lunedì 12 dicembre 2011

Perché gli Stati non possono essere aiutati mentre le banche sí?

Di Nicola Melloni da "Liberazione"

Sembra davvero incredibile che dopo un anno e mezzo di crisi europea non si sia ancora riusciti a trovare una soluzione sensata. I vertici europei si ripetono stancamente e finiscono sempre nella stessa maniera: tante dichiarazioni, e sempre la stessa ricetta liberista, tagli, tagli ed ancora tagli. L’austerity che l’Europa tedesca impone viene descritta come una amara medicina, ma si tratta in realtà di suicidio assistito.
Il nuovo trattato europeo purtroppo continua a seguire questa via fallimentare. L’unione fiscale è in realtà un coordinamento che istituzionalizza l’austerity. Peccato che, come abbiamo detto ormai troppe volte, la stretta fiscale non può funzionare in tempi di crisi. Anche economisti liberali ma non ideologizzati hanno ormai capito che non può essere questa la via. Paul Krugman, nobel per l’economia ed editorialista del New York Times, va da tempo ripetendo che l’austerity è controproducente. L’economista francese Fitoussi ha posizioni molto simili. E pure sulla Stampa di ieri, Mario Deaglio descrive le nuove regole europee come una camicia di forza che impedisce ogni flessibilità delle politiche pubbliche. Un paragone azzeccato, soprattutto pensando che la camicia di forza sarebbe forse più adatta se indossata dai governanti d’Europa.
Nessuno contesta che politiche economiche equilibrate siano indispensabili. Ed è sicuramente vero che livelli troppo alti di debito sono nocivi. Il debito è indiscutibilmente un dramma per l’economia italiana e lo era anche prima della crisi attuale, perché ci costringeva ogni anno a pagare miliardi di euro di interesse, bloccando ogni investimento che modernizzi il paese, facendoci pagare un livello eccessivo di tasse (sui redditi più bassi) e deprimendo i salari. Dunque, che gli Stati non debbano sperperare le finanze pubbliche è un principio sacrosanto. Ma le politiche di rigore fiscale andrebbero perseguite quando l’economia sta crescendo, accumulando per i periodi di vacche magre. Invece l’Europa tedesca pretende che questo rigore ci sia sempre, a cominciare proprio dai momenti di recessione. Una follia.
Nonostante siano anni che ci sentiamo ripetere che bisogna rilanciare la crescita – e questo obiettivo è ancora più urgente in recessione – la nuova Europa tedesca elimina qualsiasi strumento pubblico che possa sostenere l’economia. La politica monetaria è già nelle mani della Bce che per statuto si occupa solo di inflazione e non di crescita ed occupazione. Ora la politica fiscale ha il solo obiettivo del pareggio di bilancio. Il paradiso del neo-liberismo, con lo stato che si preoccupa solo dei conti pubblici ed il mercato che si occupa dell’economia reale. Già, ma quale mercato?
Quello bloccato degli ultimi anni? Quello irrazionale che ha portato alla crisi del 2008? La Bce continua a irrorare di liquidità le banche sperando che quel denaro faccia da volano alla ripresa economica. Fino ad ora, però, non è successo. Gli istituti di credito continuano, invece, ad accumulare debiti e gli ultimi dati degli stress test non sono rassicuranti. Anche perché, in piena orgia iperliberista, si è cominciato a conteggiare i titoli posseduti dalle banche a livello di mercato, un inno alla speculazione. Cioè un titolo del tesoro italiano che portato a termine rende il 4 per cento viene in realtà contato come una perdita, perché venduto ora andrebbe sottoprezzo. Con l’inevitabile incentivo per le banche a sbarazzarsi dei titoli più a rischio, peggiorando ulteriormente la crisi.
Addirittura il governo Monti ha istituito un fondo di garanzia per le banche per incentivarle ulteriormente a finanziare gli investimenti. Ma che razza di mercato è mai questo? Le banche continuano a ricevere liquidità dalla Bce, vengono ricapitalizzate per evitarne la bancarotta ed ora si elimina anche il rischio d’impresa. Un sistema di incentivi assurdo, in cui il conto viene pagato sempre dai cittadini e i profitti vanno sempre alle banche. Tanto varrebbe nazionalizzare gli istituti di credito.
Quello che soprattutto risulta inspiegabile se non in una ottica di oligarchia finanziaria, è perché gli stati non possano essere aiutati mentre le banche sì. Un liberismo a senso unico, privo di logica, soprattutto tenendo conto che un salvataggio dei Paesi europei più in difficoltà si tramuterebbe indirettamente in un aiuto al settore finanziario, grazie alla rivalutazione dei titoli di debito pubblico oggi a rischio. Una soluzione ragionevole, che ormai solo la cecità tedesca continua a respingere.


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