolvere i problemi. E si sostiene che è l'unica maniera per uscire dal tunnel. In fondo è la rivincita del massimalismo, che in Italia viene associato con la sinistra radicale (neanche questa volesse la rivoluzione) ma che in realtà è semplicemente un programma politico che non viene a patti ma vuole tutto (il massimo) e possibilmente subito.

E' la shock therapy di cui avevo parlato qualche tempo fa.

Non contesto il metodo, penso che sia ora di un programma massimalista perchè la crisi richiede interventi rapidi (subito) e di grande portata (tutto). Altrimenti la barca affonda.

Il problema è che sono le sbagliate le ricette proposte. L'Italia ha bisogno di una shock therapy perchè i suoi conti non sono in ordine? No. Il debito è altissimo ma lo è sempre stato da oltre vent'anni. Il panico finanziario è frutto dell'irrazionalità dei mercati, non di una situazione contingente che riguarda l'Italia. Le pensioni devono essere riviste? No, perchè la previdenza ha i conti in ordine ed è l'assistenza a far sballare i conti. Il mercato del lavoro deve essere riformato? No, perchè lo è già stato, perchè i contratti in entrata sono già flessibili
e quindi la nuova riforma flessibilizza solo l'uscita, altro che incentivi ad assumere.

Soprattutto, da un punto di vista macroeconomico, le politiche pubbliche italiane (che sono a mio parere comunque da cambiare) sono più che sostenibili ed il debito è quasi esclusivamente colpa dell'evasione fiscale. Se non ci fosse quella, non saremmo messi così male. Quindi l'intervento andrebbe fatto soprattutto su quello che non funziona.

Ma soprattutto il tutto e subito andrebbe indirizzato alle vere cause della crisi. Subito si dovrebbe intervenire sul sistema finanziario che ha dato inizio a tutto. Subito si dovrebbe dividere le attività di retailing da quelle speculative. Subito bisognerebbe ridurre la dimensione delle banche con nuove leggi anti-trust che eliminino il too big too fail ed il soft budget constraint delle banche. Subito si dovrebbe mettere la Tobin Tax , subito bisognerebbe limitare i movimenti di capitale. Subito soprattutto bisognerebbe cambiare lo statuto della
BCE, impegno per l'occupazione e non solo per l'inflazione, obbligo per la stessa BCE di essere lender of last resort e comprare i bond dei paesi in difficoltà, come fanno tutte le banche centrali del mondo. Subito, soprattutto si dovrebbe fare una Europa politica, in cui a cedere sovranità non sia solo la Grecia che non può fare referendum o l'Italia, la cui politica economica viene decisa all'Euro Tower, ma tutta l'Europa, a cominciare dalla Germania che ha colpe ben maggiori dell'Italia in questa crisi.

Il tutto e subito non lo si può chiedere solo ai popoli. Basta con i piccoli passi, o presto ci ritroveremo con niente.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

mercoledì 2 novembre 2011

Sì, serve una shock therapy. Dalla parte dei popoli
Di Nicola Melloni

Da "Liberazione" del 02/11/2011

Siamo ormai arrivati al redde rationem. Le borse continuano a crollare, lo spread ha raggiunto livelli record. L'Italia è virtualmente nella situazione greca, i tassi di interesse sono schizzati in alto perchè il mercato non crede più che il nostro paese sia in grado di pagare i propri debiti. Come abbiamo detto da tempo, inascoltati, tutti gli interventi e piani di salvataggio europei si sono rivelati risibili, inutili e addirittura dannosi. Si sono richiesti interventi d'urgenza all'Italia ed è arrivata la letterina di Berlusconi, subito apprezzata dalla Commissione. Ed invece le Borse crollano. Si è riempito di miliardi di Euro l'Efsf, con il compito di intervenire sul mercato secondario e comprare titoli dei paesi sotto attacco. E lo spread vola. Si discute di applicare la Tobin Tax e ci si danno 12-18 mesi di tempo per inserirla a livello europeo. Ma la speculazione attacca nelle prossime 12-18 ore.

Nessuno crede all'Italia, nessuno crede all'Europa, governata da leader minuscoli, preoccupati soltanto del loro indice di popolarità. Da un anno e mezzo la crisi si acuisce, giorno dopo giorno, ora dopo ora mentre la leadership italiana e quella europea rimangono immobili sull'orlo del burrone, aspettando l'inevitabile spinta che li butti in fondo al baratro. Ci si muove soltanto dietro le quinte per farsi trovare pronti quando ci sarà da raccogliere i cocci. Licenziamenti liberi, fine della contrattazione nazionale, privatizzazione dei servizi pubblici. E soprattutto esautorazione delle istituzioni democratiche. Il governo viene commissariato dall'Unione Europea e dalla Bce, e l'onda a favore del governo di unità nazionale si fa sempre più pressante. La tesi, mirabilmente espressa da Massimo Cacciari, è che non c'è possibilità di manovra, le scelte vengono imposte dall'alto ed il governo deve semplicemente ratificarle. Tanto varrebbe non votare, si potrebbe aggiungere. Non è certo un caso che l'Unione Europea abbia attaccato frontalmente la decisione della Grecia di indire un referendum sul piano di aiuti e tagli. Vogliamo scherzare? L'economia non è certo materia per la plebe.

Meglio affidarsi a chi ne capisce davvero. Ad esempio, il governo vuole mettere in ordine i conti dello stato permettendo alle imprese private di licenziare. Renzi e la sua banda rilanciano il neo-liberismo invitando un economista di destra come Zingales che predica il mercatismo anglo-sassone. Nessuno, tanto meno Zingales e Renzi, ci spiegano però perchè dovremmo imbracciare quelle stesse ricette economiche che hanno creato la crisi. E queste sarebbero riforme, questo sarebbe il nuovo che avanza. Ovviamente per il post-crisi. Nulla, invece, si ha intenzione di fare per risolvere i problemi dell'oggi, per uscire dalla crisi. Le lacrime e sangue, le necessità impellenti si chiedono contro il lavoro, ma nulla si fa per andare a prendere i soldi dove è possibile trovarli. Si è fatto notare a più riprese che l'Italia come sistema-paese non è in condizioni così drammatiche perchè il risparmio privato è molto alto, mentre sono i conti dello stato ad essere in rosso. Ecco dunque che con una finanziaria d'emergenza si possono reperire risorse con una tassa patrimoniale sul 20% più ricco del paese. Contemporaneamente si dovrebbe re-inserire l'Ici, salvaguardando la prima casa. Per poi ridurre le spese inutili e di casta, come le 19 maserati comprate dal ministero della difesa per i propri generali! Poi tagliare i costi della politica (stipendi, benefits, auto-blu) e non certo quelli della democrazia come invece si tenta di fare eliminando il Fondo per l'editoria. Infine si dovrebbe tassare chi gode di esenzioni scandalose, soprattutto in tempo di crisi, come la Chiesa. O magari introdurre leggi speciali per abbattere l'evasione, non contro le manifestazioni di protesta contro questo stato di cose. Insomma, si tratta di raccontare finalmente la verità, e cioè che non è vero che viviamo sopra i nostri mezzi, ma semplicemente che senza evasione fiscale il nostro debito sarebbe risibile.

Semplicemente, con queste scelte ragionevoli si potrebbe abbattere in maniera consistente il debito, tranquillizzare i mercati, liberare risorse. E tornare in Europa come un paese che indica la via d'uscita dalla crisi, chiedendo poi anche a livello comunitario scelte simili. Una cura drastica, una shock therapy come piace ai liberisti. Solo, per una volta, dalla parte giusta.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 31 ottobre 2011

Come non risanare l'Italia
di Nicola Melloni

su "Liberazione" del 28/10/2011

Di fronte alle inusitate ed inaccettabili pressioni europee, il governo italiano ha risposto con una lettera d'intenti che presenta un manifesto politico ed ideologico neoliberale ed un programma economico inutile e dannoso.
I cardini di questa svolta conservatrice sono la riforma previdenziale e quella del mercato del lavoro. Iniziamo dal primo intervento, l'aumento dell'età pensionabile a 67 anni e 7 mesi a partire dal 2027. I risparmi programmati con tale riforma sono assai pochi e comunque dilazionati nel tempo. Quindi, se l'obiettivo era trovare risorse per mettere in sicurezza i conti, si tratta di una riforma inutile. Pur tralasciando che il regime pensionistico italiano non è certo il più "lassista" d'Europa, i problemi dell'Inps non si risolvono con l'innalzamento dell'età pensionabile, dato che il sistema previdenziale ha i conti sostanzialmente in ordine, mentre è quello assistenziale a creare problemi di sostenibilità. In generale, il problema dell'invecchiamento della popolazione, che pure esiste, non si risolve certo innalzando l'età pensionabile. Il paese invecchia perchè, rubando il futuro ai giovani, disincentiva la natalità e dunque la potenziale espansione del mercato del lavoro. Inoltre, con un mercato del lavoro asfittico, due anni di lavoro in più per i padri vogliono semplicemente dire due anni di lavoro in meno per i figli, che devono aspettare il ritiro della generazione precedente per trovare lavoro. Non solo. Un aumento dell'età pensionabile peggiorerà inevitabilmente la produttività del lavoro. I lavoratori giovani, per mille evidenti ragioni, sono in media assai più produttivi di quelli più anziani, ormai usurati da 30 anni e passa d'impiego.

Si potrebbe obbiettare che il governo ha pensato anche a questo, cercando di rendere più mobile il mercato del lavoro con il licenziamento facile. Un'assurdità. Il mercato del lavoro è già divenuto estremamente flessibile con la deregolamentazione degli ultimi anni. Ma questa flessibilità estrema è divenuta precarietà e mai opportunità. Con dei costi economici e sociali abnormali. Uno lo abbiamo già visto: bassa natalità, figlia del basso reddito. E a ruota, ovviamente, basso consumo. Ma la precarietà ha soprattutto risvolti economici estremamente negativi. Flessibilità e precarietà vogliono soprattutto dire basso livello d'investimento in capitale umano in quanto solo l'azienda che assume a tempo indeterminato un lavoratore ha l'interesse a farlo progredire professionalmente. In questi anni si è insistito molto sulla bassa produttività del lavoro italiano, ma il problema nasce proprio dal ridotto livello degli investimenti, in tecnologia ed in capitale umano, dell'industria italiana. Ora si fornisce un ulteriore disincentivo alle imprese. Con la flessibilità, sostanzialmente, si chiede all'industria italiana di competere sul prezzo e non sulla qualità del prodotto, che è uno dei motivi fondamentali della crisi del nostro paese che risale a ben prima di quella finanziaria. I fautori della riforma sostengono che libertà di licenziare in realtà significa incentivi per assumere (e dunque anche per investire in formazione), ma in questi anni la flessibilità in entrata (che è poi tale anche in uscita, attraverso i contratti precari) si è semplicemente risolta in supersfruttamento e mediocre produttività. Licenziamento per motivi economici, unito alla fine della contrattazione nazionale, vuol dunque sostanzialmente dire licenziamento dei lavoratori che costano troppo e loro sostituzione con quelli a buon mercato. Con il rischio, nemmeno tanto velato, che il problema generazionale venga risolto col licenziamento dei lavoratori più anziani che così non raggiungerebbero più l'età pensionabile inopinatamente innalzata.

Nè, soprattutto, la riforma del mercato del lavoro accenna ad una necessaria ridefinizione del welfare, che in Italia non esiste, a parte la cassa integrazione. Se anche si volesse discutere seriamente di flexsecurity, si dovrebbe necessariamente partire dal reddito fisso per i disoccupati e dall'investimento pubblico (in quel caso) in capitale umano, con lo Stato che dovrebbe garantire l'aggiornamento ed il rinserimento nel mercato del lavoro, a pari salario e mansioni, come avviene nel Nord Europa. Non solo per una ragione di giustizia sociale, ma per evitare il deperimento dello stesso capitale umano e la sfiducia che porterebbe all'uscita definitiva dal mercato del lavoro.


Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

L'insostenibile inaffidabilità dei mercati
di Nicola Melloni

su "Liberazione"del 30/10/2011

Da quando la crisi è iniziata ed è entrata nella sua fase più acuta, ogni giorno siamo in attesa delle notizie che vengono dai mercati di tutto il mondo. La mattina appena alzati ci sono già le notizie che vengono dall'Asia, alle 9 aspettiamo con trepidazione l'apertura di Milano, che seguirà inevitabilmente il trend asiatico, ma il momento cruciale sarà comunque nel primissimo pomeriggio, quando inizieranno le contrattazioni a Wall Street che determineranno le chiusure in rialzo o i tonfi di giornata delle borse europee. E via che si ricomincia il giorno dopo. Giornate di panico e perdite colossali vengono seguite da incredibili rialzi ed euforia ed uno si potrebbe domandare cosa sia cambiato nel corso di ventiquattr'ore per passare dalla paura all'entusiasmo. Nulla, in effetti.
Ogni giorno ci affidiamo alle notizie che vengono dai mercati finanziari come se fossero un oracolo, se non proprio il giudizio universale pronunciato dalla divinità di questi tempi, il mercato. Come tutte le divinità, naturalmente, gode del dogma dell'infallibilità. Se il mercato così ha deciso, ci sarà una ragione, perchè, ci dicono gli economisti neoliberali, gli investitori sono razionali.

Ovviamente, non è così. Anzi, è l'esatto contrario. Bisognerebbe rileggersi Keynes e ricordarsi degli animal spirits. Gli investitori sono così razionali che agiscono con la logica del branco, se uno compra tutti comprano, se uno vende tutti vendono. D'altronde la storia degli ultimi 20 anni è davanti agli occhi di tutti. Il miracolo delle dot.com a cavallo della fine del secolo scorso sembrava il dischiudersi di una nuova era di ricchezza e benessere. Invece era solo una bolla speculativa. Tutti compravano, anche se non sapevano cosa stavano comprando. E poi tutti a vendere quando la bolla è scoppiata. Ed oggi è la stessa cosa. In preda al panico della crisi si vende a manbassa, a prescindere dal titolo che si possiede, salvo poi ricomprarlo il giorno dopo, a prezzo più basso per fare guadagni in conto capitale. E' la speculazione.

Ed ogni volta che in Tv o sui giornali si parla di speculazione, c'è sempre qualche economista o qualche "esperto" che ci spiega che la speculazione non è nè buona nè cattiva: è semplicemente una forza del mercato con cui fare i conti. Ma non è così. La speculazione non è una forza neutra come non lo sarebbe uno stato che decidesse di chiudere di imperio un'azienda per ragioni politiche, un'eventualità che quegli stessi economisti ed "esperti" considererebbero uno scandalo inaudito. Le borse storicamente esistono per dare la possibilità alle aziende di raccogliere i capitali necessari per gli investimenti. Nelle piazze affari di tutto il mondo gli investimenti dovrebbero valutare le potenzialità delle aziende, i loro piani di investimento, ed accordare loro fiducia nel caso siano convinti dalle prospettive di crescita. La fluttuazione del prezzo dei titoli dovrebbe dipendere dalla capacità delle aziende di generare profitti, cioè di pagare dividendi agli azionisti. Più profitti si fanno, più alto è il prezzo dell'azione.

Ora, è evidente che se i mercati fossero razionali, le imprese migliori crescerebbero in capitalizzazione, mentre quelle peggiori vedrebbero il prezzo delle loro azioni crollare. Ma non è così, lo abbiamo visto con l'esempio delle dot.com, lo intuiamo tutti i giorni quando la crescita del mercato asiatico fa salire il prezzo delle azioni di aziende italiane e quando, cinque ore dopo, l'apertura in calo di Wall Street fa crollare la stessa azione. In sostanza, l'andamento delle borse è ormai largamente slegato da quello dell'economia reale.

Da agosto in avanti, poi, oltre a controllare l'indice delle borse, siamo in costante fibrillazione per i movimenti dello spread, cioè la differenza tra il tasso di interesse italiano e quello tedesco. In questo caso, il giudizio che il mercato dà riguarda con più precisione gli stati e le loro politiche economiche. Se gli investitori non si fidano delle promesse e delle politiche dei governi, li puniscono vendendo titoli di stato. Seppure il mercato dei titoli di stato sia più legato a fondamentali macroeconomici che agli umori degli investitori dall'altra parte dell'oceano, rimane pur tuttavia un arbitro men che affidabile. Non c'è nessuna garanzia che il giudizio dato dai mercati sia corretto, e gli attacchi speculativi contro gli stati sono spesso dominati dai soliti animal spirit e non da aspettative razionali. Il punto è che la speculazione finisce per avere (quasi) sempre ragione ex post, perchè i suoi attacchi determinano una situazione di crisi anche se non ve ne era motivo. Con costi esorbitanti e non necessari.

L'andamento dei mercati finanziari è dunque inaffidabile, ed è assurdo che si continui ad attribuire a questi mercati il potere di giudizio sulle economie (e le politiche) degli Stati. Più che preoccuparsi del giudizio di un arbitro folle, sarebbe forse il caso di preoccuparsi di come metterlo sotto controllo e di limitare i danni della speculazione.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete