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lunedì 4 giugno 2012

Perché l'edificio europeo scricchiola

Di Nicola Melloni

In Europa, la gestione autoritaria e antidemocratica della crisi economica ha generato una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali e continentali
Le elezioni che si sono svolte in vari paesi europei nelle ultime settimane hanno mandato segnali molto precisi seppure, a volte, contrastanti. Un po’ ovunque sono stati puniti i governi in carica, e questa non è una sorpresa – da sempre, quando l’economia è in recessione o stagnante gli elettori tendono a premiare le opposizioni. Come avrebbe detto Clinton: it’s the economy, stupid! E in questa ottica si potrebbero valutare i successi di Hollande in Francia e la batosta della CDU nelle elezioni regionali tedesche.
In realtà, però, sarebbe una spiegazione riduttiva. Non ci troviamo di fronte a un normale ciclo elettorale-economico. La crisi sta sconvolgendo la natura stessa dell’Unione europea e, soprattutto, del contratto sociale che ha governato il continente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Lo stesso Draghi lo ha ribadito a più riprese, sostenendo che il modello sociale europeo era ormai obsoleto[i].
Quel modello però era ed è la base del capitalismo democratico nato dalle ceneri del fascismo e della grande crisi del ’29. Un compromesso tra capitale e lavoro sviluppatosi a seguito di precise dinamiche sociali ed eventi storici che Draghi sembra ignorare. Tra le due grandi guerre del XX secolo, l’instabilità del capitalismo e le politiche liberali contribuirono fortemente alla destabilizzazione delle società occidentali, una situazione ben compresa sia da Roosevelt sia da Keynes quando ri-organizzarono il capitalismo americano e poi quello europeo sulla base di un nuovo patto politico, economico e sociale. L’entrata prepotente delle masse popolari nella storia, a partire soprattutto dalla Rivoluzione d’Ottobre, aveva reso chiaro che non era più possibile continuare a privilegiare a qualunque costo gli interessi economici del capitale.
Il Gold Standard, il sistema monetario internazionale che aveva caratterizzato il boom economico tra Ottocento e Novecento, non solo non era compatibile con l’esistenza degli stati nazionali democratici, ma metteva a rischio la sopravvivenza stessa del capitalismo. Fino a quel momento, la recessione portava a disoccupazione di massa e tensioni sociali, gli squilibri erano aggiustati diminuendo il livello dei salari e le condizioni di vita dei lavoratori. Ma con la rivoluzione alle porte e la reazione che portò alle guerre, i diritti di proprietà dei capitalisti venivano messi a rischio mentre la pauperizzazione dei lavoratori portava a quelle crisi di sovrapproduzione che già Marx aveva ben anticipato. E dunque ecco il compromesso alla base del modello sociale europeo che coniugava capitalismo e democrazia: proprietà privata protetta ma politica economica che puntava alla piena occupazione e comunque con un occhio di riguardo per le dinamiche economiche e sociali interne.
Come ben sappiamo questo modello è andato erodendosi nel corso degli ultimi trent’anni. Passo a passo ha lasciato spazio a una nuova ortodossia, quella del Washington Consensus, basata sui programmi di aggiustamento strutturali del Fondo monetario internazionale, in cui nuovamente la politica interna veniva sospesa per favorire gli interessi del mercato. Era però una realtà lontana da noi, che ci toccava solo dal punto di vista morale e che non capivamo finché non l’abbiamo toccata con mano.
L’avvento dell’Euro, infatti, ha svuotato gli Stati democratici di moltissimi dei loro poteri, dal battere moneta alla gestione indipendente della politica fiscale. Negli anni (relativamente) grassi, questo non è stato un problema, ma lo è diventato ovviamente ora, sulla spinta della crisi finanziaria. Che però, appunto, è diventata crisi di sistema. L’austerity prevede che i cittadini ed i lavoratori non siano più protetti dai loro governi che si devono invece concentrare solo sui conti pubblici – la stessa dinamica che caratterizzò la prima parte del XX secolo.
Le conseguenze politiche, elettorali e sociali di quel periodo sono state variamente studiate nel passato ma stanno ritornando prepotentemente al centro del dibattito accademico. Come noto, la Grande Depressione ebbe tra i suoi effetti più devastanti la crescita esponenziale di movimenti fascisti in quasi tutta Europa, una relazione causale ultimamente provata da Eichengreen e Bromhead[ii]. Studiando i risultati presentati dai due economisti si può sostenere che, nonostante le crisi non portino necessariamente al sovvertimento dei regimi democratici, influiscono però in maniera decisiva nella crescita di movimenti politici anti-sistemici, soprattutto se di estrema destra.
Ma le crisi economiche non sono la sola causa dei problemi della democrazia. Ponticelli e Voth[iii] hanno recentemente studiato la relazione tra austerity e rivolte sociali e scoperto che manifestazioni, scioperi ma anche assassinii politici e tentativi rivoluzionari aumentano esponenzialmente quando i governi tagliano le spese. In breve, la coesione sociale è funzione inversa del livello di spesa pubblica, soprattutto nei periodi di crisi.
Quel che più preoccupa è che, con tutti i distinguo del caso, l’Europa attuale non sembra aver fatto tesoro degli errori del passato[iv]. E le conseguenze, non a caso, ricordano, in sedicesimo per ora, quelle già viste in precedenza. Il dato che più salta all’occhio è la crescente sfiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di rappresentanza.
Se guardiamo i risultati elettorali dell’ultimo mese, appare chiaro che in quasi tutto il Vecchio Continente gli elettori hanno disertato le urne convinti che il loro voto sia ormai inutile e che le democrazie abbiano poco potere nei confronti del mercato. Tra chi invece si è preso la briga di andare a votare, i risultati migliori li hanno presi partiti dichiaratamente ostili al modello di Europa organizzato da Draghi e Merkel. I partiti tradizionali e in particolare quelli pro-austerity sono usciti dalla tornata elettorale semi-distrutti. Il caso eclatante, ovviamente, è quello greco, dove Pasok e Nuova Democrazia raccolgono a stento un terzo dell’elettorato. Ma anche in Italia, il Pdl è sparito ed il Pd vince elettoralmente, ma diminuendo il numero assoluto di voti e politicamente è messo all’angolo in tutti i comuni principali. E pure Sarkozy, Merkel e Cameron sono battuti su tutta la linea.
I vincitori chiaramente cambiano da paese a paese, in linea pure con le diverse situazioni economiche e con i diversi sistemi politici. In Germania e Francia, i paesi tuttora più benestanti, la spuntano partiti socialisti e socialdemocratici molto critici della politica economica europea. Ma i veri trionfatori sono Le Pen da una parte e i Pirati dall’altra. Fenomeni che non possono essere confusi ma che in comune hanno un rigetto profondo della politica “del Palazzo” e una critica radicale del sistema, su basi reazionarie o semi-anarcoidi.
Mentre in Italia la vittoria è chiaramente del Movimento 5 Stelle che basa la sua campagna sul rifiuto totale del sistema dei partiti e su una critica spietata dell’Unione europea e dell’euro, di cui ci si augura addirittura la scomparsa. E intanto nel nostro paese cresce la tensione sociale con attacchi sempre più numerosi ad Equitalia, eretta a simbolo e capro espiatorio di uno Stato non solo assente ma pure opprimente. Movimenti tra loro diversissimi, dunque, ma che attirano la simpatia ed il voto di chi ha perso ormai totalmente fiducia nel sistema istituzionale che così male sta governando l’Europa.
Il caso greco è, ovviamente, un poco diverso. In quel paese l’austerity ha colpito assai più duramente che altrove ed ecco allora che le risposte si fanno più aggressive. L’affermazione di Syriza è la vittoria di un partito di sinistra radicale che non rifiuta l’euro ma non è disposto a sacrificare la Grecia e la sua economia sull’altare della moneta unica. Nel frattempo però si fanno largo pure movimenti neo-nazisti che acquistano forza tra le fasce più disperate ed all’interno di polizia e forze armate.
In generale si può dunque concludere che l’assurda gestione della crisi economica sta portando a un’altra crisi, forse ancora più grave, una crisi di legittimità sia delle istituzioni nazionali, viste come inette ed incapaci, sia di quelle europee, viste come oppressive quando non colonizzanti. La risposta politica data dagli Stati europei al collasso finanziario è stata di sapore autoritario e comunque poco democratico: governi tecnici, memorandum e lettere più o meno segrete. Stati che non sanno più parlare ai propri cittadini, che si preoccupano solo dello spread e delle banche. Ma uno Stato che non si occupa o che non sa occuparsi, poco cambia, dei bisogni dei suoi abitanti è l’anti-tesi della democrazia. E rischia dunque una deriva che potrebbe, molto in fretta divenire poco controllabile.

[i] Non a caso Draghi ha attaccato frontalmente il modello occupazionale europeo in una intervista al Wall Street Journal: http://www.ecb.int/press/key/date/2012/html/sp120224.en.html
[ii] de Bromhead A., E. Eichengreen (2012), Right Wing Political Extremism in the Great Depression, University of Oxford, Discussion Paper in Economic and Social History, 95 (February)
[iii] Ponticelli, J., Voth, H.J., (2011), Austerity and Anarchy: Budget Cuts and Social Unrest in Europe, 1919-2009, CEPR, Discussion Paper Series, 8513.
[iv] Apparentemente le lezioni del passato sono usate solo strumentalmente per fini politici, come la psicosi da iper-inflazione tedesca. Se è vero che l’impennata dei prezzi contribuì alla delegittimazione della Repubblica di Weimar è anche vero che fu la recessione post-29 a portare al potere i nazisti. Ed al momento il rischio in Europa è sicuramente la disoccupazione e non l’inflazione.

Il sito originale dell'articolo, "Sbilanciamoci"

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martedì 3 gennaio 2012

Grecia, lo specchio del futuro. Cronaca annunciata di una crisi.
Di Nicola Melloni

L'editoriale del 31 dicembre 2011 da "Liberazione"


In questi ultimi due anni Liberazione ha ostinatamente denunciato gli sbagli, le assurdità ed i crimini perpetrati dall'Unione Europea ai danni della Grecia. Ad ogni vertice europeo si assisteva alla solita sfilata di leader che spiegavano come Atene non fosse un problema, come la situazione fosse sotto controllo, come i piani di salvataggio avrebbero rimesso in piedi il paese senza problemi. Ogni volta abbiamo spiegato quali fossero i veri problemi della Grecia e come gli interventi europei peggiorassero la situazione, invece di risolverla. Prima sembravamo piantagrane e disfattisti, poi, pian piano, anche gli altri giornali se ne sono accorti. In un drammatico crescendo l'Europa è stata sostituita dal direttorio franco-tedesco mentre la crisi raggiungeva prima Irlanda e Portogallo e poi Spagna ed Italia. Nulla però, nella sostanza è cambiato, nonostante l'incontrovertibile evidenza del fallimento dei pacchetti di aiuti targati Ue e Fondo monetario.

L'analisi della crisi greca è stata sbagliata fin da subito. Si è tentato di spiegare che il problema fossero i conti truccati e i numeri sballati. In fondo, si sosteneva, la Grecia ha una economia solida e con un banale riaggiustamento dei conti pubblici si sarebbe ridata fiducia ai mercati e ristabilito un circolo virtuoso di crescita. In realtà i problemi della Grecia erano e sono problemi strutturali dell'area Euro, cui si sono aggiunti i trucchi contabili, per altro avallati sia dalla finanza internazionale che dalla Commissione europea. La Grecia, come tutta l'Europa meridionale soffre di un problema di competitività legato al cambio fisso, ed improbo, della moneta unica. Un cambio che ha avvantaggiato l'Europa del Nord e soprattutto la Germania che continua ad avere esportazioni maggiori ad importazioni solo grazie al mercato unico dove i suoi prodotti spadroneggiano.

La creazione di un mercato "tedesco" era stata "comprata" con l'unificazione monetaria e dunque con l'abbassamento generalizzato dei tassi di interesse. Questo ha permesso al capitale internazionale, soprattutto quello tedesco e francese, di cercare nuove possibilità di investimento nell'area mediterranea dell'euro. Ed ogni paese ha usato questi fondi, chi meglio e chi peggio, la Spagna costruendo infrastrutture, la Grecia aumentando il debito pubblico, l'Italia lasciando che l'evasione fiscale si mangiasse i conti pubblici. Alcune scelte sono state lungimiranti, altre criticabili. Ma non si può sostenere, come si continua invece a fare, che Italia, Grecia o Spagna abbiano vissuto sopra i loro mezzi. L'afflusso di capitali, l'indebitamento pubblico o privato è stato pagato in moneta sonante, con un costante trasferimento di risorse dal Sud verso il Nord Europa - che le rimetteva poi in circolo. In parole povere, questo movimento di capitale finanziario era usato, soprattutto, per finanziare le esportazioni dell'industria tedesca.

Il meccanismo, come già negli Anni '80 con i paesi del Terzo Mondo, è esploso in coincidenza di una crisi finanziaria nata altrove e non legata alle dinamiche del debito europeo. Ha però messo in luce i problemi strutturali legati alla composizione del mercato unico europeo. Ed invece si è cercato di spiegare la crisi con la pigrizia e la "dolce vita" dell'Europa latina. Le soluzioni proposte sono state dunque la logica conseguenza di questa lettura parziale e sbagliata. I paesi in crisi sono stati obbligati a tagli e sacrifici per rilanciare la competitività perduta a causa del cambio fisso europeo.

Quindi licenziamenti di massa ed aumento dell'"esercito industriale di riserva" di marxiana memoria per diminuire il livello dei salari, taglio selvaggio delle spese statali per rassicurare i mercati circa la solvibilità dei paesi con deficit e debito troppo alti. Un classico esempio di ristrutturazione capitalista che però è sia politicamente che economicamente disastrosa. La crisi dell'eurozona non è un fallimento dello stato, ma un fallimento del mercato, a volte mediato da politiche pubbliche disastrose come in Grecia, ma non certo nei casi di Spagna ed Irlanda, per anni osannate dagli economisti liberali come esempio di mercato flessibile ed efficiente. Le politiche pro-cicliche della Ue non colgono dunque l'essenza del problema ed hanno, inevitabilmente, peggiorato la situazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione in Europa è alle stelle, in Spagna oltre il 20%, in Grecia al 17%. Nel paese ellenico, taglio dopo taglio, si è solo accentuata la recessione, presto trasformata in depressione. E quindi a tagli si sono aggiunti tagli, perché le entrate fiscali scendono durante i periodi recessivi mentre le spese aumentano. Un circolo vizioso che sta portando la penisola ellenica verso il baratro. In situazioni "normali" di crisi finanziaria, il collasso dei conti pubblici travolge l'economia reale ma offre anche un salvagente per ripartire, la svalutazione. E' successo in Russia, nel 1998, dove il crollo del rublo ha rilanciato la produzione industriale. E' successo in Corea nel 1997 dove la rovinosa crisi asiatica, e le ancor più rovinose medicine del Fmi sono state superate grazie al rilancio delle esportazioni negli anni immediatamente successivi al collasso finanziario. E' successo pure in Argentina dove, dopo il default, l'economia è ricominciata a crescere ed ha avuto le migliori performance dell'America Latina nell'ultimo decennio.

Questo rilancio è invece impossibile in Grecia, con l'euro che blocca ogni possibilità di svalutazione competitiva. La moneta unica è chiaramente un bene da salvaguardare, ma l'unica maniera per farlo era avviare un giusto risanamento dei conti pubblici basato soprattutto sul rilancio dell'economia reale e sul taglio dei veri privilegi - dalle esenzioni agli armatori all'evasione fiscale di massa della borghesia.
Si è scelto, invece, di affondare il Paese. I mercati finanziari hanno ripetutamente bocciato i piani di salvataggio, valutando, a ragione, la Grecia come tecnicamente fallita. Ed infatti, puntuale, è arrivato l'hair cut sui titoli del debito. I ricchi greci intanto partivano con mazzette di euro in tasca dal Pireo in direzione Berlino e Londra, impauriti dal rischio sempre più reale di una uscita dall'euro, di un blocco dei conti correnti, di una svalutazione rovinosa. I poveri invece hanno dovuto subire il fallimento de facto dello Stato, scuole senza libri e ospedali senza medicine.

Ma le contraddizioni del capitalismo, pur emerse con forza e nettezza quasi inaspettate, non hanno per ora portato ad un cambiamento di paradigma, anzi. Le forze della reazione hanno sgombrato il campo, lavorando incessantemente per trent'anni a livello economico, con la sempre più accentuata marginalizzazione del sindacato, e per vent'anni a livello politico col liberismo di sinistra e la scomparsa della socialdemocrazia classica. Per questo il prezzo della crisi, in Grecia, lo pagano i lavoratori. Per questo la stessa cosa succede in Spagna ed in Irlanda, ma anche in Francia ed in Inghilterra. Per questo il problema della Grecia è anche e soprattutto il nostro. La riorganizzazione capitalista ad Atene è solo lo specchio in cui la nostra immagine, l'immagine dell'intero capitalismo occidentale, viene riflessa.

Una immagine orribilmente deformata ma veritiera che mostra una economia solcata ancora una volta da un divampante conflitto di classe. Politici, giornalisti ed accademici prezzolati continuano la loro incessante guerra mediatica, si parla di conflitto inter-generazionale, di privilegiati contro senza diritti, ma ancora una volta la contrapposizione è quella dei poveri contro i ricchi. Le piazze piene di Atene sono composte da chi ormai non ha nulla da perdere, se non le proprie catene. E così sono le piazze italiane degli studenti senza futuro trasformati non in figli della borghesia arrabbiati, ma in proletari in fieri. Ed identiche sono le piazze spagnole degli indignados a cui sono stati tolti contemporaneamente l'autodeterminazione economica e la rappresentanza politica. Qualcosa, sotto la cenere, si muove e non è un caso che ad Atene, come a Mosca e Santiago, in prima fila ci siano le bandiere rosse.

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lunedì 12 dicembre 2011

Perché gli Stati non possono essere aiutati mentre le banche sí?

Di Nicola Melloni da "Liberazione"

Sembra davvero incredibile che dopo un anno e mezzo di crisi europea non si sia ancora riusciti a trovare una soluzione sensata. I vertici europei si ripetono stancamente e finiscono sempre nella stessa maniera: tante dichiarazioni, e sempre la stessa ricetta liberista, tagli, tagli ed ancora tagli. L’austerity che l’Europa tedesca impone viene descritta come una amara medicina, ma si tratta in realtà di suicidio assistito.
Il nuovo trattato europeo purtroppo continua a seguire questa via fallimentare. L’unione fiscale è in realtà un coordinamento che istituzionalizza l’austerity. Peccato che, come abbiamo detto ormai troppe volte, la stretta fiscale non può funzionare in tempi di crisi. Anche economisti liberali ma non ideologizzati hanno ormai capito che non può essere questa la via. Paul Krugman, nobel per l’economia ed editorialista del New York Times, va da tempo ripetendo che l’austerity è controproducente. L’economista francese Fitoussi ha posizioni molto simili. E pure sulla Stampa di ieri, Mario Deaglio descrive le nuove regole europee come una camicia di forza che impedisce ogni flessibilità delle politiche pubbliche. Un paragone azzeccato, soprattutto pensando che la camicia di forza sarebbe forse più adatta se indossata dai governanti d’Europa.
Nessuno contesta che politiche economiche equilibrate siano indispensabili. Ed è sicuramente vero che livelli troppo alti di debito sono nocivi. Il debito è indiscutibilmente un dramma per l’economia italiana e lo era anche prima della crisi attuale, perché ci costringeva ogni anno a pagare miliardi di euro di interesse, bloccando ogni investimento che modernizzi il paese, facendoci pagare un livello eccessivo di tasse (sui redditi più bassi) e deprimendo i salari. Dunque, che gli Stati non debbano sperperare le finanze pubbliche è un principio sacrosanto. Ma le politiche di rigore fiscale andrebbero perseguite quando l’economia sta crescendo, accumulando per i periodi di vacche magre. Invece l’Europa tedesca pretende che questo rigore ci sia sempre, a cominciare proprio dai momenti di recessione. Una follia.
Nonostante siano anni che ci sentiamo ripetere che bisogna rilanciare la crescita – e questo obiettivo è ancora più urgente in recessione – la nuova Europa tedesca elimina qualsiasi strumento pubblico che possa sostenere l’economia. La politica monetaria è già nelle mani della Bce che per statuto si occupa solo di inflazione e non di crescita ed occupazione. Ora la politica fiscale ha il solo obiettivo del pareggio di bilancio. Il paradiso del neo-liberismo, con lo stato che si preoccupa solo dei conti pubblici ed il mercato che si occupa dell’economia reale. Già, ma quale mercato?
Quello bloccato degli ultimi anni? Quello irrazionale che ha portato alla crisi del 2008? La Bce continua a irrorare di liquidità le banche sperando che quel denaro faccia da volano alla ripresa economica. Fino ad ora, però, non è successo. Gli istituti di credito continuano, invece, ad accumulare debiti e gli ultimi dati degli stress test non sono rassicuranti. Anche perché, in piena orgia iperliberista, si è cominciato a conteggiare i titoli posseduti dalle banche a livello di mercato, un inno alla speculazione. Cioè un titolo del tesoro italiano che portato a termine rende il 4 per cento viene in realtà contato come una perdita, perché venduto ora andrebbe sottoprezzo. Con l’inevitabile incentivo per le banche a sbarazzarsi dei titoli più a rischio, peggiorando ulteriormente la crisi.
Addirittura il governo Monti ha istituito un fondo di garanzia per le banche per incentivarle ulteriormente a finanziare gli investimenti. Ma che razza di mercato è mai questo? Le banche continuano a ricevere liquidità dalla Bce, vengono ricapitalizzate per evitarne la bancarotta ed ora si elimina anche il rischio d’impresa. Un sistema di incentivi assurdo, in cui il conto viene pagato sempre dai cittadini e i profitti vanno sempre alle banche. Tanto varrebbe nazionalizzare gli istituti di credito.
Quello che soprattutto risulta inspiegabile se non in una ottica di oligarchia finanziaria, è perché gli stati non possano essere aiutati mentre le banche sì. Un liberismo a senso unico, privo di logica, soprattutto tenendo conto che un salvataggio dei Paesi europei più in difficoltà si tramuterebbe indirettamente in un aiuto al settore finanziario, grazie alla rivalutazione dei titoli di debito pubblico oggi a rischio. Una soluzione ragionevole, che ormai solo la cecità tedesca continua a respingere.


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Ancora lontani da una soluzione

Di Nicola Melloni da "Liberazione" 10/12/2011

Il vertice europeo di giovedì notte è stata una lunga battaglia di nervi. Partito come al solito con dichiarazioni roboanti (l’ultima chance per l’Europa) si è però concluso con un mezzo accordo che non risolve in maniera convincenti i problemi dell’Eurozona. Ancora una volta, l’egoismo e la cecità politica hanno avuto la meglio. I temi in discussione erano tanti ed importanti, finalmente – dall’unione fiscale agli eurobond al ruolo della BCE. E i risultati sono stati mediocri, attendisti e non al livello di quello che la crisi attuale richiederebbe.
Come noto, in questi mesi la Germania si è fortemente opposta alla creazione degli Eurobond sostenendo che non era possibile chiedere alle formiche tedesche di pagare i debiti delle cicale del sud-Europa. Si tratta, ovviamente, di una caratterizzazione inaccetabile ma che coglie parte del problema fondamentale della UE, l’assenza di un governo vero a livello europeo che sia politicamente responsabile del bilancio, e dunque del debito, del continente. Berlino ha dunque insistito a richiedere un’unione fiscale che garantisca i tedeschi contro il free-riding – loro fanno i debiti e noi dobbiamo pagarli – del resto d’Europa.
Purtroppo la soluzione proposta non è l’unione fiscale ma l’armonizzazione fiscale legata al vincolo di bilancio. Si tratta di una assurdità sia a livello politico che economico. Con l’introduzione dell’Euro gli stati dell’EMU già hanno perso il controllo sulla politica monetaria. Ora, con l’armonizzazione si vuole togliere pure il controllo sulla politica fiscale. Una cessione di sovranità tremenda ma accettabile se un vero governo europeo, eletto e responsabile davanti all’elettorato si assumesse le responsabilità cedute dai governi nazionali. Ma di questo governo europeo non si parla, semplicemente si continuano a togliere strumenti di politica economica agli stati senza rimpiazzarli con alcunchè. Si prospetta semplicemente una austerity permanente che faccia pagare ai paesi del Sud Europa i problemi strutturali dell’area euro, senza nessun meccanismo di compensazione.
Per capire quanto assurdo sia questo vincolo basterebbe rileggersi Keynes quando trattava per la creazione del Fondo Monetario Internazionale a Bretton Woods. Ben conscio delle tensioni politiche create dagli squilibri economici, Keynes spiegava già nel 1944 che un sistema di cambi fissi – ed ancor più un’unione montarie – può funzionare solo in presenza di obblighi simmetrici. A fronte dell’austerity (temporanea) nelle economie in difficoltà, devono essere introdotte politiche di stimolo fiscale (e quindi inflattive) nelle economie più in salute. Purtroppo la Germania fino ad ora si è rifutata di porsi il problema della competitività dei paesi dell’Europa meridionale che pensa di poter risolvere come ai tempi del Gold Standard con la deflazione interna. Una soluzione impossibile in un contesto democratico.
Al vertice europeo, all’egoismo tedesco si è contrapposto quello brittanico, forse ancora più specioso perchè totalmente asservito ai voleri della grande finanza della City. Cameron si è opposto a qualsiasi forma di regolamentazione delle transazioni finanziarie, spaccando l’Europa forse definitivamente. Ma l’Europa a due velocità non è certo iniziata Giovedì notte. Il Regno Unito non fa parte dell’unione monetaria ed era inevitabile che questa anomalia avrebbe prima o poi portato alla rottura. Il dissenso di Londra apre però seri problemi procedurali che aggiungeranno incertezza invece che dare stabilità all’Europa. Infatti, per aggirare il veto brittanico si sottoscriveranno nuovi trattati ma le istituzioni europee non possono avere competenza su trattati sottoscritti al di fuori della “classica” cerchia dei 27.
Non bastasse questo papocchio, ancora una volta la decisione sull’introduzione degli Eurobond è stata rimandata. Van Rompuy dice che se ne riparlerà a Giugno. Ma a Giugno l’euro potrebbe non esistere più. Tale rinvio sembra davvero un paradosso. Dopo aver imposto la sua volontà al resto d’Europa – l’armonizzazione fiscale – la Merkel si rifiuta di avvallare l’unico strumento che potrebbe salvare l’Euro. L’operatività sui mercati viene demandata al fondo salva-stati/salva-banche ed alla BCE, esattamente come succede adesso – con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Pensare di risolvere la crisi semplicemente con nuovi e farraginosi trattati che non intervengono direttamente sul problema del debito sembra veramente utopia.

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