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lunedì 27 maggio 2013

Aznar e la discrezione degli ex

Di @MonicaRBedana


In Spagna gli ex hanno l’inestimabile virtù della discrezione.
Mai una parola dopo fine rapporto.

Parlo degli ex presidenti del Governo, che spariscono dalla vita pubblica e non emettono più nessun giudizio sulle vicende della politica nazionale o del proprio partito, in una mirabile consapevolezza della quasi sacralità del ruolo giocato nel Paese, che non si può confondere nella fiera quotidiana delle dichiarazioni e delle smentite, delle illazioni e dei suggerimenti.  E’ anche vero che in Spagna gli ex presidenti si contano sulle dita di una mano; se questo accadesse in Italia avremmo mezzo Paese muto (e ci farebbe solo bene, un po’ di decoroso silenzio).

L’eccezione esiste sempre e la incarna José María Aznar, a cui la Spagna duole molto e così l’ha fatto sapere al Paese in tivù –come un Monti qualsiasi, come l’amico Berlusconi- senza peli sulla lingua, secco, incazzato, irritante e tutto d’un pezzo, granitico com’è solo lui. Ha criticato ferocemente la politica del Governo, rassegnata, molle, priva di programmi; ed ha indicato la strada immediata da prendere, diminuire la pressione fiscale sulla classe media.
Ha fatto di più: ha insinuato il proprio ritorno in politica (non ha detto se sale o scende), obbedendo a ciò che gli ispirerà la coscienza, il senso di responsabilità verso il Paese ed il partito. Arriba España e olè.


L’avevamo intuito che Aznar si fosse incaponito a scegliersi Rajoy come successore proprio perchè un giorno, dal confronto tra i due, opposti in tutto, il Paese sentisse quella nostalgia insopportabile che a volte si prova per gli ex, quando ogni tempo passato ci sembra migliore. Ma prima di comporre precipitosamente un numero di telefono e spalancare la porta ai ritorni di fiamma disperati, dovremmo almeno riguardare certe foto: quella delle Azzorre, magari; o quella del G8 coi piedi sul tavolo di Bush, gli stivaletti texani col tacco, tratto distintivo di altri grandi uomini. O riflettere due minuti su quelle grandi balle e bolle immobiliari che ci ha raccontato. E decidere quindi che sul  fisico asciutto e la pancia a tartaruga spunta sempre quel baffetto sospetto. E cancellare il numero; anzi, buttare via il telefono.

lunedì 13 maggio 2013

La fine del centrismo


Per anni ci siamo sentiti dire che le elezioni si vincevano al centro, e forse per un po' di tempo è stato anche vero, con la sconfitta globale della sinistra e l'appiattimento di centrodestra e centrosinistra su un programma moderato e pro-mercato, in cui le differenze spesso sono state sui diritti civili e sul carisma della leadership piuttosto che sui programmi di governo.
Ma con la crisi tutto è cambiato, un pò ovunque. In America un presidente nero - ed inizialmente portatore di istanze fortemente progressiste, almeno per l'elettorato americano - è stato eletto, mentre i Repubblicani hanno mobilizzato il loro consenso attraverso una piattaforma dichiaratamente estremista. Ed in Europa sta succedendo la stessa cosa, in maniera ancora più evidente. In Grecia è sparita la sinistra moderata del PASOK e la sinistra radicale è in lotta per essere il primo partito. In Francia il governo Hollande - votato al primo turno da una maggioranza tutt'altro che schiacciate - è in seria difficoltà nei sondaggi, e sia sinistra che destra sono in forte ascesa. In Italia PD e PDL hanno perso insieme circa il 25% dei voti - con la conseguente ascesa del M5S, un movimento radical movimentista, quanto di più lontano dal centrismo si possa immaginare.
Ed in Spagna, come mostra l'articolo qui sotto, PP e PSOE sono ormai alla canna del gas: il primo paga un governo inutile ed inviso alla popolazione, mentre il PSOE non riesce nemmeno a capitalizzare dalla frana dei popolari. Da una parte la sinistra di Izquierda Unida, dall'altra il nazionalismo regionale fanno ormai la parte del leone.
La crisi economica è ormai diventata crisi di sistema, mentre ancora discutiamo sull'importanza dei conti in ordine.


Gobierno sin liderazgo ni apoyo


di Fernando Garea
da El Pais




La rueda de prensa posterior al Consejo de Ministros del 26 de abril fue vista como el punto de no retorno del Gobierno de Mariano Rajoy. Como el momento en el que las expectativas que creó antes de las elecciones de noviembre de 2011 se venían abajo al admitir, por ejemplo, que no se crearía empleo en esta legislatura. Los 6,2 millones de parados y esa imagen de rendición se concretan dos semanas después en un desmoronamiento de la imagen del Gobierno y de su presidente, según el sondeo de Metroscopia para EL PAÍS. El PP está en el 22,5% de estimación de voto, es decir, casi en la mitad del 44,6% de las últimas generales. En caso de elecciones, parte de su electorado podría movilizarse, pero ese 22,5% es el resumen del estado de ánimo del momento.
Ha perdido dos puntos en un mes y de su caída libre da cuenta que la tercera fuerza, Izquierda Unida, está a solo seis puntos de los populares. Gobiernan con mayoría absoluta, en soledad y, según el sondeo, completamente alejados del sentir ciudadano.
Todos los indicadores muestran que la imagen del Gobierno y de su presidente se han derrumbado. No ha servido para frenar la caída la comparecencia de Rajoy en el Congreso el miércoles, con apariencia de discurso dirigido a los cuadros de su partido, más que a los españoles faltos de liderazgo. Vendió con el entusiasmo del que es capaz su éxito sobre la prima de riesgo, un dato intangible para los que sufren recortes y desempleo. Los indicadores de rechazo global llegan a cifras récord: el 80% tiene una impresión negativa del Gobierno; el 74% da por hecho que improvisa; el 87% desconfía de Rajoy y el 77% desaprueba su gestión.
Hay siete ministros que suspenden entre los votantes del PP y, pese todo, el presidente valora positivamente la labor de los miembros de su equipo y asegura que no tiene intención de cambiar a ninguno antes del verano. El Gobierno está reducido a escombros como lo prueba que los ciudadanos sean más críticos con el actual Gabinete de lo que fueron nunca con el último de José Luis Rodríguez Zapatero, que acabó como acabó. Como Rajoy nunca ha sido un líder, la paz interna acrítica se la daba su poder institucional y la abrumadora mayoría absoluta, pero ahora la desesperanza ha empezado a abrir grietas entre él y sectores ruidosos del partido que ven traicionados sus principios sin resultados. Esperanza Aguirre y otros barones regionales no ocultan su disgusto por el incumplimiento masivo del programa y el entierro de sus expectativas. Y la respuesta de Rajoy, para que todos sepan que seguirá sin cambiar el paso, se asemeja a la inscripción de la entrada del infierno de Dante: Que abandonen toda esperanza. La falta de liderazgo hunde la impresión general sobre los principales partidos, porque solo la mitad de los españoles dice que votaría y la tercera fuerza política sería hoy la de la papeleta en blanco.
No hay amparo en el PSOE porque Alfredo Pérez Rubalcaba está en el punto en el que todos girarían la cabeza descreídos aunque proclamara el establecimiento del paraíso terrenal en la tierra. Su imagen se sigue deteriorando, a la espera de ver si aguanta un año más en su travesía de redefinición ideológica y con el PSOE en una estimación de voto del 20,2%, la más baja de su historia, a 2,3 puntos del PP, pero con solo una ventaja de 3,8 puntos sobre IU.
La pregunta entre los dirigentes del PSOE es qué puede ocurrir en las elecciones europeas de dentro de un año, cuando castigar a los dos grandes partidos no tiene consecuencia en gobiernos concretos y hay una circunscripción única que les perjudica. Dirigentes socialistas empiezan a prepararse, si alguien no lo remedia, ante la posibilidad cierta de ser la tercera fuerza política por primera vez.
UPyD se mantiene por encima del 13% con pequeños altibajos, es decir, casi triplica su último resultado.
En este páramo de liderazgo político, los ciudadanos lamentan la ausencia de iniciativas de pacto de Estado frente a la crisis. Un 71% desearía ese acuerdo y el 76% no distingue al atribuir responsabilidad en la falta de iniciativa, pero mira especialmente a Rajoy como culpable. El presidente ya dejó claro el miércoles en el Congreso que no quiere ayuda. Intentará en breve un acercamiento a sindicatos y patronal, pero prefiere refugiarse en el poder de su mayoría absoluta. Ha renunciado al consenso político, ha abandonado el consenso ciudadano y peligra su consenso interno.

venerdì 10 maggio 2013

Spagna: crisi economica


Questo interessante articolo, pubblicato originalmente su Infolibre e tradotto da Presseurop, ci parla di una Spagna ormai al collasso, povertà, disoccupazione, disperazione. Eppure una Spagna politicamente immobile, che non lotta per il cambiamento. Da una parte, come spesso, la disillusione con la politica porta ad una passività dell'elettorato che non vede vie d'uscita. Dall'altra la mancanza di una grande idea alternativa, che possiamo far risalire alla sconfitta del socialismo, da cui la sinistra ancora non si è ripresa, nè in Spagna, nè altrove, taglia le gambe a qualsiasi speranza di un mondo diverso. Ed infine, dato importante e forse decisivo, bisogna ricordare che anche in periodi di crisi una larga parte della popolazione ha ancora qualcosa da perdere, casa, risparmi, beni materiali, e che è quindi più preoccupata a salvare quello che ancora ha invece che lottare per riconquistare quello che ha perso.



Nonostante la disoccupazione di massa, gli sfratti e i tagli, contestazioni e disordini sono ancora isolati. La paura di perdere il benessere residuo è più forte della rabbia.
da Infolibre

Siamo nel quinto anno della crisi. La disoccupazione, la povertà e l’esclusione sociale aumentano; si registrano i primi casi di malnutrizione infantile; decine di famiglie sono state sfrattate dalle loro case; i salari continuano a scendere ma lo stesso non accade ai prezzi dei beni e dei servizi. La gente ha capito che la tempesta non è passeggera e potrebbe durare ancora per anni. Perché la società non si ribella? Perché il sistema non salta per aria? Quanto può reggere la Spagna prima che esploda la rivolta?
È difficile pensare a un concorso di cause più favorevole a una detonazione sociale. In primo luogo, gli effetti della crisi sono devastanti. Come fa a sopravvivere un paese con sei milioni di disoccupati? La cosa peggiore è che la disoccupazione continua ad aumentare, e la domanda interna crolla vertiginosamente. I risparmi e gli aiuti che hanno permesso a molti di tirare avanti stanno cominciano a esaurirsi. Tra coloro che hanno un lavoro, molti percepiscono uno stipendio di sussistenza nell’economia sommersa.
In secondo luogo le inclementi politiche di austerity imposte alla Spagna e all’Unione europea servono solo a dissanguare il paese e allontanare la ripresa. Anziché investire per bilanciare il calo della domanda, il governo sta tagliando tutte le voci di spesa dall’amministrazione. In questo modo non soltanto si aggrava la crisi, ma si compromette la copertura sociale per le persone colpite dalla disoccupazione e dalla povertà. Sembra che il governo e l’Ue abbiano stabilito che l’uscita dalla crisi deve passare per l’impoverimento generale della maggioranza degli spagnoli. Il significato di “svalutazione interna” è precisamente questo.
In terzo luogo è cresciuta la percezione di una divisione dei sacrifici enormemente iniqua. Il caso più clamoroso, ma non certo l’unico, è quello degli sfratti. Lo stato stanzia importanti aiuti e si indebita fino al collo per salvare le banche, ma non fa nulla per porre fine al dramma di coloro che non riescono a pagare il mutuo. L’insensibilità dei poteri pubblici e dei grandi partiti davanti a questa tragedia ha contribuito ad alimentare l’indignazione di buona parte della popolazione.
In quarto luogo, come accade spesso in momenti come questo, la speranza viene meno. Nonostante la propaganda del governo e la promessa di una ripresa imminente, la gente ha capito che stiamo attraversando una fase duratura di stanca, e dunque ci attendono anni difficili.
Infine siamo penalizzati da un governo inefficace e composto da partiti corrotti. Sembra incredibile, ma in uno scenario così doloroso abbiamo un presidente del governo che è ricattato per il finanziamento illecito del partito che dirige.
Nonostante tutte le calamità che ho appena enumerato, però, la gente ancora non si ribella. Che sta succedendo?
Da una parte, ormai non ci sono più alternative. Oggi non esiste un’ideologia in grado di proporre un cammino alternativo a quello attuale o di organizzare una resistenza collettiva. La popolazione si lascia dominare dalla rabbia, che si traduce nell’alienazione e nel rifiuto del sistema economico e politico ma non si cristallizza in un movimento che possa rappresentare una minaccia collettiva.

La soglia argentina

Inoltre, nonostante l’impoverimento generalizzato, la Spagna mantiene un livello di sviluppo considerevole, e sappiamo che le democrazie sviluppate sono straordinariamente stabili e possono sopportare quasi tutto. In questo senso c’è un dato storico molto significativo: non è mai successo che una democrazia con un pil pro capite inferiore a quello dell’Argentina del 1976 sia collassata.
La Spagna ha un pil pro capite molto superiore a quella soglia, nonostante la crisi degli ultimi anni. Per questo motivo è prevedibile che ci siano episodi violenti e tensioni, ma non una rivolta generalizzata. Ciò accade in parte perché lo stato è molto potente e può facilmente reprimere la protesta, e in parte perché ci sono molte famiglie proprietarie di immobili o attive in borsa che non sono disposte a rischiare il loro futuro in avventure dal risultato incerto. Lo sviluppo porta con sé un alto livello di conservatorismo politico in tutti i settori della società.
Il sintomo più chiaro del fatto che la gente, per quanto esasperata, non intende correre rischi, è l’assenza di un dibattito pubblico in Spagna sull’opportunità di restare all’interno dell’eurozona. Nonostante l’unione monetaria si sia rivelata una trappola per topi, quasi nessuno è pronto ad accettare le conseguenze a breve termine di un’uscita dall’euro. Intanto la gente continua a indirizzare le proprie lamentele contro i partiti e le istituzioni spagnole nonostante il problema risieda più in alto, nelle leggi che regolano il funzionamento dell’euro e nelle politiche decise dai paesi del nord.
Certo, l’opinione che il popolo ha delle istituzioni europee è crollata, ma non ci sono state conseguenze. L’appoggio nei confronti dell’euro è netto e costante, e fino a quando resterà tale non ci sarà alcuna rivolta. E alla fine continueremo a sopportare una situazione che comunque la si consideri resta intollerabile.
(tradotto per pressurop da Andrea Saracino)

giovedì 9 maggio 2013

Spagna, la dittatura inviolabile

di @MonicaRBedana

Ci sono ferite su cui una certa politica sparge continuamente sale per convenienza. Soprattutto quando la disoccupazione sale, le disuguaglianze si allargano e l'evidenza dell'inutilità e l'inefficacia delle misure adottate per fronteggiare la crisi non si può più occultare.
Se l'opinione pubblica torna per un po' a scannarsi sulle sponde di quelle fosse comuni in cui le vittime del franchismo ancora non trovano pace né giustizia né pietas, distoglie lo sguardo dai sepolti vivi del macello economico.

In Argentina è in corso un processo che in Spagna si attendeva da 37 anni; è sotto accusa per la prima volta nella Storia la dittatura di Franco, per genocidio e/o crimini contro l'umanità. Tre anni di istruttoria, che prometteva di continuare l'impegno che in patria il giudice Baltasar Garzón fu costretto ad abbondonare, vittima anche lui di quella morsa della politica sulla giustizia che in Italia ben conosciamo. Ieri le vittime avrebbero dovuto finalmente prestare dichiarazione al giudice per videoconferenza, dall'ambasciata argentina a Madrid, ma è arrivato lo stop del governo spagnolo: il processo viola un accordo bilaterale di estradizione e assistenza giudiziaria in materia penale. Il comunicato emesso dalla Spagna parla, come è di rito in questi casi, di "malessere" verso il modo di procedere del giudice argentino, che decide di sospendere l'interrogatorio. Per le vittime è ulteriore maltrattamento ed è bufera sul ministro di giustizia spagnolo, del cui suocero si è chiesta l'imputazione nel processo e con lui di una decina di vecchie cariche dello Stato considerate complici dei crimini della dittatura.

Con questa vicenda assistiamo con sbigottimento ad un tipo di emigrazione forzata dolorosa almeno quanto quella patita per la mancanza di lavoro: emigrare per trovare giustizia è l'ultimo tappo che salta nel sistema democratico europeo sotto la spinta delle esclusioni. E sul veto posto dal governo spagnolo aleggia non il fantasma di Franco ma il suo spirito vivo.
Garzón chiese ed ottenne da Kirchner ciò che per un decennio Menem e De la Rúa negarono alla Spagna: l'estradizione dei criminali della dittatura argentina e la riattivazione di quel processo nel loro Paese.
Ora che è il governo spagnolo a dover garantire il corso della giustizia sui crimini della dittatura di casa propria, questa viene blindata una volta di più come se fosse inviolabile, inespugnabile. E il Valle del los Caídos torna tragicamente ad essere il simbolo supremo di quella cinica pacificazione che va di moda invocare: un posto in cui si crede sia giustizia che vittime e carnefici riposino insieme.

lunedì 8 aprile 2013

In Spagna il sistema politico va a pezzi



Prima la Grecia, ora la Spagna. In tutti e due i paesi il sistema politico post-dittatura si è retto su un solido bipartitismo, socialisti contro conservatori, diversi su molti punti (in Spagna, soprattutto sui diritti civili), molto simili su altri - accettazione acritica del mercato e dell'Europa, soprattutto.
La crisi economica, ormai conclamata crisi politica, sta cambiando tutto. In Grecia il bipartitismo è andato in pezzi, il PASOK è ormai una forza marginale, Syriza - un partito che fino a pochi mesi fa si sarebbe considerato antisistema - vola verso il 30% mentre a destra anche i fascisti sono in doppia cifra. Tant'è che per formare una maggioranza precaria e instabile si è dovuti ricorrere alla grande coalizione - ma dati i numeri, sarebbe il caso di dire, piccola coalizione - tra ex supposti avversari come conservatori e socialisti.

In Spagna ci si avvia verso uno scenario simile. Secondo l'ultimo sondaggio pubblicato da El Pais, socialisti e conservatori, insieme, hanno meno del 50%. Mentre avanza impetuosamente Izquierda Unida, che ormai tallona i socialisti. Non è ancora la Grecia - e d'altronde Madrid, per ora e per fortuna, non è Atene - ma la direzione è decisamente quella.

E d'altronde anche in Francia alle ultime elezioni abbiamo visto come tanto il Front de Gauche quanto la destra lepenista abbiano raggiunto risultati a due cifre. Ed in Italia, PD e PdL sono in una situazione simile.
Insomma, la crisi dell'Europa sta riportando a galla un nuovo tipo di politica, che in una maniera o nell'altra, nel bene o nel male, esce da quel sordo immobilismo neo-liberale, quel bipartitismo di facciata che condannava le democrazie ad adeguarsi all'ideologia dominante, a prescindere dal colore delle bandiere o dal nome del partito.
Il bi-polarismo è ormai morto e si porta con sè nella tomba quella sinistra liberale rappresentata dal PSE che ha rinunciato alla lotta sociale e a rappresentare i poveri e gli sfruttati. In gran parte d'Europa soffia un forte vento di protesta sociale, di domanda di cambiamento radicale. Se ne faccia una ragione Veltroni col suo partito a vocazione maggioritaria. E se ne faccia una ragione pure Vendola che, mentre la crisi ripropone con forza le questioni di classe e mentre in Europa rinasce una sinistra radicale, vuole abbandonare le ragioni della protesta, lasciandole in mano ai Grillo di turno, per andare a fare da gregario ad un socialismo europeo in crisi di identità prima ancora che elettorale.

mercoledì 3 aprile 2013

Piccoli gesti di etica pubblica e il vero conflitto di interessi

Qualche giorno fa abbiamo parlato di David Milliband che ha rinunciato alla sua carica di "rappresentanza" nel Sunderland in polemica con l'assunzione dell'allenatore fascista Paolo Di Canio. La notizia di oggi, invece, è la stretta del governo francese sulla moralità degli eletti dopo lo scandalo Cahuzac, ex ministro con conti in Svizzera. Moti di sdegno in Francia e soprattutto nel Partito Socialista che senza aspettare oltre lo ha espulso dal partito. Insomma, un pò di grillismo alla francese.
Son cose piccole ma significative, si riparte dalla moralità pubblica, dall'esempio che i politici devono dare al resto del paese. Devono essere trasparenti, onesti, e pure coerenti - non si fanno cose diverse da quelle che si dicono e soprattutto si chiedono. Che vergogna un ministro che tassa i cittadini mentre evade. Che scandalo un socialista che vuol portare la democrazia in giro per il mondo e poi lavora insieme ad un fascista.
Regole semplici, chiare. Ma ancora insufficienti, perché non toccano un problema fondamentale, i rapporti tra affari e politica. In Italia, lo sappiamo, siamo in una situazione disastrosa. Ma non siamo certo un caso unico. In Spagna vari dirigenti del PP sono indagati per stipendi pagati dal partito con soldi ricevuti da grandi imprese, grate del supporto politico dato dal partito. In Germania il tanto applaudito Schroeder è uno stipendiato di Putin e di Gazprom, assunto con uno stipendio milionario dopo aver permesso, come suo ultimo atto di governo, l'accordo tra la stessa Gazprom e la Germania per la costruzione di un importante gasdotto. E nell'Inghilterra di Milliband, il suo passato leader, l'altrettanto osannato Blair fa il consulente di JP Morgan, dopo aver in tutte le maniere favorito la City in tutte le sue attività di governo.
Un po' ovunque, ormai, i politici sembrano rispondere più agli interessi economici che ai loro elettori. Ecco, forse, bisognerebbe cominciare a regolare anche questo aspetto, decisivo, per riconquistare un po' di etica pubblica: ad esempio col divieto per gli eletti di farsi assumere o stipendiare da grandi imprese alla fine del loro mandato. Per evitare conflitti di interesse ex post che affondano le radici, in realtà, nell'ex ante........

martedì 1 gennaio 2013

La corruzione in Spagna e il sistema finanziario internazionale

Pubblichiamo oggi un post molto interessante che viene dal blog the spanish disaster e ci racconta di come la crisi spagnola, come la crisi europea in generale, sia frutto non solo e non tanto di quella che noi comunemente intendiamo come corruzione (la mazzetta, il privilegio), ma di un sistema economico che ha, nella sua stessa natura e configurazione istituzionale i suoi problemi principali, per come crea moneta dal nulla e per come questa stessa moneta possa scomparire in un attimo lasciando macerie intorno, e normalmente le macerie dei poveri e degli sfruttati. Un breve saggio da applicare anche all'Italia, per rendersi conto che i problemi sono certo anche quelli denunciati, ad esempio, da Movimento 5 Stelle, e l'indignazione verso le furfanterie di Berlusconi è ben capibile; ma senza perdere di vista "the big picture" dove il problema reale sono quei rapporti economici che hanno accumulato ricchezza nelle mani di poche e l'hanno depredata dalle mani di molti, dove le leggi sul lavoro non hanno reso flessibile il mercato ma reso precaria la vita etc etc. E che ci dice dunque che è necessario ora non solo un governo "pulito" ma soprattutto un governo che volti pagina con il neo-liberismo senza argini di questi decenni.


Out with the Old Corruption

It is difficult to get a man to understand something, when his salary depends on his not understanding it - Upton Sinclair
If I were a cocky young rightwing contrarian, rather than the opposite of all of those things, I would write a book in favour of corruption. What's the problem? (I would ask.) Great Britain grew to be the most powerful nation on the planet while its political system was the very essence of corruption. China is now a superpower despite being immensely and institutionally corrupt. Nowhere has ever been more corrupt or more powerful than Ancient Rome. I would receive admiring reviews from my friends at the Spectator and the Telegraph. I would appear on television. I would probably, in doing so, demonstrate the proof of my own thesis.

Sometimes I think we hear too much about corruption. Not because I do, in fact, think it doesn't matter, but because it often appears in public thought and discussion as a proxy for something else - for the failure of systems, a failure in which corruption plays a part.

Of course one can have scandalous, murderous corruption, presidential palaces built amidst huge and quite unnecessary poverty: in that kind of instance you can simply point to the money spent on the personal luxury of the rich. But in truth, more often the pattern is more convoluted and obscure. It is not that the money siphoned off, into Swiss accounts and yachts and villas and expensive suits is of such magnitude and importance in itself. It is not that it matters much financially that Spanish political representatives insist on flying first-class (a fact that was causing a lot of hostile discussion here, before Xmas). What matters, about the perks, the privileges, and for that matter the genuine corruption, is first, that it cushions the beneficiaries against feeling the consequences of their failures. Second, it prevents those beneficiaries from seeing the failures in the first place.

Why was the crisis not foreseen by those who had the power to see it and to stop it? Because they had no interest in looking, and every interest in looking away. That's not corruption as we normally understand it. But it's a process to which corruption contributes - and the process is more damaging than corruption itself.

But people tend to point to corruption instead. Partly because corruption is real enough. Partly becauser it is easier to understand. It is easier to understand that such-and-such creamed off x millions for themselves, or gave contracts to somebody who had bribed them, than it is to grasp that the problem is less that the money has been stolen, and is hiding somewhere, than that when a bubble bursts, a lot of money ceases to exist and never, really, has existed. And that therefore everyone has massive debts that can't ever be paid. Not even if we tracked down every last cent of misappropriated cash.

So we blame, not without reason, los políticos. But of course, anybody can do this, and from any political viewpoint. And although political corruption can be, perhaps usually is, institutional, sometimes this involves not seeing the wider wood of institutional economic failure for the trees of political corruption. Which is convenient, in some ways, for some. Especially if their wellbeing, if not their salary, depends on not understanding that there is more to this than corruption.

I said this, in another place, some time ago:
Re: corruption, this always comes up whenever there's a free-market disaster. The simple reason is that there's always plenty of corruption and cronyism about in a boom, but because there’s a boom, nobody wants to say much about it, everybody’s making their wedge, who cares. Then there's a crash and all the free-market enthusasists cry that it isn't the free market that caused the problem, not low taxes, dear me no – it was the corruption! Which, as I say, is always there for all to see and blame.

I tell this story often, but it suits. A dozen years ago, when I found myself working in the library of a university which included a business school, there was this slew of books all lauding as an example for Europe the South Korean economic model, which was defined as consisting of free markets and flexible labour. This was a bit odd, since there had just been an enormous crash in South Korea. But, of course, the books had been commissioned and written before that happened, and nobody could possibly have anticpated a crash when the free market was working so well.


Anyway, there was a pause of a few months and then a new flood of South Korea books arrived for the business school. All of which recommended that Europe adopt an economic model based on free markets and flexible labour – and avoid at all costs the South Korean model, defined as consisting of cronyism and corruption.
You see the point. Provided that your salary doesn't depend on your not seeing it.

Paul Mason made a film about the Spanish crisis, which was on the BBC the other day. It's pretty good. (watch it on Resistenza Internazionale, here)
One could of course quibble with this or that, and naturally if I made a similar film it would have less emphasis on the Spain of beaches and summer tourism. I would have shown more of northern Spain than a couple of shots of Asturian miners firing homemade rockets at the police. But this is not important. In fact, concentrating on Valencia had its merits, not least that it riled the mayor of Valencia, Rita Barberà, who complained about the image that the programme gave of her city.

Barberà might have been better off keeping her mouth shut and thanking the God, in whom the Partido Popular of Valencia fervently believes, that the programme merely used Valencia as an example to illustrate Spanish problems rather than go more closely into the Valencian administration itself and its particular quirks (which included fielding, at the last regional election, a sizeable number of candidates on its party list despite their being under investigation for corruption).

Although Mason makes reference to corrupt, or potentially corrupt relations between the banks and politicians - well illustrated here - he doesn't mention, for instance, the Gürtel Case, the network of corruption which has characterised the Valencian PP. Nor does he mention the name Francisco Camps, though that well-dressed gentleman can be seen in the clip that shows the opening of Castellón Airport.

Rodrigo Rato is another name that is not heard on the commentary, though he too appears in the footage. Head of Bankia, the bank which was formed in order to turn a number of chronically ailing Spanish regional banks into a huge chronically ailing national bank, Rato has, this past month, been testifying in court, on a charge of false accounting, a trial which does not seem to have been, so far, widely reported abroad. This surprises me, given the normal, high degree of international interest in the legal adventures of former presidents of the IMF.

Come to that, Gerardo Díaz Ferrán is also facing trial, and unusually for a rich man, is actually in prison while awaiting his hearing. Who is Díaz Ferrán? He was head of the Spanish equivalent of the CBI.

So you can see why Spanish people talk about corruption: that's the head of the employers' organiastion, the head of the country's biggest bank, two former ministers (Rato and Jaume Matas) of Aznar's government, and for that matter a large number of other high-level politicians and businesspeople, all facing trial, under suspicion or already convicted of serious financial crime. This corruption is not trivial, nor unsystematic.

And yet, as Mason said in a blog post written while working on his Spanish film:
It is facile to search for "national" sources of corruption.
He went on:
Corruption happens in a market economy everywhere it is allowed to.

It's been rife, as we now know, in the London and New York financial systems; it was present in the German car industry; it is present across the Italian system of government.
Of course. But part of the problem with the "corruption" narrative is that it does tend to produce that "national" perspective. People do tend to "search for 'national' sources of corruption". Hence, for instance, the way the concentration on corruption as the source of the Greek crisis has enabled Greeks, and all Greeks at that, to be portrayed as the problem, as if it had nothing to do with anybody else and the whole of the international financial community had been helpless and innocent victims of a corrupt network of Greeks. That perspective has been crucial in turning a crisis into an absolute disaster.

But it can be portrayed like that from outside, so it is. Moreover it can feel like that from inside, too, since people are rightly angry about corruption, and rightly or wrongly, inclined to look, first, at home for the people on whom to blame the crisis. But to me, the involvement of a figure like Rato goes to show what an international affair the crisis has been. The corruption, the speculation, the recklessness - these were all international in nature. European banks and institutions had no secrets hidden from them that were known to Spaniards on the street. They knew. Their man was in charge.
But in 2013 Spain will ask for a rescate and from that point onwards, it will, I think, essentially assume national responsibility for an crisis which has international roots. Spain will be at fault, and the spending of Spanish state institutions, rather than international financial institutions, will be identified as the source of the crisis. Those institutions will be dictating the terms by which they try, at the expense of ordinary Spaniards, to pay for a crisis for which they, the institutions, were largely responsible. There is something corrupt, in one sense or another, about that.

fonte: http://thespanishdisaster.blogspot.com.es/2012/12/out-with-old-corruption.html



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mercoledì 26 dicembre 2012

Il grande crash spagnolo

Oggi proponiamo un documentario prodotto da Paul Mason che racconta la crisi finanziaria in Spagna.




Il documentario è stato duramente attaccato dal governo spagnolo e questo è solamente un motivo in più per guardarlo. Mason, che ha seguito per NewsNight tutta l'evolversi della crisi greca e di quella europea in generale, fornisce un dettagliato resoconto di cosa sia la vita in Spagna ai tempi della crisi, dell'economia drogata dalla finanza e di come i salvataggi della UE siano sempre a favore dei soliti noti.
Un'ora di grande giornalismo, da non perdere assolutamente e da diffondere il più possibile.



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lunedì 22 ottobre 2012

Galizia e Paesi Baschi: ben oltre il nazionalismo

Di Monica Bedana

Quando l'economia si risana, tutto il resto si ammala
Legge di Buchwald

Trionfo del nazionalismo e del centro destra, cosí potremmo riassumere il risultato elettorale di ieri in Spagna, che vedeva impegnate alle urne la Galizia, patria e feudo di Rajoy ed i Paesi Baschi. In Galizia i popolari ottengono la maggioranza assoluta ed il risultato elettorale rappresenta una bombola di ossigeno per la politica di tagli di Rajoy, un breve respiro alla sua politica asmatica. In realtà proprio ieri Goldman Sachs vaticinava che il peggio per la Spagna deve ancora arrivare e che per tutto il 2013 la recessione sarà durissima.
Nei Paesi Baschi l'opzione nazionalista ritorna con forza spettacolare dopo la parentesi di grande alleanza tra socialisti e popolari. Un patto coraggioso a suo tempo, che nonostante l'onesto lavoro svolto dal presidente López non è servito a conservare la logorata fiducia dei cittadini verso chi si è irrimediabilmente compromesso con l'idea europea di austerità fine a sé stessa. I socialisti di Rubalcaba, a quasi un anno dalla pesantissima sconfitta delle elezioni generali, vengono definitivamente cancellati dalla mappa politica del Paese.


Dicono molto i 21 seggi ottenuti dalla sinistra radicale basca (contro i 27 del Partito Nazionalista; insieme rappresentano quasi il 60% del voto basco ed iniziano già a "pensare come Paese"). Sul piano interno spingeranno per fare avvicinare i detenuti dell'ETA alle carceri basche ed incarneranno la scelta del dialogo politico, la fine della lotta armata e, si spera, la riconciliazione sociale che ha come prima tappa obbligatoria il chiedere e dare perdono.

Nell'ambito dell'egemonia dei Popolari in Galizia dice molto anche il successo dell'Alternativa Galiziana di Sinistra, che nasce dalla storica figura di Xosé Manuel Beiras, anch'essa sulla base del nazionalismo. Come per la colizione radicale basca, il discorso politico si fa durissimo ed loro programma è di trasportare in Parlamento le rivendicazioni delle lunghe mobilitazioni sociali dell'ultimo anno. Dicono no al protettorato che esercita il capitale finanziario sugli Stati, di cui rivendicano la sovranità politica. Con l'obiettivo di rendere di nuovo attuali tre grandi correnti dei tempi moderni: la lotta di classe, i movimenti di decolonizzazione posteriori alla Seconda Guerra Mondiale ed i movimenti civili degli anni Sessanta.

Cosí non è più nazionalismo, è quel filo che unisce questa sinistra spagnola a Siryza, al PRC, ad Izquierda Unida, e vuol mettere in moto un'altra Europa, riaccendere il motore dell'azione politica all'interno di ogni Parlamento.
I risultati delle urne danno speranza a questo progetto: la sovversione di questa sovversione della democrazia che la politica decisa nelle banche ci ha imposto.

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lunedì 17 settembre 2012

Senza diritti, senza futuro, non siamo nulla

Di Monica Bedana

A volte la vita corre più veloce del passo di una manifestazione e sabato scorso non ero a Madrid se non col cuore. Per le strade della capitale spagnola oltre un milione di persone a chiedere di potersi esprimere in un referendum contro i tagli imposti dalla liberale austerità e sul paventato salvataggio del Paese da parte dell'Unione Europea.

Non una manifestazione qualunque ma un vero summit sociale che ha riunito, compatti, i sindacati, il settore dell'educazione, dei servizi sociali in generale e, in particolare, coloro che in famiglia o nel pubblico hanno a carico persone dipendenti: i beneficiari di una delle leggi socialmente più sentite dell'epoca Zapatero, completamente cancellata dai tagli. E poi chi lavora nella sanità, nei servizi pubblici in generale e le donne, moltissme donne, motore di una corrente particolarmente attiva all'interno delle sei "maree tematiche" che strutturavano la manifestazione.

C'è poi il Portogallo appiccicato, dove un giovane meno di 48 ore fa si è dato fuoco per protesta; c'è ormai la certezza che la crisi sia una scusa per cambiare profondamente e definitivamente un modello sociale esemplare. 14mila milioni di euro di riduzione della spesa per la protezione contributiva alla disoccupazione fino al 2014 non lasciano dubbi sulla portata antisociale dei provvedimenti presi dal governo Rajoy in meno di un anno. Gli interessi sul debito pubblico spagnolo pagati sulla pelle di quell'1,7 milioni di famiglie che hanno tutti i loro membri disoccupati. E sui 5,7 milioni di disoccupati totali del Paese, secondo il sondaggio sulla popolazione attiva del 2012, 2º trimestre (EPA), ben 2,8 milioni di persone non godono di alcuna protezione pubblica.

La riforma del lavoro, per molti versi parallela a quella italiana in quanto a cancellazione dei diritti, ha reso più facile licenziare, ha emarginato i rappresentanti sindacali spalancando le porte ad uno squilibrio che ora pare incolmabile tra il lavoratore indifeso ed il potere incontrollato delle aziende. In un Paese in cui la pressione fiscale per gli imprenditori è estremamente più bassa rispetto al resto d'Europa.

Si induriscono i requisiti per l'accesso ai sussidi di disoccupazione e, al tempo stesso, si riduce drasticamente la spesa pubblica per le politiche attive dell'impiego.Il lavoratore dipendente viene stretto in una morsa che lo logora soprattutto dal punto di vista umano, facendogli credere di non avere abbastanza capacità per accedere ai diritti, riducendolo all'esclusione, alla povertà, all'emarginazione sociale e a farlo sentire finalmente colpevole della propria situazione. A ciò si oppone con forza la società spagnola: al fatto che un governo incapace di dare risposte socialmente equitative alla crisi, la scarichi sulle fasce più deboli della popolazione convincendole di aver vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilità.

Il referendum è uno strumento di consultazione democratica di cui in Spagna non si è certo abusato: dal '76 ad oggi ne sono stati fatti solo 4 ed anche questo fatto sottolinea la straordinaria drammaticità del momento.

C'è necessità impellente di non farsi rubare la democrazia con l'inganno e di scacciare a pedate certi fantasmi della dittatura che rivivono puntualmente quando le disuguaglianze danno una mano a spingere gli estremismi. Nella Spagna di oggi non può esserci più posto per striscioni come questo, apparso durante la manifestazione di sabato.

L'appuntamento è ora a fine mese con i sindacati europei. Come già detto altre volte, l'indignazione non basta più.Occorre rimettere al più presto il lavoro al centro a livello europeo e senza smagliature. E da lí riprenderci il futuro a cui ogni essere umano ha diritto.

PS:Il titolo del post è quello dello striscione dei funzionari catalani che abbero il coraggio di sfilare sabato a Madrid dopo l'imponente manifestazione per l'indipendenza della Catalogna della scorsa settimana.

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venerdì 20 luglio 2012

La foto che vorremmo vedere in Val di Susa, per esempio

Di Monica Bedana


Madrid, ieri sera, l'immensa protesta di cittadini e di tutti i sindacati uniti, unitissimi contro il Governo di Rajoy ed il governo-ombra della troika, che porteranno il Paese ad essere una nuova Argentina (nel migliore dei casi) o una seconda Grecia.

Appare un gruppetto sparutissimo di poliziotti  e sfila con lo striscione "siamo la polizia del popolo, non dei politici". Hanno il coraggio di dire che non dovrebbe essere la povera gente (in senso letterale; tagli per 65.000 milioni di euro approvati ieri, l'IVA sul materiale scolastico che passa dal 4% al 21%, una matita sarà un bene di lusso, guai a rosicchiarla) il bersaglio delle manganellate.

Nel frattempo, le mogli dei minatori costrette a denudarsi per passare i controlli per entrare in Parlamento, quell'Istituzione aperta a tutti i cittadini perché noi ne abbiamo scelto i rappresentanti.
E il Ministro di Giustizia che indurisce il codice penale all'inverosimile.
E Rajoy che evita di mostrarsi in Parlamento mentre si approva la macelleria sociale.
La triste sensazione personale che in questo Paese in cui ho vissuto per 20 anni la classe politica, pur meno sozza che in Italia, abbia perso completamente l'orientamento ed il senso della vergogna.

Ma la gente non ha perso il coraggio. "Fai sempre quello che hai paura di fare" (e non mi ricordo chi l'ha detto ma ci va benissimo lo stesso). Come quei quattro poliziotti della foto, che staranno già pagando le conseguenze di un gesto che dà coraggio a tutti.

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giovedì 12 luglio 2012

Cojonudos!
Di Monica Bedana

Le donne dei minatori spagnoli della "marcia nera" manganellate in una Madrid blindata al loro arrivo nella capitale

(Versión española aquí)


Quando un Presidente del Governo cala le brache davanti al mondo intero, ai cittadini non rimane che tirar fuori gli attributi. E cosí il caso ha voluto che mentre Rajoy balbettava in Parlamento un'infame giustificazione sul perché stia facendo l'esatto contrario di ciò che promise in campagna elettorale (“Noi spagnoli non possiamo scegliere se fare o non fare sacrifici. Non abbiamo questa libertà”) i 200 minatori della "marcia nera" partita dalle Asturie e da León lo scorso 22 giugno giungessero a Madrid e si piazzassero sotto il Ministero dell'Industria a reclamare senza mezzi termini i diritti propri e quelli di tutti i lavoratori. 

A questa gente, coi piedi piagati, coi muscoli pezzi, cotta dal sole dopo una vita passata al buio sotto terra e condannata senza preavviso alla disoccupazione, il Presidente ha detto “abbiamo bisogno che ci prestiate soldi”. La sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: peccato non ci fossero gli amiconi di Bankia, la banca-giocattolo dell'ex direttore del FMI e di tutto il PP, appostati sotto il Ministero dell'Industria in quel momento. I soldi, per loro, per tappare i loro buchi li sgancia l'Europa e si prende gli interessi non tanto in euro quanto in democrazia: l'unica cosa onesta che ha detto Rajoy è che non siamo liberi. Son state una farsa dunque le elezioni da cui lui è uscito Presidente.

Allenata alla solidarietà, la gente di Madrid ha accolto i minatori a braccia aperte, supplendo cosí la vergogna generata dal rifiuto di occuparsene espresso dalle Istituzioni locali e regionali, governate dai Popolari. Il carbone non sta simpatico a nessuno, inquina, è caro, le tecniche di estrazione sono obsolete ma quando si chiede di pensare ad un piano per riconvertire il settore e ricollocare i lavoratori si diventa automaticamente sovversivi e si ha diritto solo alle bastonate. Le miniere in questo Paese esistono da molto prima di Cristo ma per chiuderle e voltare le spalle a tutte le famiglie che ci vivono da generazioni è bastato un anno ed il 63% in meno delle sovvenzioni.

I minatori della marcia nera e molti cittadini che li hanno appoggiati hanno sperimentato ieri sulla propria pelle quel logoratissimo concetto di sangue, sudore e lacrime che Rajoy stava esprimendo in Parlamento “allo stile di Churchill”, come ha detto qualche demente Popolare privo di senso della Storia e del ridicolo.
Oltre ai minatori del nord ci sono le loro donne, insostituibili e coraggiose organizzatrici della logistica di buona parte della marcia; e ci sono altri compagni che da 45 giorni, per protesta contro i tagli, han deciso di rimanere sotto terra. La loro causa è diventata la causa di quello spagnolo su 4 che, secondo la OCSE, sarà disoccupato nel futuro. La causa di chi ha capito benissimo che il modello spagnolo di crescita, basato sul credito, è fallito, e che mentre il Governo si preoccupa di salvare il culo all'astratta finanza spariscono l'economia reale ed il tessuto produttivo del Paese. Di chi sa che le alternative ci sono ma non hanno a che fare con l'immolazione dello stato sociale. I minatori delle miniere di carbone spagnoli, come i metalmeccanici di Fiom in Italia, simboli di ogni lotta per la dignità. “Orgoglio di tutti noi”, gridava la gente qui al vederli passare, “cojonudos”. Gente con le palle.

P.S.: Leggi anche "Spagna: austerity e manganello", oggi su "The City of London"

Uno dei momenti più emotivi, la marcia notturna

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mercoledì 20 giugno 2012

Patriottismo senza complessi

Di Monica Bedana

Da anni sventola su un pennone altissimo della Plaza de Colón di Madrid un patriottico, immenso bandierone voluto da uno dei ministri più mastini di Aznar e mai rimosso dai successori socialisti. Perché qui il que viva España non è retaggio della destra rancida ma patrimonio comune del popolo, esibito senza complessi né piaggeria, anzi, con tutto il convincimento di essere i migliori e di aver la fortuna di essere nati sotto l'ala di un unico, grande Paese. 
Il patriottismo inteso in questo modo mi ha sempre fatto un po' d'invidia; noi che invece nell'individualismo, quando perde genialità e diventa particolarismo, ci affoghiamo. E non fa mai lo stesso effetto che a dire "questo Paese ce la farà" sia il re Juan Carlos (pur con le sue inopportune cacce all'elefante) o perfino il grigio Rajoy, che Monti con la sua faccia da cocker abbandonato in autostrada a ferragosto dai poteri forti o il pensionato della Resistenza Napolitano. Perché si nota ad anni luce che gli ultimi due sono i primi a non crederci.

Da quando sono iniziati gli europei di calcio la Spagna è tutta una bandiera, senza soluzione di continuità.
Loro però sono invidiosi di natura. Forse anche un pelo rancorosi. E da ieri sera non fanno che dire che noi italiani abbiamo il solito culo e ci tocca l'Inghilterra. E continuano a ricordare una gomitata di Tassotti a Luis Enrique del secolo scorso, quando entrambi non avevano ancora fatto la prima comunione. Abituati a mettere le mani avanti, casomai dovessimo vederci in finale.

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mercoledì 13 giugno 2012

Spagna: lo Stato che non c'è

Di Monica Bedana


(versión española aquí)

Quel che non si può fare a pezzi, cadrà a pezzi.
Regola di Rudnicki
Segreteria di Stato del Compiere Requisiti.
- Ma cosa state facendo, cosí, sulla barricata?
- Prendiamo posizione.



Nella Spagna del Cinquecento lo Stato era indebitato fino al collo con le banche tedesche. 
Per dare lustro al regno e mantenere prima le guerre e poi l'equilibrio, l'imperatore mezzo germanico pagava interessi altissimi ai banchieri del nonno (ma anche ai genovesi, gli oculati antenati di Grillo; una specie di troika dell'epoca insieme ai tedeschi ed ai nobili signorotti europei) quando nemmeno l'oro sottratto alle colonie bastava più. Il terzo polo della troika, rappresentato dai nobili feudatari, prima di aprire la borsa esigeva che Carlo V implorasse aiuto per un pezzo e con toni, prassi e modi rigidamente stabiliti; solo dopo iniziavano le trattative sul parquet (di palazzo) per stabilire il valore degli interessi.
Per il resto, popolo tartassato fiscalmente come da copione storico.

La Spagna di Rajoy si sta chiedendo se questo debito pubblico, di cui nessuno degli ultimi quattro Governi si è mai assunto la benché minima responsabilità, non lo si debba forse all'Imperatore che fu amico di Tiziano. Che siano cioè cinquecento e passa anni che esiste e cresce e che ormai sia stato psicologicamente assimilato dalla popolazione. Sennò non si spiega l'anestesia pressoché totale delle forze dell'opposizione e dei cittadini nei confronti di un Governo che accorda con i poteri forti  dell'Europa un salvataggio bestiale del proprio sistema bancario durante un fine settimana. Casualmente proprio il fine settimana in cui la gente è incollata al televisore per la prima partita de la Roja agli europei. 
Che Stato è quello che, fino ad ora, ha preferito salvare insolventi banche tossiche, capitanate da amici degli amici invece di mettere in salvo i propri disoccupati? E' uno Stato talmente svuotato (di funzioni autonome, di senso, di sostanza) che ad un certo punto si dichiara insolvente lui stesso e si vende ai banchieri tedeschi anche l'ultimo brandello di democrazia. La fuga dei capitali spagnoli dal Paese negli ultimi tre mesi equivale al 9% del PIL; capitali che sono in buona parte atterrati nelle sicurissime banche tedesche, a cui questa crisi conviene e molto.

Ma prendiamola con calma, inutile affannarsi, son cinquecento anni che i banchieri campano sulla pelle degli spagnoli. Inutile quindi che il presidente del Governo si scomodi a spiegare il salvataggio europeo in parlamento prima di luglio; "non è il momento adatto per aprire una commissione di inchiesta su Bankia". E con la coscienza tranquilla del dovere compiuto, prende e va alla partita. 


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domenica 20 maggio 2012

Spagna:
le mille e una idea per favorire l'evasione fiscale
Di Monica Bedana

La fede è credere in quello che sai che non è cosí.
Lemma dell'irlandese
(Terapia intensiva mobile, urgente: paziente applaude classe politica)

Come si fa a far finta di nulla anche se è domenica.
A sforzarsi di far colazione con chocolate con churros se poi ti restano sullo stomaco per forza, non solo per l'olio del paleolitico in cui li hanno fritti.
Perché quella che sta facendo il Governo Rajoy, con l'amnistia fiscale, è apologia dell'evasione. E non si può prendere a calci sul deretano il lavoro dipendente, potare con la motosega la sanità e l'educazione pubblica e poi mettersi in ginocchio ad implorare che gli evasori tornino da papà che ogni colpa sarà perdonata. Perdonata non solo per quanto evaso fino al 2010, come in teoria dice il progetto che si presenterà nella prossima finanziaria; anche per l'anno in corso e probabilmente per il prossimo.
Il progetto di amnistia fiscale non esige nessun tipo di prova del fatto che si tratti di denaro evaso prima del 2010; basta andare a depositarlo in banca per lavarlo, chi ci dice che era davvero sporco prima  di quella data o che si è sporcato quest'anno. Che se sto trafficando oggi con armi e droga o mi sono arricchito due ore fa col mattone e non ho dichiarato, non posso andare a fare un versamento domani e pago di tasse solo il 10% che mi esige la messa in regola, e non tra il 30% de il 52% che pagherei se dovessi fare una denuncia dei redditi normale, come quella che stiamo facendo in questi giorni noi comuni cittadini tartassati, per intenderci.
Quando queste cose le faceva l'Italia o l'Inghilterra, Mariano diceva che erano opera del demonio; secondo lui era un'economia solida a dover attrarre il denaro e gli investimenti, non lo scudo fiscale.
L'economia solida però non si vede, nonostante lui da quasi sei mesi sia devotissimo di Sant'Angela e creda nel suo miracolo. Te lo dico io il perché, Mariano, il miracolo non arriva: perché per queste cose ci vuole una divina patrimoniale.

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sabato 5 maggio 2012

Draghi semina sicurezza a Barcellona.
Niente panico, è solo un normale declassamento.
Di Monica Bedana

La media è sempre un po' inferiore alla media.
Monito di Morgan

Da sinistra, i tre Presidenti a cena: A. Más, Catalogna; M.Rajoy, Spagna; M. Draghi, BCE.
Tre che si vede in faccia che si stanno divertendo un mondo

Nei suoi poco più di 100 giorni di governo, Mariano Rajoy oltre alle riforme ha fatto un callo, grosso e doloroso. Il callo ad essere preso a pesci in faccia da qualsiasi parte si vòlti, nonostante la ferocia e l'orgoglio impassibile con cui applica le riforme stesse, che in teoria dovrebbero valergli solo grandi elogi.
Invece Monti l'ha preso per i pubblici fondelli già un paio di volte. Ora, agli sgoccioli del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi, l'amico Sarkò dice agli elettori: “Guardate oltre i Pirenei, come se la passano quei poveri cristi degli spagnoli. Volete fare la loro stessa fine?”. Certo, si sottintende che Hollande, se eletto, sarà bravo quanto Zapatero, ma è Rajoy chi governa adesso e la cui immagine di Presidente di un Paese costantemente additato come palla al piede per l'economia europea non gli giova. Anche perché gli si è consumato da tempo il solco del disco della pesante eredità ricevuta dai socialisti.

Avremmo dovuto essere entusiasti ed onorati di organizzare ieri  il summit della BCE a Barcellona; era dal 2002 che non si svolgeva un avvenimento di tale importanza da queste parti. In fondo erano solo sei giorni che la frontiera catalana aveva sospeso il trattato di Schenghen per controllare meglio i cittadini sospetti (tutti, direi) di voler far casino, magari di pretendere di protestare per qualcosa di futile tipo sanità ed educazione, per esempio. E quindi se ne esce il segretario di Stato per la Sicurezza a dire che le proteste, durante una riunione cosí importante, ci danneggiano sui mercati, ci fanno fare la figura dei rozzi  mai all'altezza delle circostanze. Infatti non è volata una mosca, altro che molotov.
Peccato che dopo che il Governo centrale ha mandato 3500 agenti di polizia di rinforzo ai 4500 già previsti dalla Generalitat de Cataluña, il sempre fuori luogo S.&P. declassa, con un tempismo inaudito, il debito della Catalogna. E non di poco, di quattro gradini in un colpo solo, dalla A alla BBB- , che è la quasi spazzatura. Ma facciamo finta di nulla, che viene Draghi. E se chiediamo quanto ci sono costate le misure di sicurezza per riceverlo, ci sentiamo rispondere “meno di quelle per un Barça-Real Madrid o per uno sciopero generale”. E ci accontentiamo della risposta, non entriamo nel dettaglio delle cifre che non è chic, soprattutto se viene a trovarci il capo della BCE, che è uno di quelli che non perde occasione per dirci che il debito pubblico va ridotto drasticamente.

Cosa ci sia venuto a fare Draghi a Barcellona, spese a parte, non l'abbiamo mica ancora capito. Perché per bacchettare la Spagna e il suo sistema finanziario che necessita riforme urgenti (184.000 milioni di attivo tossico, vertigine); dire che non sa se la BCE continuerà a comprare titoli di Stato di Paesi in difficoltà; non abbassare il costo del denaro; non sapere se ci sarà una terza iniezione di liquità sul mercato...beh, per rivelazioni di questo calibro poteva rimanere a tranquillamente a Francoforte. E, per giunta, pare che la Spagna perda il propio posto nel Consiglio della BCE.
Come dire, Mariano becco e contento, che in spagnolo si dice in modo più incisivo, cornudo y apaleado, cornuto e bastonato. Ex-aequo con il President catalano Artur Más, però.


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giovedì 26 aprile 2012

Real Madrid e Barcellona: lo specchio calcistico di un Paese alla frutta
Di Monica Bedana

I soldi che cadono dal cielo sono immediatamente seguiti da tasse d'inferno.
Legge di Ruane sull'equilibrio finanziario.


La Spagna è un Paese dove alla domenica si può ancora andare allo stadio con tutta la famiglia, adulti e bambini insieme, senza timore di uscirne manganellati e in ambulanza. Questa cosa mi è sempre sembrata un eccellente riflesso della maturità di una società che ha provato a costruire la sua giovane democrazia su un genuino sforzo di integrazione senza ombre, seppellendo quarant'anni di dittatura sotto la voglia universalmente condivisa di vivere finalmente nel Paese libero, moderno e senza complessi che gli spagnoli e la loro Storia meritano senza dubbio.

Il loro grande calcio è un barometro infallibile dello “stato della Nazione”, molto più del bilancio annuale che ne fa il Presidente del Governo in Parlamento. E quest'anno non ci sarà bisogno di aspettare il discorso ufficiale per sapere che il Paese è in ginocchio ed ogni sogno si è infranto; l'eliminazione del Barcellona e del Real Madrid dalla Champions sono la parabola di un presente triste ed un futuro buio. E di molti fantasmi del passato che rispuntano.

E' finito il tempo del gioco etereo del Barcellona, una danza di mille passaggi perfetti e la rifinitura maestra di un solo uomo-simbolo; non a caso Zapatero tifava Barcellona e sua è stata l'epoca della gestione delle vacche grasse che pareva non doversi esaurire mai, l'entusiasmo delle conquiste sociali, le abbondanti concessioni in materia di autonomia a quella stessa Catalogna la cui gestione economica  si è rivelata molto poco oculata e ora, sul filo della bancarotta, emette bonus patriottici e taglia alla greca la spesa pubblica. E reclama protezione ed aiuto proprio a quello Stato centrale che ha sempre rinnegato quando aspirava ad essere soggetto indipendente in Europa.

Dall'altro lato il Madrid di Mou, poco gioco ma molta capacità di andare in gol e di tutto quel che non riesce a fare in campo dà la colpa alla Uefa, agli arbitri, alla stampa e perfino, se è il caso, ai suoi stessi giocatori. E' questo Madrid che risuscita i fantasmi del passato, le due Spagne mai più riconciliate fino in fondo, il ritorno di quello stile anni quaranta di chi ti aspetta in un parcheggio con l'intenzione poi di gettarti in un fosso da un' auto in corsa, precario, pensionato o dipendente pubblico che tu sia. Lo stile di chi nega senza spiegazioni agli indignados la Puerta del Sol per ricordare le proteste di un anno fa; di chi cancella via dikat il pluralismo nell'informazione pubblica mentre fa spazio alla voce della chiesa cattolica contro l'omosessualità, che anche questa ci rende poco credibili ed affidabili. Eppure, per quanto ci si sforzi di compiacerla, di piegarsi alle sue esigenze, quest'Europa ci punisce: in economia come nel calcio.

La versión en español del texto aquí.

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venerdì 2 marzo 2012

Barcellona e Valencia vanno in fumo come Atene
Di Monica Bedana


Di Monica Bedana


In Spagna la democrazia inizia a bruciare come in Grecia.
Barcellona e Valencia come Atene.
Una riduzione di oltre 3000 milioni di euro per la scuola e l'università negli ultimi due anni ha acceso la fiamma della protesta di studenti e corpo docente. Oltre 800 milioni di quei tagli all'istruzione si concentrano in Catalogna; a Valencia i soldi che si spendono per la Formula 1 potrebbero mantenere 26 scuole. E nonostante si comprima ferocemente la spesa pubblica, il debito di queste regioni si abbassa in modo assolutamente insignificante oppure continua a crescere. Il mondo della scuola e dell'università paga ormai da due anni un pizzo sanguinoso alla finanza, che si traduce non solo nella riduzione degli stipendi e del numero dei docenti, ma anche e soprattutto nella perdita definitiva di ore di lezione ed interi programmi. Se però dopo due anni di scrupolosa obbedienza all'austerità cieca imposta dall'Europa la notizia di oggi è che i dati della disoccupazione del mese di febbraio sono i peggiori degli ultimi tre anni e la notizia di ieri era che la banca spagnola ha sollecitato ben il 28% di quei 530.000 milioni di euro di liquidità che la BCE ha reso disponibili, vuol dire che nessun sacrificio pagato finora dai cittadini ha avuto senso. E ce ne siamo accorti. E se Rajoy ieri chiedeva agli spagnoli di “capire che le cose non sono facili” e oggi dice che “con le manifestazioni non si ottiene nulla” mentre al tempo stesso destituisce buona parte della squadra dell'Agenzia delle Entrate che ha scoperto la vastissima rete di corruzione della regione di Valencia, feudo del Partito Popolare che ci è dentro fino al collo, è inevitabile che cassonetti e democrazia brucino insieme.

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sabato 11 febbraio 2012

"Sarà una riforma estremamente aggressiva"

Si è espresso cosí, due giorni fa, in sede europea, il ministro di economia spagnolo Luis de Guindos, con il commissario Rehn, che gli risponde: "Great!". Parlavano della riforma del lavoro, approvata ieri.
Il governo Rajoy alcune promesse le mantiene.


Centinaia di indignados caricati ieri sera dalla polizia durante una manifestazione, non autorizzata, contro la nuova riforma del lavoro ed i tagli alla legge Zapatero sull'uguaglianza.
Per le aziende, più facile e più economico licenziare. Sempre meno diritti per i lavoratori, sempre più discriminate e meno libere le donne. Siamo carne da macello in ogni senso.



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lunedì 31 ottobre 2011

L'insostenibile leggerezza della libertà
Di Monica Bedana


Sono giorni che ho negli occhi questa foto. 
Lui è Antonio Basagoiti, 42 anni, il leader del Partito Popolare in Euskadi, nei Paesi Baschi. E' la prima volta in 14 anni anni che esce per strada solo, senza scorta; si siede sulla porta dell' ufficio e si accende un sigaro. Cosí è cambiato il suo mondo da quando l'ETA ha rinunciato alla lotta armata; nella boccata di fumo di quel sigaro acceso si materializza la sua libertà. 
E' la stessa libertà che invece si evapora per i quasi cinque milioni di disoccupati di nuovo sfiorati in questi giorni in Spagna, ed è esattemente la stessa che si  flessibilizza in Italia col nuovo decreto sviluppo, che vede nel lavoro soltanto un costo da abbattere mediante depennamento dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Corrisponde ai poteri pubblici promuovere le condizioni affinché libertà e uguaglianza siano reali ed effettive; è l'articolo 9 della Costituzione spagnola, potrebbe essere il 3 di quella italiana. E' il fondamento di quello stato sociale che è sempre meno un diritto e sempre più una saltuaria concessione che dipende via via dalla fluttuazione dei mercati, dalle priorità dello spread, dalle inutili e continue ricapitalizzazioni delle banche. E se nella Grecia dimenticada dagli dei e dal FMI già scarseggiano da tempo le medicine, nella teoricamente florida e nobile Catalogna il consigliere alla sanità dichiara che “la salute è un bene privato, che dipende dal singolo cittadino e non dallo Stato”, giustificando cosí i sanguinosi tagli agli ospedali pubblici.

A che libertà possiamo aspirare, imbustati come siamo -Spagna, Italia ed il continente intero- dentro un sistema monetario talmente rigido da essere diventato una trappola mortale, senza lo spiraglio di un solo fattore chiaro che spinga a favore di una riattivazione dell'economia.
Alla nostra precaria libertà di cittadini il Sistema chiede, per nutrirsi, continui sacrifici; ed ecco che si snatura la Costituzione imponendole un tetto di spesa, che si convocano elezioni anticipate per calmare i mercati e che si fa affidamento allo “spirito di collaborazione” , nell'applicazione delle misure di austerità,  di coloro che ancora non sono stati eletti (e che hanno già dato, tutti, a priori, garanzie di totale disponibilità).
La nostra è, in realtà, una libertà pesantemente vigilata dalla scorta della troika. Siamo come Basagoiti prima di quel sigaro.

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