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lunedì 8 aprile 2013

L'America senza lavoro


In America le cose vanno meglio che in Europa, la ripresa economica, pur modesta è decisamente più sostenuta che nel Vecchio Continente. Il fiscal cliff è stato trasformato da burrone in gradino e il Presidente Obama si è sicuramente dimostrato più intelligente e flessibile di Frau Merkel. Eppure anche lì la crisi non è finita. Robert Reich, ministro del lavoro ai tempi di Clinton ed uno dei più vigorosi critici della destra liberista, ci spiega che l'economia americana è ancora in grande difficoltà. La disoccupazione scende, ma in realtà la percentuale di popolazione attiva impiegata è ai minimi storici, o quasi. Il mercato azionario va forte, ma questo avvantaggia solo i soliti noti. Si è ricominciato a costruire case, ma nuovamente  andranno nelle disponibilità dei più ricchi che potranno così affittare. Insomma, Reich analizza in profondità i numeri e ce li spiega con grande chiarezza: perchè la crescita economica conta poco se non serve a migliorare le condizioni di vita della maggioranza della popolazione.

The Big Stall


di Robert Reich
da robertreich.org

Bad news on the economy. It added only 88,000 jobs in March – the slowest pace of job growth in nine months.
While the jobless rate fell to 7.6 percent, much of the drop was due to the labor force shrinking by almost a half million people. If you’re not looking for work, you’re not counted as unemployed.
 That means the percentage of working-age Americans either with a job or looking for one dropped to 63.3 percent — its lowest level since 1979.
 The direction isn’t encouraging. The pace of job growth this year is slower than its pace last year.
What’s going on? The simple fact is companies won’t hire if consumers aren’t buying enough to justify the new hires. And consumers don’t have enough money, or credit, or confidence to buy enough.
It’s likely Americans are beginning to feel the pinches of January’s hike in the payroll tax combined with the government budget cuts known as the sequester. Increases in gas prices haven’t helped. All are taking money out of the pockets of most people – whose job situation remains precarious. So they can’t and won’t buy much.
One indicator: Retailers cut their staffs in March — by 24,100.
Yes, the stock market has rebounded. But only a small portion of Americans are affected by the rebound. The richest 1 percent own 35 percent of all shares of stock; the richest 10 percent own 90 percent.
And, yes, housing prices have stopped falling, and construction of new homes has picked up. The construction sector added 18,000 jobs in March.
But the turnaround in housing isn’t because prospective homeowners have been able to get new mortgages. It’s because investors are buying or building homes to rent. And a buoyant rental market doesn’t make most people feel wealthier.
Perhaps the most disturbing aspect of all this is that we’re in the fifth year of a supposed economic recovery from the second-worst economic downturn of the past century, and we’re still not nearly back on track. Instead, we’ve had the most anemic recovery in history.
A Gallup survey released Thursday showed that the percentage of Americans holding full-time jobs has remained essentially unchanged over the past year. With 12 million people out of work and another 8 million holding part-time jobs who’d rather have full-time ones, this just isn’t nearly good enough.
We’re experiencing the burden of austerity economics and the continued scourge of widening inequality. Both are squeezing average Americans. Yet it’s impossible to have a buoyant and sustained recovery without a large and growing middle class.

martedì 29 gennaio 2013

Il senso del PD per il lavoro

Questa gaffe (?) della Finocchiaro dice tutto o quasi sulla signora e sulla sua storia. In Parlamento dal 1987, quando c'era l'URSS, Reagan era presidente e Platini giocava ancora nella Juventus, la signora deve esser diventata tutt'uno col Palazzo e con la sua poltrona. Tant'è che anche quando corse per la regione Sicilia, e perse malamente, pensò bene di fregarsene degli elettori siciliani che l'avevano votata e tornare a Roma. In fondo, lei è una parlamentare della Repubblica, mica una bidella!



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sabato 24 marzo 2012

Il Corriere ipocrita e la riforma del lavoro

Si continua con la guerra di propaganda dei giornali filo-governativi e padronali. Dopo le inquietanti parole di Scalfari contro l'opposizione, il regime mediatico mette in campo un altro pezzo da 90, il direttore del Corriere De Bortoli.
Che difende la riforma del mercato del lavoro, ed ha pieno diritto di farlo, sia chiaro. Ma che rifiuta di dare notizie, e non fa buon giornalismo, e questo, invece, è un peccato piuttosto grave. De Bortli catechizza tutta la sinistra, a cominciare dal PD, reo di vivere ancora in un clima novecentesco popolato dai fantasmi della lotta di classe, figuriamoci. Non è più questa la situazione, i padroni son diventati imprenditori, e siamo tutti sulla stessa barca, figuriamoci se ci può essere dialettica tra chi prende 800 euro al mese e chi fa guadagni milionari (qualcuno ci sarà pure, caro De Bortoli, se il 50% della ricchezza è detenuto dal 10% della popolazione, no?).
Ma soprattutto le parole del direttore del Corriere della Sera paiono drammaticamente fuori luogo nel giorno in cui escono le motivazioni del giudice che ha imposto (disatteso!) il reintegro dei 3 operai della Fiat di Melfi. Quelle motivazioni sono chiare, Giovanni, Marco ed Antonio sono stati licenziati perchè iscritti alla FIOM. Questo è il clima delle fabbriche, questo è quello che succederà nel momento in cui non ci sarà più l'art.18 a difendere non i privilegi degli operai, ma quella parola di cui Scalfari e De Bortoli sembrano aver dimenticato il significato, DEMOCRAZIA. Perchè democrazia è esser libero di aver opinioni diverse dal proprio padrone, senza poter esser licenziato. Magari attraverso il sotterfugio del licenziamento economico, due soldi per liberarsi di chi non ci piace. Come se le idee avessero un prezzo.  



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martedì 28 febbraio 2012

One Big Union


 
One Big Union è l'ultima fatica letteraria di Valerio Evangelisti. Un romanzo storico, genere in cui Evangelisti si era già esercitato con il "Collare di Fuoco", che è in realtà di grandissima attualità e ci aiuta a ricordare non solo fatti ed eventi sconosciuti ai più, ma tematiche che ci riguardano da vicino e che in tanti sembrano ignorare.
Il romanzo è ambientato nell'America a cavallo tra Ottocento e Novecento ed ha per protagonista un infiltrato nei movimenti sindacali che assiste, spesso con ruolo attivo, ai più importanti scontri tra lavoratori e padronato nell'industria ferroviaria americana. Non è tanto il ruolo degli infiltrati e delle spie, pur così importante e sinistro, a fare del libro una lettura indispensabile, quanto piuttosto la storia dei "dannati della terra", lavoratori senza diritti, con salari da fame, sfruttati e trattati alla pari di bestie. Lavoratori, che pur sconfitti di volta in volta, han continuato a lottare, a sacrificare le loro vite, in nome di un mondo migliore, che in effetti hanno lasciato in eredità ai loro figli.
La storia di quei lavoratori è più che mai attuale in un mondo in cui il lavoro è nuovamente consierato una variabile dipendente, alla mercè del capitale, in cui le vite umane e la dignità delle persone non sono considerate nel sistema produttivo. Cento anni fa, come ora, il tema rimane attuale. Per quelli che pensano che nel XXI secolo si debba guardare avanti e dimenticarsi del conflitto tra capitale e lavoro, questo libro non potrà che essere un brusco ma salutare risveglio.





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