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venerdì 12 aprile 2013

La scuola è meglio della merda

di Francesca Congiu

L’intervento di Francesca Coin in merito al referendum bolognese sui finanziamenti alla scuola
 mette in luce l’ennesimo paradosso legato alla questione dell’istruzione in Italia e l’uso strumentale di concetti come laicità e democrazia. Tale paradosso ricorda quello illustrato da Ellekappa con una vignetta sulla Chiesa e i diritti della persona: "La chiesa ha tutto il diritto di dire la sua. il problema è che vuole dire anche la nostra".
Poco male (cioè non sorprende) se PDL e Curia sono uniti nella crociata antidemocratica di considerare lecito un finanziamento alla scuola privata, ma trovo scandaloso che il PD bolognese continui a fraintendere i "fondamentali" della democrazia dimostrando di fare politica senza avere un'identità politica o - peggio - facendo proprie le ragioni e l'identità dell' "avversario". La scuola pubblica è battuta se la politica non la difende, perché l'acropoli è sempre più forte dell'agorà. Aggiungo, allo sconforto e alla rabbia che ingenera questa vicenda, la recente notizia del pagamento “a sorteggio” dei docenti precari di una scuola di Grosseto: questi, sottopagati, già vessati dalle intermittenze di un lavoro saltuario sono i nostri docenti, formati e professionalizzati dal "pubblico" e per il "pubblico", che lo Stato - con destra e sinistra complici nella cecità e nell'azione - continua ad umiliare e offendere. Il fatto è accaduto in Toscana, ma queste "fiere" sono aperte in tutta Italia.

Credo esista un progetto politico, ideologico, ben ordito, che cioè qualcuno o molti traggano un vantaggio nel tagliare il filo democratico di cui la scuola si fa portatrice e che si costruiscano teorie astruse e improponibili di “laicità” per giustificare la manomissione dei valori costituzionali, per mettere cioè all'angolo i saperi liberi e democratici, partendo da provvedimenti come la limitazione degli accessi e la scandalosa umiliazione del corpo docente.
E alla fine? Alla fine, dopo aver raso al suolo la credibilità, l'autorevolezza e l'imprescindibilità della scuola pubblica ci si limiterà a ripetersi la tautologia, buona per salvare la cattiva coscienza di chi è causa di questo male, che la scuola pubblica non vale niente, perché non vale niente, perché non vale niente ecc. ecc. Quando discuto di problemi di laicità, merito, democrazia scolastica mi viene spesso in mente una frase contenuta in “Lettera a una professoressa”. Il contesto è la scuola di Barbiana, quell’esperienza educativa che negli anni ’50 mise in luce le gravi ingiustizie sociali della scuola istituzionale, ancora arretrata sui temi dell’uguaglianza e della cura della persona. Questa frase viene  pronunciata da un giovane alunno in risposta ad un pedagogo, aria da progressista, cattedratico - uno di quelli che, per intenderci, oggi punterebbero l'indice contro le carenze del sistema scolastico pubblico, per poi mandare i propri figli a scuola privata. Lucio, l’alunno che ha trovato nella scuola un luogo di scambio, crescita, autonomia, lui con 36 mucche nella stalla, di fronte all'alternativa-zero, risponde al fine pedagogo come oggi in Italia risponderebbero studenti e professori insieme : "la scuola sarà sempre meglio della merda".

giovedì 4 aprile 2013

In difesa della scuola pubblica, a Bologna, in Italia


DI SEGUITO RIPETIAMO L'APPELLO PER LA DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA, DAL SITO DI ART. 33. PER FIRMARE CLICKATE QUI!

A chi è disposto a battersi per la scuola pubblica.
A chi ritiene che le politiche di tagli alla scuola pubblica e finanziamento a quella privata tradiscano l’articolo 33 della Costituzione nel suo spirito autentico, là dove stabilisce che: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
A chi ritiene che solo una scuola aperta a tutti, laica, gratuita, inclusiva, moderna e di qualità possa impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).
A chi pensa che fra i banchi della scuola pubblica si gettino le basi per una cittadinanza consapevole e per il futuro del nostro paese.
Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.
La cittadinanza dovrà dare un voto di indirizzo per l’amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.
La portata di questo referendum va ben oltre i confini comunali. E’ l’occasione per dare un segnale forte contro i continui tagli alla scuola pubblica e l’aumento dei fondi alle scuole paritarie private.
In Italia c’è urgente bisogno di rifinanziare e riqualificare la scuola pubblica, quella che non fa distinzioni di censo, di religione, di provenienza. Quella dove le giovani cittadine e i giovani cittadini italiani ed europei imparano la convivenza nella diversità.
Da Bologna può ripartire un movimento di cittadini che impegni le amministrazioni locali e il prossimo governo a restituire alla scuola pubblica la dignità e la qualità che le spettano.

L’alternativa è una lenta rovina fino alla fine della scuola pubblica per come l’abbiamo conosciuta.
IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO FERMARE L’OFFENSIVA CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA.
IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO DARE L’ESEMPIO A TANTI ALTRI E INSIEME INIZIARE A IMMAGINARE UN AVVENIRE DIVERSO PER NOI, PER I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE.

Primi firmatari:
  • Stefano Rodotà, presidente d’onore del Comitato referendario Art.33
  • Andrea Camilleri, scrittore
  • Margherita Hack, astrofisica e scrittrice
  • Salvatore Settis, Scuola Normale di Pisa, archeologo e saggista
  • Nadia Urbinati, Columbia University, New York, politologa, saggista ed editorialista de “La Repubblica”
  • Angelo Guglielmi, scrittore e giornalista, già direttore di RAI3, già assessore alla Cultura del Comune di Bologna
  • Carlo Flamigni, Comitato Nazionale di Bioetica
  • Wu Ming, scrittori
  • Maurizio Landini, segretario generale FIOM-CGIL
  • Alberto Lucarelli, ordinario di Diritto costituzionale all’università di Napoli
  • Romano Luperini, Università di Siena e Università di Toronto.
  • Luciano Gallino, Università di Torino
  • Lella Costa, attrice
  • Domenico Pantaleo, segretario generale FLC-CGIL
  • Lea Melandri, saggista Università delle donne Milano
  • Goffredo Fofi, saggista, giornalista, critico
  • Antonio Genovese, Università di Bologna
  • Sabina Guzzanti, attrice 
  • Ivano Marescotti, attore
  • Piero Bevilacqua, La Sapienza, Roma 
  • Vittorio Capecchi, Università di Bologna
  • Maurizio Fabbri, Università di Bologna
  • Nicola Tranfaglia, Università di Torino
  • Francesco Sylos Labini, Isituto Enrico Fermi, Roma
  • Maurizio Tiriticco, ispettore MIUR, Roma
  • Angelo Mastrandrea, giornalista
  • Loredana Lipperini giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica
  • Nicola Colaianni  Università di Bari
  • Carlo Formenti, giornalista e saggista
  • Moni Ovadia, musicista, scrittore

martedì 26 marzo 2013

I figli dell'austerity


Il refrain che sentiamo continuamente sulla riduzione del debito è che le politiche di austerity non solo hanno senso economicamente (non lo hanno, lo sappiamo...) ma che sono pure un obbligo morale. Non possiamo lasciare il debito accumulato da noi sulle spalle dei nostri figli. Insomma, dobbiamo farlo per le prossime generazioni. Peccato che sia vero soprattutto il contrario. I nostri figli - quelli che già ci sono - pagano sulla propria pelle non il debito ma l'austerity stessa. Tagli alla scuola, trasformazione in senso ancora più classista del sistema educativo, i poveri con meno servizi, i ricchi che non hanno problemi a godere dei servizi privati a pagamento. Altro che merito, il successo diventa sempre più condizionato dal censo, riducendo ulteriormente la mobilità sociale. Questi i punti salienti fatti da Simon Johnson nell'articolo che riportiamo qui sotto. Si riferisce all'America, ma potrebbe essere lo stesso in Europa, in Italia. E potremmo aggiungere un altro punto. Non solo i nostri figli, ma anche i nostri nipoti pagheranno per questa austerity moralizzatrice. Si ritroveranno non solo con una scuola per signori e una per poveri, ma avranno meno diritti, potranno essere licenziati più facilmente, non potranno andare in pensione. Ecco, forse il nostro obbligo morale è quello di offrire loro più opportunità. Il debito lo potranno pagare tranquillamente, in una società più giusta e che produce meglio, e di più, e soprattutto con meno poveri. 

Austerity’s Children


di Simon Johnson
da Project Syndicate


When economists discuss “fiscal adjustment,” they typically frame it as an abstract and complex goal. But the issue is actually simple: Who will bear the brunt of measures to reduce the budget deficit? Either taxes have to go up for some people, or spending must fall – or both. “Fiscal adjustment” is jargon; what austerity is always about is the distribution of income.
Much of Europe is already aware of this, of course. Now it’s America’s turn. And current indications there suggest that the people most directly in line for a fiscal squeeze are those who are least able to defend themselves – relatively poor children. For example, the current budget sequester (that is, across-the-board spending cuts) is already hurting programs like Head Start, which supports pre-school education.
The American comedian Jimmy Kimmel recently poked fun at his compatriots’ lack of fiscal knowledge by asking pedestrians on Hollywood Boulevard what they thought of  “Obama’s decision to pardon the sequester and send it to Portugal.” The segment is hilarious, but also sad, because the impact on some people’s lives is very real. Around 70,000 children are likely to lose access to Head Start on our current fiscal course.
And much larger cuts are in store for early-childhood nutrition programs and health care. Perhaps most shocking are the dramatic cuts to the Medicaid health-insurance program that the House of Representatives’ Republican majority have embraced in their latest budget proposal. Paul Ryan, the chairman of the House Budget Committee, proposes to balance the budget over the next 10 years largely by slashing the program. About half of all people covered by Medicaid are children.
Is it fair to force low-income children to bear the burden of fiscal adjustment? According to data available on the economist Emmanuel Saez’s invaluable Web site, from 1993 to 2011, average real income for the bottom 99% of the population (by income) rose by 5.8%, while the top 1% experienced real income growth of 57.5%. The top 1% captured 62% of all income growth over this period, partly owing to a sharp rise in returns to higher education in recent decades. (On average, those with only a high school education or less have few good income prospects.)
This implies that, if anything, the tax system should become more progressive, with the proceeds invested in public goods that are not sufficiently provided by the private sector – things like early childhood education and preventive health care to minimize educational disruption resulting from common ailments like childhood asthma.
Think of it this way: In recent decades, some families chose locations and occupations that seemed to offer a reasonable means of support – and good prospects for their children. Many of these decisions turned out badly, largely because information technology (computers and how they are used) eliminated many middle-class jobs. Increasing globalization of trade also did not help in this regard. In addition, as Till von Wachter of Columbia University has documented, prolonged periods of unemployment for parents have a severe and lasting negative impact on their children.
Children whose families cannot provide a decent start in life deserve help. But America has not provided it – a point recently made by Jeb Bush, a leading contender for the Republican presidential nomination in 2016. “In our country today,” Bush said in a speech to fellow conservatives, “if you’re born poor, if your parents didn’t go to college, if you don’t know your father, if English isn’t spoken at home, then the odds are stacked against you.”
Nor is America likely to provide such help in the future, given the coming budget cuts’ disproportionate impact on children at the lower end of the income distribution.
America can easily afford to do better, of course. Its large budget deficits reflect the impact of tax breaks that favor the wealthy and upper middle class; an unfunded expansion of Medicare coverage to include prescription medicines; two foreign wars; and, most important, a banking system that was allowed to get out of control, inflicting massive disruption on the real economy (and thus on tax revenue).
Today’s children did not play a role in any of these policy mistakes. The preschoolers who are about to lose access to Head Start weren’t even born when they were made.
mposing austerity on poor children is not just unfair; it is also bad economics. When economists, again with their dry jargon, talk about a country’s “human capital,” what they really mean is the cognitive and physical abilities of its people.
As I pointed out in recent Congressional testimony, poor education leads to poor job prospects, poor families, and back to poor education – if not with a detour through incarceration, which makes it even harder to break the cycle. Unfortunately, no one in a position of power is likely to heed such arguments.
They should. When you travel to a foreign country for the first time, and you see neglected, ill-fed, and uneducated children, do you regard that country as likely to be one of the world’s great economic powers over the next half-century? Or do you worry for its future?

venerdì 22 marzo 2013

Scuole private, fondi pubblici e il referendum di Bologna

Proponiamo due ulteriori post sul referendum sui soldi alle scuole paritarie a Bologna. Il primo pezzo è preso ancora una volta dal sito di Wu Ming. Una lettrice (che teniamo anonima) si domanda quale sia l'utilità pratica di tagliare i fondi alle private se questo rischia di compromettere il diritto allo studio.
Wu Ming 4 risponde nel dettaglio.
Il secondo pezzo è una lettera aperta di una madre bolognese, elettrice del PD, che chiede chiarezza al suo partito sul referendum e sull'uso dei soldi pubblici.

Domanda: salve, a proposito di democrazia, se il referendum consultivo (non abrogativo, fortunatamente), dovesse passare, il consiglio comunale di Bologna, votato democraticamente dai cittadini, cosa dovrebbe fare, farsi influenzare dal 50% + 1 dei votanti, oppure mantenere fede al programma grazie al quale è stato votato dai cittadini (programma dove non si menzionava un cambio di rotta sui finanzimenti alle paritarie)? Inoltre, il milione di euro destinato oggi dal comune alle materne paritarie, a cosa sarebbe destinato nello specifico? Chi si dimostra entusiasta per il referendum ha figli? Lo sa che grazie ai soldi che vengono dati dal comune alle paritarie molti bambini riescono ad andare alla materna? Che altrimenti sarebbero esclusi? Lo sa che molto spesso ad andare alle paritarie sono cittadini stranieri che altrimenti non saprebbero dove mettere i figli e non fantomatici fighetti? Chi promuove questo referendum e chi lo appoggia, ha voglia di scatenare una guerra fra poveri? Di mettere ancora più in difficoltà famiglie stremate dalla crisi? In un mondo ideale la scuola pubblica dovrebbe avere tutti i fondi possibili. Nel 2013 già è molto se non torniamo alla lira. Saluti.


Risposta di Wu Ming 4: Salve. Rispondo nell’ordine alle domande:
1) “Cosa dovrebbe fare” il Comune se al referendum consultivo dovesse vincere l’opzione A?
Innanzi tutto, essendo un referendum consultivo, quindi senza quorum, immagino che dovrà tenere conto di quanti cittadini saranno andati a votare. L’ultimo referendum consultivo a Bologna è stato fatto nel 1997, sulla privatizzazione delle farmacie comunali. Andò a votare il 36% degli aventi diritto, vinsero i contrari alla privatizzazione, ma per il Comune i votanti erano troppo pochi e quindi procedette ugualmente (e legittimamente) a privatizzare il comparto.
Il referendum consultivo dà indicazioni sull’indirizzo politico che una giunta dovrebbe adottare. Starà poi al governo della città decidere se tenere conto del parere dei cittadini oppure no e accettarne le conseguenze. Se la Giunta preferisce tenere in conto il parere della Curia, dei partiti di centrodestra, della FISM e di Comunione e Liberazione, che la affiancano in questa battaglia, anziché quello dei referendari, vedremo quali frutti raccoglierà alla prossima tornata elettorale. Mi permetto di far notare che a livello nazionale stare con quelle forze per tutto il mandato Monti ha portato al centrosinistra i risultati che abbiamo visto.
2) “Il milione di euro destinato oggi dal comune alle materne paritarie, a cosa sarebbe destinato nello specifico?”.
In base al quesito referendario, il milione di euro dovrebbe essere assegnato alla scuola pubblica comunale e statale. Nello specifico le voci di spesa non mancano di sicuro, direi che c’è l’imbarazzo della scelta.
3) “Chi si dimostra entusiasta per il referendum ha figli? “.
Non mi risulta siano state fatte indagini sulla composizione famigliare dei sostenitori del referendum. Posso dire che io, che lo sostengo, ho due figli. E che l’Associazione genitori insegnanti di Bologna e provincia (che presumibilmente include, appunto, dei genitori) appoggia il referendum.
4) “Lo sa che grazie ai soldi che vengono dati dal comune alle paritarie molti bambini riescono ad andare alla materna?”.
Tutti sanno che grazie ai finanziamenti comunali alle paritarie molti bambini possono andare alla materna. Si presume che quel milione non venga investito in altro, altrimenti più che fare un referendum toccherebbe chiamare i Carabinieri.
5) “Che altrimenti sarebbero esclusi?”.
La FISM sostiene che senza quel finanziamento 400 famiglie sarebbero costrette ritirare i figli dalle paritarie. Non so in base a cosa venga fatto questo calcolo. Di certo c’è che in questo momento ci sono 103 bambini che non hanno potuto accedere alla scuola pubblica a fronte di 96 posti liberi nelle paritarie private. Significa che quelle famiglie o non condividono l’impianto cattolico delle scuole FISM oppure non possono pagare le rette. Il diritto che viene leso in questo momento è quello di quei 103 bambini e bambine.
6) “Lo sa che molto spesso ad andare alle paritarie sono cittadini stranieri che altrimenti non saprebbero dove mettere i figli…?”.
La percentuale di stranieri iscritti alle scuole paritarie private è 1,8%, contro il 17,3% nella scuola pubblica. Anche in questo caso pare evidente che moltissimi stranieri emigrati a Bologna non possono permettersi le rette della scuola privata paritaria, oltre probabilmente a non condividerne l’impostazione confessionale.
7) “Chi promuove questo referendum e chi lo appoggia, ha voglia di scatenare una guerra fra poveri? Di mettere ancora più in difficoltà famiglie stremate dalla crisi?”.
E’ precisamente per evitare che i poveri soccombano alla crisi che è necessario dare un segnale politico per rifinanziare la scuola pubblica, laica, gratuita, per cattolici e non, per poveri e non. La scuola per tutti, insomma.
8) “In un mondo ideale la scuola pubblica dovrebbe avere tutti i fondi possibili”.
Ecco noi pensiamo invece che nel mondo reale la scuola pubblica dovrebbe avere tutti i fondi possibili. E’ per questo che si fa il referendum :-)


CARO SINDACO
di La Pasionaria
da lapasionaria.it


Caro Sindaco
noi non ci conosciamo personalmente.
Mi chiamo Barbara Galli, sono bolognese, abito nel quartiere della Bolognina, ho quarantacinque anni, e sono una mamma lavoratrice di quattro figlie.
Visto che ti ho votato alle ultime elezioni, mi permetto di scriverti dicendoti subito, che è la prima e l’ultima volta che scrivo a un sindaco, o a un politico in generale, perché so che voi politici, tutti quanti, di tutti gli schieramenti, siete molto impegnati nella vostra attività principale che è quella -o dovrebbe essere quella- di governare noi cittadini, e se noi cittadini ci mettessimo tutti a scrivervi, tutti i giorni, quando qualcosa che non va, oppure perché ci alziamo storti la mattina, e ci viene in mente una lamentela qualsiasi anche giusta magari, e voi doveste leggerci tutti quanti, e con attenzione, io me lo immagino che non se ne uscirebbe più: le vostre mail o le vostre cassette della posta, sarebbero intasate, e questo andrebbe a discapito della vostra importante attività, che è quella di governare noi cittadini.
Diciamo che ti prometto solennemente -e ogni promessa è debito- che questa mia lettera, è la prima e l’ultima che mando a te o a un qualunque altro politico, di qualsiasi schieramento, è la prima e l’ultima lettera di protesta, che mando alle istituzioni insomma, e quindi ti chiederei di leggerla con attenzione, ché evidentemente, se decido di giocarmi l’unica possibilità che ho nella vita di mandare una lettera a un politico, vorrà dire che penso che sia una cosa importante da fare, insomma ti chiedo di fidarti del mio giudizio, che è quello di un’elettrice del Pd, che ti ha votato: ti chiederei di starmi ad ascoltare cinque minuti, caro sindaco.
Io ti scrivo perché, secondo me, e te lo dico come elettrice del Pd -e dunque quello che fa il Pd è anche un po’ una cosa che mi riguarda- il Pd a Bologna, rispetto al Referendum del finanziamento alle paritarie, non sta tenendo l’atteggiamento giusto, quello che i suoi elettori si aspettano da lui e cioè favorire con ogni mezzo, questo referendum.
Il Pd, caro sindaco mi permetto di scriverlo pubblicamente, dovrebbe farsi carico, di questa battaglia di principio, visto che stiamo parlando non solo di salvaguardare la scuola pubblica, ma piuttosto di tutelare un giusto ed equo utilizzo, del denaro pubblico.
Le scuole paritarie, non so se lo sai, non funzionano esattamente come le scuole pubbliche:
la possibilità di accesso alle materne private paritarie, viene effettuata in base a criteri discrezionali, decisi da ogni singola scuola.
Vogliamo proprio continuare con questi finanziamenti alle scuole paritarie? Se si, allora caro sindaco, ho una proposta per te:  propongo di modificare i criteri per accedere ai servizi che offrono le scuole paritarie, adeguando i criteri di accesso a quelli della scuola pubblica, cioè adottando gli stessi parametri cioè in pratica, istituendo anche loro delle graduatorie per l’iscrizione.
Vabbè è una provocazione, allora facciamo le cose per bene: facciamo di tutto perché la gente di Bologna esprima il proprio giudizio su questa questione che non è secondaria, anzi tutt’altro, è una questione di principio, quindi una questione molto importante.
Caro sindaco sarò onesta fino in fondo con te: due figlie delle mie quattro figlie hanno frequentato materne paritarie, perché in quel momento quando ho dovuto iscriverle cioè, dal punto di vista dell’organizzazione della mia famiglia era più comodo così, cioè mandarle alle paritarie, anche se in linea di principio le avrei mandate volentieri alle materne pubbliche, ma vedi caro singolo, il singolo cittadino, anzi in questo caso la singola cittadina, che lavora e ha dei figli fa prevalere nelle sue scelte di vita, le esigenze pratiche, lo capirai bene il perché non è una martire, mentre invece secondo me, la politica dovrebbe ragionare al contrario e cioè dovrebbe salvaguardare dei principi, ovvero dovrebbe fare di ogni decisione, una questione morale.
Caro sindaco, io come cittadina che ha votato Pd, mi permetto di chiederti di ripensare alla questione, magari partecipando alla manifestazione di domani pomeriggio in Piazza Maggiore, a favore del Referendum.
Pensaci su, va là caro Virginio – posso chiamarti così vero?-, perché davvero il Pd che mi aspetto, quello che sogno, non può decidere di boicottare questo referendum solo per motivi di opportunità economica, ché la politica in cui le persone possono e vogliono credere, è quella dei principi e non solo quella dei valori di bilancio.
Ciao,
Barbara

giovedì 21 marzo 2013

Educazione e povertà nell'Italia del nuovo Millennio


di Francesca Congiu

Il caso del referendum bolognese per abolire il finanziamento alle paritarie, in calendario per il 26 maggio, colloca il problema della scuola pubblica tra le incertezze programmatiche del PD. Una strategia, quella del PD bolognese, che si proietta inevitabilmente a livello nazionale e chiama ad un pronunciamento drastico e finalmente controcorrente rispetto alle logiche di ispirazione classista che  hanno portato alla distruzione dei fondamenti costituzionali del sistema scolastico. (Tali politiche vengono da lontano, ma l’approvazione alla Camera del disegno ex-Aprea, con la maggioranza PD PDL-UDC è stata un’ulteriore spinta verso la privatizzazione del sistema, che minaccia così di perdere la sua ispirazione pluralista idealmente avversa ad ogni ingerenza confessionale e ogni forma di discriminazione).
Altro inquietante segnale dell’allontanamento della scuola pubblica dal solco costituzionale è la notizia dell’avvio dei test di selezione per garantire o impedire agli studenti medi l’accesso ai licei.
La giustificazione dei presidi che hanno adottato questo provvedimento nelle loro scuole oscilla fra una supposta idea di “meritocrazia” (classi omogenee e maggiore motivazione) e una più pragmatica idea di recupero degli spazi scolastici per far fronte al boom delle iscrizioni.
I rischi connessi ad iniziative di questo tipo riguardano ancora una volta la perdita della dimensione democratica e pluralista della scuola. Infatti, l'uso della parola "meritocrazia" per definire le competenze dei ragazzi che escono dalle medie o addirittura dei bambini che provengono dalle elementari, suona profondamente ingiusto. Ingiusto come "fare parti uguali fra diseguali", direbbe Don Milani. Perché - e scuserete il "populismo" d'accatto - un "4" o un “6” del figlio del pastore o dell'operaio non è un "4" o un “6”del figlio del professore o dell’imprenditore. Gli indicatori della valutazione registrano i deficit e servono a fotografare la situazione dell’apprendimento, ma la politica (anche quella scolastica) se vuole essere democratica non può fermarsi a questo livello e fare mera selezione sulla base dei dati. Se ne dovrebbe servire per tentare di attenuare o ridimensionare le forbici formative. I dati invece sono più semplicemente usati come pretesti: "Che i tagli alla scuola e all'educazione non fossero necessità economica ma politica, non una misura di risparmio ma di controllo della mobilità sociale, non principio di razionalità ma ideologia, è ormai un fatto" (così nel commento del Manifesto).
I numeri della situazione scolastica italiana bene si leggono nel Rapporto Bes 2013 e, precisamente, nel Capitolo 2 su Istruzione e Formazione, dove ad esempio alla voce "rapporto fra livello culturale dei genitori e l'istruzione dei figli" i numeri dicono che “la scuola non riesce a riequilibrare lo svantaggio familiare di partenza”; dati questi che vanno accostati ai carotaggi sulle disarmonie geografiche che rivelano una “questione meridionale” della scuola, che trasferisce quasi naturalmente i deficit dalla formazione superiore a quella universitaria, concentrandoli soprattutto nelle regioni del sud. E questo per rimanere dentro il territorio nazionale, perché il confronto a livello europeo e in area OCSE è mortificante con livelli di literacy per noi imbarazzanti. Dopo il fallimento delle strategie di Lisbona in materia di istruzione e formazione (2010) l’Italia si prepara forse a disattendere il piano “Education and training 2020”, piano basato su tre priorità fondamentali: una crescita intelligente (fondare un’economia basata su conoscenza e innovazione), sostenibile e soprattutto inclusiva, tesa cioè a valorizzare la coesione economica, sociale e territoriale e ad omologare (democratizzare) a livello europeo le competenze (attraverso il dispositivo di traduzione denominato EQF- European Qualification Framework).
Come possiamo in Italia essere competitivi a livello europeo dove si chiede alla scuola di “lottare contro la povertà” (e queste parole vengono realmente usate nelle varie disposizioni), se il nostro sistema al suo interno, per la costante disattenzione ai contesti e alle provenienze, promuove e giustifica il privilegio, la disuguaglianza, la marginalizzazione territoriale e sociale? Quali le risposte dei partiti che si definiscono realmente democratici?

mercoledì 20 marzo 2013

Il PD vuole o non vuole cambiare? A Bologna referendum sui finanziamenti alle scuole private


Eccoci qui, alla prova del nove, o dell'otto, se volete. Come i punti del programma post-elezioni di Bersani, che includono anche l'istruzione. Nuovi investimenti, dice. Ma per chi? Scuola pubblica o privata? A Bologna un gruppo di cittadini ha raccolto 13 mila firme per un referendum per togliere i fondi (1 milione all'anno) alle scuole materne private (leggi, cattoliche). Sembrerebbe quasi ovvio: la Costituzione dice scuole private si, ma senza aggravio per le casse pubbliche. Inoltre siamo in crisi, non ci sono soldi, sarebbe dunque il caso di concentrarsi sul servizio pubblico. Invece no. Il PD non ne vuole sapere e attacca pure la consultazione popolare, perche' butta via soldi. Se questa e' la maniera in cui si vuole cambiare, che brutto inizio.
Di seguito un articolo di Wu Ming su Internazionale riguardo la posta in gioco a Bologna.


Bologna e il partito poco democratico


di Wu Ming
da Internazionale

Questa è la storia di Davide contro Golia, Ulisse contro Polifemo, Beowulf contro Grendel. Solo che il finale è ancora da scrivere. È la storia di un gruppo di cittadini bolognesi, di varia provenienza ed età anagrafica, che di fronte al dissesto della scuola pubblica ha deciso di dare un segnale al manovratore. Prima che sia troppo tardi.
Questa è la storia di un comitato che si richiama all’articolo 33 della costituzione, che ha radunato intorno a sé alcune forze politiche minori, pezzi di sindacato, movimenti, associazioni, e ha sfidato l’intero apparato burocratico e politico dell’amministrazione locale, dei grandi partiti, della chiesa.
Un’impresa apparentemente folle, degna di un poema antico, che, comunque andrà a finire, merita di essere cantata.

Proemio
Il Comitato articolo 33 è nato nel 2011, per promuovere la raccolta delle firme necessarie a indire un referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole materne paritarie private.
Il motivo è presto detto: dopo le continue sforbiciate ai finanziamenti per la scuola pubblica da parte degli ultimi governi, il sistema della scuola d’infanzia cittadino inizia a mostrare la corda. Ebbene sì, nella città che ha inventato la scuola a tempo pieno per tutti, si cominciano a vedere i risultati dei tagli di spesa fatti nel corso degli anni. Anni in cui i soldi per la scuola pubblica anche a Bologna si sono fatti sempre più difficili da reperire e quelli per la scuola paritaria privata si sono invece saldamente assestati su un milione di euro all’anno.
Questa differenza di trattamento insiste sul sistema scolastico integrato, varato a metà anni novanta, quando si inclusero alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, consentendo loro l’accesso ai finanziamenti regionali e comunali. Il comune di Bologna stipulò l’accordo con la Fism (Federazione italiana scuole materne… “cattoliche”) garantendole la convenzione per cinquanta classi, che nel corso del tempo sono diventate più di settanta. Erano gli anni dell’Ulivo di Romano Prodi, quelli in cui ex comunisti ed ex democristiani gettavano le premesse del percorso che avrebbe poi portato alla nascita del Partito democratico. Anni di convergenze e do ut des. La scuola fu un banco di prova: nel 2000 il sistema integrato venne recepito su scala nazionale dal governo di centrosinistra (legge 62).
Il tempo è passato e oggi, complice la crisi economica, le contraddizioni di quel modello esplodono. Se ne accorgono i genitori bolognesi che oltre a vedere la scuola pubblica sempre più in affanno, rischiano di trovarsi con i figli a spasso.
Proprio così, i posti alla scuola materna pubblica scarseggiano. Quest’anno si è rischiato che rimanessero fuori quasi quattrocento bambini e bambine, e il comune ha dovuto gestire in emergenza quella che dovrebbe essere ordinaria amministrazione: mandare a scuola tutti i bambini, appunto. Pare infatti che gli sforbiciatori non abbiano tenuto conto dell’incremento demografico, che pure c’è, ed è anche costante.
In base al modello integrato, le scuole paritarie private avrebbero potuto assorbire gli esuberi, sennonché alla prova dei fatti ci si è accorti che non sono scuole per tutti. La stragrande maggioranza di questi istituti ha un’impostazione confessionale e rette non indifferenti per le tasche sempre più vuote dei cittadini (la media è tra i 200 e i 300 euro mensili). Che scelta avrebbero i genitori non cattolici e quelli meno abbienti?
Giunti in questo cul-de-sac, la domanda che si sono posti i cittadini riuniti nel Comitato articolo 33 è semplice: in tempi di crisi economica, in una società sempre più multireligiosa e multiculturale, mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private paritarie? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi comunali alla scuola gratuita, laica, pluralista, aperta a tutti, che ne ha un gran bisogno?
A giudicare dalle reazioni scomposte degli amministratori, pare che a Bologna questa sia una domanda irricevibile, addirittura impronunciabile. Come mettere in discussione un assioma matematico o una verità di fede. O, più prosaicamente, come toccare un dente cariato che duole.
Canto primo: ante elezioni
Sarebbero bastate novemila firme. Il Comitato articolo 33 ne ha raccolte tredicimila, consegnate in comune alla fine dell’anno scorso. Il referendum dunque si farà: il 26 maggio.
Questo ha aperto una faglia in città, che attraversa le forze politiche, i sindacati, le associazioni, la maggioranza consiliare.
Contro il referendum si sono schierati da subito la giunta comunale, il Pd, i partiti di centrodestra, la curia, Cl e altre associazioni cattoliche, la Fism.
Favorevoli al referendum, da subito: i consiglieri dei partiti minori di maggioranza (Sel e Idv) e tutti i partiti della sinistra radicale; il Movimento 5 stelle; i sindacati di base e alcune categorie della Cgil (Fiom e Flc); le chiese protestanti; diverse associazioni di genitori, insegnanti, precari della scuola.
I vertici sindacali hanno oscillato tra l’avversità manifesta per il referendum (Cisl) e lo scetticismo sulla sua opportunità (Cgil).
I contrari al referendum si appellano alla sorte dei 1.736 scolari delle paritarie private, sostenendo che sarebbero a rischio, qualora si dovessero togliere alle scuole parificate i fondi comunali. Queste infatti si vedrebbero costrette ad aumentare le rette e tutti coloro che non potessero permettersele dovrebbero essere riassorbiti nel sistema scolastico pubblico, con ulteriore aggravio per le casse comunali. Insomma se il referendum fosse vinto da chi vuole reindirizzare tutti i fondi comunali sulla scuola pubblica, il problema sarebbe aggravato anziché risolto.
Questa argomentazione è il cardine del fronte del no, ed è molto interessante, perché si basa su due false premesse e mette in luce un paradosso cruciale.
La prima premessa falsa è che si assume il referendum come abrogativo, quando invece è consultivo. I referendum consultivi servono a indirizzare le politiche pubbliche su determinate questioni: si tratta di avviare un percorso che porti come risultato finale al disimpegno del comune dal finanziamento alle scuole private, non certo dalla sera alla mattina.
La seconda premessa falsa è che si dà per scontato che, perso il milione di euro erogato dal comune, le scuole paritarie private non troverebbero altre fonti di finanziamento e che sarebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da produrre un esodo di massa verso la scuola pubblica. Anche questo non è dimostrato, non ci sono studi prospettici, indagini in questo senso. Ma l’argomento serve a creare panico.
Infine il paradosso che inquadra precisamente il problema. I difensori del modello integrato si ritrovano ad affermare che senza finanziare le scuole paritarie private – confessionali e a pagamento – non si potrebbe più garantire la scuola a tutti. Questo argomento svela precisamente la minaccia costituita dalla “sussidiarietà”, interpretata non già in senso verticale – lasciare spazio all’autonomia locale rispetto all’onnipresenza dello stato centrale, ogniqualvolta sia possibile – ma in senso orizzontale – ovvero rimpiazzare il servizio pubblico con quello fornito dal privato ogniqualvolta sia possibile. Il risultato è questo: trovarsi costretti a finanziare sempre più il privato per garantire il diritto all’istruzione, in un meccanismo perverso e canceroso che porta il privato a mangiarsi progressivamente il servizio pubblico dall’interno, invece di competere con esso dall’esterno. Il punto d’arrivo di questa logica l’abbiamo sotto gli occhi: le scuole pubbliche sovraffollate e in difficoltà, e i genitori costretti a scegliere tra mandare i figli alle scuole confessionali a pagamento o tenerli a casa.
Tuttavia pare che l’unica cosa che conti per gli amministratori sia risparmiare denaro. E finché la barca va, lasciala andare… Ma capita che ogni tanto la storia presenti il conto. Proprio non se l’aspettavano che tra la cosiddetta base, tra i bolognesi, il referendum trovasse tanto consenso, come non si aspettavano l’esito elettorale del 24 e 25 febbraio. Lo shock di non ritrovarsi primo partito del paese ha d’un tratto fatto evaporare tutta la spocchia e l’arroganza con cui i notabili cittadini avevano appellato il Comitato referendario fino a quel momento.
Il giorno dopo, i toni erano molto diversi.
Secondo canto: post elezioni
The day after… Qualche consigliere e neoeletto deputato del Pd, e perfino il segretario locale, hanno iniziato a suggerire una linea più dialogante sul referendum. Devono essersi accorti che quella che avevano considerato una fastidiosa perdita di tempo e denaro – la cittadinanza che si esprime su una scelta d’indirizzo – potrebbe anche diventare una rogna seria.
Come se non fosse bastata la sorpresa delle urne, il Comitato articolo 33 ha incassato l’adesione di Stefano Rodotà, il quale ha ricordato che “quando ci sono difficoltà economiche bisogna prima di tutto garantire le risorse per le scuole statali”.
Il capogruppo del Pd in regione ha proposto una exit strategy per l’amministrazione: eludere il risultato del referendum. Ha dichiarato che “per la politica e gli amministratori l’unico referendum che abbia un riscontro sono le urne, è il voto” e, siccome il sindaco Merola è stato eletto dalla maggioranza assoluta degli elettori e quegli elettori “hanno votato un programma”, adesso il sindaco ha il diritto di… tirare diritto.
Davvero un’argomentazione bislacca per l’esponente di un partito che si definisce democratico. Come se per vent’anni gli elettori del centrosinistra non avessero votato sotto il ricatto morale dell’egemonia berlusconiana, inghiottendo rospi su rospi, mentre si inseguiva il fantomatico centro. Una stagione che si è conclusa nell’abbraccio mortale con Mario Monti. Come se votare un candidato significasse appoggiare ogni singolo punto del suo programma, senza possibilità di suggerirgli parziali cambiamenti di rotta su questioni specifiche. Fa notare in un comunicato l’Assemblea genitori e insegnanti delle scuole di Bologna e provincia: “Sarebbe come dire che il referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone non ha alcun valore perché solo due anni prima Berlusconi aveva vinto le elezioni e di certo nel suo programma non c’era l’acqua-bene-comune”.
Il sindaco Merola arriva a dire che trova delirante spendere mezzo milione di euro per fare svolgere un referendum che riguarda un finanziamento da un milione. Anche in questo caso la logica con cui i “democratici” calcolano i costi della democrazia suona stramba: il milione di euro alle scuole paritarie viene dato ogni anno, quindi la posta in gioco è ben più alta. Il capogruppo consiliare del Movimento 5 stelle ha buon gioco nel replicare che “il referendum consultivo sui fondi pubblici alle materne private costa soldi, ma è un arricchimento per la democrazia”.
Intanto tra una consigliera comunale del Pd, già presidente provinciale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici), e la responsabile nazionale scuola dello stesso partito, accusata di avere propugnato una linea più morbida sul referendum, volano gli stracci, e le frecciate su Facebook si trasformano in querele.
Per citare ancora l’Associazione genitori e insegnanti: “Pare che il Partito democratico, malauguratamente, abbia perso la bussola e non da oggi”. Questo risulta evidente, almeno quanto la conclusione a cui giunge l’associazione: “La scuola pubblica è un bene troppo prezioso per essere lasciato nelle mani di politiche che hanno dimenticato perfino le prescrizioni della nostra carta costituzionale”.
Infine, papà, mamme, maestre e maestri si chiedono con sarcasmo: “Chissà perché il centrosinistra ha perso le elezioni imperdibili?”.
La risposta soffia nel vento. E il vento sta facendo il suo giro.
Finale
Il finale è aperto, dicevamo. La forza del risultato referendario dipenderà probabilmente da quanta gente andrà a votare. Ci auguriamo sia tanta. Vada come vada, questo piccolo grande “caso” merita di essere seguito con attenzione, perché potrebbe rappresentare un precedente nazionale interessante.
Se questo fosse davvero un poema ispirato a un’antica leggenda, allora si potrebbe sperare che l’eroe non muoia mentre compie l’impresa e riesca davvero a salvare la comunità dalla rovina. Che il piccolo Davide – pastore, musicista e poeta – possa atterrare il grande guerriero Golia. Staremo a vedere. 

venerdì 11 gennaio 2013

Scuole pubbliche, scuole private e la coda di paglia del sindaco di Bologna

Riprendiamo oggi il bellissimo articolo di Wu Ming 4 su Giap in cui si racconta di un tema sconosciuto ai più, il finanziamento da parte del Comune di Bologna delle scuole materne private e del referendum richiesto dai cittadini per bloccare questa palese violazione costituzionale. Referendum che si farà ma, guarda un po', non in concomitanza con le elezioni politiche - troppa confusione sotto il sole, un po' come diceva il Governo Berlusconi a proposito del referendum sul nucleare. Mezzucci ed espedienti di una classe politica alla frutta che usa delle technicalities per cercare di bloccare la partecipazione politica. Un bell'esempio della "democraticità" del PD. Ed un bell'esempio anche di quello che ci attende col prossimo governo, che continuerà a demolire la scuola pubblica dando soldi alle private. E d'altronde il trend fu iniziato negli anni 90 proprio dalla giunta dell'Emilia-Romagna con allora a capo un tal Bersani......



#Bologna: il referendum che verrà – di Wu Ming 4



Su Giap non ci occupiamo spesso degli affari bolognesi, perché diamo per scontato che interessino a una fetta piuttosto ristretta dei giapster. A volte però ci sono questioni locali sulle quali è difficile non prendere parola. E Giap è la nostra presa di parola pubblica. In questo caso, poi, la faccenda ci sembra emblematica di qualcosa che travalica i confini cittadini e regionali. Ed è per questo che ce ne occupiamo e non smetteremo di farlo.
Si tratta del referendum sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private.
Per chi si fosse persa la puntata precedente, indispensabile per capire pregresso e contesto, è QUESTA.
Eccoci ad aggiornare sugli sviluppi e a ribadire un punto di vista.
1. Update
«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
I. Calvino, “La Repubblica”, 15 marzo 1980
Il 5 dicembre scorso, il Comitato Articolo 33 ha depositato in Comune 13.000 firme a favore dell’indizione del referendum sui finanziamenti alle scuole paritarie private. I numeri dunque ci sono.
Da quel giorno il comitato promotore ha iniziato un pressing sul Sindaco chiedendogli di accorpare il referendum alle elezioni politiche del prossimo febbraio, al fine di sfruttare la massima affluenza possibile dei cittadini alle urne.
Il Sindaco si è trincerato dietro lo statuto comunale: «C’è uno statuto che impedisce l’election day e sarà il consiglio comunale a valutare se sarà opportuno cambiarlo. Per me è inopportuno».
A quel punto il Comitato ha pubblicato a proprie spese un’inserzione su “La Repubblica” di Bologna per marcare stretta l’amministrazione comunale che tergiversava sulla data. Inserzione alla quale il partito di maggioranza ha risposto con un dépliant sul quale campeggiava lo slogan «Facciamo scuola non propaganda», accusando indirettamente i referendari di essere appunto dei propagandisti (di cosa? E per conto di chi? Il sospetto prima di tutto, ché si sa, l’avversario non può mica essere in buona fede…).
Infine, proprio due giorni fa, il Consiglio Comunale ha votato contro l’ipotesi di modifica dello statuto, bocciando l’accorpamento. Il Sindaco ha suggellato il tutto indicendo il referendum per il 26 maggio.
E’ interessante prendere in esame le argomentazioni del sindaco di Bologna e del suo partito, perché ci sembrano rivelatrici di una certa insofferenza per ciò che si muove ai piani bassi e di un certo nervosismo del manovratore.
2. Ragione di statuto
«Questo matrimonio non s’ha da fare».
A. Manzoni, I promessi sposi (1842)
A fare notare che lo statuto comunale non era un grande appiglio contro l’opportunità dell’accorpamento tra referendum ed elezioni politiche sono stati i giuristi che affiancano il Comitato Art. 33.
In effetti lo statuto del Comune di Bologna, all’articolo 7, vieta l’accorpamento dei referendum cittadini con altre operazioni di voto, recependo così una legge dello stato: art. 6 della legge 142, 1990. Senonché nel 1999 la suddetta legge è stata modificata e da quella data si è reso possibile l’accorpamento dei referendum alle elezioni politiche nazionali. Il Testo Unico per gli Enti Locali (TUEL) ha in seguito recepito e confermato questo indirizzo di legge, tant’è che diversi comuni hanno provveduto da tempo ad adeguare i loro statuti (vedi Milano).
Del resto, secondo i giuristi summenzionati, il TUEL ha prevalenza sullo statuto comunale ed è una mancanza del Comune di Bologna che da allora non si sia proceduto ad adeguare quest’ultimo alla normativa vigente. Quale migliore occasione per farlo se non l’indizione del prossimo referendum cittadino?
Ci ha pensato un consigliere del Movimento 5 Stelle a chiedere la modifica dello Statuto in Consiglio Comunale, ovvero il suo adeguamento alla norma di legge nazionale. In effetti il Consiglio Comunale è l’unico organo che possa farlo. Il Sindaco avrebbe potuto farsi promotore della cosa, ma aveva già espresso chiaramente il suo dissenso (vedi sopra) e quindi se n’è tirato fuori, anzi, ha ribattuto con toni pesanti ai referendari che lo chiamavano in causa.
Secondo i tecnici del Comune sollecitati dal M5S a fare un po’ di conteggi, l’accorpamento non comporterebbe un risparmio per le casse comunali, ma per quelle statali invece sì.
Va da sé quindi che i motivi per cui si è deciso di evitare il risparmio e di non sfruttare l’affluenza alle elezioni di febbraio è tutto politico. Come del resto si evince dalla risposta cristallina che il suddetto consigliere grillino ha avuto dal collega del PD:
«L’accorpamento del referendum cittadino con tornate elettorali amministrative o politiche, avrebbe un effetto negativo. Chi si presenta alle elezioni per guidare un paese o una regione o una città, si presenta con una visione programmatica che è risultato di un percorso condiviso ampio, con cittadini, interlocutori, limato con alleati di coalizione. Ed è dovere del candidato alla guida di un paese mettere in campo una proposta organica programmatica e realizzabile. Unire nella stessa tornata elettorale anche la chiamata al referendum, creerebbe un cortocircuito perché con il referendum i cittadini vogliono testare se la maggioranza tiene rispetto a un tema. Inoltre non si devono confondere gli strumenti della democrazia rappresentativa con quelli della democrazia diretta. Pensate ad un’elezione amministrativa in cui ci sono 3-4 proposte di governo che hanno una sintesi programmatica. Nello stesso tempo i cittadini devono votare su 1…10 quesiti referendari. Si perderebbe la sintesi di un progetto di governo.»
[qui il verbale della seduta del Consiglio]
In sostanza: siccome tocca tenere aperto il ponte con i centristi cattolici, e siccome sulla faccenda dei finanziamenti alle scuole paritarie private ci sono svariati dissidenti dentro lo stesso PD, non si può votare per le politiche e contemporaneamente fare il referendum, perché si rischierebbe di perdere la «sintesi di un progetto di governo». Questo si chiama parlare chiaro.
Così la votazione ha visto trionfare i contrari all’accorpamento per 24 voti contro 8. Amen.
3. Parole
«Go ahead, make my day».
C. Eastwood, Sudden Impact (1983)
«Noi siamo uno degli esempi più alti in Italia su come vengono gestite le scuole per l’infanzia, un esempio di standard di qualità, e di metodo educativo. Io  ho  un  obiettivo unico, importante e decisivo: far sì che ogni mattina che un papà e una mamma si svegliano per andare al lavoro sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini. Mantenere alti i nostri standard e mantenere un metodo condiviso di educazione  indipendentemente che le scuole siano comunali, statali o paritarie, è la nostra priorità, a Bologna come in tutte le altre città della nostra regione. Tutto il resto sono ossessioni ideologiche».
Ipse dixit. Il Sindaco. Io sono il Bene, questo è il migliore dei mondi possibili, e chi non la pensa così ha ossessioni ideologiche. Interessante esempio di dialettica e confronto tra il primo cittadino e 13.000 suoi concittadini. Pare proprio che dover fare fronte a questa rogna che giunge dai piani bassi provochi una certa insofferenza in cima alle scale. Viene in mente la recente gag di quel comico famoso: «Se qualcuno pensa che ci sia un problema di democrazia, va fuori dalle palle!».
Pare comunque che il referendum si farà. Il 26 maggio.
Nel frattempo vale la pena soffermarsi ancora un po’ sulle illuminanti parole del Sindaco, dalle quali si evince chiaramente che per lui non c’è alcuna distinzione tra scuole comunali, statali o paritarie (e se qualcuno lo nega è ossessionato dall’ideologia, sia chiaro).
Il punto nodale è precisamente questo: non è vero che le scuole paritarie private sono uguali alle altre. Non lo sono perché per accedervi si pagano rette salate e perché la stragrande maggioranza di esse ha un orientamento confessionale (pare che l’ideologia faccia male, mentre la confessionalità vada benissimo…). Va da sé che, in una società sempre più laica, sempre più multireligiosa, e sempre più povera, l’accesso delle famiglie non cattoliche e non abbienti a tali scuole è fortemente limitato, se non precluso. Dunque le scuole paritarie private non sono scuole di tutti, ma di parte, e non possono essere considerate uguali a quelle pubbliche, dove vige un principio diverso: libero accesso gratuito, laicità, pluralità. E dove il personale è selezionato in base alle graduatorie, non in base alla sua conformità a un progetto pedagogico o all’altro.
Ne consegue che se davvero la preoccupazione del Sindaco è quella che i papà e le mamme «sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini», allora dovrebbe dare la precedenza alla scuola pubblica, uguale per tutti, e ad essa riservare le risorse comunali. Per altro, al netto delle sue preoccupazioni, va detto che il decantato modello emiliano di scuola per l’infanzia, almeno a Bologna, sta scricchiolando parecchio, e comincia a mostrare falle più o meno grandi. Altrimenti le preoccupazioni dei referendari non sarebbero nemmeno sorte, probabilmente.
Ancora più significativo di un certo stile retorico e di una certa visione dell’istruzione, è il dépliant di partito segnalato all’inizio di questo post. Vale la pena di analizzarlo dettagliatamente.
4. Il Milione
- Poco fa io ho teso le dita della mano verso di te. E tu hai veduto cinque dita. Ricordi?
- Sì.
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nascosto il pollice.
- Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?
- Sì.
G. Orwell, 1984 (1949)
Prima di tutto il concept. Nel dépliant si mette a disposizione una finestra bianca, dove è possibile scrivere «idee e suggerimenti» sulla scuola, perché è necessario mostrarsi aperti e democratici. Il partito raccoglie queste idee dalla base, ma in realtà ha già deciso cosa la base stessa deve pensare dell’intera faccenda e blinda lo spazio bianco con messaggi lapidari.
«Un sistema integrato per garantire l’istruzione a tutti i bambini».
Non un accenno al fatto che tale sistema da almeno un paio d’anni a questa parte non sta più garantendo tutti, gli esuberi si contano a centinaia e il Comune deve correre ai ripari alla meno peggio, aumentando il numero di alunni per sezione, aprendo nuove sezioni a mezza giornata, sollecitando lo Stato centrale a intervenire, etc. (a dimostrazione che non è poi così vero che ha le mani legate…).
Viene inoltre detto che le convenzioni «NON SONO uno strumento per finanziare la scuola privata». Questa è nuova. Ma allora di cosa stiamo parlando? Forse che il milione di euro stanziato dal Comune per le scuole paritarie non è un finanziamento? E cos’è allora, di grazia? Un regalo?
La risposta è appena una riga sopra: «Le CONVENZIONI sono uno strumento per realizzare: PIU’ QUALITA’; PIU’ EQUITA’ e PIU’ INTEGRAZIONE CON LA SCUOLA COMUNALE».
Più qualità… Forse per la scuola privata paritaria, perché invece quella pubblica sta mostrando la corda in più punti. Genitori che portano a scuola la carta igienica, la carta da disegno, o che versano oboli “volontari” autotassandosi, sono sempre meno rari. Recentemente ad autotassarsi sono stati gli alunni stessi per comprare cinque computer alla loro scuola.
Più equità… Se nelle scuole paritarie private si paga per ottenere un’istruzione, di quale equità si sta parlando?
Integrazione con la scuola comunale… In che senso? Quanto è garantita nella scuola paritaria privata la libertà confessionale, culturale, o d’insegnamento? E l’accesso ai disabili o agli stranieri? Tanto quanto nella scuola pubblica? Le percentuali dicono il contrario. Anche qui viene da chiedersi cosa s’intenda per integrazione.
Al netto delle licenze lessicali, il nocciolo duro dell’argomentazione esposta nel dépliant sono i conti della spesa.
La spesa comunale per la scuola pubblica è di poco più di 35 milioni di euro. Cioè circa cinquemila euro a bambino annui.
Contro i circa seicento euro a bambino spesi nel finanziamento della scuola paritaria privata. Quasi un decimo! Un affarone. E tanto basta.
Il dépliant si premura di specificare che
«destinare i fondi delle convenzioni alle scuole comunali, come chiedono i referendari, non permetterebbe di aumentare l’offerta della scuola comunale, perché oggi non è possibile assumere nuovo personale e se anche fosse possibile, i fondi stornati potrebbero garantire la scuola dell’infanzia a non più di 150 bambini.»
Il peccato qui è di omissione, evidentemente. Ci si dimentica di considerare che con il milione di euro delle nostre tasse attualmente destinato alla scuola privata, il comune potrebbe chiudere non poche falle aperte nelle scuole comunali: carenza di personale, di materiali, di servizi, etc., invece di cedere a un progressivo sbilanciamento verso l’integrazione e la sussidiarietà del privato. Sarebbe in sostanza possibile dare un segnale in controtendenza rispetto alla rassegnazione che si respira in Italia intorno alla scuola, chiedendo che si torni a investire nell’istruzione pubblica a tutti i livelli. Ed ecco che dai duri conti si è già tornati a bomba sul piano delle scelte politiche e d’indirizzo. Che poi sono quelle su cui vorrebbe intervenire il referendum.
La natura politica del problema è rivelata anche da un’altra ipocrita omissione nel medesimo depliant:
«Il Comune di Bologna vuole da sempre garantire il diritto delle bambine e dei bambini a un’educazione e una formazione di qualità, questo significa non occuparsi solo delle proprie scuole, ma contribuire con proprie risorse a qualificare tutte le scuole, comprese quelle dello Stato».
D’un tratto le scuole private sono sparite, sostituite da quelle dello Stato, alle quali il comune dà poco più della metà dei soldi che stanzia per le paritarie private. Il trucchetto si commenta da sé.
La responsabile al welfare del PD – ripresa a più voci dagli esponenti di giunta – sostiene che se si togliesse quel milione di euro comunale alle scuole private, queste si vedrebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da provocare un esodo verso la scuola pubblica, con conseguente aggravio degli oneri per le casse comunali.
Così si grida all’allarme: i referendari vogliono farci spendere di più! Occhio alla borsa, cittadini!
A conti fatti questa è l’unica vera argomentazione di chi contrasta il referendum. E si basa su una premessa non dimostrata.
Le scuole paritarie, oltre ai fondi comunali, possono attingere e attingono a fondi statali, regionali, privati, ecclesiastici, etc. Questi istituti hanno molte altre vie per reperire finanziamenti e continuano a chiederne infatti, a partire dalla sezione bolognese della Federazione Italiana Scuole Materne (paritarie). Per altro, la linea degli ultimi governi nazionali è andata precisamente nella direzione auspicata da questa associazione di ispirazione confessionale.
Inoltre, non è dato sapere di quale portata sarebbe l’esodo dalla scuola privata prodotto dall’eventuale innalzamento delle rette. Nessuno finora ha offerto calcoli o sondaggi prospettici in proposito. Ma al netto di queste considerazioni, resta il fatto che in base alla Costituzione il diritto da salvaguardare dovrebbe essere quello a un’istruzione pubblica universale. Pensare che, se i posti alla scuola pubblica scarseggiano, a qualcuno tocchi per forza andare nelle scuole private perché il sistema è stato così pensato da vent’anni a questa parte, be’, questo sì è rassegnarsi a una forzatura ideologica. Perché oggi si cerca di farla passare come conseguenza della crisi, ma vent’anni fa la crisi non c’era, le vacche erano belle grasse, ed è proprio allora che questo “gioiellino” di sistema integrato è stato concepito e in Emilia-Romagna ha mosso i primi passi. Passi che si sono fatti sempre più lunghi ad ogni nuova manovra finanziaria.
Quello che si sta profilando per la scuola pubblica italiana è molto chiaro, lo dicono le notizie di ogni giorno. Uno degli ultimi provvedimenti inclusi nella Legge di Stabilità del governo uscente – che ha ulteriormente tagliato i fondi alla scuola pubblica e aumentato quelli per la privata – prevede il finanziamento alle scuole non in base alle necessità, bensì in base al merito, e senza nemmeno premunirsi di specificare con quali parametri sia possibile fare la valutazione.
Ma è affermare il principio che conta: bando all’eguaglianza di diritti e di trattamento.
Torniamo allora alla domanda che già ci ponevamo nell’anno vecchio. Se il sistema è questo e può soltanto essere questo, se tutto ciò che è reale è razionale e viceversa, dov’è il margine della politica? Dov’è la scelta dei cittadini? Gli esseri umani che vivono in questo Paese e, nella fattispecie, in questa città, hanno ancora la possibilità di optare per un destino diverso o possono solo essere conculcati e guidati verso l’ineluttabile futuro che li aspetta?
Chissà. Per ora, tredicimila abitanti di Bologna hanno detto che no, non vedono cinque dita. Dev’essere per questo che gli O’Brien nostrani masticano così amaro. E almeno un po’ tentennano, come dimostra la notizia dell’ultima ora sul fatto che il Sindaco, dopo averne dette di tutti i colori ai referendari, ha deciso di concedere loro un incontro. Chi vivrà vedrà.

fonte: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10774



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mercoledì 2 marzo 2011

IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

Vi sono momenti in cui il “nostro” Presidente del consiglio - con l’immancabile ministro dell’istruzione al seguito - non suscita in me la consueta disapprovazione che spesso finisce con una incredula ilarità, ma al contrario un senso di pena: ciò accade quando circondato per le sue stesse responsabilità a tutti note da generali contestazioni, si comporta come una persona assediata che giunge a difendersi con argomenti che aggravano ulteriormente la sua situazione.
Ad esempio, un paio di giorni fa, parlando di scuola ad un’assemblea di cosiddetti Cristiano-Riformisti, per difendersi da quanti lo accusassero di un eccesso di “atti impuri”, ha detto (cito dal Corriere della Sera di sabato scorso): «Nelle mie ville nulla di male, solo un po’ di allegria, scherzi, balli, qualche cosa da bere». Il Presidente poteva tacere - e in proposito sarebbe stato molto meglio -; invece ha parlato, e quelle parole in un Paese in grave sofferenza per la disoccupazione, il precariato, il lavoro nero e grigio e i tagli di ogni genere alla disperata povertà di larghe fasce della popolazione quelle parole hanno suonato come uno schiaffo. Poteva dire «a casa mia». No. Ha voluto precisare che le sue non sono case ma ville dove si sbevazza e si fa la bella vita a scherno di quanti si dannano per poter mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma torniamo in tema: la scuola. E’ al corrente il Presidente che da più di dieci anni non si fanno più concorsi nazionali per abilitazione e cattedra impedendo così alla scuola di Stato di rinnovarsi e aggiornare il suo corpo insegnante attualmente mal pagato e messo in condizione di non potere dedicarsi all’approfondimento della propria cultura a danno di studenti che, scontenti di ataviche arretratezze didattiche, finiscono per trovare sollievo (!?) trascorrendo metà della loro giornata davanti ai paradisi artificiali o al nulla dei loro computer?
Quando poi il Presidente esalta le scuole private nei confronti delle scuole di Stato (accusate, come si usava negli anni 40 dello scorso secolo, di solidarizzare con i cosacchi comunisti che squartavano i bambini in piazza San Pietro), ha mai pensato che nelle scuole di Stato vige la libertà di pensiero e l’insegnamento della religione mentre nelle private il dissenso ideale è spesso considerato una colpa o magari un peccato? Forse, per di più, il Presidente ignora che la cosiddetta scuola privata costituisce spesso una fonte di arricchimento per qualunque altro “mercato”; e probabilmente ignora qual è la differenza fra scuola privata (religiosa) e scuola privata a volte neanche parificata (ormai non troppo scherzosamente sbeffeggiata come “diplomificio”).
Si è mai posto, il Presidente, il problema dei finanziamenti che lo Stato, secondo la Costituzione, non dovrebbe sottrarre alla scuola pubblica per deviarli verso le scuole private già lautamente impinguate dalle alte tasse che esse impongono alle famiglie dei loro alunni privilegiati? La scuola - in particolare quella italiana - ha un’infinità di problemi antichi e attuali che non si possono certo risolvere con alcune frasi demagogiche, oltre che menzognere, come il Presidente ha fatto, se non sbaglio all’hotel Hergife, pur sapendo che lui stesso di quei problemi non ha forse mai sentito parlare.

Luca Canali (Liberazione, 2/03/11)