Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post

mercoledì 16 gennaio 2013

Il fallimento economico del neoliberalismo


Pubblichiamo di seguito un articolo dello scrittore George Monbiont, uscito recentemente sul Guardian. Il pezzo è un duro, coerente e chiaro atto d'accusa al neoliberismo. Racconta in termini accessibili a tutti come questa teoria economica che aveva promesso ricchezza, crescita e lavoro abbia in realtà fallito su tutta la linea. O forse no. Ha funzionato benissimo, ma solo per una piccolissima elite che ha tolto poteri alla democrazia per trasferirlo ad economisti e mercati finanziari, trasformando l'Occidente in una oligarchia dove le decisioni sono prese da pochi e solo a vantaggio di loro stessi.


If you think we're done with neoliberalism, think again



di George Monbiont
da Guardian

How they must bleed for us. In 2012, the world's 100 richest people became $241 billion richer. They are now worth $1.9 trillion: just a little less than the entire output of the United Kingdom.
This is not the result of chance. The rise in the fortunes of the super-rich is the direct result of policies. Here are a few: the reduction of tax rates and tax enforcement; governments' refusal to recoup a decent share of revenues from minerals and land; the privatisation of public assets and the creation of a toll-booth economy; wage liberalisation and the destruction of collective bargaining.
The policies that made the global monarchs so rich are the policies squeezing everyone else. This is not what the theory predicted. Friedrich Hayek, Milton Friedman and their disciples – in a thousand business schools, the IMF, the World Bank, the OECD and just about every modern government – have argued that the less governments tax the rich, defend workers and redistribute wealth, the more prosperous everyone will be. Any attempt to reduce inequality would damage the efficiency of the market, impeding the rising tide that lifts all boats. The apostles have conducted a 30-year global experiment, and the results are now in. Total failure.
Before I go on, I should point out that I don't believe perpetual economic growth is either sustainable or desirable. But if growth is your aim – an aim to which every government claims to subscribe – you couldn't make a bigger mess of it than by releasing the super-rich from the constraints of democracy.
Last year's annual report by the UN Conference on Trade and Development should have been an obituary for the neoliberal model developed by Hayek and Friedman and their disciples. It shows unequivocally that their policies have created the opposite outcomes to those they predicted. As neoliberal policies (cutting taxes for the rich, privatising state assets, deregulating labour, reducing social security) began to bite from the 1980s onwards, growth rates started to fall and unemployment to rise.
The remarkable growth in the rich nations during the 50s, 60s and 70s was made possible by the destruction of the wealth and power of the elite, as a result of the 1930s depression and the second world war. Their embarrassment gave the other 99% an unprecedented chance to demand redistribution, state spending and social security, all of which stimulated demand.
Neoliberalism was an attempt to turn back these reforms. Lavishly funded by millionaires, its advocates were amazingly successful – politically. Economically they flopped.
Throughout the OECD countries taxation has become more regressive: the rich pay less, the poor pay more. The result, the neoliberals claimed, would be that economic efficiency and investment would rise, enriching everyone. The opposite occurred. As taxes on the rich and on business diminished, the spending power of both the state and poorer people fell, and demand contracted. The result was that investment rates declined, in step with companies' expectations of growth.
The neoliberals also insisted that unrestrained inequality in incomes and flexible wages would reduce unemployment. But throughout the rich world both inequality and unemployment have soared. The recent jump in unemployment in most developed countries – worse than in any previous recession of the past three decades – was preceded by the lowest level of wages as a share of GDP since the second world war. Bang goes the theory. It failed for the same obvious reason: low wages suppress demand, which suppresses employment.
As wages stagnated, people supplemented their income with debt. Rising debt fed the deregulated banks, with consequences of which we are all aware. The greater inequality becomes, the UN report finds, the less stable the economy and the lower its rates of growth. The policies with which neoliberal governments seek to reduce their deficits and stimulate their economies are counter-productive.
The impending reduction of the UK's top rate of income tax (from 50% to 45%) will not boost government revenue or private enterprise, but it will enrich the speculators who tanked the economy. Goldman Sachs and other banks are now thinking of delaying their bonus payments to take advantage of it. The welfare bill approved by parliament last week will not help to clear the deficit or stimulate employment: it will reduce demand, suppressing economic recovery. The same goes for the capping of public sector pay. "Relearning some old lessons about fairness and participation," the UN says, "is the only way to eventually overcome the crisis and pursue a path of sustainable economic development."
As I say, I have no dog in this race, except a belief that no one, in this sea of riches, should have to be poor. But staring dumbfounded at the lessons unlearned in Britain, Europe and the US, it strikes me that the entire structure of neoliberal thought is a fraud. The demands of the ultra-rich have been dressed up as sophisticated economic theory and applied regardless of the outcome. The complete failure of this world-scale experiment is no impediment to its repetition. This has nothing to do with economics. It has everything to do with power.

fonte: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/14/neoliberal-theory-economic-failure

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

sabato 24 settembre 2011

La politica, l'economia ed il fallimento del mercato
Di Nicola Melloni

Da "Liberazione" del 23/09/2011

Passo dopo passo Italia ed Europa si stanno avvicinando sempre più pericolosamente all'orlo del precipizio. Negli ultimi giorni abbiamo avuto una nuova brusca accellerata, prima a livello di stati, con il downgrading del debito pubblico italiano e le interminabili ed inutili discussioni tra il governo greco ed il Fondo Monetario Internazionale sull'ennesimo pacchetto di salvataggio per Atene. Poi il panico si è propagato al settore privato: la settimana scorsa Moody's ha tagliato il rating di Credit Agricole e Societe Generale, due delle più grandi banche francesi. Ed ora Standard&Poor's ha abbassato il rating di ben sette banche italiane. Una situazione esplosiva, con la Siemens che ha ritirato 500 milioni di euro da una delle due banche francesi e li ha depositati presso la Banca Centrale Europea, dimostrando poca fiducia nella tenuta del sistema bancario privato. In un continuo e perverso rimpallarsi di responsabilità, il rischio continua a passare di mano tra settore pubblico e privato. Nel 2007 il fallimento del sistema finanziario globale è stato evitato dall'intervento statale, provocando però la crisi dei debiti sovrani iniziata l'anno scorso in Grecia ed Irlanda ed estesasi poi ad Italia e Spagna. Ora però il rischio sembra tornare verso le banche che hanno il portafoglio pieno di titoli pubblici, greci, spagnoli ed italiani che, in caso di default, si trasformerebbero in carta straccia. Non a caso la Germania sta già organizzando una ricapitilizzazione delle sue banche che rischiano di essere travolte da fallimenti a catena.
Esiste certamente un problema di fondamentali economici che stanno scatenando questa tempesta perfetta non solo sui mercati finanziari, ma sull'economia occidentale tutta. Il deficit di Atene è insostenibile e la dinamica del debito fuori controllo - la Grecia è già di fatto fallita anche se nessuno lo vuole ammettere. Il debito italiano è altrettanto insostenibile, soprattutto in presenza di crescita zero. Ed i bilanci di molte banche europee sono pericolosamente in rosso, anche se artifici contabili cercano di dimostrare il contrario. Questi problemi sono sotto gli occhi di tutti e devono essere risolti se vogliamo uscire dall'imbuto in cui ci siamo infilati.

La soluzione, però, può venire solo dalla politica, drammaticamente assente in tutta Europa, mentre in Italia al danno aggiungiamo la beffa con un governo clownesco, preoccupato solo dei mandati di arresto e della satiriasi di Berlusconi: uno scenario da basso impero, a metà tra Gli ultimi giorni di Pompei e Salò o le 120 giornate di Sodoma. Una situazione talmente tragica che addirittura Confindustria si è messa in netta opposizione al governo del capitale, un fatto inusitato. La pantomima berlusconiana ha ovviamente un riflesso sulla perdita di fiducia dell'Italia, come testimoniato dal rapporto di Standard&Poor's che, per giustificare il downgrading del nostro debito pubblico, ha parlato di un governo incapace di affrontare la crisi e di una maggioranza divisa e senza un serio programma economico.

Purtroppo però il problema non è solo Berlusconi. L'assurda finanziaria italiana, al netto del patetico balletto su cifre e provenienza di maggiori entrate e minori uscite, è costruita sulla stessa filosofia che si tenta in questi giorni di applicare alla Grecia e che si è, più in generale, adottata tanto in Europa quanto negli Stati Uniti negli ultimi anni. La priorità è rimettere in ordine i conti di breve periodo, a qualsiasi costo. La dipendenza dai mercati finanziari, in larga parte speculativi e dunque interessati solo al profitto immediato, ha trasformato la politica in contabilità ed i governi in consigli di amministrazione che non riescono ad avere nessuna visione complessa e di lungo periodo della società e dell'economia. Così il problema di governance delle aziende dirette da manager senza capacità industriali, alla Marchionne per intenderci, si sta trasferendo ai governi, con risultati drammatici. Quello che chiedono i mercati è il pareggio di bilancio oggi, che poi questo comporti il fallimento domani sembra importare poco.

L'adattarsi alle esigenze del mercato è il vizio originario del neo-liberismo che da trent'anni impone riforme lacrime e sangue che dovrebbero rilanciare la crescita, ma aumentano solo i profitti. Ora il Fondo Monetario Internazionale rispolvera addirittura la formula della shock therapy per la Grecia, come già l'utilizzò per la Russia post-Sovietica e per l'Europa orientale. Di fronte al fallimento del piano di salvataggio per Atene - con l'economia che crolla, le entrate che diminuiscono a causa della recessione ed i conti pubblici che peggiorano invece di migliorare - l'Imf, per bocca del suo inviato ad Atene Bob Traa, propone una soluzione innovativa: non più tagli diluiti nel tempo, meglio licenziare subito tutti i dipendenti pubblici in sovrannumero! Meglio uno shock violento e ridotto nel tempo che metta l'opposizione di fronte ad un fatto compiuto. Una follia: licenziare gli impiegati pubblici diminuirà sicuramente le spese dello stato, ma la recessione diventerà ancora più acuta, le entrate fiscali diminuiranno ulteriormente e lo stato si troverà, infine, con un deficit di bilancio ancora più in rosso. Quello che gli economisti del Fondo sperano è che il mercato, ritrovata la fiducia nella Grecia, faccia ripartire l'economia reale, ma non c'è nessuna base reale che sostenga questo ragionamento. Lo shock non funzionò in Russia vent'anni fa, i tagli alla spesa pubblica non stanno funzionando oggi in Grecia ed in Italia e nemmeno nel Regno Unito dove i licenziamenti in massa dei civil servants hanno affossato qualsiasi speranza di ripresa economica.

Gli economisti neo-liberali non sembrano avere nessun'altro riferimento culturale e capacità intellettuale a parte i loro modelli economici che vengono smentiti, giorno dopo giorno, dalla dura realtà dei fatti. In realtà non è nemmeno il loro compito proporre soluzioni di largo respiro, cosa che spetterebbe ai politici. Se solo ne avessimo.

Se ti è piaciuto questo post, clicca sul simbolo della moschina che trovi qui sotto per farlo conoscere alla rete grazie al portale Tze-tze, notizie dalla rete

lunedì 15 agosto 2011

Usa in ginocchio, il pendolo oscilla verso le potenze emergenti
Di Nicola Melloni

Eravamo stati buoni, seppur facili, profeti. La scorsa settimana avevamo detto che il secolo americano era finito e dopo neppure due giorni anche Standard&Poor's ci ha dato ragione, declassando per la prima volta in settant'anni il debito pubblico americano. Anche i guardiani del capitalismo mondiale non si fidano più di Washington. A colpire non è però tanto il declassamento quanto piuttosto le motivazioni addotte: la democrazia americana è sostanzialmente incapace di reagire alla crisi, ostaggio di un sistema istituzionale decrepito. Ora anche le agenzie di rating cominciano ad accorgersi che il re è nudo.

Gli elementi dell'egemonia americana sono ormai messi in discussione e così pure, ovviamente, quelli del capitalismo liberale di stampo anglosassone. Negli ultimi trent'anni l'impero americano si era basato sull'esportazione di un modello ben preciso, da una parte il libero mercato che generava tassi di crescita e ricchezza superiori a qualsiasi alternativa, dall'altra la democrazia come valore universale. Certo questa esportazione era anche e soprattutto avvenuta con le guerre e con l'imposizione di programmi economici per mano del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, ma non si può sottovalutare l'attrazione ed il miraggio che il sogno americano rappresentava per milioni di persone in tutto il globo. Con la caduta dell'Unione Sovietica, poi, sembrava venir meno sia la sfida comunista sia il principale rivale geo-politico degli Usa, e si veniva formando dunque un mondo basato sul pensiero unico neo-liberale e sull'unipolarismo americano. In questi quattro anni le cose, però, sono cambiate drammaticamente. Dal punto di vista economico, il libero mercato non sembra in grado di risolvere la crisi da esso stesso generato: il cuore del capitalismo liberale, l'Occidente, è sotto scacco, con un continuo rimbalzare del debito da mani private a mani pubbliche e viceversa, con l'economia incapace di crescere, con la disoccupazione in aumento. Dal punto di vista politico, dopo il sussulto della vittoria di Obama nel 2008, con tutte le speranze ad essa connesse, l'America ha dimostrato di essere incapace di risolvere i suoi problemi, con una classe politica sempre più ostaggio dell'oligarchia finanziaria che ormai governa il paese, indipendentemente dal Presidente che siede alla Casa Bianca. Queste debolezze strutturali hanno naturalmente modificato il quadro geopolitico: il mondo non solo è ormai multi-polare, ma addirittura la Cina si permette anche di dare lezioni (sacrosante) agli Stati Uniti. A Pechino pretendono cambiamenti strutturali per garantire i loro investimenti in titoli del tesoro Usa, del tipo di quelli che Washington ha imposto in giro per l'Asia, l'Africa e l'America Latina negli anni 90. Corsi e ricorsi storici.

Si tratta di un passaggio cruciale. Con la fine dell'egemonia americana si esaurisce anche, naturalmente, la "spinta propulsiva" del capitalismo liberale nella forma in cui lo abbiamo conosciuto sino ad ora. D'altronde ogni epoca storica ed ogni egemonia politica è stata contraddistinta da rapporti di produzione diversi. Le potenze emergenti, a cominciare dalla Cina, hanno sistemi economici sì capitalisti ma assai lontani dal liberalismo anglosassone, economie basate assai più sulla produzione che non sulla finanza ed in cui lo stato conserva spesso un controllo solido se non sui mezzi di produzione quantomeno sulla politica industriale, governando politicamente lo sviluppo economico e non lasciandolo in mano al mercato. Inoltre, anche nei mercati finanziari occidentali avanzano minacciosi i fondi sovrani, longa manu delle economie emergenti che grazie ai proventi delle loro esportazioni (dal petrolio del Quatar all'industria cinese) stanno accumulando capitali vastissimi da re-investire altrove, investimenti che però, essendo decisi dagli stati e non da semplici agenti finanziari, hanno un'inevitabile ricaduta politica. Il pendolo si sta spostando dai paesi occidentali, pieni di debiti, grassi e ingordi, che consumano più di quello che producono, a quelli orientali, solidamente basati sull'industria, parsimoniosi, con tassi di crescita della produzione manifatturiera in continua ascesa. In breve, il privilegio imperiale dell'Occidente, lo sfruttamento delle risorse altrui per accomodare i propri stili di vita, si sta esaurendo. Con conseguenze ancora difficilmente valutabili e potenzialmente drammatiche se pensiamo che, storicamente, la fine delle egemonie è sempre coincisa con il ricorso alla guerra.

DaLiberazione del 10/08/2011

lunedì 1 agosto 2011

Egoismo di Stato
Di Nicola Melloni

Dopo appena una settimana dal lancio del piano di salvataggio dell'euro e dal cosiddetto Piano Marshall per la Grecia, è già ormai sotto gli occhi di tutti l'inadeguatezza della risposta data dall'Unione alla crisi che attanaglia il vecchio continente. Dopo una prima risposta positiva dei mercati, lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi si è di nuovo preoccupantemente dilatato, con pesanti ricadute sui conti pubblici del nostro paese.

Il motivo è semplice, le grandi banche internazionali, guidate guarda caso da Deutsche Bank, stanno iniziando a disinvestire nel mercato italiano, e la minor domanda spinge in alto il tasso di interesse. Sono fenomeni preoccupanti, il divario tra i Btp ed i Bund sono un segnale chiaro della debolezza della nostra economia e della poca fiducia che il capitale internazionale nutre nei confronti dell'Italia. D'altronde il divario di oltre 300 punti base è quello che già la Grecia sperimentò all'inizio della crisi che l'ha messa ora con le spalle al muro. E sicuramente la crisi greca è uno dei fattori scatenanti del cosiddetto effetto contagio. Le banche esposte sul mercato greco si fanno ora assai più guardinghe e si ritirano dai mercati a potenziale rischio, come l'Italia, che a torto o a ragione, è oggi considerata a rischio di default, reinvestendo in titoli che offrono molte più garanzie, come appunto i Bund tedeschi. Il che, appunto, vuol però dire che nessuno crede che la crisi sia stata risolta dal piano di salvataggio. Soprattutto non regge più l'assunto che la Grecia fosse un caso unico, impossibile da ripetersi. Infatti. L'aumento dello spread tra Italia e Germania segnala l'esatto opposto. Per Atene, dopo due anni sprecati si è infine deciso di modificare artificialmente i tassi con l'emissione di prestiti a tassi sostanzialmente pari a quelli applicati sui titoli tedeschi, ma cosa si farà per l'Italia se la situazione dovesse cominciare a peggiorare? Il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, appena rimpinguato di nuovi fondi non sembra, almeno per ora, in grado di armonizzare i tassi europei che sono al momento la maggior fonte di tensione sui mercati e per le economie reali.

Quindi il mercato non crede nell'Italia e non crede nell'Europa. Ma sembra che non lo faccia tanto neanche la Germania che un qual certo controllo sulle proprie banche lo ha, e non pare davvero un caso che con il debito tedesco ai massimi storici la liquidità delle banche di Francoforte e Berlino rientri nei i confini patri per finanziare il governo della cancelliera Merkel. Alla faccia della cooperazione europea.

Come sempre, di fronte alle crisi, gli Stati pensano sempre al proprio tornaconto, a salvare il salvabile. Il problema principale dell'Europa sta proprio nel fatto di non essere capace di fornire una risposta politica e di sistema alla crisi. Al contrario, gli egoismi politici ed i calcoli elettorali tendono a privilegiare risposte nazionali che avvantaggiano gli stati più forti e coesi politicamente, è il caso della Germania, a danno dei paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna all'Italia. Non ingannino le riunioni europee ed i piani di salvataggio comunitari che servono solo a salvare gli istituti di credito tedeschi e francesi immersi fino al collo nella voragine del debito greco. Quel che sta avvenendo è in realtà uno scambio tra politica e finanza, con i prestiti di Berlino alla Grecia utilizzati per salvare le banche tedesche, e le stesse poi impegnate a finanziare il debito della Germania.

Ciò che sinistramente si delinea è un ritorno a quel capitalismo finanziario descritto da Lenin e Hilferding giusto un secolo fa, un capitalismo in cui lo stato viene colonizzato dagli interessi della grande industria e della grande finanza che dettano le linee guida di politica economica e di politica estera nel loro interesse, lo stato dispensatore di privilegi nella dizione del mai abbastanza studiato economista austriaco. Dunque, l'interesse privato diventa parzialmente pubblico - e d'altronde il fallimento delle banche tedesche, ad esempio, non potrebbe non avere conseguenze sociali devastanti sulla popolazione - con l'inevitabile conseguenza che il governo, pubblico per eccellenza, diventerebbe parzialmente privato, ed impegnato soprattutto a difendere il capitale nazionale, inasprendo dunque le relazioni con gli altri paesi impegnati a fare altrettanto. L'analisi economica di Hilferding, e quella sull'imperialismo di Lenin furono talmente azzeccate che nel giro di pochi anni scoppiò il primo conflitto mondiale. Meglio riflettere sulla storia prima che la crisi economica si trasformi in inarrestabile crisi politica.

Da Liberazione .

venerdì 15 luglio 2011

mercoledì 13 luglio 2011

Quello che serve è una forte integrazione politica per dare un governo all'Euro
di Nicola Melloni

Sono nubi nerissime quelle che si addensano sull'Italia. Le attenzioni particolari della speculazione internazionale rischiano di precipitare il paese in una situazione greca, mandando gambe all'aria la nostra economia e di travolgere l'intera area-euro. L'establishment si sta già preparando: finanziaria bi-partisan a colpi di machete (manovra extra da 40 miliardi), privatizzazioni di poste e ferrovie, deregolamentazione finale del mercato del lavoro con l'abbandono della contrattazione nazionale usata come moneta di scambio con le imprese per richiedere un contributo fiscale eccezionale (la patrimoniale). Il tutto in una situazione di sospensione della democrazia, con un governo tecnico e non politico, che salirebbe al Quirinale con l'unico obiettivo di tranquillizzare i mercati e fare di tutto, e pure di più, per salvare l'Euro.

L'Italia, però, non è la Grecia. L'Italia è la terza economia dell'area euro e il suo peso economico non può essere sottovalutato, nè dai mercati né dalla Ue. Si tratta, però, di dare una voce politica a questo peso economico, una voce in grado di rispondere agli attacchi ed anzi passare al contrattacco. Tre sono le direttrici fondamentali. In ambito europeo bisogna cambiare modalità di intervento. Se l'Italia non può permettersi di uscire dall'Euro, l'Euro non può permettersi di perdere l'Italia. Dunque l'Europa tutta deve farsi carico di problemi che non sono solamente nazionali, ma coinvolgono una parte sempre più ampia del Continente. Bisogna immediatamente spingere per una forte integrazione politica per dare un governo all'Euro, con piani di salvataggio basati su trasferimenti e non su prestiti e trasformazione dello stock di debiti nazionali in debiti europei la cui sostenibilità non sarebbe in discussione. Non ha nessun senso economico che paesi con un'unica valuta paghino interessi diversi sul debito pubblico. Altrettanto immediatamente bisogna cambiare la governance della Bce, riportarla sotto il controllo politico e cambiare la sua mission - non solo il controllo dell'inflazione, ma soprattutto il contributo alla crescita con politiche monetarie espansive anche a costo di un moderato aumento dei prezzi. In questo momento la differenza fondamentale tra Italia ed Usa, i cui conti non sono migliori dei nostri, è il controllo sulla politica monetaria. O l'Europa diventa una, oppure tanto vale uscire dall'Euro - una minaccia che a Francoforte prenderebbero in seria considerazione.

Secondariamente, bisogna bastonare la speculazione, farsi subito promotori dell'adozione della Tobin Tax, della reintroduzione di controlli sui movimenti di capitale e di una riorganizzazione complessiva del sistema finanziario, riducendo la dimensione delle banche, introducendo controlli sulla struttura e le operazioni degli hedge fund, regolamentando il mercato dei derivati. Bisogna anche essere chiari sul fatto che non saranno gli italiani ma gli speculatori a pagare. Se gli attacchi continueranno, lo Stato italiano, con il coinvolgimento europeo, ha la possibilità di bloccare la fuga dai titoli pubblici, convertendo forzatamente i titoli in scadenza in titoli pluriennali ancorati ai rendimenti dei bund tedeschi. Un'altra minaccia credibile: i mercati internazionali non si possono permettere il fallimento italiano che li metterebbe completamente in ginocchio.

Infine, ma in maniera altrettanto decisiva, il governo dovrebbe preoccuparsi dei problemi strutturali della nostra economia, che pure esistono e la cui soluzione è la conditio sine qua non per avere credibilità internazionale agli occhi dell'Europa e dei mercati. Ed il problema fondamentale dell'Italia, lo sappiamo, è la crescita, non la dinamica del deficit fiscale. Quindi, ristrutturazione complessiva del sistema paese in maniera da garantire occupazione, produttività e sostegno ai consumi. Ristrutturazione a carico, ça va sans dire, di chi in questi anni tanto ha preso e nulla ha dato.

Articolo tratto da "Liberazione".

lunedì 11 luglio 2011

Tremonti, paladino dei mercati

Tremonti si sta confermando sempre più il difensore dei mercati e le sue politiche economiche sono tutte improntate al tentativo di compiancere il capitale internazionale. Dunque, non è una sorpresa che non appena la posizione del super-ministro si sia politicamente indebolita, i mercati abbiano reagito in malo modo, attaccando i titoli di stato italiano e portando lo spread tra gli interessi pagati sul nostro debito e su quello tedesco ai massimi storici. Si teme che, se Tremonti dovesse andarsene, partirebbe l'attacco alla diligenza, la spesa pubblica andrebbe fuori controllo e l'Italia si troverebbe in men che non si dica in una situazione di sapore greco.

Tremonti dunque è considerato, a torto o a ragione, il garante del debito italiano davanti agli speculatori internazionali. Così preso in questo ruolo, il superministro del Tesoro sembra dimenticarsi che il suo ruolo sarebbe anche (e soprattutto) quello di fare il bene del Paese. La finanziaria appena presentata ne è l'esempio lampante.

Uno dei provvedimenti più discussi è l'aumento da 34 a 120 euro dell'imposta di bollo sul conto titoli, il conto di deposito obbligatorio in cui si registra la proprietà dei titoli. Due sono le chiavi di lettura per interpretare questa scelta. Da una parte si può pensare ad un marchiano errore, forse dovuto al caldo luglio romano, forse alla confusione che attraversa una maggioranza allo sbando che non ha linee direttrici chiare e si affida all'estemporaneità. E l'aumento dell'imposta di bollo sembra proprio andare in questa direzione. Infatti un salasso così forte azzererà il rendimento nel caso dei patrimoni più modesti, col rischio di una minore sottoscrizione dei titoli di stato da parte degli investitori meno abbienti. Anche uno studente con pochi rudimenti di matematica capirebbe che se da un rendimento netto del 2.6% vengono sottratti 120 euro (150 a partire dal 2013) allora la remunerazione di una piccola quantità di capitale rischia di diventare addirittura negativa ed in ogni caso poco conveniente rispetto ad altri investimenti. Si tratterebbe, in questo caso, di un Tremonti rimandato in matematica, e contro di lui si ritorcerebbero gli epiteti che il ministro elargisce a piene mani ai suoi colleghi di governo.

Esiste però un'altra spiegazione, e cioè che Tremonti sia meno impreparato di quello che potrebbe sembrare.
In realtà le politiche economiche del nostro sono sempre state improntate al più ostentato classismo, dai tagli lineari in avanti; altro che ministro impregnato di cultura socialista, come ci racconta Vittorio Feltri nel surreale editoriale su il Giornale di ieri. E classista, in maniera addirittura sguaiata è l'aumento dell'imposta di bollo. Per il 2012 questa imposta colpisce in egual maniera tutti i risparmiatori, piccoli e grandi, con effetti facilmente immaginabili. I detentori di grandi patrimoni nemmeno se ne accorgeranno, mentre, come abbiamo detto, il piccolo risparmio sarà colpito in maniera durissima. Dal prossimo anno poi gli scaglioni saranno due, 150 euro fino a 50 mila euro, 380 per i patrimoni superiori ai 50 mila euro. Ma anche questo minimo intervento di recupero della proporzionalità è sostanzialmente un intervento cosmetico, perché con un patrimonio di 51 mila euro si pagherà comunque proporzionalmente meno che con un patrimonio di 20 mila euro. Si tratta, come è stato giustamente detto, di una patrimoniale, peccato che si tratti di una patrimoniale alla rovescia, che va cioè a colpire chi ha di meno, una misura fortemente regressiva che attacca il piccolo risparmio e punisce i lavoratori lasciando sostanzialmente intatta la remunerazione del grande capitale. Ed ecco che ci torna in mente il Tremonti garante dei mercati e non del suo popolo. Ed essere garante dei mercati non vuol dire solo salvaguardare i conti dello stato, ma soprattutto difendere gli interessi di classe del capitale.
L'importo complessivo dell'operazione viene calcolato in 8 miliardi di euro nel prossimo triennio e Tremonti ha già dichiarato che non si opporrà a modifiche, ma a saldi inalterati.

Ebbene, una alternativa, immediata, ci sarebbe. Una vera patrimoniale che punti al reperimento di queste risorse tassando i patrimoni più alti e lasciando inalterati quelli inferiori. Il sito di economisti "Sbilanciamoci!" ha calcolato che una tassa del 5 per mille sui patrimoni superiori ai 3 milioni di euro porterebbe nelle casse dello stato oltre 10 miliardi di euro, un importo più che sufficiente per coprire il mancato introito sull'aumento dell'imposta di bollo. Sarebbe una soluzione non solo etica - pagano di più i più ricchi - ma anche economicamente più convincente: tassare i redditi più bassi vuol dire invece colpire i consumi e la domanda interna. ed indebolire la crescita del Pil. Ma che direbbero gli sponsor di Tremonti?

Di Nicola Melloni da "Liberazione"

venerdì 10 giugno 2011

Debtocracy

Cliccate QUI per vedere il documentario segnalatoci da Simone R. e prodotto in Grecia,
che cerca le cause della crisi provocata dal debito pubblico.
Sottotitolato anche in italiano - selezionare nella parte superiore CC - Subtitles

venerdì 13 maggio 2011

Uscire dall'Euro sarebbe disastroso.
Ma forse Atene non ha più alternative.
di Nicola Melloni

Negli ultimi giorni si sono intensificate le voci secondo cui la Grecia si stia preparando a ristrutturare il debito o, addirittura, ad uscire dall'euro. Sono voci che, nonostante le smentite dei vertici del governo greco, della Ue e della Bce hanno una qual certa consistenza.

Atene si trova in una situazione economica disastrosa. Il debito sta per raggiungere il 160% del Pil, le agenzie di rating continuano a declassare i titoli greci che sono ormai a livello "spazzatura" ed il mercato chiede ormai tassi di interesse del 16% su quegli stessi titoli, cinque volte di più del rendimento dei corrispettivi tedeschi. Il piano di salvataggio dello scorso anno, come per altro avevamo previsto, si sta dimostrando un buco nell'acqua.

Il perché è facilmente comprensibile. L'idea che la Grecia potesse rimettersi in piedi con il solo "lacrime e sangue" non ha fondamento senza una svolta autoritaria. Fmi e Ue hanno chiesto ai greci di stringere la cinghia ma in realtà quello che si sta chiedendo è una deflazione interna, come quelle che avvenivano nel XIX secolo quando il sistema monetario internazionale era governato dal Gold Standard, un sistema di cambi fissi che prevedeva l'auto-induzione di una recessione economica per riequilibrare i conti dello Stato in disordine. Questo modello, ovviamente, non era più sostenibile con la democratizzazione del XX secolo e gli Stati in difficoltà economica hanno cominciato ad usare un mix di politiche di rigore, svalutazioni competitive e politiche inflattive che riducono il valore reale del debito. La Grecia non è in condizione di farlo, essendo intrappolata dentro l'euro - non può svalutare per rilanciare l'economia e non può stampare moneta per finanziare la spesa pubblica (che è quello che stanno facendo, ad esempio, Stati Uniti e Gran Bretagna). E dunque il rilancio competitivo della Grecia deve avvenire attraverso la riduzione dei salari e delle condizioni di vita della popolazione, un'opzione insostenibile politicamente e non è un caso che si sia cominciato ad evocare lo spettro di Weimar, la democrazia tedesca travolta dalla crisi economica del '29.

Dal punto di vista economico le prospettive non sono migliori: la deflazione la si raggiunge con l'aumento della disoccupazione che riduce i salari, ma questo vuol semplicemente dire anni di recessione che renderebbero ancora più drammatica la dinamica del debito: più si taglia, meno si cresce, più ancora bisogna tagliare.
Ecco allora che le ipotesi di ristutturazione del debito o di uscita dall'euro prendono quota, scatenando il panico nelle cancellerie europee e nei mercati internazionali. La ristrutturazione, infatti, significherebbe che una parte del debito verrebbe rimodulata, con pagamenti dilazionati nel futuro o, realisticamente, cancellati. Questo inevitabilmente metterebbe una grandissima pressione sulle banche che hanno prestato denaro alla Grecia a prezzi quasi da usura. Da una parte i più grandi creditori di Atene sono le banche tedesche, il che crea non pochi grattacapi al governo di Berlino che si trova stretto in una duplice morsa: da una parte l'elettorato tedesco che non vuole pagare i debiti greci, dall'altra le banche che hanno bisogno del salvataggio della Grecia. Inoltre il panico che si scatenerebbe sui mercati internazionali si diffonderebbe presto agli altri paesi europei con situazioni economiche instabili, in primis Irlanda e Portogallo, ma anche Spagna e Italia.
I mercati internazionali già adesso non si fidano di questi paesi, intrappolati tra una situazione economica critica ed un meccanismo istituzionale europeo incapace di porvi rimedio. Non a caso gli interessi pagati sul debito spagnolo sono del 60% più alti di quelli pagati sul debito inglese nonostante una situazione economica sostanzialmente simile, con la differenza però che la Gran Bretagna ha ancora il controllo sulla sua politica monetaria. La reazione a catena che la ristrutturazione del debito greco potrebbe scatenare rischia dunque di mettere altri stati del vecchio continente in una situazione di sostanziale incapacità di ripagare il proprio debito.

Ancora più scioccante sarebbe la scelta della Grecia di uscire dall'euro con il rischio di frantuamare l'intera Unione monetaria. Tale opzione avrebbe effetti disastrosi sull'economia greca, che si concretizzerebbe in un probabile bank-run e la conseguente chiusura temporanea del sistema bancario, con tutto quel che ne consegue. Le prospettive di medio termine potrebbero però essere migliori, la nuova dracma svalutata rilancerebbe la competitività della Grecia e con il debito congelato il governo potrebbe concentrarsi in politiche di stimolo fiscale per rilanciare la crescita - quello che, come detto, hanno fatto Usa e Uk ma anche l'Argentina ai tempi della crisi finanziaria del 2001, con risultati più che soddisfacenti. Certo si tratterebbe comunque di un passaggio drammatico che nessun governo può prendere a cuor leggero. Ma i costi sproporzionati che Ue e Fmi stanno imponendo al popolo greco potrebbero non lasciare alternative.

Da "Liberazione" del 12/05/2/11

venerdì 11 febbraio 2011

una risposta a porro...

e all'ignoranza sovrana in economia - o forse alla disinformazione che i servi del padrone spargono in tv.

Ieri sera ad Anno Zero, il corrispondente economico del Giornale Nicola Porro sosteneva che leggendo i dati della banca d'italia ed in particolare l'indice Gini tutta la popolazione in Italia era diventata piu' povera e non solo la parte piu' debole della popolazione. Come suo solito, lo sosteneva con una straffottenza degno di miglior causa.
Porro si vanta di sapere di economia, ma non sa nulla. Dall'indice Gini non si puo' stabilire se tutta la popolazione sia diventata piu' povera o meno. L'indice Gini e' un indice di distribuzione non di crescita. Peccato che nessuno gliel'abbia ricordato, ieri sera. Bisognerebbe davvero studiare un poco di piu'. Questo indice Gini dice che il decile piu' ricco della popolazione e' diventato piu' ricco negli ultimi 30 anni, a discapito del resto della popolazione. O meglio, che si appropria di una parte maggiore del reddito nazionale. Il che vuol dire naturalmente che se il reddito nazionlE e' in calo, come in questi ultimi anni, e' certo possibile che tutti siano diventati piu' poveri, ma proporzionalmente i piu' poveri sono piu' poveri di prima prendendo una parte minore di un reddito nazionale in calo.
Dunque Porro ha sbagliato indice ma ha ragione nella sostanza? Non e' vero neanche questo! L'Italia e' stata in recessione per 2 anni circa, ma negli ultimi 30 anni e' cresciuta, seppur a ritmi letargici. In questi 30 anni, i ricchi sono diventati ancora piu' ricchi. Quindi concentrarsi solo su 2 anni e' una operazione mediatica di grande squallore intellettuale. La realta' e' che in una economia che in queste decadi e' cresciuta poco ma pur sempre cresciuta esiste una parte consistente della popolazione che e' piu' povera in termini assoluti di 30 anni fa, perche' i ricchi si sono presi tutto.
Il tutto alla faccia di quell'ignorante di Porro che da' la cifra della serieta' di analisi del Giornale...

Nicola