di Monica Bedana
Gli indignati, chi se ne ricorda più.
Su questo blog li abbiamo seguiti con costanza ed abbiamo assistito allo spettacolo di un
movimento ispirato e composto solo da cittadini -che dalla Spagna rimbalzò con forza nel
mondo intero- poi diluitosi nel nulla. A causa di quel desiderio di “purezza democratica” che
lo portava a non volersi infangare con la politica incapace, sorda e definitivamente “corrupta”
dei partiti. All’epoca del 15M Grillo teneva gli occhi puntati sulla Puerta del Sol e le altre piazze
spagnole.
La protesta e le proposte, un grande carico di energia rinnovatrice che avrebbe potuto, se
canalizzato in altro modo, cambiare il destino del Paese dopo Zapatero, si è evaporata senza
lasciare traccia attiva nella società che andasse oltre la vita di quartiere.
Ora il M5S, dopo la vittoria alle elezioni, ha nelle mani l’opportunità di incarnare di colpo tutto
lo spirito degli “indignados”, di catalizzarlo in quella serie di riforme urgentissime della politica
perfettamente condivisibili da tutta la sinistra di ogni dove. In nome del futuro dell’Italia, ma
anche della Spagna stessa, della Grecia derelitta e perfino degli States di “OccupyWallStreet”.
Non so se quella del rifiuto delle regole della democrazia da parte degli “indignados” fu
superbia o ingenuità; sicuramente il non “farsi partito” fu un tragico errore che consegnò il
Paese ad un PP che vinse le elezioni con uno scarto di 500mila voti sul PSOE che le aveva di
gran lunga perse. E nessuno dei due incarnava, incarna più le necessità impellenti della società
spagnola; esattamente come avviene in Italia.
Ingenuo, Grillo non è. Il Parlamento si può benissimo aprire come una scatoletta di tonno per
farcirlo poi di riforme che rilancino il Paese sulla strada dell’equità. Ma l’”iter” per farlo passa
inesorabilmente attraverso un atto di fiducia, quella che tutti i cittadini attendono, anche
quelli che non hanno votato per il M5S ma che godono degli stessi loro diritti democratici.
E il PD dell’ultima spiaggia tenga presente che minoranza di governo non deve essere sinonimo
di paralisi; il primo governo Zapatero, di minoranza, approvò una lunga serie di luminose
riforme sociali. Mentre SEL, con la sua forza dialogante, si rimetta in gioco facendo da “trait-
d’union” e moderatore di chi, al momento sa solo sbraitare. Probabilmente i n preda alla paura
di non essere all’altezza di assumere la responsabilità del cambiamento promesso.
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giovedì 28 febbraio 2013
lunedì 8 ottobre 2012
Alla ricerca di una guida politica
10 giorni fa mezza Europa è stata bloccata da manifestazioni di protesta contro la crisi e soprattutto contro i governi che la stanno gestendo. Grecia e Spagna, come sempre più spesso, sono state al centro dell'attenzione, ma lo scontento sta salendo anche in Portogallo e, addirittura, in Francia. In Italia son tornati a manifestare gli studenti, in Gran Bretagna i sindacati hanno indetto una manifestazione che si preannuncia molto animata per le prossime settimane.
I popoli d'Europa, molto semplicemente, non ne possono più. L'austerity li sta riportando velocemente ad una miseria sconosciuta ormai da diverse generazioni. Ed ancora non basta. A Londra come a Parigi, di fronte ad un rallentamento dell'economia, quando non proprio nuovi episodi recessivi, i governi hanno deciso di stringere ancor di più la cinghia ed effettuare nuovi tagli. Tra il conservatore Cameron e il socialista Hollande esistono naturalmente notevoli differenze, ma si stanno rivelando più simili di quanto si sarebbe potuto pensare: due alfieri dell'austerità.
Gli indignados crescono di giorno in giorno di numero, ma la loro capacità di influire sulle scelte politiche è praticamente nulla. Che vinca la destra o la sinistra ufficiale fa certo qualche differenza, ma non risolve i problemi di disoccupazione ed incapacità di generare ricchezza. La politica istituzionale non li rappresenta e li sta marginalizzando, escludendo dallo spazio politico per eccellenza, che rimane quello elettorale - una situazione simile a quella sviluppatasi in America negli ultimi decenni. Siamo davanti ad un tratto distintivo del liberismo del XXI secolo, quello della riduzione degli spazi della democrazia - l'economia è in mano ai mercati e non ai cittadini. Di fronte ad una situazione del genere, molti degli scontenti rifiutano un'etichetta - destra o sinistra - come se questo fosse veramente possibile.
La protesta diventa dunque generico malcontento senza una vera coscienza politica, senza una reale trasformazione in critica del capitalismo. La mancanza di una vera sinistra d'alternativa, che sappia porre degli obiettivi concreti, rischia di regalare questo popolo a movimenti populisti e di destra. Movimenti che invece di partire da una critica del sistema economico che ha portato alla crisi identificano capri espiatori ben individuabili. E' il caso della Grecia, dove la destra anti-immigrati veleggia ormai verso il 20%. O della Catalogna, dove la crisi ha preso la forma del nazionalismo indipendentista. In forme e modalità diverse rientra in quest'ottica anche il Movimento 5 stelle che ha al centro del mirino il sistema dei partiti italiano - vergognoso, non ci sono dubbi. Ma in nessuno di questi casi si porta al centro del dibattito politico la critica del capitalismo liberista.
Critica del capitalismo liberista che è, per sua natura, di sinistra, ma di una sinistra non supina al liberismo come sono stati e sono ancora i socialisti europei. Ed è dunque indispensabile che queste proteste assumano una connotazione più politica, un movimento per cambiare la società, a Barcellona e Madrid, a Parigi e Londra, ad Atene ed a Roma. Alcuni passi in avanti sono stati fatti, da Syriza al Front de Gauche ma non può essere ancora abbastanza. Al liberismo "buono" dei socialisti ed a quello dalla faccia più crudele dei conservatori, bisogna contrapporre una vera alternativa, a livello europeo, per unire i popoli del Vecchio Continente. Ma bisogna farlo in fretta, o presto sarà troppo tardi.
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I popoli d'Europa, molto semplicemente, non ne possono più. L'austerity li sta riportando velocemente ad una miseria sconosciuta ormai da diverse generazioni. Ed ancora non basta. A Londra come a Parigi, di fronte ad un rallentamento dell'economia, quando non proprio nuovi episodi recessivi, i governi hanno deciso di stringere ancor di più la cinghia ed effettuare nuovi tagli. Tra il conservatore Cameron e il socialista Hollande esistono naturalmente notevoli differenze, ma si stanno rivelando più simili di quanto si sarebbe potuto pensare: due alfieri dell'austerità.
Gli indignados crescono di giorno in giorno di numero, ma la loro capacità di influire sulle scelte politiche è praticamente nulla. Che vinca la destra o la sinistra ufficiale fa certo qualche differenza, ma non risolve i problemi di disoccupazione ed incapacità di generare ricchezza. La politica istituzionale non li rappresenta e li sta marginalizzando, escludendo dallo spazio politico per eccellenza, che rimane quello elettorale - una situazione simile a quella sviluppatasi in America negli ultimi decenni. Siamo davanti ad un tratto distintivo del liberismo del XXI secolo, quello della riduzione degli spazi della democrazia - l'economia è in mano ai mercati e non ai cittadini. Di fronte ad una situazione del genere, molti degli scontenti rifiutano un'etichetta - destra o sinistra - come se questo fosse veramente possibile.
La protesta diventa dunque generico malcontento senza una vera coscienza politica, senza una reale trasformazione in critica del capitalismo. La mancanza di una vera sinistra d'alternativa, che sappia porre degli obiettivi concreti, rischia di regalare questo popolo a movimenti populisti e di destra. Movimenti che invece di partire da una critica del sistema economico che ha portato alla crisi identificano capri espiatori ben individuabili. E' il caso della Grecia, dove la destra anti-immigrati veleggia ormai verso il 20%. O della Catalogna, dove la crisi ha preso la forma del nazionalismo indipendentista. In forme e modalità diverse rientra in quest'ottica anche il Movimento 5 stelle che ha al centro del mirino il sistema dei partiti italiano - vergognoso, non ci sono dubbi. Ma in nessuno di questi casi si porta al centro del dibattito politico la critica del capitalismo liberista.
Critica del capitalismo liberista che è, per sua natura, di sinistra, ma di una sinistra non supina al liberismo come sono stati e sono ancora i socialisti europei. Ed è dunque indispensabile che queste proteste assumano una connotazione più politica, un movimento per cambiare la società, a Barcellona e Madrid, a Parigi e Londra, ad Atene ed a Roma. Alcuni passi in avanti sono stati fatti, da Syriza al Front de Gauche ma non può essere ancora abbastanza. Al liberismo "buono" dei socialisti ed a quello dalla faccia più crudele dei conservatori, bisogna contrapporre una vera alternativa, a livello europeo, per unire i popoli del Vecchio Continente. Ma bisogna farlo in fretta, o presto sarà troppo tardi.
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Libellés :
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mercoledì 26 settembre 2012
Una volta eravamo tutti indignados
Di Monica Bedana
Ieri sera, mentre seguivo col fiato sospeso la diretta di Marco Nurra da Madrid per "Pubblico", c'è stato un momento in cui ho provato la solita vergogna italiana; solo che invece di provarla all'estero era una prima, inedita vergogna in patria.
Mi stavo rendendo conto che sui media italiani ci stavamo guardando l'ombelico fiorito da una settimana, indifferenti alle manganellate che piovevano sugli spagnoli "a casa loro". Casa loro intesa come Parlamento e come posto che sta al di là delle Alpi e non ci tange. "Tanto noi non siamo messi cosí male", "abbiamo Monti che va da Obama, ci dà credibilità". E sulla patina della credibilità, un concetto molto liquido, la realtà scivola e ci sentiamo al riparo dal sibilo delle palle di gomma sui precari e sui pensionati. Questi sconosciuti. E facinorosi.
Mentre in Spagna Il Governo nega l'evidenza dei brutali attacchi della polizia e le fa i complimenti per la performance, qui la (minima) differenza punti di spread genera indifferenza verso i punti di sutura degli altri. Secondo Rajoy la gentaccia che ieri ha cercato di accerchiare il Parlamento chiedendo le dimissioni in blocco di chi ci sta dentro e ci tiene in ostaggio la sovranità popolare, avrebbe approntato un manuale su "come provocare i poliziotti e sembrare vittime". Qui, al massimo, riusciremmo a scrivere una carta d'intenti sull'argomento. E visto che il sembrare ci piace sempre più dell'essere, forse ci siamo già appropriati del ruolo di "sembrare vittime": più comodo che esserlo davvero, perché ci esime da ogni sforzo per recuperare l'etica democratica che vada più in là dall'indignarsi davanti alla tivù per sperperi di ostriche. Ostici invece i diritti ingollati dalla protezione ad oltranza della finanza: il diritto al lavoro, all'educazione, alla sanità, alla dignità ed il diritto stesso a manifestare per reclamare i precedenti.
Alle 19.00 di stasera, a Madrid, un'altra concentrazione pacifica. E sabato un'altra ancora davanti al Parlamento. Gli organizzatori chiedono alla gente di andare a viso scoperto per arginare l'azione di gruppi violenti, mentre si parla di agenti di polizia infiltrati nella manifestazione di ieri. Questo, a noi, dovrebbe ricordare qualcosa per cui nemmeno allora ci indignammo abbastanza: Genova 2001, per esempio.
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Ieri sera, mentre seguivo col fiato sospeso la diretta di Marco Nurra da Madrid per "Pubblico", c'è stato un momento in cui ho provato la solita vergogna italiana; solo che invece di provarla all'estero era una prima, inedita vergogna in patria.
Mi stavo rendendo conto che sui media italiani ci stavamo guardando l'ombelico fiorito da una settimana, indifferenti alle manganellate che piovevano sugli spagnoli "a casa loro". Casa loro intesa come Parlamento e come posto che sta al di là delle Alpi e non ci tange. "Tanto noi non siamo messi cosí male", "abbiamo Monti che va da Obama, ci dà credibilità". E sulla patina della credibilità, un concetto molto liquido, la realtà scivola e ci sentiamo al riparo dal sibilo delle palle di gomma sui precari e sui pensionati. Questi sconosciuti. E facinorosi.
Mentre in Spagna Il Governo nega l'evidenza dei brutali attacchi della polizia e le fa i complimenti per la performance, qui la (minima) differenza punti di spread genera indifferenza verso i punti di sutura degli altri. Secondo Rajoy la gentaccia che ieri ha cercato di accerchiare il Parlamento chiedendo le dimissioni in blocco di chi ci sta dentro e ci tiene in ostaggio la sovranità popolare, avrebbe approntato un manuale su "come provocare i poliziotti e sembrare vittime". Qui, al massimo, riusciremmo a scrivere una carta d'intenti sull'argomento. E visto che il sembrare ci piace sempre più dell'essere, forse ci siamo già appropriati del ruolo di "sembrare vittime": più comodo che esserlo davvero, perché ci esime da ogni sforzo per recuperare l'etica democratica che vada più in là dall'indignarsi davanti alla tivù per sperperi di ostriche. Ostici invece i diritti ingollati dalla protezione ad oltranza della finanza: il diritto al lavoro, all'educazione, alla sanità, alla dignità ed il diritto stesso a manifestare per reclamare i precedenti.
Alle 19.00 di stasera, a Madrid, un'altra concentrazione pacifica. E sabato un'altra ancora davanti al Parlamento. Gli organizzatori chiedono alla gente di andare a viso scoperto per arginare l'azione di gruppi violenti, mentre si parla di agenti di polizia infiltrati nella manifestazione di ieri. Questo, a noi, dovrebbe ricordare qualcosa per cui nemmeno allora ci indignammo abbastanza: Genova 2001, per esempio.
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martedì 15 maggio 2012
Indignados un anno dopo.
Se questo ha un senso.
Di Monica Bedana
Nessuno sa veramente mai quel che succede in un qualsiasi punto dell'organizzazione.
Legge di Johnson
L'anniversario del 15M bisognava commemorarlo, probabilmente un po' per forza, per non perdere l'abitudine e senza troppa convinzione, perché in fondo non c'è niente di nuovo sul fronte occidentale della guerra europea al debito pubblico via austerità sulla pelle del lavoro dipendente.
L'anno scorso sí la protesta aveva avuto la forza di portare aria fresca nei palazzi del potere, come direbbe qualcuno; Zapatero allora disse che gli indignati andavano ascoltati e nel discorso annuale sullo stato della Nazione affermò che le loro rivendicazioni erano senza dubbio d'interesse. Dopo di ciò, una proposta del movimento finí nel programma elettorale di Rubalcaba ed il parlamento andaluso offrí alle loro rivendicazioni il simbolico seggio nº110, quello a disposizione dei cittadini. Gli indignati però si mantennero e si mantengono fermamente lontani dai partiti, finendo per affermare, come Grillo, che PSOE e PP sono la stessa cosa; e cadendo cosí, di sicuro in modo volontario e per scarsa conoscenza, in un noto discorso a cinque stelle che nulla ha di rivoluzionario e molto di destra estrema. Sbattendo, come i grillini, le porte in faccia anche ai mezzi di comunicazione, colpevoli di interpretare male e di diffondere messaggi sbagliati, senza rendersi conto che a questo porta, inevitabilmente, la mancanza di un portavoce. E se li si conosce poco e male si tende a diffidare. Cosí si sono persi una buona fetta di quell'empatia generale dei cittadini nata un anno fa .
Nonostante ciò, il 15M ribadisce che non ci sono leader di sorta, il movimento è totalmente orizzontale, nelle infinite assemblee si cerca un'unanimità che non può essere umana e che si traduce in rallentamento -altrettanto infinito- di ogni presa di posizione, decisione, proposta. E in questo modo si è approdati al primo anniversario dell'inizio della protesta: con un movimento indebolito, disperso, calderone gigante dove convive chi sta in piazza per difendere un ideale e chi invece protesta perché non ha più un lavoro né speranza di trovarlo e vorrebbe vedere materialmente risolta la propria situazione.
Indignati indefessamente apolitici, ma con desiderio di influire sulla politica di quei partiti che rinnegano; inspiegabilmente lontani dal sindacato, dalla cui unione nascerebbe sicuramente una forza sociale chiara, definita, d'impatto.
Insomma, un anno dopo il movimento che generò la prima ondata di protesta universale della Storia, sta scoprendo che il volere "tutto e subito" è sempre utopico. Cosí quest'anno ci accontentiamo di indignarci nei giorni, le ore ed i parametri stabiliti da Rajoy e dalla legge. Non serve a riattivare l'economia e diminuire la disoccupazione ma un po' di catarsi collettiva non fa mai male. Un po', appunto. Senza esagerare. E se volete vedere quanta gente c'è in questo momento del 15M 2012 ad indignarsi alla Puerta del Sol, cliccate qui.
Senza ombra di assemblea, il buon senso di Forges nel solito corso di spagnolo per immagini. Oggi, speciale indignados.
- La banca mi esige di pagare il mutuo...
- ...però siccome mi è finito il sussidio di disoccupazione non posso pagarlo...
- ...allora il Governo, siccome la banca ha bisogno dei soldi perché ha fatto una gestione pessima, fa credito alla banca di un mucchio di soldi...
- ...e ciò che si ottiene è che la banca si prenda sia la mia casa che il credito del governo...
- ...se il governo avesse fatto credito a me, fino a quando io fossi tornato a lavorare, potrei pagare il mutuo, la banca riscuoterebbe il mio debito ed io avrei la mia casa.
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lunedì 2 gennaio 2012
Un inizio di assideramento
Di Monica Bedana
Il Governo spagnolo sta congelando tutto: il salario minimo professionale, quello di funzionari publici. Ciò che non congela, lo taglia direttamente, come si fa in inverno con i rami secchi: educazione, sanità, ricerca, sovvenzioni ai sindacati ed alle organizzazioni impresariali, alla tivù pubblica (condannandola a morte certa). Ma non disperiamo, che ci sono anche cose che aumentano: le pensioni , rivalorizzate di un generoso 1% (poco più di 8 euro di media) che verrà automaticamente fagocitato dall'aumento dell'IRPF e dell'IBI, l'imposta sugli immobili. Assurda gabella anche sui redditi da risparmio, che oscilla tra il 2% per i risparmi fino a 6000 euro e del 6% per quelli superiori a 24.000.
Il tutto avviene in un gelido silenzio, senza clamore, senza scalpore ed in perfetta e dichiarata sintonia con Berlino. La giustificazione è che è meglio fare da soli ciò che prima o poi ci esigerà l'Europa. E per quanto qualcuno, a forza di dài, mi abbia convinta dell'irrazionalità dei mercati, personalmente individuo delle caratteristiche, nella discrezione quasi massonica dello stile spagnolo di Rajoy, che da settimane piacciono al differenziale e proteggono il Paese dai temporali finanziari all'italiana.
La prima è senz'altro che un governo uscito dalle urne gode, implicitamente, del beneplacito dei cittadini per applicare qualsiasi riforma. La transizione tra governo del Psoe e governo del PP, poi, è avvenuta senza smagliature, in assoluta (e vergognosa) connivenza. Inoltre, anche la Spagna ricevette in agosto una lettera dalla BCE e dal Governatore del Banco de España che conteneva le stesse, secche ed inequivocabili direttive di quella ricevuta e subito resa pubblica in Italia. Zapatero decise di tenerla nascosta, Rajoy ne reclamó la pubblicazione solo per un breve momento; poi, consapevole che dalla pubblicazione di un documento che assoggetta la sovranità nazionale all'imposizione europea non avrebbe tratto beneficio elettorale, tacque. Ora siamo rimasti in pochi ad esigere che i cittadini finalmente siano informati.
A questo si aggiunge che la Spagna inserí immediatamente in estate la "regola d'oro" sul debito pubblico nella Costituzione e quando fu il momento di andare a votare gli elettori se n'erano già dimenticati.
Le riforme di questi giorni sono state annunciate con scarna sobrietà, senza lacrime di ministre che fanno il giro del mondo, senza che il presidente del Governo vada in televisione a giustificarsi nella trasmissione sbagliata. E il ministro dell'economia, anche qui col suo bel carico di conflitti d'interesse, non ha per ambasciatore pubblico un sottosegretario come Polillo, totalmente superficiale nella sua insultante impreparazione di tecnico. O di politico.
Il freddo siderale in sintonia con la stagione, la misura nel comportamento e nell'applicazione delle "misure" tengono momentaneamente al riparo la Spagna da sussulti finanziari.
La notte del 31 dicembre la Puerta del Sol era come sempre gremita di gente che aspettava i rintocchi di mezzanotte sotto il celebre orologio. Di allegria ce n'era poca. Quel che si attende con impazienza è che gli indignados tornino con forza ad occupare il loro posto. E a rompere finalmente il ghiaccio.
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Non è più sufficiente indignarsi
Di Monica Bedana
Ci sarebbe senz'altro piaciuto poter guardare il mondo con occhi diversi, il 16 ottobre. Credere che la dimensione globale delle proteste del 15O avesse immediatamente cambiato qualcosa, anche solo una piccola cosa. Invece la straordinarietà di questo movimento rimarrà nella storia solo per il potere di convocazione, l'unico che gli indignados hanno dimostrato in questi mesi di saper esercitare in modo convincente.
In Spagna, dove l'indignazione è nata, il Movimento svolgerà senz'altro un'azione efficace nei quartieri delle grandi città, il luogo in cui prese forma e dove chi vi partecipa fa penetrare l'informazione tra chi normalmente non può accedervi, organizza cooperative in cui si riuniscono i disoccupati che si sono conosciuti nelle piazze o impedisce fisicamente l'esecuzione degli sfratti. Un'azione sociale eccellente, ma priva di quell'effettiva influenza globale a cui dovrebbe aspirare.
Il radunarsi non può essere in eterno fine a sé stesso, occorre plasmare l'idea intorno a cui il movimento è nato in una concreta azione politica; solo cosí si può aspirare a rinnovare la democrazia, a riempirla nuovamente di tutti quei contenuti di cui un potere senza volto l'ha depredata in questi anni. Un potere totalmente opaco, di cui non conosciamo che gli effetti collaterali, perché l'unico dato di fatto è che nessuno conosce lo stato reale della banca. Sappiamo solo che ci governa nell'invisibilità e che riduce la politica a farne da tramite, diventando cosí il sacrosanto bersaglio della nostra indignazione quotidiana.
L'idea che fu del 15M e che ora non dovrebbe diluirsi nel 15O è, in fondo, il cuore di ogni sentire di sinistra: l'uguaglianza. Uguaglianza tra i cittadini e libertà nell'esercizio di tale uguaglianza. Due parole che, per quanto consunte dagli abusi, non smettono mai di essere valori. E che torneranno ad essere segni d'identità di una sinistra forte solo quando diverranno nuovamente pratica; in quella sinistra, forse, il Movimento si potrà finalmente identificare. Se questa sinistra non c'è o non c'e`più, bisognerà cercarne caparbiamente l'alternativa o crearla ex novo. Perché non è più tollerabile che la sinistra europea di oggi non si senta nemmeno un po' scomoda al sentirsi reclamare dalla piazza democrazia reale in un momento in cui a tutta la classe politica basta solo che sia credibile.
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La piazza, la violenza e la politica
Di Nicola Melloni
Gli incidenti di Sabato sono stati stigmatizzati in tutte le salse e certamente rimangono un brutto contorno ad una giornata altrimenti di grande mobilitazione, anche al di sopra delle aspettative. Ma se da una parte è giusto e imprescindibile partire proprio dal successo del corteo e dal numero imponente di indignados che lo hanno composto, dall’altro bisogna anche domandarsi come mai, dieci anni dopo Genova, siamo ancora nelle stesse condizioni di ordine pubblico.
Ovviamente una parte della risposta và cercata nella gestione dilettantesca (o forse, pure troppo professionale...) della piazza da parte delle forze dell’ordine. Che polizia e carabinieri abbiano lasciato sfogare i black block ad uso telecamere, come nel 2001, o che si siano fatti semplicemente trovare impreparati (come a Dicembre dello scorso anno), in realtà, poco importa. Il problema da mettere a fuoco, come tentava di fare Calabresi sulla Stampa di ieri, è la relazione tra politica e violenza. Politica vera, quella con la P maiuscola, non quella rinchiusa nei palazzi, quella fatta da centinaia di migliaia di persone in piazza sabato, quella che parla dei problemi del reale, che non sono le alleanze o le leggi elettorali, e nemmeno le intercettazioni e le escort. Ecco, quella politica, bella, nasconde anche un volto oscuro, fatto di violenza? Inutile negarlo, a mio parere, una vicinanza, pure nella distinzione, esiste.
Questo non ci deve soprendere nè scandalizzare. La violenza è grandissima parte della società in cui viviamo oggi. Sbaglia infatti Calabresi quando parla di anomalia italiana. La violenza, proprio in stile black block, esiste in tutto il mondo occidentale. E’ iniziata a Los Angeles dopo Rodney King, è passata per le banlieues di Parigi e quest’estate ha sconvolto Londra. Possiamo forse pensare che sia violenza diversa perchè non avviene nel contesto di manifestazioni organizzate? A mio parere assolutamente no. Si tratta, in tutti questi casi, di violenza “politica” perchè esprime un forte disagio politico. E qui la seconda parte della risposta data da Calabresi è più pregnante.
Parliamo di generazioni “perse”, senza speranza nel futuro e, soprattutto, senza rappresentanza politica. L’impossibilità di dare voce a questo disagio, porta inevitabilmente all’uscita dal sistema –basterebbe ricordare e riadattare Hirschman, se qualcuno da noi lo avesse letto. L’uscita dal sistema vuol dire la rottura delle regole di questo mondo, innanzittutto quindi, la violenza, l’atto con più evidenza appariscente di rottura.
Ma la politica, in Italia come in Inghilterra o in Francia, non si pone nessuna domanda riguardo a questo fenomeno, pensa solo a condannare. Soprattutto la sinistra, o meglio, quella che una volta era tale, non ha la capacità di capire e la volontà di rappresentare i movimenti della società. E’ una sinistra, ovunque, interessata alle poltrone, composta da uomini modesti e mediocri, che non hanno capito quello che invece i manifestanti di sabato, tutti, violenti e non, hanno invece compreso: il capitalismo occidentale è in crisi, la crisi, se non risolta, porta al conflitto.
L’incapacità di dare voce ed organizzazione a questo disagio porta diritti ad una piazza incontrollabile. Incontrollabile perchè frustrata, incontrollabile perchè disorganizzata. Non è una giustificazione, piuttosto un atto di accusa. Come d’altronde si può definire di sinistra dei partiti che non stanno in piazza con gli oppressi e gli sconfitti della società? E che magari sta a giocare a scopone con i grandi capitalisti (vedi Chiamaparino), che si interessa di scalate bancarie e di privatizzazioni, ma non si cura della ragione sociale della sinistra – eguaglianza vuol dire star dalla parte dei meno uguali, non dei più forti. Questo, per quanto riguarda i vari PD, Labour, etc..mentre
Il resto della sinistra, non solo in Italia,è diviso in dispute personalistiche e di lana caprina. La piazzaè lasciata a sè stessa. E poi ci soprendiamo della violenza. Forse ha ragione Calabresi, una anomalia italiana c’è. Ed è nella maturità politica di un movimento che sceglie, in stragrande maggioranza, la non-violenza.
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lunedì 19 settembre 2011
Gli indignados occupano la Borsa di Madrid
(ma non troppo)
Di Monica Bedana
Il 15-M si è simbolicamente unito a Occupy Wall Street con un metaforico abbraccio stritolante alla Borsa di Madrid. Ci ha pensato il solito, esagerato spiegamento di forze di polizia ad avvertire che era il caso di contenere l'affetto e di non avvicinarsi troppo alla casa dell'Ibex35, ragion per cui i circa 200 indignados hanno organizzato il loro meeting in un parco lí vicino.
Un programma intenso per un caldo sabato di settembre, sabato 17, in cui cattedratici, professori ed esperti di economia hanno spiegato alla gente, a piedi nudi nel parco, la differenza tra economia reale ed economia speculativa, il ruolo degli oligopoli nella crisi, la mancanza di crescita dell'economia ed i problemi derivanti dalla crisi energetica. E chi non c'era, ha potuto seguire il dibattito in diretta su internet .
Le posizioni degli indignados sulla crisi globale, semplici ed espresse in modo efficace fin dalle prime proteste di primavera alla Puerta del Sol, in questa occasione sono state fermamente ribadite: che c'è necessità impellente di una banca etica, che si muova non in base al rendimento immediato del denaro, bensí per il suo rendimento sociale. E che la banca di cui stiamo tutti pagando il debito dovrebbe sedersi sul banco degli imputati; e che nessuno ricorda di aver votato, alle ultime elezioni, quei banchieri che ora decidono per i cittadini al posto della democrazia.
Il 15-M non ha intenzione di accamparsi presso la Borsa di Madrid, come ha annunciato di voler fare Occupy Wall Street per i prossimi due mesi. Dal cartello degli indignati americani spuntano orecchie da somaro, segno evidente che l'oligopolio economico mondiale è stato catalogato a priori come impreparato. Gli spagnoli invece hanno già proclamato da tempo che el FMI nos jode a tod@s, no solo a las camareras*.
(*uno dei motti più geniali dei cartelli della Puerta del Sol di maggio, il FMI ci fotte tutti, non solo le cameriere ).
Le posizioni degli indignados sulla crisi globale, semplici ed espresse in modo efficace fin dalle prime proteste di primavera alla Puerta del Sol, in questa occasione sono state fermamente ribadite: che c'è necessità impellente di una banca etica, che si muova non in base al rendimento immediato del denaro, bensí per il suo rendimento sociale. E che la banca di cui stiamo tutti pagando il debito dovrebbe sedersi sul banco degli imputati; e che nessuno ricorda di aver votato, alle ultime elezioni, quei banchieri che ora decidono per i cittadini al posto della democrazia.
Il 15-M non ha intenzione di accamparsi presso la Borsa di Madrid, come ha annunciato di voler fare Occupy Wall Street per i prossimi due mesi. Dal cartello degli indignati americani spuntano orecchie da somaro, segno evidente che l'oligopolio economico mondiale è stato catalogato a priori come impreparato. Gli spagnoli invece hanno già proclamato da tempo che el FMI nos jode a tod@s, no solo a las camareras*.
(*uno dei motti più geniali dei cartelli della Puerta del Sol di maggio, il FMI ci fotte tutti, non solo le cameriere ).
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giovedì 15 settembre 2011
Rassegna stampa:
Napoleoni: "Dal crollo dell'economia nasce una rivolta che cambierà il mondo
Da "Il fatto quotidiano" del 14/09/2011
L'economista torna in libreria con "Il Contagio", un saggio che prende le mosse dagli effetti della crisi mondiale per spiegare la rivolta sociale che ha acceso le piazze arabe ed europee. Un movimento che vola grazie alla forza di Internet e dei social network Dagli indignados di Madrid e Barcellona alle “primavere” di piazza Tahrir al Cairo e della kasbah di Tunisi fino al movimento che in Italia ha portato alla vittoria dei Sì ai referendum di giugno. C’è un filo rosso che collega l’ondata di proteste che ha coinvolto le giovani generazioni delle due sponde del Mediterraneo: un rinnovato impegno civile e la critica radicale alle leadership, democratiche e non, al potere in quei paesi. Ne è convinta Loretta Napoleoni, saggista, docente ed esperta di economia, che in questi giorni torna in libreria con “Il Contagio. Perché la crisi economica rivoluzionerà le nostre economie”.
Secondo la scrittrice, la miccia che ha acceso le recenti sollevazioni popolari è proprio la crisi. “Le rivolte che hanno interessato i paesi nordafricani sono prima di tutto economiche – sostiene Napoleoni – I cittadini hanno rovesciato quei regimi che da una parte vivevano solo di repressione e dall’altra erano incapaci di dare le risposte adeguate all’impoverimento della popolazione”. Casa, lavoro e libertà al posto di disoccupazione, precariato e corruzione: secondo la saggista, i giovani dei paesi che si affacciano sul mare nostrum non sono più disposti a essere le vittime delle misure di austerità messe in campo per fronteggiare la situazione economica. E le violente proteste che hanno accompagnato i piani di risanamento della Grecia imposti dalle istituzioni internazionali sono la dimostrazione più lampante.
Da nord a sud la parola d’ordine è “riprendiamoci la democrazia”. Che nei paesi come Egitto e Tunisia significa in primo luogo rovesciare governi non democratici, mentre in Europa vuole dire farla finita con una classe politica giudicata corrotta e inadeguata di fronte alla crisi dell’euro. Una presa di coscienza globale come il crollo dell’economia, trainata soprattutto dalla diffusione massiccia di Internet e del web 2.0. Sì perché è grazie a Facebook, Youtube e soprattutto Twitter che i giovani in lotta contro le oligarchie al potere sono riusciti a comunicare fra loro e verso l’esterno le loro rivendicazioni. “Ecco il senso del ‘contagio’ – spiega l’economista – La Rete ha avviato ed è stata catalizzatrice di una rivoluzione culturale senza precedenti che ben presto è diventata rivolta sociale”. E’ stata la diffusione capillare di Internet il principale strumento di “empowerment” della società civile mondiale. “Ciò che ha sconvolto il mondo nell’ultima decade non è il terrorismo né lo scontro fra civiltà. E’ la Rete”, spiega la docente che aggiunge come il processo in corso sia destinato a crescere: “Se oggi il caso della caduta del tycoon Murdoch è emblematico, fra 10 anni un personaggio come Berlusconi non potrà mai prendere piede”.
Il punto però è quale sarà la situazione fra 10 anni. Un problema che riguarda più che altro la sponda nord del Mediterraneo e in particolare l’Italia. “Il pericolo è che quello che è accaduto nei paesi arabi si verifichi anche da noi”, avverte Napoleoni che fa notare come il welfare di cui godono le giovani generazioni sia in gran parte rappresentato dalla famiglia e non dallo Stato. “Ma cosa succederà quando gli stipendi e le pensioni di noi genitori non saranno più in grado di sostenere i nostri figli?”, si chiede la scrittrice. La risposta è che allora non ci sarà più molta differenza fra gli italiani e le popolazioni del sud del Mondo.
Ma se sullo sfondo del crack dell’economia si è innestata una rivolta “contagiosa”, la stessa forza dirompente può arrivare anche a produrre nuovi modelli economici e innovativi stili di vita. Un fenomeno che in parte è già realtà. E’ quella che Napoleoni chiama Pop economy, uno choc destinato a ridisegnare i comportamenti dei cittadini del nord del mondo. Le parole che descrivono questo nuovo approccio sono spesso mutuate dal linguaggio di Internet: co-housing (condivisione con altri condomini di alcuni elementi della vita familiare: dalla lavanderia alla cura dei bambini), bike e car sharing, i Gas, gruppi di acquisto collettivo direttamente dagli allevatori e coltivatori della zona in cui si vive. Un’economia partecipata e a basso impatto che potrebbe diventare lo stile di vita di una generazione che è stata relegata al di fuori dei modelli economici classici. Al posto del mantra della crescita a tutti i costi, del consumo sfrenato e dell’incubo del default, secondo Napoleoni, si sta facendo largo un approccio diverso che trova nei concetti di libertà, partecipazione e condivisione le proprie parole d’ordine. Tutti principi che prendono forma, ancora una volta, grazie a Internet e in particolare al web 2.0.
Il link all'articolo originale è disponibile cliccando QUI
Secondo la scrittrice, la miccia che ha acceso le recenti sollevazioni popolari è proprio la crisi. “Le rivolte che hanno interessato i paesi nordafricani sono prima di tutto economiche – sostiene Napoleoni – I cittadini hanno rovesciato quei regimi che da una parte vivevano solo di repressione e dall’altra erano incapaci di dare le risposte adeguate all’impoverimento della popolazione”. Casa, lavoro e libertà al posto di disoccupazione, precariato e corruzione: secondo la saggista, i giovani dei paesi che si affacciano sul mare nostrum non sono più disposti a essere le vittime delle misure di austerità messe in campo per fronteggiare la situazione economica. E le violente proteste che hanno accompagnato i piani di risanamento della Grecia imposti dalle istituzioni internazionali sono la dimostrazione più lampante.
Da nord a sud la parola d’ordine è “riprendiamoci la democrazia”. Che nei paesi come Egitto e Tunisia significa in primo luogo rovesciare governi non democratici, mentre in Europa vuole dire farla finita con una classe politica giudicata corrotta e inadeguata di fronte alla crisi dell’euro. Una presa di coscienza globale come il crollo dell’economia, trainata soprattutto dalla diffusione massiccia di Internet e del web 2.0. Sì perché è grazie a Facebook, Youtube e soprattutto Twitter che i giovani in lotta contro le oligarchie al potere sono riusciti a comunicare fra loro e verso l’esterno le loro rivendicazioni. “Ecco il senso del ‘contagio’ – spiega l’economista – La Rete ha avviato ed è stata catalizzatrice di una rivoluzione culturale senza precedenti che ben presto è diventata rivolta sociale”. E’ stata la diffusione capillare di Internet il principale strumento di “empowerment” della società civile mondiale. “Ciò che ha sconvolto il mondo nell’ultima decade non è il terrorismo né lo scontro fra civiltà. E’ la Rete”, spiega la docente che aggiunge come il processo in corso sia destinato a crescere: “Se oggi il caso della caduta del tycoon Murdoch è emblematico, fra 10 anni un personaggio come Berlusconi non potrà mai prendere piede”.
Il punto però è quale sarà la situazione fra 10 anni. Un problema che riguarda più che altro la sponda nord del Mediterraneo e in particolare l’Italia. “Il pericolo è che quello che è accaduto nei paesi arabi si verifichi anche da noi”, avverte Napoleoni che fa notare come il welfare di cui godono le giovani generazioni sia in gran parte rappresentato dalla famiglia e non dallo Stato. “Ma cosa succederà quando gli stipendi e le pensioni di noi genitori non saranno più in grado di sostenere i nostri figli?”, si chiede la scrittrice. La risposta è che allora non ci sarà più molta differenza fra gli italiani e le popolazioni del sud del Mondo.
Ma se sullo sfondo del crack dell’economia si è innestata una rivolta “contagiosa”, la stessa forza dirompente può arrivare anche a produrre nuovi modelli economici e innovativi stili di vita. Un fenomeno che in parte è già realtà. E’ quella che Napoleoni chiama Pop economy, uno choc destinato a ridisegnare i comportamenti dei cittadini del nord del mondo. Le parole che descrivono questo nuovo approccio sono spesso mutuate dal linguaggio di Internet: co-housing (condivisione con altri condomini di alcuni elementi della vita familiare: dalla lavanderia alla cura dei bambini), bike e car sharing, i Gas, gruppi di acquisto collettivo direttamente dagli allevatori e coltivatori della zona in cui si vive. Un’economia partecipata e a basso impatto che potrebbe diventare lo stile di vita di una generazione che è stata relegata al di fuori dei modelli economici classici. Al posto del mantra della crescita a tutti i costi, del consumo sfrenato e dell’incubo del default, secondo Napoleoni, si sta facendo largo un approccio diverso che trova nei concetti di libertà, partecipazione e condivisione le proprie parole d’ordine. Tutti principi che prendono forma, ancora una volta, grazie a Internet e in particolare al web 2.0.
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mercoledì 3 agosto 2011
Benedetto 1- Indignados 0
Di Monica Bedana
Madrid aspetta il Papa a giorni e bisogna sgomberare la città per far posto al milione e mezzo di fedeli che arriveranno da ogni dove per la "Giornata Mondiale della Gioventù 2011". A sopresa, ieri, i primi costretti a far fagotto dal chilometro zero della Spagna, la Puerta del Sol, sono stati gli indignados che erano lí accampati da maggio. Nessun incidente, uno spiegamento di forze di polizia fuori dal comune, parte del cuore di Madrid che sembra tutt'oggi sotto assedio, disagi per i cittadini a causa della chiusura di una delle fermate nevralgiche della metropolitana. Ed è iniziata una specie di caccia al topo per le vie della vecchia Madrid; gli indignados che si spostano senza sosta da un luogo all'altro, la polizia che li segue diligentemente ed impedisce loro di accamparsi di nuovo. Una specie di balletto scomposto che non sappiamo come finirà.
La forza del movimento degli indignados sta venendo meno, l'enorme carica di energia liberata all'inizio dell'avventura e che ha scosso di fremiti buona parte del tessuto sociale, si è sgonfiata e pare rimanere in vita solo grazie al riproporsi continuo di iniziative. L'idea centrale si è affievolita e la critica alla politica, che speravo fosse volta a rigenerarla, si è tradotta invece in volontà di smantellamento fine a sé stesso, senz'ansia di ricostruzione. Dagli accampamenti, dalle marce, dall'assedio pacifico al Parlamento non è scaturito un movimento a cinque stelle spagnolo; sarebbe stato il momento opportuno per crearlo, visto che nell'aria c'era da tempo la netta sensazione che le elezioni sarebbero state dietro l'angolo. Peccato.
Adesso l'arrivo di Benedetto XVI punta nuovamente i riflettori sugli indignados, che come buona parte della società laica spagnola ma anche del clero di base, si son dichiarati contrari a questa visita di carattere privato, non istituzionale, che però impegna funzionari, installazioni e conti pubblici per circa un centinaio di milioni di euro. Con la spada di damocle del default sul capo, la spesa sembra quanto meno inopportuna ed è partita a gonfie vele la campagna “Delle mie tasse, al papa, zero”. La polemica infuria e il Governo di Zapatero, pur avendo approvato l'ordine di sgomberare la Puerta del Sol dagli indignados, adotta in generale il consueto profilo basso di fronte all'autorità vaticana, autorizzando cosí lo svolgimento della manifestazione di protesta contro il dispendio causato dalla visita papale proprio un giorno prima dell'arrivo del pontefice.
In periodo elettorale, d'altra parte, il voto cattolico va cullato anche in un Paese che in otto anni di profonde riforme sociali si è costruito una forte identità laica, vigorosamente slegata dalla sua stessa Storia. Il PP esulta; appoggiando in pieno quest'ondata cattolica estiva, stende un pietoso velo sull'assoluta mancanza di proposte concrete contro la crisi nel suo prossimo programma elettorale e porta a casa i voti di chi lo riconosce come paladino instancabile dei valori della Spagna della tradizione, quella dell'impero su cui non tramonta mai il sole.
In tutta questa bagarre, non diversa da quella che avvolgeva la Roma medievale durante l'apertura dell' anno santo, quando si ripulivano le strade dai mendicanti e si chiedevano ai banchieri prestiti ingenti per addobbare le chiese, ciottolare le strade e bonificare gli acquitrini, rabbrividisco al pensiero che nel polmone verde di Madrid, il parco del Retiro, saranno installati 200 confessionali. Il luogo simbolo dell'ozio di corte di Filippo IV, il sovrano che voleva vedere nuda la sua regina, trasformato sotto il sole di agosto in spazio di penitenza collettiva. Da film di Almodóvar.
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