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giovedì 2 maggio 2013

Letta vs Fornero: non c'è abbastanza precarietà

Di seguito l'intevento di Emiliano Brancaccio sulla sparata di Letta contro la riforma Fornero. Tolti i diritti, ora reintroduciamo la precarietà.


Sul mercato del lavoro Letta dichiara – tecnicamente – il falso   


di Emiliano Brancaccio
da emianobrancaccio.it


Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità. Ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi come ad esempio le limitazioni sui contratti a termine, che sono necessarie in una fase economica normale, ma che in una fase di straordinaria recessione come quella l’attuale non sono utili, e per questo è necessaria una minore rigidità» (fonte: Il Sole 24 Ore). Un’argomentazione simile era stata sostenuta poco prima dal ministro del Welfare Enrico Giovannini.

Nel giorno della festa dei lavoratori Letta dunque si accoda agli ultimi pasdaran del liberismo, che ripetono da anni la tesi secondo cui una maggiore precarietà dei contratti di lavoro favorirebbe l’efficienza economica e il riassorbimento della disoccupazione. Questa tesi tuttavia è falsa. I test contenuti negli Emplyoment Outlooks 1999 e 2004 dell’OCSE smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione. Inoltre, una rassegna di Tito Boeri e Jan van Ours di tredici ricerche empiriche sul nesso tra tutele del lavoro, occupazione e disoccupazione realizzate tra il 1988 e il 2005 da vari studiosi, rivela che solo una di esse stabilisce che una maggiore flessibilità è correlata a una minore disoccupazione, nove danno risultati indeterminati e tre addirittura indicano che minori tutele del lavoro sono associate a minore occupazione e maggiore disoccupazione (Boeri e van Jours, Economia dei mercati del lavoro imperfetti, Egea 2009).
Ma non è finita qui. Nel 2006 Olivier Blanchard, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo una disamina dei lavori empirici disponibili mette una pietra tombale sulla questione: “Le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” (Economic policy 2006; per approfondimenti e ulteriori  riferimenti bibliografici rinvio al volume Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, nella cui appendice statistica è anche riprodotto, con dati aggiornati, il test OCSE sull’incorrelazione tra tutele del lavoro e tassi di disoccupazione).
In definitiva, sugli effetti occupazionali delle tutele del lavoro Letta dichiara tecnicamente il falso, nel senso che tenta di promuovere una modifica della disciplina dei contratti sulla base di relazioni di causa ed effetto che non hanno trovato adeguati riscontri nella letteratura scientifica di questi anni. Per non parlare dell’idea bizzarra, da lui evocata, secondo cui la normativa sul lavoro dovrebbe variare in funzione delle fasi di espansione o recessione della produzione: una sorta di legislazione à la carte, da modificare ogni volta in funzione della congiuntura. Se così fosse, ci troveremmo al cospetto dell’ennesimo colpo sparato su una disciplina dei contratti di lavoro ormai ridotta a colabrodo, che da un punto di vista economico finirebbe al limite per accrescere l’instabilità dell’occupazione e del monte salari, e potrebbe persino arrivare a deprimere i loro già disastrosi andamenti medi.

mercoledì 27 marzo 2013

Tecnicamente, un disastro

Siamo quasi arrivati all'ingloriosa fine del governo tecnico, uno dei peggiori della storia repubblicana. E finiamo pure col botto, le dimissioni di Terzi, gli stracci che volano tra Esteri e Difesa, pure Napolitano descritto come "irritato". Per un anno e mezzo si sono cantate, a reti (quasi) unificate, le gesta di un manipolo di eroi che avevano salvato l'Italia dal baratro. Alla prova dei fatti si sono rivelati invece un gruppo di professori arroganti e pure incompetenti che hanno fallito su tutta la linea.
Quali erano gli obiettivi iniziali? Vediamoli in ordine:

  1. mettere a posto i conti nel mezzo della crisi finanziaria
  2. impostare riforme strutturali per rilanciare la crescita e modernizzare il paese
  3. ridare dignità al paese all'estero dopo anni di gaffe berlusconiane
  4. possibilmente risolvere la crisi politica
Beh, se guardiamo le cose con un pò di oggettività, non possiamo che bocciare su tutta la linea i professori. I conti sono tutt'altro che a posto. Vero, lo spread è disceso - dopo esser salito a dismisura nei primi mesi del governo - ma il merito è quasi tutto delle misure messe in campo dalla BCE. Nel frattempo il PIL è crollato, siamo in recessione, la disoccupazione è aumentata e, sorpresa sorpresa, il debito è aumentato. So much per la competenza di economista di Monti, primo ministro e a lungo con l'interim al Tesoro. 
Le riforme sono state affidate in principal luogo a Madame Fornero, che ci era stata presentata come la massima esperta italiana di pensioni. Ed infatti, dopo aver studiato una vita, ha varato una riforma che ha sconquassato l'Italia, creando milioni di esodati e mettendo a rischio i conti dello Stato. Quando poi si è passati al lavoro, non ci si poteva aspettare tanto di meglio se nella materia di sua competenza era già stata così disastrosa. Ed infatti oggi è la stessa Fornero ad ammettere: abbiamo lavorato tanto, ma zero risultati. Aggiunge, per giustificare l'aumento della disoccupazione ed il fallimento della nuova disciplina dei contratti: la mia riforma del lavoro era fatta per i momenti di crescita. Oh Signora, ma bastava leggere i giornali per sapere che eravamo in recessione! Da un professore ci si aspetta almeno che sappia di cosa parla, e invece...
Quanto al prestigio internazionale, per mesi ci siamo illusi di aver qualche carta da giocare in Europa mentre la Germania ci ignorava completamente, neanche fossimo ancora con Berlusconi. La BCE ci ha scritto una lettera che si è poi rivelata essere il programma del governo Monti mentre l'austerity non veniva allentata neanche di una virgola. Il clamoroso insuccesso è stato certificato dal patetico addio di Monti al vertice europeo di Cipro, dove è andato a lamentarsi dell'insensatezza dell'Europa. Un po' tardi, caro Monti. La vicenda indiana ha poi sfondato ampiamente i limiti del ridicolo. Prima viene violata la parola data e si tengono i marò in Italia, cercando di alzare la voce a livello internazionale pur facendo la solita figura dei voltagabbana. Poi, di fronte all'assordante silenzio della diplomazia UE che si rifiutava di sostenere l'Italia, e con l'India che alzava la voce e di fatto sequestrava il nostro ambasciatore, il governo ha umilmente abbassato la testa e rimandato i marò in India. Da cui la tristissima scenetta al Senato, Terzi che si dimette - un po' in ritardo - e De Paola che gli dice circa di essere un novello Schettino che abbandona la nave che affonda. Una figuraccia internazionale di proporzioni inaudite, altro che le corna di Silvio...
Non è un caso che alle elezioni gli italiani abbiano di atto ignorato Monti e i suoi. Il che, anche se la colpa non è certo tutta del governo, ci lascia in una situazione politica peggiore di quella di un anno e mezzo fa, senza un governo, senza una maggioranza, senza una nuova legge elettorale, con un paese spaccato - per altro, manco a farlo apposta, nel mezzo di un altra crisi europea. E pensare che si poteva votare un anno e mezzo fa....peggio di sicuro non poteva andare!

martedì 19 febbraio 2013

Flessibilità e produttività in Italia

Riportiamo qui un interessante post apparso su Keynesblog che mette in relazione flessibilità e produttività del lavoro. Per anni, dai tempi del primo governo Prodi, si è insistito sulla necessità di flessibilizzare il mercato del lavoro per rendere le industrie più competitive. Peccato sia successo l'esatto opposto, la produttività è diminuita. Forse perché in una industria caratterizzata da aziende medio-piccole questa flessibilità è stata usata per competere nel mondo puntando su costi (e dunque, salari) più bassi invece che puntare sullo sviluppo tecnologico. Chissà se la Fornero, dall'alto della sua cattedra, è capace di guardare e interpretare i grafici. E chissà cosa ne pensa il PD che quella riforma ha appoggiato (oltre ad aver inaugurato quelle trasformazioni con il pacchetto Treu).


La flessibilità non fa crescere la produttività   





produttività-flessibilità
Capita spesso di leggere che le cosiddette “riforme strutturali“, tra cui quella del mercato del lavoro, siano necessarie per accrescere la produttività stagnante delle nostre imprese. In base a questo assunto e all’idea (facilmente falsificabile) che maggiore flessibilità porti a maggiore occupazione, negli anni si sono susseguite diverse modifiche del diritto del lavoro, sia da parte di governi di centrosinistra che di centrodestra.

Il risultato è che per il nostro Paese l’indice di protezione del lavoro (EPL), calcolato dall’OCSE, è precipitato da 3,57 (prima del “pacchetto Treu“) a 1,82 nel 2003. Nel 2008, ultimo anno di rilevazione, è risalito appena ad 1,89. Come ammette la stessa OCSE, siamo il paese che ha liberalizzato di più il mercato del lavoro relativamente alla posizione abbastanza rigida del passato.
Eppure se si giudicano i risultati della flessibilità, sembrano essere piuttosto deludenti. Non solo la produttività non è aumentata, ma la sua crescita è rallentata fino a diventare sostanzialmente nulla nell’ultimo decennio (si veda il grafico su riportato). Non necessariamente questo risultato negativo deve attribuirsi alla crescente flessibilità. Tuttavia i dati sembrano dire con chiarezza che la liberalizzazione del mercato del lavoro non ha prodotto effetti positivi misurabili sulla produttività.
Nonostante ciò, la convinzione che maggiore flessibilità porti a maggiore produttività è rintracciabile nel dibattito pubblico, quasi che un lavoratore precario sia più propenso a “impegnarsi” per il timore di perdere il posto di lavoro. Se ciò non bastasse, in un recente documento della stessa OCSE si afferma che la “dualità” tra lavoratori garantiti e non garantiti porta a inefficienze nella distribuzione delle risorse umane disponibili. Non si capisce tuttavia come rendere precario anche l’attuale “posto fisso” possa dare risultati migliori della precarietà sinora introdotta, così pesantemente, nel mercato del lavoro italiano.

fonte: http://keynesblog.com/2013/02/19/la-flessibilita-non-fa-crescere-la-produttivita/


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giovedì 31 gennaio 2013

50 mila studenti in meno, come voleva la Fornero

E quale sarà mai lo scandalo del crollo dei 50 mila iscritti in meno all'Università che capeggia oggi su tutti i principali giornali? In fondo circa 1 mesetto fa una cosa simile era stata auspicata dal Ministro Fornero senza che nessuno si risentisse. La signora, in sostanza, aveva detto che sarebbe meglio riscoprire il lavoro manuale invece che perdere tempo a studiare. In fondo, parafrasando una famosa canzone, non sarà mica che oggi anche l'operaio vuole il figlio dottore? 
Studiare non è da tutti, e i giovani italiani, anche senza i consigli della signora, ci sono arrivati da soli. In una società che non offre nessuna speranza di riscatto sociale lo studio diventa un inutile orpello. E viene dunque scoraggiato, con rette in aumento e borse di studio in calo. Poco importa se già siamo tra gli ultimi in Europa sia come iscritti, sia, soprattutto, come laureati. Poco importa che un paese che non produce sapere è un paese in declino. Ancora meno importa che in un paese dove i giovani non possono studiare l'ascensore sociale si è fermato. Appunto, studiare è per i ricchi. Gli altri a sgobbare.
Questo è il paese che sognava la Fornero, ma è anche il paese che ci ha lasciato in eredità la Seconda Repubblica. Quella della riforma Gelmini, ovvio. Ma non solo. Perché quel PD che oggi autorevolmente si candida a guidare il Paese ha governato per la metà della degli ultimi 19 anni e non può certo accampare scuse, perchè questo disastro chiama in causa tutti i governi. E dovrebbe essere al centro della campagna elettorale, ed invece è totalmente assente. E sarebbe strano il contrario. In fondo, questo mondo infame non l'ha certo fatto solo Berlusconi da solo. La sinistra, o quella che una volta si chiamava così, ha mollato gli operai con salari da fame, mentre i padroni ingrassavano. Ha mollato i nuovi lavoratori trasformandoli in precari in nome delle richieste del capitale. Ha abbassato le tasse per i più ricchi, mentre tagliava i fondi alla scuola pubblica e finanziava quella privata. E si sorprende degli studenti in piazza, arrabbiati, a volte pure col volto coperto. Quelle manifestazioni non sono più quelle dei figli della media borghesia annoiati. Sono solo l'altra faccia di questo disastro, di questo abbandono della scuola che vuol dire solo rinuncia al futuro. Sono l'Italia che va a fondo.

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martedì 27 marzo 2012

La logica del ricatto

Monti-Mosè è tornato con le tavole della legge (sul lavoro) e ha trovato un popolo di somari che non lo segue. Peccatori come gli ebrei di un tempo, sembrano aver spazientito il pastore che li porta fuori dall'Egitto, pardon, dalla crisi finanziaria.
Il giorno prima aveva mandato alla carica il suo panzer, lady Fornero, la versione feroce e destrorsa di Sacconi. Niente riforma a polpette (a parte quelle avvelenate per i lavoratori), se la riforma sarà stravolta, il governo ne trarrà le conseguenze. E ieri invece è stato Monti a mettere il carico, se il Paese non è pronto, allora il governo lascerà. Ma pronto per cosa? Per una "riforma" che non è giustificata da nessuno studio serio? Per una regressione di 40 anni nei diritti dei lavoratori? Per una dialettica politica che vada oltre alle decisioni prese in un palazzo ma che sia la rappresentazione di quello che il popolo vuole?
Monti&Fornero si erano abituati bene, la stangata sulle pensioni, inutile e punitiva, era passata a tamburo battente, lo spread era alto e Mosè doveva aprire le acque del Mar Rosso.  Ora si pretende un anno e mezzo (almeno) di democrazia limitata. E si svela finalmente l'inganno del governo legittimo perchè votato dal Parlamento. No, il governo è stato imposto al Parlamento in nome dell'emergenza. E non può esistere dialettica, o si fa come dice il Messia o tutti a casa - naturalmente paventando ritorsioni finanziarie degne delle dieci piaghe d'Egitto. Un governo senza mandato elettorale, un assurdo politico, si permette di spiegare al paese che se non è pronto, allora addio, una sorta di ricatto bis dopo quello della paccata dei miliardi di Fornero.
Ebbene, in una vera democrazia, quando uno degli architravi di una coalizione dice di voler modificare un provvedimento, e la risposta del governo è un ricatto, se ne devono trarre le conseguenze. No, il paese non è pronto per la dittatura dello spread, non è pronto per gli editti coreani, e il governo Monti se ne deve andare.  


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venerdì 23 marzo 2012

Diliberto, dove è lo scandalo?


 Ma sì, eccola la foto dello scandalo, Diliberto abbraccia e si fa fotografare con una signora che sfoggia una maglietta dalla scritta truce. Sì, una scelta d'abbigliamento che fa rabbrividire, sì, una leggerezza, addirittura una cazzata da parte di Diliberto che dovrebbe stare più attento. Perchè in sta maniera son 2 giorni che si parla di una foto insulsa, invece dei problemi veri.
Ma ora basta. Il ministro Fornero si dice addirittura disgustata, definisce Diliberto indegno di aver ricoperto la carica di ministro e di parlamentare. Per bacco!
Sorvoliamo sul fatto che il ministro Fornero ed il governo di cui lei è parte non si schifa di prendere in Parlamento voti da chi è ben più indegno di Diliberto, trafficoni, traffichini, imputati per mafia, corruttori e gentaglia varia. E pensiamo invece al pulpito da cui viene tale indignazione.
Chiuso nel suo ufficio da tecnico, Fornero ignora quante persone che perdono il lavoro si suicidano (uno degli ultimi casi poche settimane fa, a Sanremo). Quei signori, purtroppo, al cimitero ci vanno per davvero. E le politiche del Ministro Fornero rischiano di mandarcene altri.
D'altronde la Thatcher dè noantri, dovrebbe vedersi forse un pezzo di cinema indimenticabile, Brassed off (Grazie signora Thatcher, in italiano)


(clicka qui per la versione italiana)


Se ascoltasse bene, capirebbe che il lavoro è quello che dà dignità alle persone, la voglia di vincere, di combattere, di sperare, la voglia di vivere. Questa dignità, Fornero e quelli come lei, la vogliono togliere, la vogliono monetizzare. Con qualche spicciolo pensano di comprare la vita dei lavoratori.
L'unica persona indegna, l'unica che si dovrebbe vergognare, è il ministro Fornero. Altro che Diliberto!




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