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venerdì 29 marzo 2013

La guerra ai poveri di Dave e George.
di Simone Rossi  

Nel suo toccante discorso di insediamento Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati, ha invitato i suoi onorevoli colleghi, tra le altre cose, a combattere la povertà e non i poveri. Un invito alquanto rivoluzionario perché pronunciato in tempi ed in un continente dove i governanti promuovono politiche economiche sociali che producono ingiustizia e colpiscono i poveri, spesso stigmatizzandoli.

Tra i campioni della guerra ai poveri primeggiano i Conservatori britannici, portatori degli interessi delle ėlite che detengono le leve del potere. Non è da meno l'attuale Primo Ministro David Cameron, che dal 2005, anno in cui divenne segretario del partito, al 2010, anno della nomina a capo dell'Esecutivo, effettuò una campagna di immagine volta a presentare il suo partito come progressista, compassionevole e attento ai bisogni del cittadino medio; salvo smentire tutto una volta al governo. Nel corso di quasi tre anni il Gabinetto britannico ha stravolto quello che rimaneva del sistema sociale impostato nel dopoguerra, permettendo l'incremento delle tasse universitarie fino a £9'000 annue (poco meno di€11'000), comprimendo il costo del lavoro nel settore pubblico, privando centinaia di migliaia di cittadini della pensione di invalidità attraverso un sistema kafkiano di revisione dei requisiti, introducendo surrettiziamente la privatizzazione di sanità ed istruzione, tagliando i fondi a servizi come il patrocinio gratuito per chi non può permettersi un avvocato. Il colpo di grazia sta per essere assestato con l'inizio del novo anno fiscale, e mese di aprile, quando la riforma del sistema di protezione ed assistenza sociale entrerà in pieno vigore. Il nuovo modello incorporerà vari sussidi e porrà limitazioni, tanto qualitative quanto quantitative agli stessi. Uno dei tetti contro cui si è scatenata una forte opposizione è comunemente chiamata "Bedroom Tax", ossia ma tassa sui vani liberi; non si tratta di una vera e propria tassa, ma di uno sconto effettuato sul contributo pubblico al pagamento dell'affitto per gli individui o i nuclei famigliari che occupano abitazioni con un numero di stanze superiore a quelle che il Governo ritiene essere sufficienti. La scelta imposta a queste famiglie, stimate essere varie decine di migliaia, sarà tra il sopravvivere con un sussidio di importo inferiore a quello corrisposto attualmente ed il traslocare in abitazioni minori. Ambedue le opzioni si presentano ardue a fronte di un mercato immobiliare in cui gli affitti sono in crescita e considerato che dal primo Governo Thatcher (1979-83) in poi molte unita residenziali pubbliche sono state cedute senza che ne fossero costruite di nuove. L'introduzione della "Bedroom Tax", unitamente ai tetti già posti ai sussidi per la casa, comporterà lo smembramento di intere comunità popolari e spingerà le fasce più povere della popolazione verso quartieri o paesi marginali in ciò che su questo blog già abbiamo definito un'operazione di pulizia sociale dei centri urbani e delle aree di pregio.
A dispetto della retorica conservatrice sulla "Big Society", una società in cui i cittadini si uniscono armoniosamente per assumersi responsabilità sino ad ora appannaggio dello Stato, e sul fatto che tutti i cittadini sono "sulla stessa barca" nello sforzo di uscire dalla crisi, a pagare le conseguenze di queste cosiddette politiche per la casa e della riforma dello stato sociale saranno ancora una volta e di più le classi basse e medio-basse, quelle che soffrono di più gli effetti della crisi e del neoliberismo e che andranno ad ingrossare ulteriormente le fila dei poveri, ad oggi stimati in circa quattro milioni ed in costante crescita nonostante l'Esecutivo in carica, composto in larga misura da milionari e benestanti, non li veda, pur combattendoli.

venerdì 29 giugno 2012

Responsabilità sociale e fette di salame

Di Simone Rossi

Lo scorso settembre demmo voce alla protesta messa in atto dai lavoratori delle pulizie presso il Guildhall, l'ente che amministra il municipio della City di Londra (http://resistenzainternazionale.blogspot.co.uk/2011/09/il-pane-e-le-rose-di-simone-rossi.html). 
Allora i dipendenti chiedevano un adeguamento del proprio salario, al di sotto dei livelli di povertà fissati dalla GLA l'amministrazione metropolitana di Londra, al livello minimo indicato dalla GLA. Oltre alla fine degli atteggiamenti antisindacali e vessatori dei propri superiori.

Le proteste dei lavoratori di questo settore procedono da oltre due anni, per lo più coordinate dal sindacato autonomo IWW, visto il disinteresse mostrato dalle sigle che potremmo definire confederali verso la condizione di questi lavoratori per lo più immigrati. Sino a pochi mesi fa le rivendicazioni salariali hanno riguardato le imprese di pulizie che prestano servizio presso le banche e le aziende della City.

Da alcune settimane sono in agitazione i dipendenti dell'azienda ICM che subappalta per il punto vendita in Oxford Street di John Lewis, una storica catena di grandi magazzini la cui peculiarità è di esser controllata dai propri settantamila dipendenti, che possono fornire il proprio parere sulla gestione dell'azienda e godono di quote dei profitti. Oltre a ricevere meno del London Living Wage, pari al minimo necessario per sopravvivere nella città, i lavoratori della ICM hanno visto licenziamenti e la riduzione dell'orario di lavoro. Questo non perché il punto vendita sia stato ridimensionato o lo standard di pulizia ridotto. Semplicemente, con la scusa della crisi John Lewis ha spinto per una gara al ribasso tra subappaltanti, nonostante i profitti dichiarati lo scorso anno ed il gran numero di personale assunto.

Al pari di Ponzio Pilato, la catena di grandi magazzini ed i lavoratori che ne hanno le quote azionarie fa ricadere la responsabilità della situazione sulla azienda fornitrice del servizio di manutenzione che ha sua volta subappalta ad ICM.
Mentre prosegue la vertenza tra le parti, IWW ha programmato una serie di presidi all'esterno del punto vendita che si terranno il sabato nei prossimi fine settimana per sensibilizzare consumatori e dipendenti di John Lewis, nell'auspicio che si assuma la propria responsabilità.
Della vicenda ha trattato il quotidiano The Independent

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giovedì 28 giugno 2012

Virtuosi...una cippa!

A cura di Simone Rossi

Riporto un articolo sul debito pubblico nel Regno Unito apparso sull'edizione online di The Guardian il 26 giugno. Un articolo che risulta istruttivo di come "predicare bene e razzolare male" non sia un difetto solamente italiano.
Nel peloso linguaggio politico degli ultimi anni i Paesi i cui governi applicano politiche di riduzione indiscriminata della spesa pubblica e di controllo del deficit sono definiti virtuosi. In opposizione a quelle nazioni in cui il ruolo dello stato in economia e nella società è ancora consistente, che, sempre nella vulgata attuale, meritano lo stato di crisi in cui versano.
Il Regno Unito rientra a buon titolo tra i virtuosi, avendo ossequiosamente applicato le venefiche ricette neoliberista dai primi anni dei governi Thatcher ad oggi. Dal 2010, inoltre, sono al governo i primi della classe, giovani politici conservatori e liberal democratici che diligentemente si impegnano a distruggere ciò che rimane dello stato sociale: previdenza, sanità, istruzione, università ed assistenza sociale. Tutto rigorosamente nel nome del rigore nei bilanci e della crescita che quando arriverà porterà nettare ed ambrosia per tutti.
Intanto questi campioni hanno abbattuto quel poco di crescita del prodotto interno lordo che si era visto in seguito ai timidi investimenti effettuati dal loro predecessore, il laburista Brown, e, udite udite, hanno incrementato l'indebitamento dello Stato. Come prevedibile ed effettivamente previsto da molti economisti rimasti inascoltati, le politiche basate semplicemente sul taglio della spesa pubblica senza investimenti per incentivare la ripresa hanno impoverito la cittadinanza e conseguentemente l'ammontare delle imposte sul reddito riscosse dallo Stato, calate del 7.3% secondo l'economista James Knightley della banca ING . Secondo quanto affermato dall'istituto nazionale di statistica ONS il governo ha presi in prestito quantitativi sempre maggiori di denaro dalle banche (+£15 miliardi nel maggio 2012 rispetto ad un anno prima) e che il debito pubblico è cresciuto. Questi dati sono stati confermati da analisti finanziari e smentiscono i dati forniti dal Ministero del Tesoro, che indicavano una consistente riduzione del debito.
Una tendenza, quella di fare il trucco ai bilanci dello stato, di cui Tremonti fu maestro e che ha spinto la Grecia sull'orlo del baratro. Ma quelli di sa, sono cicale del sud, non virtuosi nordici.

http://www.guardian.co.uk/business/2012/jun/26/uk-government-borrowing-higher-expected

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mercoledì 27 giugno 2012

Una china pericolosa

Di Simone Rossi

Quando un paio di anni fa Ed Miliband fu eletto segretario del Labour Party fummo in molti a sperare in una svolta nel partito dopo tre lustri di sbornia liberista. Le sue credenziali rosa, quasi socialdemocratiche perfino, fecero sperare in un cambio nel linguaggio e nella proposta; un cambio che sinora non è avvenuto, limitando la critica alle politiche anti-popolari del governo in carica al semplice fatto che i laburisti taglierebbero la spesa pubblica con più compassione, più umanamente.

In questo vuoto di ideali e di idee, la ricerca perenne del consenso elettorale può esser di cattivo consiglio. Ed ecco che Miliband pochi giorni fa si è avventurato nel terreno minato dell'immigrazione, probabilmente cercando di sedurre gli strati più disagiati sul campo della guerra tra poveri, non avendo alcunché da offrire loro in termini di politiche sociali e di emancipazione. Egli ha asserito di voler porre un freno al ricorso alla manodopera straniera, a basso costo, introducendo politiche che disincentivino l'assunzione di dipendenti non britannici. A suo dire questo porrebbe un termine al dumping sociale, cioè la corsa al ribasso dei salari, e aprirebbe nuove possibilità di impiego per i sudditi britannici.

Prendendo la scorciatoia delle risposte semplicistiche a problemi banalizzati, il segretario laburista non si assume la responsabilità di una franca autocritica all'interno del partito. La nascita del New Labour successiva alla sconfitta elettorale del 1992 ha comportato un'adesione alle politiche ed all'immaginario conservatore, improntato sull'idolatria della finanza e dell'imprenditoria. Il partito ha preso per buono l'assunto per cui l'arricchimento dei più ricchi avrebbe avuto ricadute sul resto della società, spostando l'attenzione della propria azione politica dal lavoro al capitale. Ne consegue che il problema del dumping sociale è ridotto ad una questione di immigrazione e non di rapporti di forza nel mondo del lavoro e che la dirigenza laburista fatichi a riconoscere che in assenza di una rappresentanza sindacale ampia il potere contrattuale dei lavoratori è ridotto. E con esso il potere d'acquisto.

Al netto delle successive ritrattazioni e puntualizzazioni, la dichiarazione di Miliband ha riaffermato la chiacchiera che mira a stigmatizzare l'immigrato, già ampiamente diffusa dai media popolari, orientati prevalentemente a destra, ed ha gettato un seme che in un contesto di prolungata crisi economica potrebbe facilmente germogliare nel giardino dell'estrema destra e del populismo conservatore.

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sabato 5 maggio 2012

Un'onda rossa contro l'austerity

Il lungo weekend elettorale europeo è iniziato in Gran Bretagna, e continuerà nei prossimi giorni in Italia, Serbia e soprattutto Francia e Grecia. Si tratta della prima importante tornata elettorale da quando la crisi ha investito l'Europa ed i risultati potrebbero avere un impatto decisivo sulla direzione che il continente prenderà.
Il Regno Unito è stato il primo paese a lanciarsi nella folle avventura dell'austerity. Dopo la vittoria monca dei conservatori e la coalizione con i lib-dem solo 2 anni fa, il governo Cameron-Osborne sembra già in ginocchio. Il Cancellieri dello Scacchiere, arrogante come pochi, è andato avanti per la sua strada di tagli su tagli, sperando in una ripresa del settore privato che non è mai arrivata. Anzi, l'Inghilterra è tornata in recessione nonostante tutto il denaro pompato dalla Banca d'Inghilterra. E puntuale è arrivata la batosta elettorale.
Senza quasi neanche sforzarsi, il Labour è tornato fermamente ad essere il primo partito del paese, con vittorie fino a poco tempo fa impensabili nel sud del paese, classica roccaforte Tories. Su scala nazionale i laburisti sono quasi al 40% e traslando i voti delle elezioni locali in parlamentari, il partito di Milliband avrebbe una solidissima maggioranza. Vero che questo esercizio è sempre rischioso, ma non ci sono dubbi, e non lo nascondono neanche i Conservatori, che questo voto ha una valenza politica e non certo amministrativa.
E la conferma viene dall'unica affermazione importante riportata dai conservatori, a Londra, dove il sindaco Boris Johnson riesce a guadagnare la rielezione. Ma è una vittoria dal sapore dolce amaro, perchè Johnson ha vinto non grazie al proprio partito, ma a dispetto di questo e soprattutto grazie alla scelta suicida del Labour di candidare per l'ennesima volta Ken Livingstone, ormai inviso alla maggioranza dei londinesi. Ed infatti il dato politico è che nei voti di lista, rispetto alle ultime amministrative, il Labour guadagna in tutti i borough londinesi mentre i conservatori sono in calo ovunque ma Boris ha preso più voti dei suoi mentre Ken il rosso (con qualche scheletro nell'armadio per elusione fiscale, un disastro) ne ha presi molto meno del Labour, trasformando una sicura vittoria in una sconfitta di misura. 
Un discorso a parte meritano i Liberal Democratici. Due anni fa erano la storia di copertina, in continua ascesa e decisivi per la formazione del governo. Ma la loro partecipazione all'esecutivo è stata un disastro, incapaci di modificare qualsiasi tipo di politica dei Tories, dall'austerity alle tasse universitarie triplicate ai tagli e ristrutturazione del servizio sanitario nazionale. E gli elettori non hanno dimenticato. Oggi i Liberal Democratici sono ininfluenti, in rotta, a rischio scissione e a Londra sono stati addirittura sorpassati dai Verdi.
Insomma, il primo verdetto di questo weekend elettorale è che i sudditi di Sua Maestà ne hanno già piene le tasche dell'austerity e della svolta reazionaria della politica europea. Una prima consistente ondata di protesta si è alzata dalla Gran Bretagna. La speranza è che si trasformi in una vera e propria riscossa per la sinistra. 


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giovedì 8 marzo 2012

Stato e Mercato (quarta parte):
Ferrovie britanniche: paga Pantalone.
Di Simone Rossi


Uno dei cavalli di battaglia delle classi dirigenti europee da trent'anni a questa parte è quello della liberalizzazione dei servizi al cittadino. I principali obiettivi dichiarati delle liberalizzazioni sono la riduzione dei costi, per le casse pubbliche e/o per gli utenti, ed il miglioramento dell'efficienza dei servizi offerti; obiettivi che, per i detrattori del modello privatistici, sono raggiunti pressoché automaticamente una volta lasciato il campo alla libertà di impresa ed alla concorrenza.
Il Regno Unito fu tra i primi Stati europei ad applicare massicciamente questo modello, durante i tre mandati di Margaret Thatcher come Primo Ministro a partire dal 1979. E non sempre le efficienze e le economie previste sono state ottenute.
La compagnia ferroviaria nazionale, British Rail, fu destinata a privatizzazione sotto il governo conservatore di John Major a metà anni '90, sebbene essa sia stata completata dopo l'avvento dei Laburisti, convertitisi al neoliberismo nel loro cammino verso la Terza Via. Il primo passo fu quello di separare in aziende distinte le infrastrutture dai servizi di trasporto. La rete nazionale fu poi spezzettata in aree, ciascuna delle quali è stata affidata, tramite bando, ad imprese private. Salvo che per le tratte più frequentate, la concorrenza tra privati si è vista solamente a livello delle gare per gli appalti, mentre gli utenti si trovano a dover usufruire dei servizi della compagnia concessionaria della tratta su cui viaggiano, senza aver la possibilità di scegliere il tipo di treno o tariffa preferito. Inoltre, il sistema dell'affidamento del servizio in base a principi di concorrenza è venuto meno nel momento in cui, ad un anno dal proprio insediamento, il nuovo Esecutivo ha prolungato la durata di gran parte delle concessioni, senza bando di gara, consentendo un rafforzamento della posizione degli operatori presenti e togliendo la possibilità a nuovi concorrenti di farsi avanti.
Neanche per quanto concerne le tariffe la liberalizzazione ha apportato benefici ai cittadini, dal momento che esse sono tra le più alte in Europa e subiscono incrementi annuali che in taluni casi superano il 10%. Senza contare che il numero di tariffe si è moltiplicato nel corso degli anni: ore di punta, ore non di punta, ore morte, solo andata, andata e ritorno in giornata, andata e ritorno in giorni differenti, acquisto in anticipo... Una miriade di tariffe che generando confusione, come denunciato da alcuni comitati di pendolari, cui presto potrebbe aggiungersi una super-tariffa per le ore di maggior traffico, che graverà pesantemente sulle tasche dei viaggiatori.
L'elevato costo dei biglietti, tuttavia, non ha riflessi positivi sulla qualità del servizio offerto, come può dedursi dall'esistenza di comitati ed associazioni che chiedono più puntualità, treni di capacità adeguata ai flussi o il mantenimento in attività di tratte che gli operatori considerano rami secchi. I disagi maggiori si verificano solitamente sulle linee meno redditizie, ma si è assistito a disservizi anche lungo le tratte principali in occasioni quali le nevicate degli inverni del 2010 e del 2011, abbondanti ma non certamente eccezionali a queste latitudini, quando migliaia di viaggiatori rimasero bloccati nelle stazioni e sui convogli, principalmente nell'Inghilterra meridionale.
Oltre alle ingenti somme raccolte con la riscossione delle tariffe, le compagnie concessionarie godono di rilevanti finanziamenti pubblici, come previsto dai bandi di concessione, che dovrebbero incentivare l'ammodernamento del servizio. Tuttavia, come messo in evidenza in più occasioni dal periodico satirico Private Eye, le compagnie lucrano su questi finanziamenti, ricorrendo a schemi che agli occhi del cittadino hanno il sapore di una truffa. Ad esempio, alcune concessionarie delle linee che collegano Londra al sud del Paese non provvedono all'acquisto diretto di nuovi convogli come previsto dai contratti di servizio, ma ricorrono al noleggio degli stessi, per tramite di compagnie che, però appartengono agli stessi gruppi delle concessionarie. Gli operatori del servizio ferroviario, quindi, possono proclamare di aver effettuato investimenti maggiori di quelli che richiederebbe un acquisto dei mezzi, presentando come costo un valore, quello pagato al locatore, che, in realtà, fa parte dello stesso gruppo del locatario. Quindi ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra, ad ingrassare i dividendi degli azionisti.
Infine, nonostante il sistema di trasporto ferroviario sia gestito su principi privatistici, allo Stato va l'onere di sopperire alle carenze dei privati, pena l'interruzione del servizio pubblico. È quanto accaduto circa tre anni fa con National Express East Coast, azienda del colosso National Express e concessionaria dei servizi tra Londra e la Scozia, lungo la dorsale orientale. Affidataria del servizio nel 2007, dopo meno di due anni la compagnia fu nazionalizzata a fronte di difficoltà finanziarie, accollando al contribuente britannico il costo del fallimento del privato.
Alla luce di quanto descritto, ne consegue che, almeno per quanto concerne il trasporto pubblico, se l'idea alla base delle liberalizzazioni puó esser valida, nei fatti esse sono un modo per pompare denaro pubblico nelle case di pochi privati, oltre che per far gravare sui cittadini la remunerazione dell'investimento effettuato per queste attivit imprenditoriali che si vorrebbero private. Senza, per contro, dare la possibilità ai cittadini di esercitare un controllo e pressione sulle aziende concessionarie che rispondono ai propri azionisti prima che al pubblico, che vede ulteriormente gli spazi di democrazia e di controllo dal basso.

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venerdì 17 febbraio 2012

LE LIBERALIZZAZIONI DI RI - Le strade di Albione
Di Simone Rossi 


A partire dagli anni '80 l'economia britannica ha conosciuto un progressivo processo di liberalizzazione, con dismissione delle partecipazioni statali ed apertura di molti settori ai privati, in un'ottica per cui la concorrenza tra soggetti privati produce efficienza e benefici per i consumatori.Anche nel settore delle infrastrutture per il trasporto su gomma si sono introdotte riforme che hanno consentito l'ingresso dei privati, nonostante la rete viaria sia rimasta formalmente pubblica . Non esistendo strade con pagamento del pedaggio, salvo per alcuni ponti, non si è assistito alla svendita di concessioni come accaduto per le autostrade italiane alla fine del secolo scorso. Invece, in seguito ad una riorganizzazione del Dipartimento dei Trasporti, organismo equiparabile ad un nostro ministero, la gestione della rete stradale è stata affidata in parte agli enti locali, per quanto concerne la viabilità "comunale", ed a quattro agenzie regionali create nel 1994, cui spetta l'amministrazione della rete di livello nazionale. A questa suddivisione delle competenze si è affiancata una progressiva privatizzazione delle attività di progettazione, costruzione e manutenzione della rete, trasformando di fatto le autorità pubbliche in organi di indirizzo strategico e di supervisione, con funzione di stazione appaltante nella distribuzione dei fondi destinati al mantenimento ed al miglioramento delle infrastrutture.In Inghilterra, ad esempio, l'organismo che sovrintende alla rete viaria ha suddiviso il territorio di propria competenza in quattordici aree che sono affidate a grandi aziende di progettazione e di costruzione tramite gara di appalto, con contratti della durata di sei anni durante cui gli appaltatori sono sottoposti a frequenti valutazioni e devono mostrare di rispettare requisiti minimi di qualità fissati dall'ente pubblico. Per quanto concerne gli enti locali, invece, l'esternalizzazione ha assunto la forma di appalti o del PFI, corrispondente al modello italiano del project financing, che prevede l'affidamento delle infrastrutture e la loro gestione ad aziende private per un determinato periodo fissato dal contratto ed in cambio di un finanziamento pubblico che solitamente risulta molto vantaggioso per il privato. Mentre il ricorso ai PFI è relativamente recente in questo settore, in altri campi dove è prassi consolidata, come la sanità e l'istruzione, svariati studi ed indagini hanno mostrato che il costo complessivo dell'opera o del servizio al termine del contratto risulta maggiore dell'investimento richiesto in un sistema completamente pubblico.Nelle intenzioni dei fautori del libero mercato il modello appena descritto introduce una maggior efficienza, stimolando i privati a concorrere sulla qualità per aggiudicarsi gli appalti. Efficienza che, in realtà, il più delle volte è stata ottenuta a scapito delle competenze accumulate nel corso degli anni dalla pubblica amministrazione; difatti molto del personale con maggior anzianità ed esperienza impiegato in questo settore proviene dagli enti pubblici ed è stato assorbito dalle imprese private nel momento in cui si è esternalizzato. Non di rado, tale personale passa da un'impresa all'altra al rinnovo degli appalti, ragion per cui non è chiaro quale sia il reale valore aggiunto apportato dai privati, tolto estrarre un profitto dagli appalti. Oltre a ciò la dimensione e la tipologia degli appalti, aperti in taluni casi solo ad aziende accreditate dopo un lungo processo di valutazione, privilegia le imprese più grandi e da più tempo presenti sul mercato, creando nel medio e lungo termine oligopoli, in contraddizione con il principio della libera concorrenza. Inoltre, non sempre la concorrenza si vince sulla qualità, come si è visto in Italia in questi primi quindici anni di liberalizzazione di alcuni settori. Nell'autunno del 2011, ad esempio, proprio alcune delle grandi aziende accreditate hanno lanciato una offensiva per ridurre il costo del lavoro in cantiere, proponendo ai propri operai salari al di sotto del valore minimo fissato per legge. E là dove il costo della manodopera non offre possibilità di incrementare i margini di profitto, intervengono piccole forme di boicottaggio per ridurre la possibilità che il concorrente si veda aggiudicato nuovamente l'appalto al bando successivo o in gare per altre aree. Ad esempio, capita che parte degli archivi e delle base dati elettroniche pervengono in forma incompleta alle aziende aggiudicatesi i nuovi appalti, con notevole danno alla qualità del progetto e con discontinuità nella gestione delle infrastrutture.In aggiunta alle considerazioni di cui sopra ci sono altri aspetti che andrebbero presi in considerazione e che sfuggono al cittadino/utente delle infrastrutture viarie. Le stazioni appaltanti, svuotate di ruoli e competenze tecniche, hanno implementato strumenti di controllo della qualità e di verifica che tendono a privilegiare il rispetto di procedure amministrative e di buone pratiche non necessariamente relative alle infrastrutture di rete, come, in taluni casi estremi, il mantenimento degli uffici in ordine e la compilazione di un gran quantitativo di formulari volti alla registrazione di ogni attività. Tale predominanza dell'aspetto amministrativo e burocratico sulla progettazione e sulla manutenzione delle strade trova un corrispettivo all'interno delle aziende appaltatrici, dove la necessità di monitorare costantemente le performance interne, di sub-appaltare alcune tipologie di lavoro quando previsto dai contratti e di non incorrere nelle ire dell'opinione pubblica in seguito a eventuali disservizi comportano una duplicazione delle figure professionali non strettamente correlate alle attività propriamente di gestione. Tutto ciò non può Yche comportare una distrazione di fondi da quello che dovrebbe essere il cuore di questi appalti verso l'ambito amministrativo e dirigenziale.Come scritto precedentemente, le implicazioni di questo modello di gestione delle infrastrutture non appare evidente ai noi addetti ai lavori dal momento che il comune cittadino non ha gli strumenti per valutare il rapporto costi-benefici del sistema, a differenza di quanto accade con il trasporto pubblico collettivo o con le utenze domestiche, dove la tariffa pagata rappresenta un metro chiaro di valutazione della qualità del servizio. Paradossalmente, qualora l'Esecutivo britannico, sostenuto da una coalizione parlamentare tra i Liberal Democratici ed i Conservatori, dovesse introdurre il pagamento del pedaggio per alcune strade come ventilato recentemente, i sudditi di Sua Maestà potrebbero finalmente ponderare l'effettivo rapporto qualità-prezzo e, molto probabilmente, lamentarsi della sproporzione tra tariffa e qualità. Ma quando i buoi sono scappati, si ha un bel chiudere il recinto.

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venerdì 9 settembre 2011

Il pane e le rose
Di Simone Rossi





Stamani, a partire dalle 5:30, si è tenuto un presidio organizzato dal sindacato indipendente Industrial Workers of the World (IWW) presso la Guidlhall, sede della City of London Corporation che amministra la municipalità denominata City, nel cuore di Londra (www.newstatesman.com/economy/2011/02/london-corporation-city).

I circa 30 lavoratori della Sodexo, la compagnia che fornisce il servizio di pulizia alla Guildhall, sono in mobilitazione per chiedere un adeguamento del salario, attualmente di £5.93 lorde per ora, a quello che è denominato London Living Wage, il minimo che ogni lavoratore dovrebbe ricevere per poter vivere dignitosamente a Londra, pari a £8.30 l'ora. Salario che, peraltro, spesso è pagato con ingiustificato ritardo. I lavoratori, prevalentemente immigrati dall'America Latina, lamentano inoltre il pessimo trattamento loro riservato in particolare alle lavoratrici, anche approfittando del fatto che molti e molte non hanno una buona padronanza della lingua inglese.

I lavoratori, affiliatisi alla IWW e guidati dal loro collega Wilmer, hanno più volte richiesto incontri ufficiali con la Sodexo, ma quest'ultima rifiuta di riconoscere il sindacato e di negoziare le richieste dei dipendenti. Nonostante i vincoli posti dalle norme vigenti in materia di sindacato e sciopero, eredità dell'era Thatcher, i dipendenti Sodexo presso la Guildhall hanno organizzato tre scioperi non "ufficiali" nel corso delle ultime settimane oltre ad alcuni presidi di protesta. Wilmer, in quanto figura eminente di questa lotta, ha subito soprusi, tra cui la reclusione in una stanza con alcuni emissari della Sodexo che miravano ad intimidirlo, fino alla recente sospensione dal posto di lavoro. Sospensione che i partecipanti al presidio odierno chiedono sia revocata.

Quelle appena descritte sono condizioni comuni alla stragrande maggioranza dei lavoratori impiegati nel settore delle pulizie, un'industria che occupa migliaia di persone nella sola City, per lo più immigrati extra-UE. Paghe orarie al di sotto del London Living Wage se non inferiori al salario minimo fissato per legge, alterazioni unilaterali e non concordate degli orari di lavoro, intimidazioni e soprusi, licenziamenti "esemplari", repressione di ogni forma di organizzazione sindacale, sono tratti comuni a tutte le imprese delle pulizie nella capitale. Ma non solo.

Sino ad ora Le sigle sindacali "tradizionali", affiliate alla centrale TUC, non hanno mostrato interesse nella tutela dei diritti di questi lavoratori. Ad oggi, solamente l'IWW si è impegnata per organizzare i lavoratori nella richiesta di condizioni di vita migliore; oltre a fornire loro una formazione sindacale, i rappresentanti del IWW offrono un supporto organizzativo e si adoperano per la costruzione di una rete di solidarietà che rafforzi la lotta di questi lavoratori.

Secondo Chris Ford, attivista del IWW presente al presidio, la vittoria nella vertenza presso la Guildhall darebbe uno slancio all'organizzazione ed alle rivendicazioni dei lavoratori delle pulizie impiegati nella City e darebbe ulteriore forza a questo sindacato indipendente ed in crescita.

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domenica 15 maggio 2011

Londra ed Edimburgo, le due Gran Bretagne
di Nicola Melloni

La consultazione elettorale avvenuta la settimana scorsa nel Regno Unito ha dato risultati molto chiari. Il referendum per modificare il sistema elettorale maggioritario in senso leggermente più proporzionale è fallito miseramente, i Liberal Democratici partner di governo dei Conservatori sono stati duramente puniti ed in Scozia si è registrato il trionfo degli indipendentisti.

Cosa sta succedendo, dunque, tra Londra ed Edimburgo? In Inghilterra il trend a favore dei Libdem, che erano continuamente cresciuti negli ultimi dieci anni, si è bruscamente interrotto e si è tornati al classico sistema diviso tra Tories e Laburisti. Non è una sorpresa. La scelta suicida di Nick Clegg, leader dei Libdem, di entrare nel governo Cameron ha avuto effetti devastanti. Tutte le politiche progressive che quel partito aveva promesso, attirando una fetta consistente di voti di sinistra delusi dal New Labour di Blair, sono state tradite, in nome del compromesso di governo. Compromesso che ha favorito solo i Conservatori che hanno dettato l'agenda politica accontentando i propri elettori mentre Clegg e i suoi pagano per l'azione di governo. D'altronde, chi è soddisfatto di Cameron e del suo gabinetto vota Tory, mentre i delusi votano Labour. L'antipatia per i LibDem è divenuta così forte che il referendum sulla riforma elettorale è naufragato proprio perché sostenuto dai Liberal Democratici. Anche il supporto dato dal Labour al tentativo di riforma non è servito, con gli elettori di sinistra ben decisi a punire il tradimento di Clegg e del suo partito che rischiava di essere il più avvantaggiato da tale riforma.

La geografia politica dell'Inghilterra sembra dunque polarizzata, con il sud del paese - la grande campagna inglese - fermamente in mano conservatrice, mentre il Nord e le città industriali sono ritornate saldamente in mano laburista. Il contrasto è durissimo, si tratta di due paesi che non si parlano, basti pensare che a Manchester e Liverpool i Conservatori non sono neppure presenti nei consigli comunali. Ma la situazione è ancora più drammatica se si studia il caso scozzese. La Scozia è stata da sempre un bastione Labour ma negli ultimi anni si è registrata la forte ascesa degli indipendentisti che giovedì scorso hanno conquistato la maggioranza assoluta nel parlamento e potranno ora indire un referendum sulla secessione scozzese dal Regno Unito.

Certo i rapporti storici tra Edimburgo e Londra non sono mai stati idilliaci ma quello che sta succedendo è in realtà un fenomeno che va ben oltre i confini britannici. L'Europa tutta viene attraversata da nuovi movimenti che non sono più nazionalisti in senso classico (con qualche eccezione di rilievo, Francia, Svezia, Austria e più drammaticamente in Ungheria) ma regionalisti e secessionisti. Il problema è presente nel Regno Unito, in Italia, in Belgio, in Spagna. Sono casi tra loro molto diversi, con differenti radici storiche ed economiche ma uniti dall'incapacità delle politiche neo-liberali di costruire un sistema economico inclusivo. La polarizzazione del reddito e le politiche classiste, unite all'imperante ideologia dell'utilitarismo divaricano fino a distruggerlo il tessuto sociale di una nazione ed infatti questi movimenti hanno preso nuova linfa dalle difficoltà economiche dell'ultimo decennio e dalla recessione che ha seguito la crisi finanziaria negli ultimi anni. Come al solito, il richiamo al territorio, alla nazione, alla razza rappresenta una via d'uscita facile (e sbagliata!) alle difficoltà economiche - basti pensare ai casi sovietico e yugoslavo.

Anche nel caso scozzese i motivi economici non mancano, con i nazionalisti di Edinburgo che rivendicano la sovranità sui giacimenti petroliferi del Mar del Nord. Questi segnali non vanno sottovalutati ed è il caso di ricordare che il sistema di stati europei, così come noi lo conosciamo, è piuttosto recente e che la storia del continente è sempre stata caratterizzata da continue modifiche ai suoi confini interni. La sfida dell'Unione Europea era di abolire le frontiere, ma farlo solo in nome del mercato rischia di ottenere il risultato opposto. Invece di costruire una democrazia europea fondata sui valori di solidarietà ed eguaglianza che hanno contraddistinto il trend plurisecolare iniziato con la rivoluzione francese, si è deciso di puntare sul mercato unico all'insegna del capitalismo anglosassone. Capitalismo anglosassone che con la sua crisi mette ora a rischio l'esistenza stessa del Regno Unito. Un segnale preoccupante che non può essere sottovalutato.

sabato 23 aprile 2011

Esempi, esempi ed ancora esempi

di Carla Gagliardini

Mi e’ tornata la voglia di raccontare quello che vedo in Inghilterra. Nell’ultimo post che avevo scritto
avevo detto di non averne ma grazie ad un “anonimo” e alle sue critiche verso la mia pochezza mi e’
ritornata. Potere della Critica!

Esempi, questo chiedeva l’amico “anonimo”. Esempi sulla questione casa, esempi sui servizi, ecc.
Partirei dalla questione casa. Non tutti forse sanno che in alcuni paesi esiste una differenza
sostanziale tra due istituti giuridici che regolano l’acquisto della casa. In Inghilterra questi due istituti
si chiamano “freehold” e “leasehold”. Di che si tratta?

Il freehold consiste nell’acquisto pieno della proprieta’ dell’immobile. Quasi esclusivamente questo
avviene quando si comprano le “houses” che corrispondono alle nostre ville. In Inghilterra in termini
di status fa molta differenza vivere in una villa o in un appartamento. Chi vive in un appartamento e’
considerato un poverino. Questa etichetta ti viene appiccicata addosso in tutte le realta’ fuori dalla
capitale. Londra rappresenta un qualcosa di diverso.

Il leasehold, invece, e’ l’acquisto di un diritto ad abitare per un certo periodo all’interno di
quell’immobile. Normalmente il leasehold si riferisce agli appartamenti. Il periodo piu’ lungo
generalmente e’ di 125 anni ma quando si arriva intorno agli 85 anni il prezzo della proprieta’ scende
considerevolmente perche’ in pochi l’acquisterebbero con un lease cosi’ breve. Allora cosa si fa a
quel punto se ci si vuole sbarazzare della proprieta’ ma senza svenderla? Si chiama un avvocato che
per allungare il lease e farlo ritornare ai 125 anni originari, o meno se si preferisce ma non avrebbe
senso, presenta una parcella che va dai £2000 sino a £7000 o oltre. Il costo dipende da quanti anni
aggiuntivi di lease si chiedono.

Una domanda: chi compra un freehold? E chi invece acquista un leasehold? Risposta: il freehold e’
generalmente acquistato dai redditi alti e il leasehold dai redditi medio bassi. I redditi bassi tanto che
acquistino il freehold o il leasehold prima o poi si vedranno pignorare l’immobile perche’ tendono a
non avere la forza economica di sopportare un mutuo nel lungo periodo.

Riflessione: mi pare che una societa’ che dia la possibilita’ ai soli redditi alti di poter divenire
proprietari di un immobile a uso abitativo sia una bella porcheria. E qui tiriamo giu’ una prima
maschera: non tutti godono degli stessi diritti. Perche’ se e’ vero che non tutti avranno la capacita’
economica di comprare una mega villa, magari come quella del figlio della Moratti – la Batcasa –,
e’ altrettanto vero che non si capisca perche’ non si possa avere il diritto ad acquistare la piena
proprieta’ di un appartamento, almeno quando questo rappresenti la prima casa. Questo, infatti, ha un costo accessibile anche ai redditi medio-bassi mentre le ville no. Chi acquista un
leasehold, e quindi un appartamento, non sara’ mai proprietario di quell’immobile ma un inquilino
con un lungo diritto di permanenza che potra’ essere prolungato dietro pagamento di un compenso
a un avvocato. I redditi alti acquistano e si levano il pensiero per sempre dalla testa, i redditi bassi
invece devono convivere con il pensiero, anche in vista di una eredita’ da lasciare ai propri successori
i quali magari non avranno i soldi per prolungare il leasehold.

Certo a voler essere pistini si puo’ contestare che 125 anni sono un periodo piu’ che accettabile
perche’ difficilmente qualcuno di noi arrivera’ a quel traguardo di eta’. A voler essere, pero’,
ancora piu’ pistini si puo’ rispondere con delle domande: ma perche’ solo i piu’ abbienti possono
esercitare appieno il diritto di proprieta’ su un immobile? E perche’ l’eredita’ che un benestante
lascia ai successori e’ un diritto di proprieta’ su un immobile e chi percepisce un reddito medio basso
trasmette solamente il diritto ad essere un inquilino per lungo periodo? E perche’ chi ha un reddito
alto paga l’avvocato una sola volta e chi invece ha il reddito medio basso, e quindi e’ gia’ in partenza
piu’ svantaggiato, si ritrova a dipendere dall’avvocato e dalle sue parcelle a vita?
Questione di status, di etichetta, di classe, di ipocrisia? Per me questa scelta giuridica le racchiude
tutte.

E sul tema casa si potrebbe anche aprire la discussione sulla questione delle case popolari, ma
l’amico “anonimo” spero mi concedera’ di tralasciarla per passare a un altro tema, quello del sistema
assistenziale.

Certo per un italiano che in patria di sistema assistenziale fa fatica a intravederne l’ombra piombare
in Inghilterra e trovarsi il sostegno ai redditi bassi che si traduce in aiuti economici diretti (veri e
propri depositi mensili o settimanali sul proprio conto corrente fatti da un’agenzia di governo), in
aiuti al pagamento dell’affitto e della council tax (una tassa mensile che viene pagata da tutti ma
che risulta essere pesantissima per i redditi medio bassi) sembra una grazia divina, una cosa quasi
incredibile, un sogno.

Domanda: il fatto di provenire da un paese avaro come il nostro in tema di assisstenza pubblica
significa che dove si vada e si incontri un certo sistema rodato e minimamente decente non si debba
muovere critica? Io non la penso cosi’. Io penso che un sistema esistente debba essere migliorato
SEMPRE.

Quello che avviene in questo paese e’ che coloro che perdono il lavoro, o non possono lavorare per
problemi di salute o fisici, o hanno un reddito basso ottengono dal governo un’assistenza
economica. Questo aiuto consente di arrivare a fatica a fine mese. Se poi sei un single le cose ti
vanno ancora peggio perche’ qui si premiano le famiglie con figli (a me e’ sempre sembrato un po’
discriminatorio ma non c’e’ inglese che mi dia ragione. Sara’ che non contribuire alla crescita
demografica sia un peccato?!). Il governo conservatore in carica ha messo in piedi un piano di tagli
del sistema assistenziale che avra’ delle ripercussioni importanti sui redditi bassi e medio bassi.
Esempi? Eccone alcuni: e’ stato bloccato l’aumento del child benefit, un sostegno alle famiglie con
figli, che veniva regolarmente fatto ogni anno ad aprile in ragione dell’aumento del costo della vita;
e’ stato limitato il pagamento del sure start maternity grant (una somma versata alle famiglie al
momento della nascita di un figlio). Prima si pagava per tutti i nuovi nati appartenenti a famiglie dal
reddito basso oggi, invece, solo se il nuovo nato e’ l’unico figlio al di sotto dei 16 anni. Ergo se hai
altri figli piccoli ti scordi il sure start maternity grant che prima avresti preso. E’ stato abolito il
pregnancy grant (sostegno alle donne che arrivino alla 25esima settimana di gravidanza per
affrontare i costi inevitabili connessi alla gravidanza o alla nascita del figlio) E’ stato ridotto dall’80%
al 70% l’aiuto che viene dato alle famiglie dal reddito basso per il pagamento di una childminder
(una persona che durante il giorno badi ai bambini perche’ il genitore lavora). In un paese dove la
mancanza di asili pubblici e’ un problema reale questo taglio colpisce duramente le famiglie non
abbienti. E’ stato ridotto l’aituo a favore dei redditi bassi a sostegno del pagamento del canone di
locazione per gli immobili ad uso abitativo. Sono stati ritoccati i tax credits (sostegni ai redditi bassi
di lavoratori e famiglie con figli) in maniera che l’importo che si versera’ all’avente diritto sara’
inferiore a quello sino ad ora ricevuto. Le tasse universitarie sono state elevate a circa £9000 dalle
circa £3300 precedenti (riforma che entrera’ in vigore nel 2012). L’IVA e’ stata aumentata del 2.5%, e
chi piu’ dei redditi bassi soffrira’ di questo aumento? Tutto questo e’ stato fatto quest’anno, in un
colpo solo e nuovi tagli arriveranno negli anni futuri, stando al programma di governo. Queste sono
solo alcune delle riforme gia’ entrate in vigore e che vanno nella palese direzione di colpire i redditi
bassi. Fortunatamente il governo si e’ fermato in tempo prima di varare una riforma a dir poco
punitiva che doveva colpire i disoccupati di lungo periodo, ossia senza lavoro da un anno. Come in
Italia anche qui ci sono coloro che approfittano del sitema per trarne indebito vantaggio, colpa
anche di controlli blandi fino al rasentare il ridicolo, ma la stragrande maggioranza e’ disoccupata per
la mancanza reale di lavoro che ormai dal 2008 e’ una realta’ drammatica di questo paese. E si
traduce molto spesso in disoccupazione di lungo periodo perche’ il lavoro semplicemente non c’e’.
Molte imprese stanno trasferendo i propri uffici in America Latina, in Medioriente, in Asia perche’ i
costi dei loro impiegati in quelle aree geografiche sono piu’ bassi. Il governo pensava di ridurre il
sostegno a queste persone dopo un anno di disoccupazione, considerandole evidentemente tutte
come parassiti che si avvantaggiano del sistema. Cosi’ facendo avrebbe creato un’area di poverta’
enorme che avrebbe avuto delle ricadute importanti sulla societa’ (sfratti, suicidi, crescita di malattie
mentali, ecc.). Il governo, anche grazie al pressing di organizzazioni come quella per la quale lavoro,
ha riconosciuto la cosa e ritirato la proposta. Vittoria!

Spero di essere riuscita a dare qualche esempio e quindi di poter risalire dalla categoria dei frustrati
dove, cordialmente, l’amico “anonimo” mi aveva trovato un caldo giaciglio. Personalmente lavoro,
mi mantengo e pago le tasse e in cambio ottengo gli stessi servizi che otterrei in italia, dalla sanita’
al mantenimento delle strade, ecc. Non ho mai beneficiato di nient’altro perche’ fortunatamente
non mi ritrovo in una di quelle categorie che meritano assistenza. Pertanto mi riesce difficile capire
perche’ dovrei sentirmi frustrata per queste cose. Semmai mi preoccupo di cio’ che capita anche
nell’orto del vicino e ho ancora la capacita’ di indignarmi di fronte alle brutture di questa come di
altre societa’. Cerco di evitare l’indifferenza che ahime’ e’ un male che indebolisce la societa’.
Grazie caro amico “anonimo” per avermi dato la possibilita’ di dare, almeno spero, un po’ piu’ di
contenuto al mio precedente post.
Carla

venerdì 22 aprile 2011

Ma che bella la Gran Bretagna

di Carla Gagliardini

Ma che bella la Gran Bretagna!
Diffidate, vi prego, di chi vorrebbe vendervi la Gran Bretagna, anzi il Regno Unito,
come la terra promessa!
Perche’ dico questo? Bhe’, lo dico per esperienza. Avendo trascorso quasi cinque anni
della mia vita in questo paese credo di aver imparato a conoscerlo un po’.
Al principio tutto sembra semplice perche’ alla posta ti trattano bene, alle casse dei
supermercati puoi mettere tutti i tuoi acquisti lentamente dentro le borse senza che
nessuno ti insulti dicendoti che gli stai facendo perdere un sacco di tempo prezioso.
Anzi le cassiere ti chiedono sempre se vuoi essere aiutato in questa difficile operazione.
Se poi hai un reddito basso ti versano persino dei soldini dentro il tuo conto corrente
alla fine di ogni settimana o mese. Ma che meraviglia! Fino a poco tempo fa, poi, ti
prestavano i soldi per farti la vita o comprarti la casa anche se non davi nessuna
garanzia di solvenza. Va oltre la meraviglia, e’ strabiliante!
Questo mascherato benessere ha fatto dire ad alcuni amici e conoscenti che questo e’ il
vero socialismo e che per questo loro hanno deciso di trasferirsi nell’isola piu’ grigia del
mondo.

Strana cosa il socialismo del 2000 che si traduce in una monarchia di regine e principini
che non fanno nulla per sbarcare il lunario e vengono mantenuti in parte dai contribuenti.
Basta pensare di aver raggiunto il benessere personale e di non dover piu’ lottare con
la burocrazia e la scortesia italiana per aver raggiunto il socialismo? Rimango un po’
perplessa. Con tutto il rispetto per chi fa queste affermazioni io penso che il socialismo
debba tradursi in benessere per tutti e non solo per una certa cerchia di cittadini,
qualora anche rappresentasse la maggioranza. Non sarebbero comunque tutti.
Ogni volta che si sente il curriculum vitae di un parlamentare si scorpre che e’ stato
sfornato da questa o quella universita’ di prestigio. E quelli che provengono dai bassi
fondi quale sedia scaldano in parlamento? Nessuna, il privilegio di scaldare e poggiare il
proprio regio deretano spetta solo alla ricca borghesia e all’aristocrazia in questo paese.
Bel socialismo!

La sensazione e’ che quando si raggiunge un benessere personale si tenda ad estenderlo
artificiosamente a tutti, travisando clamorosamente la realta’. Sembra persino
che il fatto che solo una certa ristretta parte della societa’ sia sempre chiamata a
decidere delle vite dei cittadini non sia importante, rinunciando quindi al diritto ad una
rappresentanza reale del paese che la bruttissima legge elettorale inglese consente.
Come dire: ho potuto comprare la casa anche se non so se posso ripagarla, mi sono
riempito le tasche di carte di credito, anche se sono certo che non le ripaghero’ mai,
agli sportelli degli uffici pubblici mi trattano come un essere umano, anche se poi dietro
mi dicono peste e corna, e quindi vivo in una societa’ che piu’ socialista non si puo’ e chi
se ne frega della rappresentanza o di tutte queste cose ormai superate e fuori moda.
Intanto le cose non si possono cambiare. E via a continuare a vivere nell’inerzia politico-
sociale di sempre. In fondo viviamo in una societa’ socialista moderna e quindi suvvia
facciamo i moderni!
Che poverta’ di pensiero, che superficialita’ di analisi e osservazione, che pochezza di
spirito.

Se avessi il tempo e soprattutto la voglia vi racconterei io la vera Inghilterra che vedo
ogni giorno e che e’ certamente molto diversa da quella che giornali e politici nostrani
ci raccontano. E credo che meriterei per lo meno di essere ascoltata poiche’ il lavoro
che “allieta” le mie giornate di stress, pensieri e responsabilita’ e’ a contatto con quella
parte di societa’ che e’ considerate la zavorra della quale ci si deve occupare per dovere
di stato ma della quale se si potesse ci si sbarazzerebbe con un colpo di cannone.
Ma vi racconterei molto di piu’, di che peso e significato abbia la parola lavoro in
questo paese, dell’ipocresia appiccicata a quasi ogni persona nata in questo paese
o che, vivendoci da troppo tempo, si e’ impossessata degli stranieri. Vi racconterei
delle mille maschere che vengono ogni giorno indossate dai nostri managers, come dai
vostri colleghi o dalle organizzazioni per le quali lavoriamo. Certamente, per dovere
intellettuale, devo dire che non tutti sono persone da evitare, come mi pare ovvio e
accade ogni angolo del mondo.

E se non vi bastasse quel mio primo racconto proseguirei con molto piacere spiegandovi
la situazione “casa” di questo falso paese che ama le etichette tanto quanto gli altri
paesi, anche se non ama che si sappia e sta ben attento dal divulgarlo apertamente.
Perche’ anche qui, in Gran Bretagna, c’e’ da fare la battaglia per la verita’ e la
trasparenza che deve essere diversa da quella italiana perche’ il contesto e’ diverso ma
che sarebbe altrettanto necessaria per migliorare questa societa’ ipocrita.
Carla