Ultimamente ai telegiornali si sente parlare tanto di rating con riferimento agli Stati e alla loro
capacita’ di solvibilita’. Un’altra parola inglese che entra a far parte del linguaggio quotidiano di noi
italiani.
Chissa’ quanti sanno il significato letterale della parola? Forse pochi ma quasi tutti ne percepiamo il
contenuto.
Io prima di trasferirmi in Inghilterra non avevo idea di cosa fosse il “rating”. L’ho scoperto attraverso
il mio lavoro perche’ una delle primissime cose che mi venne insegnata fu di dire ai nostri clienti che
a non ripagare i propri debiti si finiva con l’aver il proprio credit rating danneggiato. A me continuava
a non dire nulla la cosa ma percepivo che si trattava di cosa seria perche’ i visi si facevano tesi e le
espressioni sembravano di terrore. “Ma cosa sara’ mai questo credit rating?”, mi ripetevo.
Dopo poco tempo ho capito di cosa si trattasse e la cosa continuava a lasciarmi indifferente.
Soddisfatta la curiosita’ non vedevo come questo potesse far venire la tremarella a molta gente. Ero
proprio ingenua.
Eppure ora comprendo con chiarezza che il credit rating puo’ essere davvero uno spettro
spaventoso. Per molti inglesi avere un credit rating negativo significa aver difficolta’ di accesso al
credito per un periodo di almeno sei anni. Vuol dire inventare un nuovo modo di vivere restando
nei limiti del proprio reddito. Per un inglese questo significa uno sforzo colossale abituato com’e’ a
vivere di credito.
Quello che io, invece, reputo essere piu’ spaventoso e’ che un credit rating negativo impedisca a
molte famiglie di trovare una casa da affittare perche’ nessun proprietario e’ disponibile a locare a
una persona dal credit rating non decoroso. Se si puo’ comprendere la posizione del proprietario
che affitta per ricavarci qualche sterlina non si puo’ pero’ accettare che molte persone si ritrovino
sprovviste di una casa perche’ da un lato sono sotto sfratto e dall’altro nessuno e’ disposto ad
affittare loro nemmeno una cantina.
Questo e’ il dramma che inizia a colpire alcune delle persone che assistiamo all’organizzazione
presso la quale lavoro. La carenza di case popolari rende ancora piu’ difficile trovare un tetto per
queste famiglie e il rischio che la situazione diventi esasperante e’ molto forte.
Il diritto alla casa e’ tra quelli che rientrano nella sfera dei diritti umani, per cui dovrebbe essere
tutelato a prescindere dalle negligenze di ciascuno. Eppure si tratta di un diritto non sempre dato
per acquisito e per il quale si deve ancora sudare e lottare per vederlo riconosciuto. Spesso cozza
con interessi che trovano maggior tutela.
La cosa della quale dovremmo preoccuparci e’ che ogni giorno si aggiunge un po’ di stress a
situazioni gia’ portate verso la soglia di massima sopportazione e oggi il malessere nel paese
(Inghilterra) si percepisce con molta forza.
I riots dei giorni scorsi non penso fossero motivati da ideologie e scelte politiche ma da veri e
propri problemi sociali che ne’ i laburisti ne’ questo governo di conservatori (meno che mai questo
governo!) sono stati in grado di affrontare con la dovuta concretezza.
Le sacche di poverta’ e di emarginazione sono molte. Spesso si tratta di persone senza motivazioni
o ambizioni, anche le piu’ semplici. Additati come poverini o parassiti, a seconda del governo in
carica del momento (oggi con i conservatori si chiamano parassiti, per esempio), sono giovani e
meno giovani ai quali i governi non hanno mai saputo tendere la mano per dar loro una possibilita’ di
riscatto per una vita migliore.
Si pensava a tenerli a bada con le varie sovvenzioni ai redditi zero o bassi ma non si e’ fatto nulla o
forse troppo poco per integrarli nella societa’ del lavoro e dell’istruzione. Si e’ creata una forbice
enorme tra una societa’ benestante e una societa’ che vive nel degrado e arranca. A cio’ si aggiunga
che sempre piu’ famiglie che fino a ieri si permettevano un tenore di vita piu’ che decoroso oggi
stanno precipitando nella poverta’.
Temo sinceramente che le soluzioni che verranno predisposte dal governo Cameron non faranno che
alimentare la tensione. Sembra che la Banda Cameron stia conducendo una Guerra contro una parte
della societa’ mentre contemporaneamente contribuisce al pagamento dei super-bonus ai dirigenti
di quelle banche che sono state parzialmente nazionalizzate (e che presentano ancora bilanci in
rosso!). Nulla di buono all’orizzonte……
Visualizzazione post con etichetta Autore: Carla Gagliardini. Mostra tutti i post
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venerdì 19 agosto 2011
lunedì 1 agosto 2011
Diego García
Di Carla Gagliardini
No, non e’ un attore messicano, almeno che io sappia. Diego García e’ un’isola bellissima
dell’arcipelago delle Chagos nell’oceano indiano.
Oggi sono andata al Mela Festival di Crawley, la cittadina dove vivo in Inghilterra. Questo festival
celebra alcune delle tante culture presenti sul territorio. Si trovano cibo, canti, musiche e balli
provenienti da diverse parti del mondo. E’ un festival al quale non riesco a rinunciare perche’ ti
consente di fare un tuffo in diverse culture del pianeta. Li’ a portata di mano.
Alle 17.00 in una delle sale del teatro che ospita il festival e’ stato trasmesso un documentario
sull’isola Diego García e sulla triste sorte toccata ai suoi abitanti e animali.
Come spesso accade la vita di molte persone e’ stata drasticamente cambiata da decisioni prese
dall’alto. In questo caso, ma guarda che novita’, la vita degli abitanti di Diego Garcia e’ stata riscritta
dal governo USA e da quello del Regno Unito negli anni ’60.
Gli isolani furono invitati a lasciare l’isola temporaneamente per fare dei lavori stagionali alle
Mauritius (non faranno mai piu’ ritorno nella loro terra madre perche’ gli verra’ negato l’accesso e
scopriranno che nessun lavoro li attendeva alle Mauritius) e deportati quando risposero all’invito
con la resistenza. Gli animali furono sterminati dal governo di Sua Maesta’ e i cani persino gassati.
In nome di cosa si commisero questi atti meschini, atroci e contrari ai diritti umani? Se pensiamo che
ad essere coinvolti nella sporca manovra c’erano gli USA si capisce subito che si trattava di interessi
militari. A chi interesserebbe un’isolotta di duemila anime che ha come unico sostentamento la
pesca?
Queste donne e questi uomini alle Mauritius incontrarono fame, disperazione, emarginazione. Una
vita “grama” mentre nella loro terra veniva costruita una base militare statunitense usata per la
prima Guerra del Golfo, per la Guerra in Afganistan e per l’ultima Guerra in Iraq.
Gli Stati Uniti affittano l’isola dal Regno Unito che in cambio del piacere fatto ai cugini d’oltre oceano
hanno ottenuto anche qualche missile da sganciare sulla testa di chissa’ chi.
Questa triste storia e’ cominciata circa cinquant’anni fa ma continua ancora oggi e qui, nella regione
d’Inghilterra nella quale vivo io, vivono alcuni di questi isolani di Diego García che continuano a
sognare di tornare in Patria ma che sono troppo vecchi da poter vedere realizzato il loro sogno.
Sogno che hanno consegnato alle nuove generazioni. Ma ad oggi quell’isola e’ ancora zona off limit,
ossia l’accesso e’ vietato a chiunque, inclusi i suoi isolani.
Un altro esempio di civilta’ e di rispetto dei diritti umani che proviene dal Regno di Sua Maesta’ e dai
democratici Stati Uniti d’America.
Gli isolani di Diego Garcia sono stati prima colonizzati e poi sradicati dalla loro terra usando l’inganno
e le maniere forti dal Regno Unito. Hanno lottato contro la discriminazione incontrata alle Mauritius
e oggi alcuni di loro vivono nel Paese che ha loro provocato tante sofferenze. Eppure sento sempre
parlare tanto qui quanto negli Stati Uniti d’America di diritti umani. Ma abbiano almeno la cortesia di
spiegarci quando questi valgono e quando un essere umano (e aggiungerei un essere vivente) si puo’
aspettare di vederli rispettati.
Si sciacquino la bocca prima di pronunciare le parole diritti umani e abbassino il dito che puntano
verso altri paesi, a loro giudizio dittatoriali. Risolvano le contraddizioni nelle quali sono avvitati.
Usano l’isola che hanno espropriato ai suoi abitanti, in piena violazione dei diritti umani, per fare la
guerra all’Afganistan e all’Iraq in nome dei diritti umani. E’ un’ipocresia che fa venire l’orticaria.
dell’arcipelago delle Chagos nell’oceano indiano.
Oggi sono andata al Mela Festival di Crawley, la cittadina dove vivo in Inghilterra. Questo festival
celebra alcune delle tante culture presenti sul territorio. Si trovano cibo, canti, musiche e balli
provenienti da diverse parti del mondo. E’ un festival al quale non riesco a rinunciare perche’ ti
consente di fare un tuffo in diverse culture del pianeta. Li’ a portata di mano.
Alle 17.00 in una delle sale del teatro che ospita il festival e’ stato trasmesso un documentario
sull’isola Diego García e sulla triste sorte toccata ai suoi abitanti e animali.
Come spesso accade la vita di molte persone e’ stata drasticamente cambiata da decisioni prese
dall’alto. In questo caso, ma guarda che novita’, la vita degli abitanti di Diego Garcia e’ stata riscritta
dal governo USA e da quello del Regno Unito negli anni ’60.
Gli isolani furono invitati a lasciare l’isola temporaneamente per fare dei lavori stagionali alle
Mauritius (non faranno mai piu’ ritorno nella loro terra madre perche’ gli verra’ negato l’accesso e
scopriranno che nessun lavoro li attendeva alle Mauritius) e deportati quando risposero all’invito
con la resistenza. Gli animali furono sterminati dal governo di Sua Maesta’ e i cani persino gassati.
In nome di cosa si commisero questi atti meschini, atroci e contrari ai diritti umani? Se pensiamo che
ad essere coinvolti nella sporca manovra c’erano gli USA si capisce subito che si trattava di interessi
militari. A chi interesserebbe un’isolotta di duemila anime che ha come unico sostentamento la
pesca?
Queste donne e questi uomini alle Mauritius incontrarono fame, disperazione, emarginazione. Una
vita “grama” mentre nella loro terra veniva costruita una base militare statunitense usata per la
prima Guerra del Golfo, per la Guerra in Afganistan e per l’ultima Guerra in Iraq.
Gli Stati Uniti affittano l’isola dal Regno Unito che in cambio del piacere fatto ai cugini d’oltre oceano
hanno ottenuto anche qualche missile da sganciare sulla testa di chissa’ chi.
Questa triste storia e’ cominciata circa cinquant’anni fa ma continua ancora oggi e qui, nella regione
d’Inghilterra nella quale vivo io, vivono alcuni di questi isolani di Diego García che continuano a
sognare di tornare in Patria ma che sono troppo vecchi da poter vedere realizzato il loro sogno.
Sogno che hanno consegnato alle nuove generazioni. Ma ad oggi quell’isola e’ ancora zona off limit,
ossia l’accesso e’ vietato a chiunque, inclusi i suoi isolani.
Un altro esempio di civilta’ e di rispetto dei diritti umani che proviene dal Regno di Sua Maesta’ e dai
democratici Stati Uniti d’America.
Gli isolani di Diego Garcia sono stati prima colonizzati e poi sradicati dalla loro terra usando l’inganno
e le maniere forti dal Regno Unito. Hanno lottato contro la discriminazione incontrata alle Mauritius
e oggi alcuni di loro vivono nel Paese che ha loro provocato tante sofferenze. Eppure sento sempre
parlare tanto qui quanto negli Stati Uniti d’America di diritti umani. Ma abbiano almeno la cortesia di
spiegarci quando questi valgono e quando un essere umano (e aggiungerei un essere vivente) si puo’
aspettare di vederli rispettati.
Si sciacquino la bocca prima di pronunciare le parole diritti umani e abbassino il dito che puntano
verso altri paesi, a loro giudizio dittatoriali. Risolvano le contraddizioni nelle quali sono avvitati.
Usano l’isola che hanno espropriato ai suoi abitanti, in piena violazione dei diritti umani, per fare la
guerra all’Afganistan e all’Iraq in nome dei diritti umani. E’ un’ipocresia che fa venire l’orticaria.
mercoledì 20 luglio 2011
RICORDARE GENOVA 2001
Dialogo tra due amici che parteciparono alla manifestazione del GSF
Di Carla Gagliardini e Simone Rossi
A dieci anni dallo svolgimento del Forum Sociale di Genova, due amici, Carla e Simone, discutono di come vissero quegli eventi, quali motivazioni li spinsero a partecipare, quali sensazioni provarono e cosa quell'esperienza ha lasciato nelle loro menti.
Simone: All'epoca del Genoa social forum del 2001 avevo 23 anni e frequentavo l'universitá. Mi ero avvicinato alla militanza politica ed all'attivismo nelle associazioni ai tempi delle superiori, quando mi ero unito ad un gruppo di giovani della mia città, simpatizzanti o iscritti del PRC, che promuovevano iniziative culturali ed aggregative e che diedero l'impulso alla nascita di alcuni servizi comunali dedicati ai giovani. Successivamente ampliai l'ambito dei miei interessi, pur mantenendo la militanza partitica, e svolsi attività di volontariato per la Città di Torino e per l'associazione Ingegneria Senza Frontiere di Torino. Fu grazie a quest'ultima che iniziai ad interessarmi ed a leggere sui temi dello sviluppo, della cooperazione e dell'iniqua distribuzione delle risorse tra aree geografiche del mondo. Conseguentemente, le proteste del 1999 a Seattle attirarono la mia attenzione e provai ammirazione per quei miei coetanei che sfidavano la violenza delle forze di polizia e l'arroganza dei potenti per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle politiche neoliberiste che la maggior parte dei governi del mondo stavano adottando in quegli anni. L'occasione per rendermi parte attiva di questo movimento si presentò pochi anni dopo, quando, in concomitanza con la riunione del G8 a Genova nel 2001, fu organizzato un forum sociale, in cui si sarebbero tenuti seminari e dibattiti su temi a me cari.
Carla: Anch'io ho deciso di partecipare al Social Forum di Genova come passo obbligato nel mio cammino di scelte politiche che si stavano sempre più rafforzando col trascorrere degli anni, e della militanza. Sono arrivata a Genova senza in realtà intendere fino in fondo cosa fossero i social forum. Quello che comprendevo era che si trattava di un movimento di massa che rivendicava certi diritti verso i beni comuni nell'interesse dell'intera collettività. Le rivendicazioni si spingevano fino a chiedere una società diversa non più dominata dalle odiose logiche di mercato e di profitto. Con questo spirito mi preparavo a partecipare alla giornata conclusiva del Forum Sociale di Genova.
S: Appreso che Carla, mia amica e compagna di partito, avrebbe partecipato al forum, ci organizzammo per andarvi insieme. Per motivi di lavoro e di studio, decidemmo di partecipare solamente alla manifestazione conclusiva. Con l'approssimarsi del forum sociale la nostra eccitazione cresceva, al vedere quelle migliaia di ragazzi che si recavano a Genova, zaino in spalla e pieni di energia.
C:Il pomeriggio che ha preceduto la manifestazione di chiusura del Social Forum di Genova l'ho trascorso con Simone a preparare cartelli satirici da sventolare durante la manifestazione quando all'improvviso arrivò la notizia, ora non ricordo chi ce la comunicò, che Carlo Giuliani era stato ammazzato dalla polizia. Un brivido, la sensazione che qualcosa di gravissimo che andasse oltre la tragica morte di un ragazzo potesse ancora accadere. Ricordo che i miei genitori, sessantottini, mi sconsigliarono con tono "lieve" (non poteva che essere così perché loro quelle esperienze di piazza le avevano vissute) di non andare l'indomani a Genova e a fronte della mia determinazione a non mancare mi dissero che facevo bene ma di stare attenta.
S: Nonostante le pressioni dei nostri genitori e di alcuni amici, il mattino seguente partimmo. Sul torpedone l'atmosfera era apparentemente allegra ma si percepiva una tensione di fondo, rivelata dai consigli che una donna, forse una legale, ci dava su come comportarci in caso di carica delle forze dell'ordine o come proteggerci dagli effetti dei lacrimogeni. Dopo una lunga fila allo svincolo autostradale, scendemmo in uno spiazzo alla periferia est di Genova. Marciammo per un tratto con gli amici di Ingegneria Senza Frontiere, poi decidemmo di proseguire verso la testa del corteo, per poterne vedere la composizione. Non mancammo di notare, oltre ai colori ed all'allegria dei vari spezzoni, la presenza di individui vestiti di scuro, spesso dall'aspetto aggressivo e dotati di bastoni. Nonostante i cordoni delle forze di polizia che limitavano l'accesso e l'uscita dal corteo (come mio padre aggregatosi ad un gruppo del PRC ebbe a scoprire), queste persone sembravano godere di ampia libertà di movimento. Lasciata Carla con alcuni compagni di Alessandria incontrati nel corteo, proseguii verso la testa del corteo.Là ebbi modo di respirare un clima di tensione, oltre l'odore dei lacrimogeni: in prossimità del viale in cui lasciavamo il lungomare per addentrarci verso la piazza del comizio conclusivo si intravedevano scontri con lanci di oggetti. Poco dopo ci fu un ulteriore momento di tensione, quando il corteo si fermò e qualcuno urlò che stavamo per esser caricati; fortunatamente (io mi ero rifugiato con altri in un vicolo cieco) non ci fu alcuna carica alla testa del corteo e proseguimmo. La presenza delle forze dell'ordine mi inquietava anziché rassicurarmi come sarebbe stato logico e l'attraversamento del sottopasso ferroviario nei pressi di Brignole fu causa di ansia per me. I genovesi, in compenso, ci manifestavano la loro solidarietà e simpatia, innaffiandoci con acqua per rinfrescarci, regalandoci della frutta ed esponendo teli e lenzuola con slogan pro-forum. Raggiunsi finalmente la piazza, dove attesi Carla.
C: Al termine della manifestazione ricevetti la telefonata prima di mia madre e poi di mio padre che mi consigliarono di "telare", ossia di lasciare Genova il prima possibile. Mi dissero entrambi che per esperienza il termine del corteo poteva diventare il momento più pericoloso perché ormai i manifestanti rincasavano convinti che il pericolo fosse stato scampato. Io e Simone non potevamo lasciare Genova perché il nostro pulman non sarebbe partito che da lì a qualche ora. Avevamo pensato di recarci a visitare i luoghi dove avevano alloggiato i tanti cittadini e le tante cittadine che avevano partecipato a tutti o a alcuni dei giorni del social forum. Alla fine sopraffatti dalla stanchezza ci siamo invece recati ai luoghi dove si erano tenuti gli incontri di approfondimento e di informazione. Io mi sono distesa su una panchina e ho schiacciato un pisolino.
S: Nonostante avessimo visto segni di scontri e di vandalismo nel nostro percorso al mare, trascorremmo un paio d'ore spensierate presso il villaggio allestito dal GSF sul lungomare, conversando sulla nostra esperienza della giornata e riposando, ignari della portata di quanto accaduto nelle strade di Genova. Quando raggiungemmo il piazzale con i torpedoni, eravamo stanchi; io percepivo un irrefrenabile desiderio di avviarmi verso casa quanto prima, mentre osservavo coloro che già erano in partenza. Una volta rientrati a casa di Carla, a notte fonda, apprendemmo degli ulteriori sviluppi della serata: l'assalto alle scuole Diaz. Impietriti, non sapevamo cosa pensare. Io fui colto dal timore di dover rincasare da solo e di trovarmi a trascorrere la notte in solitudine; immaginavo scene da dittatura sud-americana, con persone prelevate per strada o dalle proprie abitazioni. Chiesi a Carla di tenere il cellulare accesso finché non avessi avvisato del mio rientro a casa e trascorsi la notte barricato nel mio appartamento, nonostante la calura estiva.
C:Al rientro a Torino mi sentivo ancora eccitata per quella giornata particolare, per la tensione vissuta, per la sensazione di essere stata parte di qualcosa, di quel grande movimento mondiale che gridava a squarciagola che voleva un mondo piu' giusto. E così ho acceso la televisione per sentire la cronaca della giornata e invece mi sono ritrovata ad ascoltare la cronaca in diretta del massacro che ormai era già stato compiuto alla scuola Diaz. Con orrore ascoltavo, guardavo, mi arrabbiavo, imprecavo. Di nuovo la chiamata dei miei genitori che allarmati volevano sapere dove fossi. Li rassicurai. Io ero già tra le accoglienti mura del mio appartamento a Torino e come loro sentivo le notizie che i tg ci portavano in casa.
S: Nei giorni successivi, di fronte alle mistificazioni dei mezzi di informazione principali, fui assalito da un grande senso di rabbia ed iniziai a far circolare tra amici e conoscenti alcune email in cui raccontavo quando visto con i miei occhi ed i resoconti che reperivo in rete. Seguii con attenzione i seminari ed i dibattiti che nei mesi successivi furono organizzati sulle vicende di Genova, acquistai i vari video che man mano erano pubblicati dai quotidiani di Sinistra e da alcune associazioni. Con il direttivo della nostra sezione di partito organizzammo una serata sul cortocircuito vissuto dalla democrazia italiana il 20 e 21 luglio 2001, cui partecipò un legale del GSF. Indignato per l'oscuramento dei temi dibattuti a Genova, iniziai a seguire le riunioni e le attività del Torino Social Forum, fornendo il mio piccolo contributo ad alcune battaglie per la la salvaguardia del territorio e contro la speculazione fondiaria.
C: Non ricordo se esattamente il giorno dopo o dopo alcuni giorni a Torino si riuni' il Social Forum Torino per discutere pubblicamente di cosa era accaduto alla scuola Diaz. Intervenirono alcuni degli avvocati degli arrestati e ci prospettarono la situazione. Fu chiaro il messaggio: quei giovani e quelle giovani arrestati/e erano stati torturati dalla polizia, umiliati. Per tutti ricordo il racconto di un avvocato che ci disse che una ragazza dalla paura aveva vomitato e il suo aguzzino l'aveva obbligato a rimangiarselo. Ma altro ci fu raccontato che a ragione faceva pensare al Cile di Pinochet.
Non dimentichiamo che la regia di tutto questo fu Gianfranco Fini!
S: Quest'anno ricorre il decennale dal Genoa Social Forum e dai terribili eventi che lo accompagnarono; Genova si stanno tenendo mostre, seminari e dibattiti per ricordare e per rilanciare la lotta per un "altro mondo possibile". Le nostre vicende personali ci hanno portato in Inghilterra, seppur per motivi differenti, dove continuiamo ad impegnarci nell'associazionismo e nella militanza politica (Carla al di fuori di strutture partitiche, ora) credendo che un diverso modello economico-sociale sia possibile e necessario.
Con questo nostro breve esercizio della memoria abbiamo voluto ricordare quei giorni, perche il tempo non cancelli quanto fatto e discusso da quel movimento di massa, pluarale, e perché le tattiche della politica contemporanea, di corto respire, non rimuovano le responsabilità di chi si adoperò per la sospensione della democrazia ed il massacro del dissenso.
domenica 10 luglio 2011
Big Society
Per chi non vive nel Regno Unito forse queste parole non dicono molto o nulla. Per noi che abbiamo
l’”onore di servire” il regno di sua maesta’ queste parole dicono molto se non tutto.
Big Society sarebbe la Grande Societa’ che ha in mente il governo in carica guidato dai conservatori
di David Cameron. In parole poverissime e brutali si tratterebbe di ridisegnare la societa’ britannica
in modo da renderla “piu’ autonoma”. Suona bene se non fosse che questo progetto non ha nulla di
moderno ma solo l’acido sapore di una Grande Riforma Conservatrice.
Il partito dei Tory da sempre lamenta che quando al governo c’erano i laburisti il sistema che questi
avevano messo in piedi era troppo assistenzialista. Quel sistema avrebbe prodotto una massa
inerte di persone che abusando del welfare del paese si sottrae al lavoro e vive a carico dei cittadini
contribuenti.
Premetto che personalmente non ho nessuna stima per Mr Blaire e nessun particolare
apprezzamento per i suoi anni di governo. Premetto inoltre che in parte sono d’accordo sul fatto che
il sistema assistenziale ha provocato delle brutture che devono essere corrette. Tuttavia penso che vi
siano una serie di responsabilita’ che rendono il quadro d’analisi assai piu’ complesso.
Ma ora vorrei concentrarmi su alcuni punti della Big Society decantata dal primo ministro David
Cameron.
Piace molto ai conservatori l’idea che questo paese sforni cittadini piu’ autonomi che in sostanza
non facciano piu’ affidamento sul sistema assistenziale e che siano piu’ partecipi delle decisioni che
li riguardano. Mi immagino, da non analista, che questo significhi piu’ lavoro, piu’ opportunita’, un
incremento piu’ consistente dei minimi salariali, il coinvolgimento in quelle decisioni che avranno
una ricaduta sulla propria vita, ecc. E invece non e’ proprio cosi’ che stanno andando le cose. Infatti
gli interventi fatti sino ad ora dal governo in carica sono stati il taglio netto dei benefits (appunto
il welfare), senza alcun aumento dei minimi salariali, e il licenziamento di migliaia di lavoratori
del settore pubblico, in un periodo dove trovare un lavoro anche in questo paese e’ diventato un
faticoso miraggio.
Dice Cameron che il terzo settore che impiega centinaia di migliaia di persone deve essere
ridimensionato e trasformarsi in un settore di pochi lavoratori stipendiati (probabilmente i soli
managers) e il resto tutto costituito da volontari.
Queste dunque le ricette presentate per dare corpo alla Big Society: taglio radicale dei benefits
(il sistema assistenziale), cacciata a calci nel sedere del personale qualificato che lavora nel terzo
settore attraverso tagli drastici ai fondi elargiti alle organizzazioni che operano in questa area,
licenziamento senza ripensamenti dei dipendenti pubblici , innalzamento delle tasse universitarie
che passeranno dai circa £3000 di oggi ai £9000 del 2012, con evidente riduzione d’accesso per le
fasce economicamente deboli della societa’ (salvo volersi indebitare fino a circa £30.000 o piu’ al
termine del ciclo universitario, attraverso i prestiti universitari tanto cari alla Gelmini) .
Non sono un’analista ma credo che non sia necessario esserlo per capire che qui il prezzo lo si fa
pagare a una sola parte della societa’ ossia alle fasce piu’ deboli e agli stipendi medio bassi.
Nella “lungimirante” idea della Big Society rientrano anche i progetti di drastica privatizzazione della
sanita’ pubblica’. Chissa’ perche’ una societa’ e’ tanto piu’ Big (grande) quanto piu’ i servizi sono
Little (piccoli). Questa teoria fa parte dei misteri che ancora devono essere svelati.
Dalle mie parti si dice che una persona e’ “torda” quando non capisce un qualcosa di semplice o
qualcosa che gli e’ stato spiegato piu’ volte. In questo momento mi sento torda perche’ davvero
non capisco il progetto di Big Society che Cameron va ripetendo da tempo. Come puo’ una
societa’ diventare Big, e quindi sempre piu’ autonoma dagli aiuti del governo o degli enti locali,
quando centinaglia di migliaia di persone vengono licenziate dallo stesso governo, direttamente o
indirettamente e viene ostacolato l’accesso all’universita’ e quindi alla formazione?
L’idea di Big Society e’ di snellire il coinvolgimento del governo e quindi alleggerire le spese
pubbliche. Questo dovrebbe avvenire, secondo Cameron, attraverso il lavoro volontario dei cittadini.
Centinaia di posti di lavoro remunerati verranno bruciati per fare spazio ai volontari. Bisogna
imparare a campare di sola aria visto che lo stipendio diventera’ un lusso o meglio detto un
privilegio!
Dicevo al principio che per chi vive nel Ragno Unito le parole Big Society possono dire molto o tutto e
infatti e’ proprio cosi’. Qui c’e’ in gioco il lavoro, una sottile certezza economica che permette di fare
delle scelte per il futuro per se’ e per i propri figli, quella serenita’ che e’ la condizione minima per
una vita decente.
Le fasce deboli di questa vecchia monarchia sono trattate come fossero peste da questo governo,
come se fossero il male che prosciuga le casse dello stato, il bubbone da debellare.
La crisi nella quale siamo immersi ha messo i conservatori di questo paese, che come surfisti
cavalcano l’onda delle elevate spese pubbliche insopportabili per un governo moderno e maturo,
nella posizione di incominciare a dare vita al loro disegno di Big Society che ridimensionera’ in modo
drastico e senza criterio il sistema di welfare e dei servizi oltre a quello del lavoro, e che lascera’
indietro quella parte di societa’ che non sapra’ o non potra’ correre alla stessa velocita’ dell’altra
parte della societa’, quella piu’ veloce o privilegiata.
Eppure il Regno Unito e’ ancora il sogno di molti italiani……questo e’ un altro mistero che non
trovera’ risposta.
Carla
l’”onore di servire” il regno di sua maesta’ queste parole dicono molto se non tutto.
Big Society sarebbe la Grande Societa’ che ha in mente il governo in carica guidato dai conservatori
di David Cameron. In parole poverissime e brutali si tratterebbe di ridisegnare la societa’ britannica
in modo da renderla “piu’ autonoma”. Suona bene se non fosse che questo progetto non ha nulla di
moderno ma solo l’acido sapore di una Grande Riforma Conservatrice.
Il partito dei Tory da sempre lamenta che quando al governo c’erano i laburisti il sistema che questi
avevano messo in piedi era troppo assistenzialista. Quel sistema avrebbe prodotto una massa
inerte di persone che abusando del welfare del paese si sottrae al lavoro e vive a carico dei cittadini
contribuenti.
Premetto che personalmente non ho nessuna stima per Mr Blaire e nessun particolare
apprezzamento per i suoi anni di governo. Premetto inoltre che in parte sono d’accordo sul fatto che
il sistema assistenziale ha provocato delle brutture che devono essere corrette. Tuttavia penso che vi
siano una serie di responsabilita’ che rendono il quadro d’analisi assai piu’ complesso.
Ma ora vorrei concentrarmi su alcuni punti della Big Society decantata dal primo ministro David
Cameron.
Piace molto ai conservatori l’idea che questo paese sforni cittadini piu’ autonomi che in sostanza
non facciano piu’ affidamento sul sistema assistenziale e che siano piu’ partecipi delle decisioni che
li riguardano. Mi immagino, da non analista, che questo significhi piu’ lavoro, piu’ opportunita’, un
incremento piu’ consistente dei minimi salariali, il coinvolgimento in quelle decisioni che avranno
una ricaduta sulla propria vita, ecc. E invece non e’ proprio cosi’ che stanno andando le cose. Infatti
gli interventi fatti sino ad ora dal governo in carica sono stati il taglio netto dei benefits (appunto
il welfare), senza alcun aumento dei minimi salariali, e il licenziamento di migliaia di lavoratori
del settore pubblico, in un periodo dove trovare un lavoro anche in questo paese e’ diventato un
faticoso miraggio.
Dice Cameron che il terzo settore che impiega centinaia di migliaia di persone deve essere
ridimensionato e trasformarsi in un settore di pochi lavoratori stipendiati (probabilmente i soli
managers) e il resto tutto costituito da volontari.
Queste dunque le ricette presentate per dare corpo alla Big Society: taglio radicale dei benefits
(il sistema assistenziale), cacciata a calci nel sedere del personale qualificato che lavora nel terzo
settore attraverso tagli drastici ai fondi elargiti alle organizzazioni che operano in questa area,
licenziamento senza ripensamenti dei dipendenti pubblici , innalzamento delle tasse universitarie
che passeranno dai circa £3000 di oggi ai £9000 del 2012, con evidente riduzione d’accesso per le
fasce economicamente deboli della societa’ (salvo volersi indebitare fino a circa £30.000 o piu’ al
termine del ciclo universitario, attraverso i prestiti universitari tanto cari alla Gelmini) .
Non sono un’analista ma credo che non sia necessario esserlo per capire che qui il prezzo lo si fa
pagare a una sola parte della societa’ ossia alle fasce piu’ deboli e agli stipendi medio bassi.
Nella “lungimirante” idea della Big Society rientrano anche i progetti di drastica privatizzazione della
sanita’ pubblica’. Chissa’ perche’ una societa’ e’ tanto piu’ Big (grande) quanto piu’ i servizi sono
Little (piccoli). Questa teoria fa parte dei misteri che ancora devono essere svelati.
Dalle mie parti si dice che una persona e’ “torda” quando non capisce un qualcosa di semplice o
qualcosa che gli e’ stato spiegato piu’ volte. In questo momento mi sento torda perche’ davvero
non capisco il progetto di Big Society che Cameron va ripetendo da tempo. Come puo’ una
societa’ diventare Big, e quindi sempre piu’ autonoma dagli aiuti del governo o degli enti locali,
quando centinaglia di migliaia di persone vengono licenziate dallo stesso governo, direttamente o
indirettamente e viene ostacolato l’accesso all’universita’ e quindi alla formazione?
L’idea di Big Society e’ di snellire il coinvolgimento del governo e quindi alleggerire le spese
pubbliche. Questo dovrebbe avvenire, secondo Cameron, attraverso il lavoro volontario dei cittadini.
Centinaia di posti di lavoro remunerati verranno bruciati per fare spazio ai volontari. Bisogna
imparare a campare di sola aria visto che lo stipendio diventera’ un lusso o meglio detto un
privilegio!
Dicevo al principio che per chi vive nel Ragno Unito le parole Big Society possono dire molto o tutto e
infatti e’ proprio cosi’. Qui c’e’ in gioco il lavoro, una sottile certezza economica che permette di fare
delle scelte per il futuro per se’ e per i propri figli, quella serenita’ che e’ la condizione minima per
una vita decente.
Le fasce deboli di questa vecchia monarchia sono trattate come fossero peste da questo governo,
come se fossero il male che prosciuga le casse dello stato, il bubbone da debellare.
La crisi nella quale siamo immersi ha messo i conservatori di questo paese, che come surfisti
cavalcano l’onda delle elevate spese pubbliche insopportabili per un governo moderno e maturo,
nella posizione di incominciare a dare vita al loro disegno di Big Society che ridimensionera’ in modo
drastico e senza criterio il sistema di welfare e dei servizi oltre a quello del lavoro, e che lascera’
indietro quella parte di societa’ che non sapra’ o non potra’ correre alla stessa velocita’ dell’altra
parte della societa’, quella piu’ veloce o privilegiata.
Eppure il Regno Unito e’ ancora il sogno di molti italiani……questo e’ un altro mistero che non
trovera’ risposta.
Carla
giovedì 7 luglio 2011
venerdì 10 giugno 2011
VIAGGIO IN CANADA
di Carla Gagliardini
Prima di partire per il Canada mi immaginavo di andare in un paese modernissimo, di cui non si parla molto ma del quale si pensa bene.
Premettendo che il mio e’ stato un soggiorno molto breve, ho avuto modo di esplorare, attraverso l’interrogatorio a tappeto che ho fatto alla mia amica Colombiana che a Montreal si e’ trasferita poco piu’ di un anno fa, come vivano gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo.
Il governo canadese sembra aver bisogno di lavoratori qualificati, dall’elettricista all’ingegnere, e soprattutto di tanta gente giovane. Parrebbe, infatti, che anche in Canada il problema tipico dei paesi occidentali, ossia una popolazione sempre piu’ anziana, sia una realta’ con la quale fare i conti.
Per invogliare questi lavoratori stranieri il governo mette a loro disposizione, dopo un primo periodo di tre mesi in cui e’ fatta esplicita richiesta di mantenersi, corsi di lingua pressoche’ gratuiti i quali fanno da passaporto verso altri benefici. A Montreal per esempio i vantaggi di frequentare questi corsi sono: riduzione del prezzo per l’abbonamento ai mezzi pubblici, se il corso e’ di lingua francese e a tempo pieno un sussidio per un Massimo di un anno di CAN$240,00 mensili. In tutto il Canada dopo i primi mesi di residenza che sono a totale carico del nuovo arrivato, coloro che non hanno mezzi per sostenersi ricevono un aiuto economico che varia a seconda della composizione familiare. I singles prenderanno ovviamente meno, le coppie un po’ di piu’ (circa CAN$960 mensili) e le famiglie con figli ancora di piu’. Questo sostegno si chiama “ultimo ricorso” e consente a molti immigrati che nei loro paesi d’origine non hanno sbocco e vedono davanti a se’ solo un futuro gramo di poter giocarsi una carta dell’avvenire in un paese diverso. Infatti la maggioranza degli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo fanno ricorso a tutti questi benefici per un periodo normalmente non inferiore a un anno. Durante questo periodo studiano con intensita’ il francese e l’inglese, entrambe lingue ufficiali in Canada, e frequentano corsi all’universita’ per poter poi iscriversi negli albi professionali canadesi (albo degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti, ecc.). Infatti e’ previsto il superamento di un esame prima di potersi iscrivere a questi albi. Insomma si preparano al mondo del lavoro canadese.
Ovviamente questi benefici vanno a favore solo di coloro che in Canada arrivano con un visto di residenza, il quale viene normalmente rilasciato a seguito del superamento di un test di lingua francese e inglese e unicamente se vi siano gia’ esperienze di lavoro acquisite.
Trascorsi cinque anni in Canada (il conteggio degli anni viene fatto per giorni per cui chi si allontana dal paese anche solo per un giorno per una gita ai vicini USA, per esempio, non potra’ conteggiare detto giorno) lo “straniero” puo’ fare richiesta per divenire “cittadino” canadese.
Questa e’ la ragione che anima molti emigranti provenienti dai paesi in via di sviluppo a trasferirsi in Canada con il visto di residenza. Queste persone, infatti, sognano la cittadinanza di un paese occidentale per poter poi essere ampiamente liberi di viaggiare verso molti paesi per i quali, oggi, e’ loro richiesto un visto di turista o di altro genere.
Si sentono ingabbiati dentro le norme degli accordi o non accordi internazionali o bilaterali che li spogliano della liberta’ di movimento. Sognano, inoltre, un futuro meno duro di quello gia’ vissuto in patria.
Il Canada e’ uno di quei paesi che pone meno ostacoli al rilascio del visto di residenza e cosi’ molti asiatici, latino-americani e africani volano in massa verso le sue citta’. Montreal e’ un crocevia di culture, cosi’ come lo sono certamente Londra, Parigi e tante alter citta’ del mondo. Il Canada ha compreso l’importanza delle risorse umane e cosi’ ne facilita l’entrata nel proprio paese. Si tratta di persone qualificate a livello manuale o intellettuale che sono state tutte formate nei propri paesi di provenienza, con relativo costo per le casse pubbliche, e che vanno poi a mettere a disposizione di un altro paese le proprie competenze. Il Canada, ovviamente, non ha speso sino ad ora un soldo per la loro
educazione, salute, formazione professionale, ecc, ma un domani si avvantaggera’ delle loro capacita’, mentre nei paesi di origine il personale qualificato scarseggia.
Inutile dire quanto il nostro paese, l’Italia, oggi sia lontana anni luce da politiche di questo genere. E’ quasi fisicamente doloroso dover ammettere che il nostro paese spalanca le porte a noi italiani che andiamo all’estero a prestare le nostre competenze manuali e intellettuali per far crescere un altro paese e non il nostro. E’ moralmente ma anche politicamente penoso vedere come il nostro paese si barrichi nel tentativo tanto inutile quanto ingenuo di serrare quasi ermeticamente le frontiere allo “straniero”.
Noi italiani all’estero viviamo la condizione di immigrato, di straniero e ci rendiamo conto di quanto miopi siano quelle politche di quei governi che guardano a noi come il ladro di lavoro, l’approfittatore del sistema assistenziale, il ladro di case popolari, ecc. Lavoriamo come i cittadini inglesi, nel mio caso, e contribuiamo al benessere del paese dove viviamo pagando le tasse, fornendo una prestazione professionale che va a vantaggio della societa’ nella quale viviamo. Eppure sei stato tu Stato Italiano a spendere per la nostra formazione, la nostra educazione scolastica. Qualifiche, abilita’, capacita’, conoscenze che stiamo ora regalando ad altri paesi.
Ho aperto questo pezzo dicendo che il Canada prima della mia partenza mi sembrava un paese moderno lasciando intendere che la mia idea, al rientro, sia differente. Gia’, e’ proprio cosi’. Non e’ poi cosi’ moderno, non almeno Montreal, che ovviamente non rappresenta tutto il Canada ma che certamente e’ una citta’ conosciuta in tutto il mondo.
Ma di questo parlero’ in un altro pezzo per raccontare le impressioni, o forse meglio dire per snocciolare informazioni che mi hanno lasciata un po’ perplessa.
Carla
Premettendo che il mio e’ stato un soggiorno molto breve, ho avuto modo di esplorare, attraverso l’interrogatorio a tappeto che ho fatto alla mia amica Colombiana che a Montreal si e’ trasferita poco piu’ di un anno fa, come vivano gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo.
Il governo canadese sembra aver bisogno di lavoratori qualificati, dall’elettricista all’ingegnere, e soprattutto di tanta gente giovane. Parrebbe, infatti, che anche in Canada il problema tipico dei paesi occidentali, ossia una popolazione sempre piu’ anziana, sia una realta’ con la quale fare i conti.
Per invogliare questi lavoratori stranieri il governo mette a loro disposizione, dopo un primo periodo di tre mesi in cui e’ fatta esplicita richiesta di mantenersi, corsi di lingua pressoche’ gratuiti i quali fanno da passaporto verso altri benefici. A Montreal per esempio i vantaggi di frequentare questi corsi sono: riduzione del prezzo per l’abbonamento ai mezzi pubblici, se il corso e’ di lingua francese e a tempo pieno un sussidio per un Massimo di un anno di CAN$240,00 mensili. In tutto il Canada dopo i primi mesi di residenza che sono a totale carico del nuovo arrivato, coloro che non hanno mezzi per sostenersi ricevono un aiuto economico che varia a seconda della composizione familiare. I singles prenderanno ovviamente meno, le coppie un po’ di piu’ (circa CAN$960 mensili) e le famiglie con figli ancora di piu’. Questo sostegno si chiama “ultimo ricorso” e consente a molti immigrati che nei loro paesi d’origine non hanno sbocco e vedono davanti a se’ solo un futuro gramo di poter giocarsi una carta dell’avvenire in un paese diverso. Infatti la maggioranza degli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo fanno ricorso a tutti questi benefici per un periodo normalmente non inferiore a un anno. Durante questo periodo studiano con intensita’ il francese e l’inglese, entrambe lingue ufficiali in Canada, e frequentano corsi all’universita’ per poter poi iscriversi negli albi professionali canadesi (albo degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti, ecc.). Infatti e’ previsto il superamento di un esame prima di potersi iscrivere a questi albi. Insomma si preparano al mondo del lavoro canadese.
Ovviamente questi benefici vanno a favore solo di coloro che in Canada arrivano con un visto di residenza, il quale viene normalmente rilasciato a seguito del superamento di un test di lingua francese e inglese e unicamente se vi siano gia’ esperienze di lavoro acquisite.
Trascorsi cinque anni in Canada (il conteggio degli anni viene fatto per giorni per cui chi si allontana dal paese anche solo per un giorno per una gita ai vicini USA, per esempio, non potra’ conteggiare detto giorno) lo “straniero” puo’ fare richiesta per divenire “cittadino” canadese.
Questa e’ la ragione che anima molti emigranti provenienti dai paesi in via di sviluppo a trasferirsi in Canada con il visto di residenza. Queste persone, infatti, sognano la cittadinanza di un paese occidentale per poter poi essere ampiamente liberi di viaggiare verso molti paesi per i quali, oggi, e’ loro richiesto un visto di turista o di altro genere.
Si sentono ingabbiati dentro le norme degli accordi o non accordi internazionali o bilaterali che li spogliano della liberta’ di movimento. Sognano, inoltre, un futuro meno duro di quello gia’ vissuto in patria.
Il Canada e’ uno di quei paesi che pone meno ostacoli al rilascio del visto di residenza e cosi’ molti asiatici, latino-americani e africani volano in massa verso le sue citta’. Montreal e’ un crocevia di culture, cosi’ come lo sono certamente Londra, Parigi e tante alter citta’ del mondo. Il Canada ha compreso l’importanza delle risorse umane e cosi’ ne facilita l’entrata nel proprio paese. Si tratta di persone qualificate a livello manuale o intellettuale che sono state tutte formate nei propri paesi di provenienza, con relativo costo per le casse pubbliche, e che vanno poi a mettere a disposizione di un altro paese le proprie competenze. Il Canada, ovviamente, non ha speso sino ad ora un soldo per la loro
educazione, salute, formazione professionale, ecc, ma un domani si avvantaggera’ delle loro capacita’, mentre nei paesi di origine il personale qualificato scarseggia.
Inutile dire quanto il nostro paese, l’Italia, oggi sia lontana anni luce da politiche di questo genere. E’ quasi fisicamente doloroso dover ammettere che il nostro paese spalanca le porte a noi italiani che andiamo all’estero a prestare le nostre competenze manuali e intellettuali per far crescere un altro paese e non il nostro. E’ moralmente ma anche politicamente penoso vedere come il nostro paese si barrichi nel tentativo tanto inutile quanto ingenuo di serrare quasi ermeticamente le frontiere allo “straniero”.
Noi italiani all’estero viviamo la condizione di immigrato, di straniero e ci rendiamo conto di quanto miopi siano quelle politche di quei governi che guardano a noi come il ladro di lavoro, l’approfittatore del sistema assistenziale, il ladro di case popolari, ecc. Lavoriamo come i cittadini inglesi, nel mio caso, e contribuiamo al benessere del paese dove viviamo pagando le tasse, fornendo una prestazione professionale che va a vantaggio della societa’ nella quale viviamo. Eppure sei stato tu Stato Italiano a spendere per la nostra formazione, la nostra educazione scolastica. Qualifiche, abilita’, capacita’, conoscenze che stiamo ora regalando ad altri paesi.
Ho aperto questo pezzo dicendo che il Canada prima della mia partenza mi sembrava un paese moderno lasciando intendere che la mia idea, al rientro, sia differente. Gia’, e’ proprio cosi’. Non e’ poi cosi’ moderno, non almeno Montreal, che ovviamente non rappresenta tutto il Canada ma che certamente e’ una citta’ conosciuta in tutto il mondo.
Ma di questo parlero’ in un altro pezzo per raccontare le impressioni, o forse meglio dire per snocciolare informazioni che mi hanno lasciata un po’ perplessa.
Carla
venerdì 3 giugno 2011
Nestlé e la Borsa dell'acqua
Un link segnalatoci da Carla. Una lettura utile in vista dei prossimi referendum:
http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=10859&IdModule=1
http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=10859&IdModule=1
sabato 23 aprile 2011
Esempi, esempi ed ancora esempi
di Carla Gagliardini
Mi e’ tornata la voglia di raccontare quello che vedo in Inghilterra. Nell’ultimo post che avevo scritto
avevo detto di non averne ma grazie ad un “anonimo” e alle sue critiche verso la mia pochezza mi e’
ritornata. Potere della Critica!
Esempi, questo chiedeva l’amico “anonimo”. Esempi sulla questione casa, esempi sui servizi, ecc.
Partirei dalla questione casa. Non tutti forse sanno che in alcuni paesi esiste una differenza
sostanziale tra due istituti giuridici che regolano l’acquisto della casa. In Inghilterra questi due istituti
si chiamano “freehold” e “leasehold”. Di che si tratta?
Il freehold consiste nell’acquisto pieno della proprieta’ dell’immobile. Quasi esclusivamente questo
avviene quando si comprano le “houses” che corrispondono alle nostre ville. In Inghilterra in termini
di status fa molta differenza vivere in una villa o in un appartamento. Chi vive in un appartamento e’
considerato un poverino. Questa etichetta ti viene appiccicata addosso in tutte le realta’ fuori dalla
capitale. Londra rappresenta un qualcosa di diverso.
Il leasehold, invece, e’ l’acquisto di un diritto ad abitare per un certo periodo all’interno di
quell’immobile. Normalmente il leasehold si riferisce agli appartamenti. Il periodo piu’ lungo
generalmente e’ di 125 anni ma quando si arriva intorno agli 85 anni il prezzo della proprieta’ scende
considerevolmente perche’ in pochi l’acquisterebbero con un lease cosi’ breve. Allora cosa si fa a
quel punto se ci si vuole sbarazzare della proprieta’ ma senza svenderla? Si chiama un avvocato che
per allungare il lease e farlo ritornare ai 125 anni originari, o meno se si preferisce ma non avrebbe
senso, presenta una parcella che va dai £2000 sino a £7000 o oltre. Il costo dipende da quanti anni
aggiuntivi di lease si chiedono.
Una domanda: chi compra un freehold? E chi invece acquista un leasehold? Risposta: il freehold e’
generalmente acquistato dai redditi alti e il leasehold dai redditi medio bassi. I redditi bassi tanto che
acquistino il freehold o il leasehold prima o poi si vedranno pignorare l’immobile perche’ tendono a
non avere la forza economica di sopportare un mutuo nel lungo periodo.
Riflessione: mi pare che una societa’ che dia la possibilita’ ai soli redditi alti di poter divenire
proprietari di un immobile a uso abitativo sia una bella porcheria. E qui tiriamo giu’ una prima
maschera: non tutti godono degli stessi diritti. Perche’ se e’ vero che non tutti avranno la capacita’
economica di comprare una mega villa, magari come quella del figlio della Moratti – la Batcasa –,
e’ altrettanto vero che non si capisca perche’ non si possa avere il diritto ad acquistare la piena
proprieta’ di un appartamento, almeno quando questo rappresenti la prima casa. Questo, infatti, ha un costo accessibile anche ai redditi medio-bassi mentre le ville no. Chi acquista un
leasehold, e quindi un appartamento, non sara’ mai proprietario di quell’immobile ma un inquilino
con un lungo diritto di permanenza che potra’ essere prolungato dietro pagamento di un compenso
a un avvocato. I redditi alti acquistano e si levano il pensiero per sempre dalla testa, i redditi bassi
invece devono convivere con il pensiero, anche in vista di una eredita’ da lasciare ai propri successori
i quali magari non avranno i soldi per prolungare il leasehold.
Certo a voler essere pistini si puo’ contestare che 125 anni sono un periodo piu’ che accettabile
perche’ difficilmente qualcuno di noi arrivera’ a quel traguardo di eta’. A voler essere, pero’,
ancora piu’ pistini si puo’ rispondere con delle domande: ma perche’ solo i piu’ abbienti possono
esercitare appieno il diritto di proprieta’ su un immobile? E perche’ l’eredita’ che un benestante
lascia ai successori e’ un diritto di proprieta’ su un immobile e chi percepisce un reddito medio basso
trasmette solamente il diritto ad essere un inquilino per lungo periodo? E perche’ chi ha un reddito
alto paga l’avvocato una sola volta e chi invece ha il reddito medio basso, e quindi e’ gia’ in partenza
piu’ svantaggiato, si ritrova a dipendere dall’avvocato e dalle sue parcelle a vita?
Questione di status, di etichetta, di classe, di ipocrisia? Per me questa scelta giuridica le racchiude
tutte.
E sul tema casa si potrebbe anche aprire la discussione sulla questione delle case popolari, ma
l’amico “anonimo” spero mi concedera’ di tralasciarla per passare a un altro tema, quello del sistema
assistenziale.
Certo per un italiano che in patria di sistema assistenziale fa fatica a intravederne l’ombra piombare
in Inghilterra e trovarsi il sostegno ai redditi bassi che si traduce in aiuti economici diretti (veri e
propri depositi mensili o settimanali sul proprio conto corrente fatti da un’agenzia di governo), in
aiuti al pagamento dell’affitto e della council tax (una tassa mensile che viene pagata da tutti ma
che risulta essere pesantissima per i redditi medio bassi) sembra una grazia divina, una cosa quasi
incredibile, un sogno.
Domanda: il fatto di provenire da un paese avaro come il nostro in tema di assisstenza pubblica
significa che dove si vada e si incontri un certo sistema rodato e minimamente decente non si debba
muovere critica? Io non la penso cosi’. Io penso che un sistema esistente debba essere migliorato
SEMPRE.
Quello che avviene in questo paese e’ che coloro che perdono il lavoro, o non possono lavorare per
problemi di salute o fisici, o hanno un reddito basso ottengono dal governo un’assistenza
economica. Questo aiuto consente di arrivare a fatica a fine mese. Se poi sei un single le cose ti
vanno ancora peggio perche’ qui si premiano le famiglie con figli (a me e’ sempre sembrato un po’
discriminatorio ma non c’e’ inglese che mi dia ragione. Sara’ che non contribuire alla crescita
demografica sia un peccato?!). Il governo conservatore in carica ha messo in piedi un piano di tagli
del sistema assistenziale che avra’ delle ripercussioni importanti sui redditi bassi e medio bassi.
Esempi? Eccone alcuni: e’ stato bloccato l’aumento del child benefit, un sostegno alle famiglie con
figli, che veniva regolarmente fatto ogni anno ad aprile in ragione dell’aumento del costo della vita;
e’ stato limitato il pagamento del sure start maternity grant (una somma versata alle famiglie al
momento della nascita di un figlio). Prima si pagava per tutti i nuovi nati appartenenti a famiglie dal
reddito basso oggi, invece, solo se il nuovo nato e’ l’unico figlio al di sotto dei 16 anni. Ergo se hai
altri figli piccoli ti scordi il sure start maternity grant che prima avresti preso. E’ stato abolito il
pregnancy grant (sostegno alle donne che arrivino alla 25esima settimana di gravidanza per
affrontare i costi inevitabili connessi alla gravidanza o alla nascita del figlio) E’ stato ridotto dall’80%
al 70% l’aiuto che viene dato alle famiglie dal reddito basso per il pagamento di una childminder
(una persona che durante il giorno badi ai bambini perche’ il genitore lavora). In un paese dove la
mancanza di asili pubblici e’ un problema reale questo taglio colpisce duramente le famiglie non
abbienti. E’ stato ridotto l’aituo a favore dei redditi bassi a sostegno del pagamento del canone di
locazione per gli immobili ad uso abitativo. Sono stati ritoccati i tax credits (sostegni ai redditi bassi
di lavoratori e famiglie con figli) in maniera che l’importo che si versera’ all’avente diritto sara’
inferiore a quello sino ad ora ricevuto. Le tasse universitarie sono state elevate a circa £9000 dalle
circa £3300 precedenti (riforma che entrera’ in vigore nel 2012). L’IVA e’ stata aumentata del 2.5%, e
chi piu’ dei redditi bassi soffrira’ di questo aumento? Tutto questo e’ stato fatto quest’anno, in un
colpo solo e nuovi tagli arriveranno negli anni futuri, stando al programma di governo. Queste sono
solo alcune delle riforme gia’ entrate in vigore e che vanno nella palese direzione di colpire i redditi
bassi. Fortunatamente il governo si e’ fermato in tempo prima di varare una riforma a dir poco
punitiva che doveva colpire i disoccupati di lungo periodo, ossia senza lavoro da un anno. Come in
Italia anche qui ci sono coloro che approfittano del sitema per trarne indebito vantaggio, colpa
anche di controlli blandi fino al rasentare il ridicolo, ma la stragrande maggioranza e’ disoccupata per
la mancanza reale di lavoro che ormai dal 2008 e’ una realta’ drammatica di questo paese. E si
traduce molto spesso in disoccupazione di lungo periodo perche’ il lavoro semplicemente non c’e’.
Molte imprese stanno trasferendo i propri uffici in America Latina, in Medioriente, in Asia perche’ i
costi dei loro impiegati in quelle aree geografiche sono piu’ bassi. Il governo pensava di ridurre il
sostegno a queste persone dopo un anno di disoccupazione, considerandole evidentemente tutte
come parassiti che si avvantaggiano del sistema. Cosi’ facendo avrebbe creato un’area di poverta’
enorme che avrebbe avuto delle ricadute importanti sulla societa’ (sfratti, suicidi, crescita di malattie
mentali, ecc.). Il governo, anche grazie al pressing di organizzazioni come quella per la quale lavoro,
ha riconosciuto la cosa e ritirato la proposta. Vittoria!
Spero di essere riuscita a dare qualche esempio e quindi di poter risalire dalla categoria dei frustrati
dove, cordialmente, l’amico “anonimo” mi aveva trovato un caldo giaciglio. Personalmente lavoro,
mi mantengo e pago le tasse e in cambio ottengo gli stessi servizi che otterrei in italia, dalla sanita’
al mantenimento delle strade, ecc. Non ho mai beneficiato di nient’altro perche’ fortunatamente
non mi ritrovo in una di quelle categorie che meritano assistenza. Pertanto mi riesce difficile capire
perche’ dovrei sentirmi frustrata per queste cose. Semmai mi preoccupo di cio’ che capita anche
nell’orto del vicino e ho ancora la capacita’ di indignarmi di fronte alle brutture di questa come di
altre societa’. Cerco di evitare l’indifferenza che ahime’ e’ un male che indebolisce la societa’.
Grazie caro amico “anonimo” per avermi dato la possibilita’ di dare, almeno spero, un po’ piu’ di
contenuto al mio precedente post.
Carla
avevo detto di non averne ma grazie ad un “anonimo” e alle sue critiche verso la mia pochezza mi e’
ritornata. Potere della Critica!
Esempi, questo chiedeva l’amico “anonimo”. Esempi sulla questione casa, esempi sui servizi, ecc.
Partirei dalla questione casa. Non tutti forse sanno che in alcuni paesi esiste una differenza
sostanziale tra due istituti giuridici che regolano l’acquisto della casa. In Inghilterra questi due istituti
si chiamano “freehold” e “leasehold”. Di che si tratta?
Il freehold consiste nell’acquisto pieno della proprieta’ dell’immobile. Quasi esclusivamente questo
avviene quando si comprano le “houses” che corrispondono alle nostre ville. In Inghilterra in termini
di status fa molta differenza vivere in una villa o in un appartamento. Chi vive in un appartamento e’
considerato un poverino. Questa etichetta ti viene appiccicata addosso in tutte le realta’ fuori dalla
capitale. Londra rappresenta un qualcosa di diverso.
Il leasehold, invece, e’ l’acquisto di un diritto ad abitare per un certo periodo all’interno di
quell’immobile. Normalmente il leasehold si riferisce agli appartamenti. Il periodo piu’ lungo
generalmente e’ di 125 anni ma quando si arriva intorno agli 85 anni il prezzo della proprieta’ scende
considerevolmente perche’ in pochi l’acquisterebbero con un lease cosi’ breve. Allora cosa si fa a
quel punto se ci si vuole sbarazzare della proprieta’ ma senza svenderla? Si chiama un avvocato che
per allungare il lease e farlo ritornare ai 125 anni originari, o meno se si preferisce ma non avrebbe
senso, presenta una parcella che va dai £2000 sino a £7000 o oltre. Il costo dipende da quanti anni
aggiuntivi di lease si chiedono.
Una domanda: chi compra un freehold? E chi invece acquista un leasehold? Risposta: il freehold e’
generalmente acquistato dai redditi alti e il leasehold dai redditi medio bassi. I redditi bassi tanto che
acquistino il freehold o il leasehold prima o poi si vedranno pignorare l’immobile perche’ tendono a
non avere la forza economica di sopportare un mutuo nel lungo periodo.
Riflessione: mi pare che una societa’ che dia la possibilita’ ai soli redditi alti di poter divenire
proprietari di un immobile a uso abitativo sia una bella porcheria. E qui tiriamo giu’ una prima
maschera: non tutti godono degli stessi diritti. Perche’ se e’ vero che non tutti avranno la capacita’
economica di comprare una mega villa, magari come quella del figlio della Moratti – la Batcasa –,
e’ altrettanto vero che non si capisca perche’ non si possa avere il diritto ad acquistare la piena
proprieta’ di un appartamento, almeno quando questo rappresenti la prima casa. Questo, infatti, ha un costo accessibile anche ai redditi medio-bassi mentre le ville no. Chi acquista un
leasehold, e quindi un appartamento, non sara’ mai proprietario di quell’immobile ma un inquilino
con un lungo diritto di permanenza che potra’ essere prolungato dietro pagamento di un compenso
a un avvocato. I redditi alti acquistano e si levano il pensiero per sempre dalla testa, i redditi bassi
invece devono convivere con il pensiero, anche in vista di una eredita’ da lasciare ai propri successori
i quali magari non avranno i soldi per prolungare il leasehold.
Certo a voler essere pistini si puo’ contestare che 125 anni sono un periodo piu’ che accettabile
perche’ difficilmente qualcuno di noi arrivera’ a quel traguardo di eta’. A voler essere, pero’,
ancora piu’ pistini si puo’ rispondere con delle domande: ma perche’ solo i piu’ abbienti possono
esercitare appieno il diritto di proprieta’ su un immobile? E perche’ l’eredita’ che un benestante
lascia ai successori e’ un diritto di proprieta’ su un immobile e chi percepisce un reddito medio basso
trasmette solamente il diritto ad essere un inquilino per lungo periodo? E perche’ chi ha un reddito
alto paga l’avvocato una sola volta e chi invece ha il reddito medio basso, e quindi e’ gia’ in partenza
piu’ svantaggiato, si ritrova a dipendere dall’avvocato e dalle sue parcelle a vita?
Questione di status, di etichetta, di classe, di ipocrisia? Per me questa scelta giuridica le racchiude
tutte.
E sul tema casa si potrebbe anche aprire la discussione sulla questione delle case popolari, ma
l’amico “anonimo” spero mi concedera’ di tralasciarla per passare a un altro tema, quello del sistema
assistenziale.
Certo per un italiano che in patria di sistema assistenziale fa fatica a intravederne l’ombra piombare
in Inghilterra e trovarsi il sostegno ai redditi bassi che si traduce in aiuti economici diretti (veri e
propri depositi mensili o settimanali sul proprio conto corrente fatti da un’agenzia di governo), in
aiuti al pagamento dell’affitto e della council tax (una tassa mensile che viene pagata da tutti ma
che risulta essere pesantissima per i redditi medio bassi) sembra una grazia divina, una cosa quasi
incredibile, un sogno.
Domanda: il fatto di provenire da un paese avaro come il nostro in tema di assisstenza pubblica
significa che dove si vada e si incontri un certo sistema rodato e minimamente decente non si debba
muovere critica? Io non la penso cosi’. Io penso che un sistema esistente debba essere migliorato
SEMPRE.
Quello che avviene in questo paese e’ che coloro che perdono il lavoro, o non possono lavorare per
problemi di salute o fisici, o hanno un reddito basso ottengono dal governo un’assistenza
economica. Questo aiuto consente di arrivare a fatica a fine mese. Se poi sei un single le cose ti
vanno ancora peggio perche’ qui si premiano le famiglie con figli (a me e’ sempre sembrato un po’
discriminatorio ma non c’e’ inglese che mi dia ragione. Sara’ che non contribuire alla crescita
demografica sia un peccato?!). Il governo conservatore in carica ha messo in piedi un piano di tagli
del sistema assistenziale che avra’ delle ripercussioni importanti sui redditi bassi e medio bassi.
Esempi? Eccone alcuni: e’ stato bloccato l’aumento del child benefit, un sostegno alle famiglie con
figli, che veniva regolarmente fatto ogni anno ad aprile in ragione dell’aumento del costo della vita;
e’ stato limitato il pagamento del sure start maternity grant (una somma versata alle famiglie al
momento della nascita di un figlio). Prima si pagava per tutti i nuovi nati appartenenti a famiglie dal
reddito basso oggi, invece, solo se il nuovo nato e’ l’unico figlio al di sotto dei 16 anni. Ergo se hai
altri figli piccoli ti scordi il sure start maternity grant che prima avresti preso. E’ stato abolito il
pregnancy grant (sostegno alle donne che arrivino alla 25esima settimana di gravidanza per
affrontare i costi inevitabili connessi alla gravidanza o alla nascita del figlio) E’ stato ridotto dall’80%
al 70% l’aiuto che viene dato alle famiglie dal reddito basso per il pagamento di una childminder
(una persona che durante il giorno badi ai bambini perche’ il genitore lavora). In un paese dove la
mancanza di asili pubblici e’ un problema reale questo taglio colpisce duramente le famiglie non
abbienti. E’ stato ridotto l’aituo a favore dei redditi bassi a sostegno del pagamento del canone di
locazione per gli immobili ad uso abitativo. Sono stati ritoccati i tax credits (sostegni ai redditi bassi
di lavoratori e famiglie con figli) in maniera che l’importo che si versera’ all’avente diritto sara’
inferiore a quello sino ad ora ricevuto. Le tasse universitarie sono state elevate a circa £9000 dalle
circa £3300 precedenti (riforma che entrera’ in vigore nel 2012). L’IVA e’ stata aumentata del 2.5%, e
chi piu’ dei redditi bassi soffrira’ di questo aumento? Tutto questo e’ stato fatto quest’anno, in un
colpo solo e nuovi tagli arriveranno negli anni futuri, stando al programma di governo. Queste sono
solo alcune delle riforme gia’ entrate in vigore e che vanno nella palese direzione di colpire i redditi
bassi. Fortunatamente il governo si e’ fermato in tempo prima di varare una riforma a dir poco
punitiva che doveva colpire i disoccupati di lungo periodo, ossia senza lavoro da un anno. Come in
Italia anche qui ci sono coloro che approfittano del sitema per trarne indebito vantaggio, colpa
anche di controlli blandi fino al rasentare il ridicolo, ma la stragrande maggioranza e’ disoccupata per
la mancanza reale di lavoro che ormai dal 2008 e’ una realta’ drammatica di questo paese. E si
traduce molto spesso in disoccupazione di lungo periodo perche’ il lavoro semplicemente non c’e’.
Molte imprese stanno trasferendo i propri uffici in America Latina, in Medioriente, in Asia perche’ i
costi dei loro impiegati in quelle aree geografiche sono piu’ bassi. Il governo pensava di ridurre il
sostegno a queste persone dopo un anno di disoccupazione, considerandole evidentemente tutte
come parassiti che si avvantaggiano del sistema. Cosi’ facendo avrebbe creato un’area di poverta’
enorme che avrebbe avuto delle ricadute importanti sulla societa’ (sfratti, suicidi, crescita di malattie
mentali, ecc.). Il governo, anche grazie al pressing di organizzazioni come quella per la quale lavoro,
ha riconosciuto la cosa e ritirato la proposta. Vittoria!
Spero di essere riuscita a dare qualche esempio e quindi di poter risalire dalla categoria dei frustrati
dove, cordialmente, l’amico “anonimo” mi aveva trovato un caldo giaciglio. Personalmente lavoro,
mi mantengo e pago le tasse e in cambio ottengo gli stessi servizi che otterrei in italia, dalla sanita’
al mantenimento delle strade, ecc. Non ho mai beneficiato di nient’altro perche’ fortunatamente
non mi ritrovo in una di quelle categorie che meritano assistenza. Pertanto mi riesce difficile capire
perche’ dovrei sentirmi frustrata per queste cose. Semmai mi preoccupo di cio’ che capita anche
nell’orto del vicino e ho ancora la capacita’ di indignarmi di fronte alle brutture di questa come di
altre societa’. Cerco di evitare l’indifferenza che ahime’ e’ un male che indebolisce la societa’.
Grazie caro amico “anonimo” per avermi dato la possibilita’ di dare, almeno spero, un po’ piu’ di
contenuto al mio precedente post.
Carla
venerdì 22 aprile 2011
Ma che bella la Gran Bretagna
di Carla Gagliardini
Ma che bella la Gran Bretagna!
Diffidate, vi prego, di chi vorrebbe vendervi la Gran Bretagna, anzi il Regno Unito,
come la terra promessa!
Perche’ dico questo? Bhe’, lo dico per esperienza. Avendo trascorso quasi cinque anni
della mia vita in questo paese credo di aver imparato a conoscerlo un po’.
Al principio tutto sembra semplice perche’ alla posta ti trattano bene, alle casse dei
supermercati puoi mettere tutti i tuoi acquisti lentamente dentro le borse senza che
nessuno ti insulti dicendoti che gli stai facendo perdere un sacco di tempo prezioso.
Anzi le cassiere ti chiedono sempre se vuoi essere aiutato in questa difficile operazione.
Se poi hai un reddito basso ti versano persino dei soldini dentro il tuo conto corrente
alla fine di ogni settimana o mese. Ma che meraviglia! Fino a poco tempo fa, poi, ti
prestavano i soldi per farti la vita o comprarti la casa anche se non davi nessuna
garanzia di solvenza. Va oltre la meraviglia, e’ strabiliante!
Questo mascherato benessere ha fatto dire ad alcuni amici e conoscenti che questo e’ il
vero socialismo e che per questo loro hanno deciso di trasferirsi nell’isola piu’ grigia del
mondo.
Strana cosa il socialismo del 2000 che si traduce in una monarchia di regine e principini
che non fanno nulla per sbarcare il lunario e vengono mantenuti in parte dai contribuenti.
Basta pensare di aver raggiunto il benessere personale e di non dover piu’ lottare con
la burocrazia e la scortesia italiana per aver raggiunto il socialismo? Rimango un po’
perplessa. Con tutto il rispetto per chi fa queste affermazioni io penso che il socialismo
debba tradursi in benessere per tutti e non solo per una certa cerchia di cittadini,
qualora anche rappresentasse la maggioranza. Non sarebbero comunque tutti.
Ogni volta che si sente il curriculum vitae di un parlamentare si scorpre che e’ stato
sfornato da questa o quella universita’ di prestigio. E quelli che provengono dai bassi
fondi quale sedia scaldano in parlamento? Nessuna, il privilegio di scaldare e poggiare il
proprio regio deretano spetta solo alla ricca borghesia e all’aristocrazia in questo paese.
Bel socialismo!
La sensazione e’ che quando si raggiunge un benessere personale si tenda ad estenderlo
artificiosamente a tutti, travisando clamorosamente la realta’. Sembra persino
che il fatto che solo una certa ristretta parte della societa’ sia sempre chiamata a
decidere delle vite dei cittadini non sia importante, rinunciando quindi al diritto ad una
rappresentanza reale del paese che la bruttissima legge elettorale inglese consente.
Come dire: ho potuto comprare la casa anche se non so se posso ripagarla, mi sono
riempito le tasche di carte di credito, anche se sono certo che non le ripaghero’ mai,
agli sportelli degli uffici pubblici mi trattano come un essere umano, anche se poi dietro
mi dicono peste e corna, e quindi vivo in una societa’ che piu’ socialista non si puo’ e chi
se ne frega della rappresentanza o di tutte queste cose ormai superate e fuori moda.
Intanto le cose non si possono cambiare. E via a continuare a vivere nell’inerzia politico-
sociale di sempre. In fondo viviamo in una societa’ socialista moderna e quindi suvvia
facciamo i moderni!
Che poverta’ di pensiero, che superficialita’ di analisi e osservazione, che pochezza di
spirito.
Se avessi il tempo e soprattutto la voglia vi racconterei io la vera Inghilterra che vedo
ogni giorno e che e’ certamente molto diversa da quella che giornali e politici nostrani
ci raccontano. E credo che meriterei per lo meno di essere ascoltata poiche’ il lavoro
che “allieta” le mie giornate di stress, pensieri e responsabilita’ e’ a contatto con quella
parte di societa’ che e’ considerate la zavorra della quale ci si deve occupare per dovere
di stato ma della quale se si potesse ci si sbarazzerebbe con un colpo di cannone.
Ma vi racconterei molto di piu’, di che peso e significato abbia la parola lavoro in
questo paese, dell’ipocresia appiccicata a quasi ogni persona nata in questo paese
o che, vivendoci da troppo tempo, si e’ impossessata degli stranieri. Vi racconterei
delle mille maschere che vengono ogni giorno indossate dai nostri managers, come dai
vostri colleghi o dalle organizzazioni per le quali lavoriamo. Certamente, per dovere
intellettuale, devo dire che non tutti sono persone da evitare, come mi pare ovvio e
accade ogni angolo del mondo.
E se non vi bastasse quel mio primo racconto proseguirei con molto piacere spiegandovi
la situazione “casa” di questo falso paese che ama le etichette tanto quanto gli altri
paesi, anche se non ama che si sappia e sta ben attento dal divulgarlo apertamente.
Perche’ anche qui, in Gran Bretagna, c’e’ da fare la battaglia per la verita’ e la
trasparenza che deve essere diversa da quella italiana perche’ il contesto e’ diverso ma
che sarebbe altrettanto necessaria per migliorare questa societa’ ipocrita.
Carla
Diffidate, vi prego, di chi vorrebbe vendervi la Gran Bretagna, anzi il Regno Unito,
come la terra promessa!
Perche’ dico questo? Bhe’, lo dico per esperienza. Avendo trascorso quasi cinque anni
della mia vita in questo paese credo di aver imparato a conoscerlo un po’.
Al principio tutto sembra semplice perche’ alla posta ti trattano bene, alle casse dei
supermercati puoi mettere tutti i tuoi acquisti lentamente dentro le borse senza che
nessuno ti insulti dicendoti che gli stai facendo perdere un sacco di tempo prezioso.
Anzi le cassiere ti chiedono sempre se vuoi essere aiutato in questa difficile operazione.
Se poi hai un reddito basso ti versano persino dei soldini dentro il tuo conto corrente
alla fine di ogni settimana o mese. Ma che meraviglia! Fino a poco tempo fa, poi, ti
prestavano i soldi per farti la vita o comprarti la casa anche se non davi nessuna
garanzia di solvenza. Va oltre la meraviglia, e’ strabiliante!
Questo mascherato benessere ha fatto dire ad alcuni amici e conoscenti che questo e’ il
vero socialismo e che per questo loro hanno deciso di trasferirsi nell’isola piu’ grigia del
mondo.
Strana cosa il socialismo del 2000 che si traduce in una monarchia di regine e principini
che non fanno nulla per sbarcare il lunario e vengono mantenuti in parte dai contribuenti.
Basta pensare di aver raggiunto il benessere personale e di non dover piu’ lottare con
la burocrazia e la scortesia italiana per aver raggiunto il socialismo? Rimango un po’
perplessa. Con tutto il rispetto per chi fa queste affermazioni io penso che il socialismo
debba tradursi in benessere per tutti e non solo per una certa cerchia di cittadini,
qualora anche rappresentasse la maggioranza. Non sarebbero comunque tutti.
Ogni volta che si sente il curriculum vitae di un parlamentare si scorpre che e’ stato
sfornato da questa o quella universita’ di prestigio. E quelli che provengono dai bassi
fondi quale sedia scaldano in parlamento? Nessuna, il privilegio di scaldare e poggiare il
proprio regio deretano spetta solo alla ricca borghesia e all’aristocrazia in questo paese.
Bel socialismo!
La sensazione e’ che quando si raggiunge un benessere personale si tenda ad estenderlo
artificiosamente a tutti, travisando clamorosamente la realta’. Sembra persino
che il fatto che solo una certa ristretta parte della societa’ sia sempre chiamata a
decidere delle vite dei cittadini non sia importante, rinunciando quindi al diritto ad una
rappresentanza reale del paese che la bruttissima legge elettorale inglese consente.
Come dire: ho potuto comprare la casa anche se non so se posso ripagarla, mi sono
riempito le tasche di carte di credito, anche se sono certo che non le ripaghero’ mai,
agli sportelli degli uffici pubblici mi trattano come un essere umano, anche se poi dietro
mi dicono peste e corna, e quindi vivo in una societa’ che piu’ socialista non si puo’ e chi
se ne frega della rappresentanza o di tutte queste cose ormai superate e fuori moda.
Intanto le cose non si possono cambiare. E via a continuare a vivere nell’inerzia politico-
sociale di sempre. In fondo viviamo in una societa’ socialista moderna e quindi suvvia
facciamo i moderni!
Che poverta’ di pensiero, che superficialita’ di analisi e osservazione, che pochezza di
spirito.
Se avessi il tempo e soprattutto la voglia vi racconterei io la vera Inghilterra che vedo
ogni giorno e che e’ certamente molto diversa da quella che giornali e politici nostrani
ci raccontano. E credo che meriterei per lo meno di essere ascoltata poiche’ il lavoro
che “allieta” le mie giornate di stress, pensieri e responsabilita’ e’ a contatto con quella
parte di societa’ che e’ considerate la zavorra della quale ci si deve occupare per dovere
di stato ma della quale se si potesse ci si sbarazzerebbe con un colpo di cannone.
Ma vi racconterei molto di piu’, di che peso e significato abbia la parola lavoro in
questo paese, dell’ipocresia appiccicata a quasi ogni persona nata in questo paese
o che, vivendoci da troppo tempo, si e’ impossessata degli stranieri. Vi racconterei
delle mille maschere che vengono ogni giorno indossate dai nostri managers, come dai
vostri colleghi o dalle organizzazioni per le quali lavoriamo. Certamente, per dovere
intellettuale, devo dire che non tutti sono persone da evitare, come mi pare ovvio e
accade ogni angolo del mondo.
E se non vi bastasse quel mio primo racconto proseguirei con molto piacere spiegandovi
la situazione “casa” di questo falso paese che ama le etichette tanto quanto gli altri
paesi, anche se non ama che si sappia e sta ben attento dal divulgarlo apertamente.
Perche’ anche qui, in Gran Bretagna, c’e’ da fare la battaglia per la verita’ e la
trasparenza che deve essere diversa da quella italiana perche’ il contesto e’ diverso ma
che sarebbe altrettanto necessaria per migliorare questa societa’ ipocrita.
Carla
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