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mercoledì 20 marzo 2013

Il PD vuole o non vuole cambiare? A Bologna referendum sui finanziamenti alle scuole private


Eccoci qui, alla prova del nove, o dell'otto, se volete. Come i punti del programma post-elezioni di Bersani, che includono anche l'istruzione. Nuovi investimenti, dice. Ma per chi? Scuola pubblica o privata? A Bologna un gruppo di cittadini ha raccolto 13 mila firme per un referendum per togliere i fondi (1 milione all'anno) alle scuole materne private (leggi, cattoliche). Sembrerebbe quasi ovvio: la Costituzione dice scuole private si, ma senza aggravio per le casse pubbliche. Inoltre siamo in crisi, non ci sono soldi, sarebbe dunque il caso di concentrarsi sul servizio pubblico. Invece no. Il PD non ne vuole sapere e attacca pure la consultazione popolare, perche' butta via soldi. Se questa e' la maniera in cui si vuole cambiare, che brutto inizio.
Di seguito un articolo di Wu Ming su Internazionale riguardo la posta in gioco a Bologna.


Bologna e il partito poco democratico


di Wu Ming
da Internazionale

Questa è la storia di Davide contro Golia, Ulisse contro Polifemo, Beowulf contro Grendel. Solo che il finale è ancora da scrivere. È la storia di un gruppo di cittadini bolognesi, di varia provenienza ed età anagrafica, che di fronte al dissesto della scuola pubblica ha deciso di dare un segnale al manovratore. Prima che sia troppo tardi.
Questa è la storia di un comitato che si richiama all’articolo 33 della costituzione, che ha radunato intorno a sé alcune forze politiche minori, pezzi di sindacato, movimenti, associazioni, e ha sfidato l’intero apparato burocratico e politico dell’amministrazione locale, dei grandi partiti, della chiesa.
Un’impresa apparentemente folle, degna di un poema antico, che, comunque andrà a finire, merita di essere cantata.

Proemio
Il Comitato articolo 33 è nato nel 2011, per promuovere la raccolta delle firme necessarie a indire un referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole materne paritarie private.
Il motivo è presto detto: dopo le continue sforbiciate ai finanziamenti per la scuola pubblica da parte degli ultimi governi, il sistema della scuola d’infanzia cittadino inizia a mostrare la corda. Ebbene sì, nella città che ha inventato la scuola a tempo pieno per tutti, si cominciano a vedere i risultati dei tagli di spesa fatti nel corso degli anni. Anni in cui i soldi per la scuola pubblica anche a Bologna si sono fatti sempre più difficili da reperire e quelli per la scuola paritaria privata si sono invece saldamente assestati su un milione di euro all’anno.
Questa differenza di trattamento insiste sul sistema scolastico integrato, varato a metà anni novanta, quando si inclusero alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, consentendo loro l’accesso ai finanziamenti regionali e comunali. Il comune di Bologna stipulò l’accordo con la Fism (Federazione italiana scuole materne… “cattoliche”) garantendole la convenzione per cinquanta classi, che nel corso del tempo sono diventate più di settanta. Erano gli anni dell’Ulivo di Romano Prodi, quelli in cui ex comunisti ed ex democristiani gettavano le premesse del percorso che avrebbe poi portato alla nascita del Partito democratico. Anni di convergenze e do ut des. La scuola fu un banco di prova: nel 2000 il sistema integrato venne recepito su scala nazionale dal governo di centrosinistra (legge 62).
Il tempo è passato e oggi, complice la crisi economica, le contraddizioni di quel modello esplodono. Se ne accorgono i genitori bolognesi che oltre a vedere la scuola pubblica sempre più in affanno, rischiano di trovarsi con i figli a spasso.
Proprio così, i posti alla scuola materna pubblica scarseggiano. Quest’anno si è rischiato che rimanessero fuori quasi quattrocento bambini e bambine, e il comune ha dovuto gestire in emergenza quella che dovrebbe essere ordinaria amministrazione: mandare a scuola tutti i bambini, appunto. Pare infatti che gli sforbiciatori non abbiano tenuto conto dell’incremento demografico, che pure c’è, ed è anche costante.
In base al modello integrato, le scuole paritarie private avrebbero potuto assorbire gli esuberi, sennonché alla prova dei fatti ci si è accorti che non sono scuole per tutti. La stragrande maggioranza di questi istituti ha un’impostazione confessionale e rette non indifferenti per le tasche sempre più vuote dei cittadini (la media è tra i 200 e i 300 euro mensili). Che scelta avrebbero i genitori non cattolici e quelli meno abbienti?
Giunti in questo cul-de-sac, la domanda che si sono posti i cittadini riuniti nel Comitato articolo 33 è semplice: in tempi di crisi economica, in una società sempre più multireligiosa e multiculturale, mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private paritarie? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi comunali alla scuola gratuita, laica, pluralista, aperta a tutti, che ne ha un gran bisogno?
A giudicare dalle reazioni scomposte degli amministratori, pare che a Bologna questa sia una domanda irricevibile, addirittura impronunciabile. Come mettere in discussione un assioma matematico o una verità di fede. O, più prosaicamente, come toccare un dente cariato che duole.
Canto primo: ante elezioni
Sarebbero bastate novemila firme. Il Comitato articolo 33 ne ha raccolte tredicimila, consegnate in comune alla fine dell’anno scorso. Il referendum dunque si farà: il 26 maggio.
Questo ha aperto una faglia in città, che attraversa le forze politiche, i sindacati, le associazioni, la maggioranza consiliare.
Contro il referendum si sono schierati da subito la giunta comunale, il Pd, i partiti di centrodestra, la curia, Cl e altre associazioni cattoliche, la Fism.
Favorevoli al referendum, da subito: i consiglieri dei partiti minori di maggioranza (Sel e Idv) e tutti i partiti della sinistra radicale; il Movimento 5 stelle; i sindacati di base e alcune categorie della Cgil (Fiom e Flc); le chiese protestanti; diverse associazioni di genitori, insegnanti, precari della scuola.
I vertici sindacali hanno oscillato tra l’avversità manifesta per il referendum (Cisl) e lo scetticismo sulla sua opportunità (Cgil).
I contrari al referendum si appellano alla sorte dei 1.736 scolari delle paritarie private, sostenendo che sarebbero a rischio, qualora si dovessero togliere alle scuole parificate i fondi comunali. Queste infatti si vedrebbero costrette ad aumentare le rette e tutti coloro che non potessero permettersele dovrebbero essere riassorbiti nel sistema scolastico pubblico, con ulteriore aggravio per le casse comunali. Insomma se il referendum fosse vinto da chi vuole reindirizzare tutti i fondi comunali sulla scuola pubblica, il problema sarebbe aggravato anziché risolto.
Questa argomentazione è il cardine del fronte del no, ed è molto interessante, perché si basa su due false premesse e mette in luce un paradosso cruciale.
La prima premessa falsa è che si assume il referendum come abrogativo, quando invece è consultivo. I referendum consultivi servono a indirizzare le politiche pubbliche su determinate questioni: si tratta di avviare un percorso che porti come risultato finale al disimpegno del comune dal finanziamento alle scuole private, non certo dalla sera alla mattina.
La seconda premessa falsa è che si dà per scontato che, perso il milione di euro erogato dal comune, le scuole paritarie private non troverebbero altre fonti di finanziamento e che sarebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da produrre un esodo di massa verso la scuola pubblica. Anche questo non è dimostrato, non ci sono studi prospettici, indagini in questo senso. Ma l’argomento serve a creare panico.
Infine il paradosso che inquadra precisamente il problema. I difensori del modello integrato si ritrovano ad affermare che senza finanziare le scuole paritarie private – confessionali e a pagamento – non si potrebbe più garantire la scuola a tutti. Questo argomento svela precisamente la minaccia costituita dalla “sussidiarietà”, interpretata non già in senso verticale – lasciare spazio all’autonomia locale rispetto all’onnipresenza dello stato centrale, ogniqualvolta sia possibile – ma in senso orizzontale – ovvero rimpiazzare il servizio pubblico con quello fornito dal privato ogniqualvolta sia possibile. Il risultato è questo: trovarsi costretti a finanziare sempre più il privato per garantire il diritto all’istruzione, in un meccanismo perverso e canceroso che porta il privato a mangiarsi progressivamente il servizio pubblico dall’interno, invece di competere con esso dall’esterno. Il punto d’arrivo di questa logica l’abbiamo sotto gli occhi: le scuole pubbliche sovraffollate e in difficoltà, e i genitori costretti a scegliere tra mandare i figli alle scuole confessionali a pagamento o tenerli a casa.
Tuttavia pare che l’unica cosa che conti per gli amministratori sia risparmiare denaro. E finché la barca va, lasciala andare… Ma capita che ogni tanto la storia presenti il conto. Proprio non se l’aspettavano che tra la cosiddetta base, tra i bolognesi, il referendum trovasse tanto consenso, come non si aspettavano l’esito elettorale del 24 e 25 febbraio. Lo shock di non ritrovarsi primo partito del paese ha d’un tratto fatto evaporare tutta la spocchia e l’arroganza con cui i notabili cittadini avevano appellato il Comitato referendario fino a quel momento.
Il giorno dopo, i toni erano molto diversi.
Secondo canto: post elezioni
The day after… Qualche consigliere e neoeletto deputato del Pd, e perfino il segretario locale, hanno iniziato a suggerire una linea più dialogante sul referendum. Devono essersi accorti che quella che avevano considerato una fastidiosa perdita di tempo e denaro – la cittadinanza che si esprime su una scelta d’indirizzo – potrebbe anche diventare una rogna seria.
Come se non fosse bastata la sorpresa delle urne, il Comitato articolo 33 ha incassato l’adesione di Stefano Rodotà, il quale ha ricordato che “quando ci sono difficoltà economiche bisogna prima di tutto garantire le risorse per le scuole statali”.
Il capogruppo del Pd in regione ha proposto una exit strategy per l’amministrazione: eludere il risultato del referendum. Ha dichiarato che “per la politica e gli amministratori l’unico referendum che abbia un riscontro sono le urne, è il voto” e, siccome il sindaco Merola è stato eletto dalla maggioranza assoluta degli elettori e quegli elettori “hanno votato un programma”, adesso il sindaco ha il diritto di… tirare diritto.
Davvero un’argomentazione bislacca per l’esponente di un partito che si definisce democratico. Come se per vent’anni gli elettori del centrosinistra non avessero votato sotto il ricatto morale dell’egemonia berlusconiana, inghiottendo rospi su rospi, mentre si inseguiva il fantomatico centro. Una stagione che si è conclusa nell’abbraccio mortale con Mario Monti. Come se votare un candidato significasse appoggiare ogni singolo punto del suo programma, senza possibilità di suggerirgli parziali cambiamenti di rotta su questioni specifiche. Fa notare in un comunicato l’Assemblea genitori e insegnanti delle scuole di Bologna e provincia: “Sarebbe come dire che il referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone non ha alcun valore perché solo due anni prima Berlusconi aveva vinto le elezioni e di certo nel suo programma non c’era l’acqua-bene-comune”.
Il sindaco Merola arriva a dire che trova delirante spendere mezzo milione di euro per fare svolgere un referendum che riguarda un finanziamento da un milione. Anche in questo caso la logica con cui i “democratici” calcolano i costi della democrazia suona stramba: il milione di euro alle scuole paritarie viene dato ogni anno, quindi la posta in gioco è ben più alta. Il capogruppo consiliare del Movimento 5 stelle ha buon gioco nel replicare che “il referendum consultivo sui fondi pubblici alle materne private costa soldi, ma è un arricchimento per la democrazia”.
Intanto tra una consigliera comunale del Pd, già presidente provinciale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici), e la responsabile nazionale scuola dello stesso partito, accusata di avere propugnato una linea più morbida sul referendum, volano gli stracci, e le frecciate su Facebook si trasformano in querele.
Per citare ancora l’Associazione genitori e insegnanti: “Pare che il Partito democratico, malauguratamente, abbia perso la bussola e non da oggi”. Questo risulta evidente, almeno quanto la conclusione a cui giunge l’associazione: “La scuola pubblica è un bene troppo prezioso per essere lasciato nelle mani di politiche che hanno dimenticato perfino le prescrizioni della nostra carta costituzionale”.
Infine, papà, mamme, maestre e maestri si chiedono con sarcasmo: “Chissà perché il centrosinistra ha perso le elezioni imperdibili?”.
La risposta soffia nel vento. E il vento sta facendo il suo giro.
Finale
Il finale è aperto, dicevamo. La forza del risultato referendario dipenderà probabilmente da quanta gente andrà a votare. Ci auguriamo sia tanta. Vada come vada, questo piccolo grande “caso” merita di essere seguito con attenzione, perché potrebbe rappresentare un precedente nazionale interessante.
Se questo fosse davvero un poema ispirato a un’antica leggenda, allora si potrebbe sperare che l’eroe non muoia mentre compie l’impresa e riesca davvero a salvare la comunità dalla rovina. Che il piccolo Davide – pastore, musicista e poeta – possa atterrare il grande guerriero Golia. Staremo a vedere. 

venerdì 11 gennaio 2013

Scuole pubbliche, scuole private e la coda di paglia del sindaco di Bologna

Riprendiamo oggi il bellissimo articolo di Wu Ming 4 su Giap in cui si racconta di un tema sconosciuto ai più, il finanziamento da parte del Comune di Bologna delle scuole materne private e del referendum richiesto dai cittadini per bloccare questa palese violazione costituzionale. Referendum che si farà ma, guarda un po', non in concomitanza con le elezioni politiche - troppa confusione sotto il sole, un po' come diceva il Governo Berlusconi a proposito del referendum sul nucleare. Mezzucci ed espedienti di una classe politica alla frutta che usa delle technicalities per cercare di bloccare la partecipazione politica. Un bell'esempio della "democraticità" del PD. Ed un bell'esempio anche di quello che ci attende col prossimo governo, che continuerà a demolire la scuola pubblica dando soldi alle private. E d'altronde il trend fu iniziato negli anni 90 proprio dalla giunta dell'Emilia-Romagna con allora a capo un tal Bersani......



#Bologna: il referendum che verrà – di Wu Ming 4



Su Giap non ci occupiamo spesso degli affari bolognesi, perché diamo per scontato che interessino a una fetta piuttosto ristretta dei giapster. A volte però ci sono questioni locali sulle quali è difficile non prendere parola. E Giap è la nostra presa di parola pubblica. In questo caso, poi, la faccenda ci sembra emblematica di qualcosa che travalica i confini cittadini e regionali. Ed è per questo che ce ne occupiamo e non smetteremo di farlo.
Si tratta del referendum sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private.
Per chi si fosse persa la puntata precedente, indispensabile per capire pregresso e contesto, è QUESTA.
Eccoci ad aggiornare sugli sviluppi e a ribadire un punto di vista.
1. Update
«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
I. Calvino, “La Repubblica”, 15 marzo 1980
Il 5 dicembre scorso, il Comitato Articolo 33 ha depositato in Comune 13.000 firme a favore dell’indizione del referendum sui finanziamenti alle scuole paritarie private. I numeri dunque ci sono.
Da quel giorno il comitato promotore ha iniziato un pressing sul Sindaco chiedendogli di accorpare il referendum alle elezioni politiche del prossimo febbraio, al fine di sfruttare la massima affluenza possibile dei cittadini alle urne.
Il Sindaco si è trincerato dietro lo statuto comunale: «C’è uno statuto che impedisce l’election day e sarà il consiglio comunale a valutare se sarà opportuno cambiarlo. Per me è inopportuno».
A quel punto il Comitato ha pubblicato a proprie spese un’inserzione su “La Repubblica” di Bologna per marcare stretta l’amministrazione comunale che tergiversava sulla data. Inserzione alla quale il partito di maggioranza ha risposto con un dépliant sul quale campeggiava lo slogan «Facciamo scuola non propaganda», accusando indirettamente i referendari di essere appunto dei propagandisti (di cosa? E per conto di chi? Il sospetto prima di tutto, ché si sa, l’avversario non può mica essere in buona fede…).
Infine, proprio due giorni fa, il Consiglio Comunale ha votato contro l’ipotesi di modifica dello statuto, bocciando l’accorpamento. Il Sindaco ha suggellato il tutto indicendo il referendum per il 26 maggio.
E’ interessante prendere in esame le argomentazioni del sindaco di Bologna e del suo partito, perché ci sembrano rivelatrici di una certa insofferenza per ciò che si muove ai piani bassi e di un certo nervosismo del manovratore.
2. Ragione di statuto
«Questo matrimonio non s’ha da fare».
A. Manzoni, I promessi sposi (1842)
A fare notare che lo statuto comunale non era un grande appiglio contro l’opportunità dell’accorpamento tra referendum ed elezioni politiche sono stati i giuristi che affiancano il Comitato Art. 33.
In effetti lo statuto del Comune di Bologna, all’articolo 7, vieta l’accorpamento dei referendum cittadini con altre operazioni di voto, recependo così una legge dello stato: art. 6 della legge 142, 1990. Senonché nel 1999 la suddetta legge è stata modificata e da quella data si è reso possibile l’accorpamento dei referendum alle elezioni politiche nazionali. Il Testo Unico per gli Enti Locali (TUEL) ha in seguito recepito e confermato questo indirizzo di legge, tant’è che diversi comuni hanno provveduto da tempo ad adeguare i loro statuti (vedi Milano).
Del resto, secondo i giuristi summenzionati, il TUEL ha prevalenza sullo statuto comunale ed è una mancanza del Comune di Bologna che da allora non si sia proceduto ad adeguare quest’ultimo alla normativa vigente. Quale migliore occasione per farlo se non l’indizione del prossimo referendum cittadino?
Ci ha pensato un consigliere del Movimento 5 Stelle a chiedere la modifica dello Statuto in Consiglio Comunale, ovvero il suo adeguamento alla norma di legge nazionale. In effetti il Consiglio Comunale è l’unico organo che possa farlo. Il Sindaco avrebbe potuto farsi promotore della cosa, ma aveva già espresso chiaramente il suo dissenso (vedi sopra) e quindi se n’è tirato fuori, anzi, ha ribattuto con toni pesanti ai referendari che lo chiamavano in causa.
Secondo i tecnici del Comune sollecitati dal M5S a fare un po’ di conteggi, l’accorpamento non comporterebbe un risparmio per le casse comunali, ma per quelle statali invece sì.
Va da sé quindi che i motivi per cui si è deciso di evitare il risparmio e di non sfruttare l’affluenza alle elezioni di febbraio è tutto politico. Come del resto si evince dalla risposta cristallina che il suddetto consigliere grillino ha avuto dal collega del PD:
«L’accorpamento del referendum cittadino con tornate elettorali amministrative o politiche, avrebbe un effetto negativo. Chi si presenta alle elezioni per guidare un paese o una regione o una città, si presenta con una visione programmatica che è risultato di un percorso condiviso ampio, con cittadini, interlocutori, limato con alleati di coalizione. Ed è dovere del candidato alla guida di un paese mettere in campo una proposta organica programmatica e realizzabile. Unire nella stessa tornata elettorale anche la chiamata al referendum, creerebbe un cortocircuito perché con il referendum i cittadini vogliono testare se la maggioranza tiene rispetto a un tema. Inoltre non si devono confondere gli strumenti della democrazia rappresentativa con quelli della democrazia diretta. Pensate ad un’elezione amministrativa in cui ci sono 3-4 proposte di governo che hanno una sintesi programmatica. Nello stesso tempo i cittadini devono votare su 1…10 quesiti referendari. Si perderebbe la sintesi di un progetto di governo.»
[qui il verbale della seduta del Consiglio]
In sostanza: siccome tocca tenere aperto il ponte con i centristi cattolici, e siccome sulla faccenda dei finanziamenti alle scuole paritarie private ci sono svariati dissidenti dentro lo stesso PD, non si può votare per le politiche e contemporaneamente fare il referendum, perché si rischierebbe di perdere la «sintesi di un progetto di governo». Questo si chiama parlare chiaro.
Così la votazione ha visto trionfare i contrari all’accorpamento per 24 voti contro 8. Amen.
3. Parole
«Go ahead, make my day».
C. Eastwood, Sudden Impact (1983)
«Noi siamo uno degli esempi più alti in Italia su come vengono gestite le scuole per l’infanzia, un esempio di standard di qualità, e di metodo educativo. Io  ho  un  obiettivo unico, importante e decisivo: far sì che ogni mattina che un papà e una mamma si svegliano per andare al lavoro sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini. Mantenere alti i nostri standard e mantenere un metodo condiviso di educazione  indipendentemente che le scuole siano comunali, statali o paritarie, è la nostra priorità, a Bologna come in tutte le altre città della nostra regione. Tutto il resto sono ossessioni ideologiche».
Ipse dixit. Il Sindaco. Io sono il Bene, questo è il migliore dei mondi possibili, e chi non la pensa così ha ossessioni ideologiche. Interessante esempio di dialettica e confronto tra il primo cittadino e 13.000 suoi concittadini. Pare proprio che dover fare fronte a questa rogna che giunge dai piani bassi provochi una certa insofferenza in cima alle scale. Viene in mente la recente gag di quel comico famoso: «Se qualcuno pensa che ci sia un problema di democrazia, va fuori dalle palle!».
Pare comunque che il referendum si farà. Il 26 maggio.
Nel frattempo vale la pena soffermarsi ancora un po’ sulle illuminanti parole del Sindaco, dalle quali si evince chiaramente che per lui non c’è alcuna distinzione tra scuole comunali, statali o paritarie (e se qualcuno lo nega è ossessionato dall’ideologia, sia chiaro).
Il punto nodale è precisamente questo: non è vero che le scuole paritarie private sono uguali alle altre. Non lo sono perché per accedervi si pagano rette salate e perché la stragrande maggioranza di esse ha un orientamento confessionale (pare che l’ideologia faccia male, mentre la confessionalità vada benissimo…). Va da sé che, in una società sempre più laica, sempre più multireligiosa, e sempre più povera, l’accesso delle famiglie non cattoliche e non abbienti a tali scuole è fortemente limitato, se non precluso. Dunque le scuole paritarie private non sono scuole di tutti, ma di parte, e non possono essere considerate uguali a quelle pubbliche, dove vige un principio diverso: libero accesso gratuito, laicità, pluralità. E dove il personale è selezionato in base alle graduatorie, non in base alla sua conformità a un progetto pedagogico o all’altro.
Ne consegue che se davvero la preoccupazione del Sindaco è quella che i papà e le mamme «sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini», allora dovrebbe dare la precedenza alla scuola pubblica, uguale per tutti, e ad essa riservare le risorse comunali. Per altro, al netto delle sue preoccupazioni, va detto che il decantato modello emiliano di scuola per l’infanzia, almeno a Bologna, sta scricchiolando parecchio, e comincia a mostrare falle più o meno grandi. Altrimenti le preoccupazioni dei referendari non sarebbero nemmeno sorte, probabilmente.
Ancora più significativo di un certo stile retorico e di una certa visione dell’istruzione, è il dépliant di partito segnalato all’inizio di questo post. Vale la pena di analizzarlo dettagliatamente.
4. Il Milione
- Poco fa io ho teso le dita della mano verso di te. E tu hai veduto cinque dita. Ricordi?
- Sì.
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nascosto il pollice.
- Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?
- Sì.
G. Orwell, 1984 (1949)
Prima di tutto il concept. Nel dépliant si mette a disposizione una finestra bianca, dove è possibile scrivere «idee e suggerimenti» sulla scuola, perché è necessario mostrarsi aperti e democratici. Il partito raccoglie queste idee dalla base, ma in realtà ha già deciso cosa la base stessa deve pensare dell’intera faccenda e blinda lo spazio bianco con messaggi lapidari.
«Un sistema integrato per garantire l’istruzione a tutti i bambini».
Non un accenno al fatto che tale sistema da almeno un paio d’anni a questa parte non sta più garantendo tutti, gli esuberi si contano a centinaia e il Comune deve correre ai ripari alla meno peggio, aumentando il numero di alunni per sezione, aprendo nuove sezioni a mezza giornata, sollecitando lo Stato centrale a intervenire, etc. (a dimostrazione che non è poi così vero che ha le mani legate…).
Viene inoltre detto che le convenzioni «NON SONO uno strumento per finanziare la scuola privata». Questa è nuova. Ma allora di cosa stiamo parlando? Forse che il milione di euro stanziato dal Comune per le scuole paritarie non è un finanziamento? E cos’è allora, di grazia? Un regalo?
La risposta è appena una riga sopra: «Le CONVENZIONI sono uno strumento per realizzare: PIU’ QUALITA’; PIU’ EQUITA’ e PIU’ INTEGRAZIONE CON LA SCUOLA COMUNALE».
Più qualità… Forse per la scuola privata paritaria, perché invece quella pubblica sta mostrando la corda in più punti. Genitori che portano a scuola la carta igienica, la carta da disegno, o che versano oboli “volontari” autotassandosi, sono sempre meno rari. Recentemente ad autotassarsi sono stati gli alunni stessi per comprare cinque computer alla loro scuola.
Più equità… Se nelle scuole paritarie private si paga per ottenere un’istruzione, di quale equità si sta parlando?
Integrazione con la scuola comunale… In che senso? Quanto è garantita nella scuola paritaria privata la libertà confessionale, culturale, o d’insegnamento? E l’accesso ai disabili o agli stranieri? Tanto quanto nella scuola pubblica? Le percentuali dicono il contrario. Anche qui viene da chiedersi cosa s’intenda per integrazione.
Al netto delle licenze lessicali, il nocciolo duro dell’argomentazione esposta nel dépliant sono i conti della spesa.
La spesa comunale per la scuola pubblica è di poco più di 35 milioni di euro. Cioè circa cinquemila euro a bambino annui.
Contro i circa seicento euro a bambino spesi nel finanziamento della scuola paritaria privata. Quasi un decimo! Un affarone. E tanto basta.
Il dépliant si premura di specificare che
«destinare i fondi delle convenzioni alle scuole comunali, come chiedono i referendari, non permetterebbe di aumentare l’offerta della scuola comunale, perché oggi non è possibile assumere nuovo personale e se anche fosse possibile, i fondi stornati potrebbero garantire la scuola dell’infanzia a non più di 150 bambini.»
Il peccato qui è di omissione, evidentemente. Ci si dimentica di considerare che con il milione di euro delle nostre tasse attualmente destinato alla scuola privata, il comune potrebbe chiudere non poche falle aperte nelle scuole comunali: carenza di personale, di materiali, di servizi, etc., invece di cedere a un progressivo sbilanciamento verso l’integrazione e la sussidiarietà del privato. Sarebbe in sostanza possibile dare un segnale in controtendenza rispetto alla rassegnazione che si respira in Italia intorno alla scuola, chiedendo che si torni a investire nell’istruzione pubblica a tutti i livelli. Ed ecco che dai duri conti si è già tornati a bomba sul piano delle scelte politiche e d’indirizzo. Che poi sono quelle su cui vorrebbe intervenire il referendum.
La natura politica del problema è rivelata anche da un’altra ipocrita omissione nel medesimo depliant:
«Il Comune di Bologna vuole da sempre garantire il diritto delle bambine e dei bambini a un’educazione e una formazione di qualità, questo significa non occuparsi solo delle proprie scuole, ma contribuire con proprie risorse a qualificare tutte le scuole, comprese quelle dello Stato».
D’un tratto le scuole private sono sparite, sostituite da quelle dello Stato, alle quali il comune dà poco più della metà dei soldi che stanzia per le paritarie private. Il trucchetto si commenta da sé.
La responsabile al welfare del PD – ripresa a più voci dagli esponenti di giunta – sostiene che se si togliesse quel milione di euro comunale alle scuole private, queste si vedrebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da provocare un esodo verso la scuola pubblica, con conseguente aggravio degli oneri per le casse comunali.
Così si grida all’allarme: i referendari vogliono farci spendere di più! Occhio alla borsa, cittadini!
A conti fatti questa è l’unica vera argomentazione di chi contrasta il referendum. E si basa su una premessa non dimostrata.
Le scuole paritarie, oltre ai fondi comunali, possono attingere e attingono a fondi statali, regionali, privati, ecclesiastici, etc. Questi istituti hanno molte altre vie per reperire finanziamenti e continuano a chiederne infatti, a partire dalla sezione bolognese della Federazione Italiana Scuole Materne (paritarie). Per altro, la linea degli ultimi governi nazionali è andata precisamente nella direzione auspicata da questa associazione di ispirazione confessionale.
Inoltre, non è dato sapere di quale portata sarebbe l’esodo dalla scuola privata prodotto dall’eventuale innalzamento delle rette. Nessuno finora ha offerto calcoli o sondaggi prospettici in proposito. Ma al netto di queste considerazioni, resta il fatto che in base alla Costituzione il diritto da salvaguardare dovrebbe essere quello a un’istruzione pubblica universale. Pensare che, se i posti alla scuola pubblica scarseggiano, a qualcuno tocchi per forza andare nelle scuole private perché il sistema è stato così pensato da vent’anni a questa parte, be’, questo sì è rassegnarsi a una forzatura ideologica. Perché oggi si cerca di farla passare come conseguenza della crisi, ma vent’anni fa la crisi non c’era, le vacche erano belle grasse, ed è proprio allora che questo “gioiellino” di sistema integrato è stato concepito e in Emilia-Romagna ha mosso i primi passi. Passi che si sono fatti sempre più lunghi ad ogni nuova manovra finanziaria.
Quello che si sta profilando per la scuola pubblica italiana è molto chiaro, lo dicono le notizie di ogni giorno. Uno degli ultimi provvedimenti inclusi nella Legge di Stabilità del governo uscente – che ha ulteriormente tagliato i fondi alla scuola pubblica e aumentato quelli per la privata – prevede il finanziamento alle scuole non in base alle necessità, bensì in base al merito, e senza nemmeno premunirsi di specificare con quali parametri sia possibile fare la valutazione.
Ma è affermare il principio che conta: bando all’eguaglianza di diritti e di trattamento.
Torniamo allora alla domanda che già ci ponevamo nell’anno vecchio. Se il sistema è questo e può soltanto essere questo, se tutto ciò che è reale è razionale e viceversa, dov’è il margine della politica? Dov’è la scelta dei cittadini? Gli esseri umani che vivono in questo Paese e, nella fattispecie, in questa città, hanno ancora la possibilità di optare per un destino diverso o possono solo essere conculcati e guidati verso l’ineluttabile futuro che li aspetta?
Chissà. Per ora, tredicimila abitanti di Bologna hanno detto che no, non vedono cinque dita. Dev’essere per questo che gli O’Brien nostrani masticano così amaro. E almeno un po’ tentennano, come dimostra la notizia dell’ultima ora sul fatto che il Sindaco, dopo averne dette di tutti i colori ai referendari, ha deciso di concedere loro un incontro. Chi vivrà vedrà.

fonte: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10774



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