A leggere certi giornali e a sentire i discorsi dei dirigenti del PD e pure di SEL, sembra che Ingroia, Di Pietro e quelli di Rivoluzione Civile siano degli estremisti senza rispetto delle istituzioni ed è per questo che è stata chiusa loro la porta in faccia. Il nodo del problema, naturalmente, è stato il rapporto con Napolitano - intercettato dall'Ingroia magistrato e contestato da Di Pietro sia per il suo ruolo nella nascita del governo Monti, sia proprio per l'affaire intercettazioni.
In breve. Sul caso politico Di Pietro- Napolitano c'è poco da dire. A detta di tutti i commentatori Napolitano ebbe un ruolo attivissimo nella creazione del governo Monti, non a caso definito governo del Presidente anche sul Corriere della Sera, suo grande sponsor. Ruolo non anti-costituzionale ma che forza moltissimo le competenze del Presidente. E che lo mette, di fatto, al centro dell'agone politico, abbandonando il suo ruolo di super partes. Inevitabile dunque che, allo stesso tempo, la Presidenza finisca nella polemica. Ci mancherebbe pure altro!
Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria, la cosa è più complessa. Napolitano finì casualmente e non premeditatamente nelle intercettazioni del pool anitmafia di Palermo perchè si intratteneva allegramente in conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, già ministro dell'Interno e Presidente del Senato, indagato per la trattativa Stato-Mafia in concomitanza con le stragi di Capaci e via D'Amelio. Venuto a conoscenza del fatto Napolitano si rivolse immediatamente alla Corte Costituzionale perché le intercettazioni che lo riguardavano venissero immediatamente distrutte, altrimenti le sue prerogative sarebbero state lese. Quali prerogative non si sa, nè lo ha spiegato la Corte Costituzionale nella sua confusa e contestata sentenza con cui dava ragione al Quirinale.
Il punto però, ahimè, è un altro. E' lesa maestà contestare l'operato del Colle? E' un attacco alle istituzioni pretendere di sentire intercettazioni che possono essere importanti non per un presunto reato di Napolitano - per quello c'è ovviamente una procedura a parte - ma per il risultato del processo? A me pare una tesi davvero insostenibile. Non da giurista, da cittadino che pretende una politica trasparente ed onesta - se no diventa poi difficile contrastare chi vuole mandare tutti a casa. Il problema non può mai essere chi intercetta un politico indagato, il problema semmai è chi ci parla e perché ci parla con un politico indagato! Perchè Napolitano parlava del processo - e non di come si coltivano le mammole - con Mancino? Un Mancino accusato anche da diversi boss mafiosi ma comunque innocente fino a prova contraria, sia chiaro. Che però ha un ruolo ambiguo, che si trincera, con gli inquirenti, dietro degli assurdi non ricordo - lui Ministro dell'Interno durante le stragi.
Insomma, il comportamento di Napolitano è stato poco conveniente. Ma ancora meno conveniente è stato aprire il conflitto con la magistratura palermitana che, fino a prova contraria, è una istituzione pure essa. Un conflitto che si basa sui privilegi del Colle mentre l'interesse dell'Italia, che dovrebbe essere il solo a cuore del Presidente, è che si faccia luce completa sui rapporti Stato-Mafia. Rapporti che ci sono stati, che molti politici ormai neanche più negano, ma di cui ancora non sappiamo nulla - un segreto di Stato, un affare per pochi eletti che hanno una idea della democrazia alquanto privata.
Ed allora ben venga una rivoluzione civile non per far saltare in aria le istituzioni della Repubblica, ma anzi per ridare loro dignità, per metterle al servizio dei cittadini, per ripulire lo Stato. Ricordandosi sempre che il rispetto e la fedeltà la si deve alle istituzioni e non a chi le ricopre.
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sabato 23 febbraio 2013
lunedì 18 febbraio 2013
Rai di regime, voto utile e la democrazia che (non) verra'
Colpo grosso alla Rai. Ballarò concede l'appello al voto ai leader dei partiti ma si dimentica di Rivoluzione Civile e FARE (la lista di Giannino). Una cosa vergognosa, da paese del terzo mondo. I due partiti che possono alterare il voto (Giannino togliendo voti fondamentali in Lombardia, RC in Campania ma più in generale a livello nazionale) sono stati cancellati per fare una marchetta in favore di Berlusconi e Bersani.
Sulla rete più anti-berlusconiana, sul programma più vicino al PD si è deciso di mettere in scena un numero da Tv di regime, il regime che già c'è e che rischia di rimanere. Dopo averci riconglionito per un anno con le bella di Monti che sconfiggeva lo spread (senza mai dare spazio non tanto alle opinioni diverse, quanto piuttosto alla cronaca e non al falso ideologico), ora, nel momento decisivo della campagna elettorale, si decidono di cancellare due voci che potranno anche non piacere ma che portano una critica forte - e, date le circostanze, coraggiosa - alla sinistra e alla destra istituzionale, complici del disastro italiano degli ultimi 20 anni.
Berlusconismo con e senza Berlusconi. Questa è la democrazia italiana. Speriamo in tanti voti utili, a destra e sinistra, per cambiare questo paese che marcisce.
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Sulla rete più anti-berlusconiana, sul programma più vicino al PD si è deciso di mettere in scena un numero da Tv di regime, il regime che già c'è e che rischia di rimanere. Dopo averci riconglionito per un anno con le bella di Monti che sconfiggeva lo spread (senza mai dare spazio non tanto alle opinioni diverse, quanto piuttosto alla cronaca e non al falso ideologico), ora, nel momento decisivo della campagna elettorale, si decidono di cancellare due voci che potranno anche non piacere ma che portano una critica forte - e, date le circostanze, coraggiosa - alla sinistra e alla destra istituzionale, complici del disastro italiano degli ultimi 20 anni.
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martedì 12 febbraio 2013
La vecchia politica di Bersani
Vecchia politica quella del PD. Si, proprio del PD parlo, quello delle primarie che hanno innovato la politica italiana. Ma dato come vanno le cose, queste primarie sembrano sempre più una foglia di fico. Certo, bel dibattito, una campagna per una volta vera, con un vero sfidante (ed uno falso, Vendola, già rassegnato prima e che chiedeva già prima del primo turno di votare poi Bersani al secondo giro, va beh...). Ma poi? Primarie per scegliere i candidati, bene, anche se poi sono arrivati i barbari calati da - e non su - Roma, nelle vesti del listino di Bersani. Legittimo, ma copre un po' il valore della parlamentarie. Tutto nella norma, comunque. Il peggio è decisamente arrivato dopo. Prima si forma Rivoluzione Civile, e cosa succede? Partono emissari (Franceschini) sotto banco che vanno da Ingroia a proporre la desistenza camuffata al Senato: RC non si schiera, e il PD ospiterà due di RC nella sue liste, ma sotto mentite spoglie. Oh! Proprio un bell'esempio di politica trasparente, nuova, pulita. Giochetti di palazzo, come prima più di prima. Fantapolitica? Non direi. La cosa è stata denunciata da Ingroia e nessuno nel PD ha avuto il coraggio di smentire, un motivo ci sarà.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Prima a parlare di alleanza col centro, mentre SEL, alleata di ferro del PD, nega. Poi Monti comincia a dar fastidio, ed allora il clima si surriscalda, attacchi anche abbastanza duri al Professore. E poi, dopo un giro a Berlino a farsi benedire da Merkel e Schauble, ecco tornare di moda lo stesso Monti. Si va alle elezioni da avversario, con programmi diversi, ma poi ci si vuole alleare, a prescindere. Qualcuno lo dica a Vendola che sembra l'unico a non essersene accorto. Ed è questa la politica nuova? Chiedere il voto per un programma sapendo di andare comunque a governare con altri?
Che il PD possa cercare alleati nel caso non abbia la maggioranza in Senato è giusto e legittimo, nelle democrazie parlamentari si fa così. Ma che gli accordi ci siano da prima - come ha ribadito in una intervista al Foglio recentemente il segretario dei socialisti Nencini - beh è un discorso diverso. Allora si va alle elezioni alleati, con programmi chiari. Il PD non può farlo, anche i suoi elettori più fedeli avrebbero qualche problema a votare Monti, Fini e Casini. Ma se li ritroveranno dopo.
Altro che primarie! Ancora una volta domina la politica di Palazzo, quella tanto amata da D'Alema&C. Una politica vecchia. E perdente.
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Ma il peggio deve ancora arrivare. Prima a parlare di alleanza col centro, mentre SEL, alleata di ferro del PD, nega. Poi Monti comincia a dar fastidio, ed allora il clima si surriscalda, attacchi anche abbastanza duri al Professore. E poi, dopo un giro a Berlino a farsi benedire da Merkel e Schauble, ecco tornare di moda lo stesso Monti. Si va alle elezioni da avversario, con programmi diversi, ma poi ci si vuole alleare, a prescindere. Qualcuno lo dica a Vendola che sembra l'unico a non essersene accorto. Ed è questa la politica nuova? Chiedere il voto per un programma sapendo di andare comunque a governare con altri?
Che il PD possa cercare alleati nel caso non abbia la maggioranza in Senato è giusto e legittimo, nelle democrazie parlamentari si fa così. Ma che gli accordi ci siano da prima - come ha ribadito in una intervista al Foglio recentemente il segretario dei socialisti Nencini - beh è un discorso diverso. Allora si va alle elezioni alleati, con programmi chiari. Il PD non può farlo, anche i suoi elettori più fedeli avrebbero qualche problema a votare Monti, Fini e Casini. Ma se li ritroveranno dopo.
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giovedì 7 febbraio 2013
Pierluigi, perche'?
di Monica Bedana
Perché strattoni , rovesci, giri e rigiri come un calzino la mia già bistrattata coscienza di sinistra ogni sei ore, con quelle dichiarazioni allo sbando, ora da ovi, ora da latte.
Io che tra mille tormenti ho accantonato il magistrato ed ho gioito per quelle primarie a nastro, contenta anche solo dell’illusione ottica di aver scelto dei candidati. Perché ormai mi aggrappo a qualsiasi barlume di partecipazione democratica in questo Paese in cui è assodato che le pernici sono un miraggio e quindi ci accontentiamo sempre e solo delle pernacchie.
Sto ancora aspettando il tuo scatto d’orgoglio rosso stinto dalla scorsa primavera.
Aspetto e sclero (e spero sempre meno). Nel frattempo, tu mi fiacchi e mi confondi. Eppure è chiaro che l’unico patto di stabilità che dovresti sottoscrivere per ben più di mezza giornata è quello con SEL sulle grandi questioni sociali, dal lavoro, ai diritti, all’ambiente e compagnia bella. Poi magari sulle riforme istituzionali, quelle che coinvolgono l’essenza dello Stato, sentiamo anche Monti, ci mancherebbe. Ma un segnale chiaro e definitivo sull’unità di fondo e di forma di questa coalizione di centrosinistra sarebbe ora di darlo, sarebbe un indice di raggiunta maturità politica, di sicurezza programmatica, di affidabilità per noi elettori. E un gesto rilevante anche in Europa, se davvero vogliamo che inizi a remare in un’altra direzione.
Perché il magistrato tallona con forza e la partita della mia coscienza di sinistra sarà chiusa solo davanti alle urne.
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venerdì 1 febbraio 2013
I carri armati contro la rivoluzione (civile)
Ormai abbiamo capito con chiarezza chi e' il nemico da abbattere in questa campagna elettorale, Ingroia e la sua coalizione di partiti di sinistra. Il perche' e' molto chiaro, sono compagni che sbagliano, anzi, fanno "oggettivamente", come si diceva una volta, il gioco del nemico.
E allora spariamogli addosso, manco fosse la primavera di Praga. Repubblica dedica un articolo un giorno si e l'altro pure ad attaccare i vari candidati. Prima un medico comunista indagato non certo per malaffare (semplicemente una vicenda che vede coinvolti 14 malati e gli effetti delle staminali), poi un sindaco del napoletano messo insieme, nello stesso articolo, all'imputato per camorra Cosentino. Quello che insieme al PD sosteneva il governo Monti, si vede che allora la camorra faceva meno schifo. Soprattutto quando non c'entra nulla con il personaggio in questione che ha idee sul condono edilizio non comunque rispecchiate dalla posizione ufficiale ne' del suo partito (IdV) ne' della coalizione. Bel giornalismo.
Migliorato solo dal titolo su Ingroia che attacca la Boccassini quando e' avvenuto l'esatto contrario, con la magistrata milanese entrata in tackle sciovolato da esplusione contro il leader di RC. Parole piu' che sgradevoli le sue, ma che diventi lei quella attaccata rasenta davvero il ridicolo. E i cannoni li punta anche l'ex eletta PD Lilly Gruber che intitola una puntata del suo improbabile talk-show "la sinistra che fa vincere la destra".
E non basta: la settimana scorsa la CGIL alla sua conferenza programmatica ha invitato solo Vendola e Bersani, escludendo il resto della sinistra. Nonostante quella sinistra fosse al suo fianco quando Camusso&C scioperavano contro la riforma Fornero votata dal PD.
Sarebbe bello se Repubblica facesse le stesse pulci al PD, cosa che invece non avviene. O se i magistrati di area PD avessero lo stesso ribrezzo che nutrono per i magistrati entrati in politica anche per il procuratore Grasso. O se i sindacati invece di fare collateralismo dessero massima voce ai bisogni dei lavoratori, e non dei loro leader. Non sia mai.
In fondo siamo nell'Italia del voto utile, anche se utile non si sa a chi. Voti Vendola e ti ritrovi Monti. Senti la CGIL parlare di lavoro e poi hai il PD contro il referendum sull'articolo 18. Mentre in RC c'e' chi e' a favore del condono, nel PD il segretario e' contro la patrimoniale e a favore del fiscal compact. La trave che hanno negli occhi deve averli davvero acciecati.....
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E allora spariamogli addosso, manco fosse la primavera di Praga. Repubblica dedica un articolo un giorno si e l'altro pure ad attaccare i vari candidati. Prima un medico comunista indagato non certo per malaffare (semplicemente una vicenda che vede coinvolti 14 malati e gli effetti delle staminali), poi un sindaco del napoletano messo insieme, nello stesso articolo, all'imputato per camorra Cosentino. Quello che insieme al PD sosteneva il governo Monti, si vede che allora la camorra faceva meno schifo. Soprattutto quando non c'entra nulla con il personaggio in questione che ha idee sul condono edilizio non comunque rispecchiate dalla posizione ufficiale ne' del suo partito (IdV) ne' della coalizione. Bel giornalismo.
Migliorato solo dal titolo su Ingroia che attacca la Boccassini quando e' avvenuto l'esatto contrario, con la magistrata milanese entrata in tackle sciovolato da esplusione contro il leader di RC. Parole piu' che sgradevoli le sue, ma che diventi lei quella attaccata rasenta davvero il ridicolo. E i cannoni li punta anche l'ex eletta PD Lilly Gruber che intitola una puntata del suo improbabile talk-show "la sinistra che fa vincere la destra".
E non basta: la settimana scorsa la CGIL alla sua conferenza programmatica ha invitato solo Vendola e Bersani, escludendo il resto della sinistra. Nonostante quella sinistra fosse al suo fianco quando Camusso&C scioperavano contro la riforma Fornero votata dal PD.
Sarebbe bello se Repubblica facesse le stesse pulci al PD, cosa che invece non avviene. O se i magistrati di area PD avessero lo stesso ribrezzo che nutrono per i magistrati entrati in politica anche per il procuratore Grasso. O se i sindacati invece di fare collateralismo dessero massima voce ai bisogni dei lavoratori, e non dei loro leader. Non sia mai.
In fondo siamo nell'Italia del voto utile, anche se utile non si sa a chi. Voti Vendola e ti ritrovi Monti. Senti la CGIL parlare di lavoro e poi hai il PD contro il referendum sull'articolo 18. Mentre in RC c'e' chi e' a favore del condono, nel PD il segretario e' contro la patrimoniale e a favore del fiscal compact. La trave che hanno negli occhi deve averli davvero acciecati.....
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Falconi e avvoltoi 2
Proponiamo di seguito il pezzo di Marco Travaglio uscito sul Fatto Quotidiano sulle strumentalizzazioni fatte da media, magistrati e partiti a danno di Antonio Ingroia e Rivoluzione Civile. Un pezzo che si riallaccia al nostro post dei carri armati schierati contro RC. Nessun nemico a sinistra, come si diceva una volta....
di Marco Travaglio
dal Fatto Quotidiano
Due giorni dopo il battibecco Boccassini-Ingroia sulla memoria di Falcone, tutti hanno già dimenticato chi ha cominciato: la Boccassini, col suo “vergognati” a Ingroia per un paragone mai fatto fra se stesso a Falcone. Non è la prima volta che la valorosa pm perde la trebisonda appena sente nominare l’amico ucciso. Il 25 maggio ’92, commemorandolo al Palagiustizia di Milano subito dopo Capaci, puntò il dito su un esterrefatto Gherardo Colombo: “Anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale?”. E ricordò che, a lei, Falcone telefonava ogni giorno e le aveva confidato “l’ultima ingiustizia subita proprio dai pm milanesi, che gli avevano mandato una rogatoria senza allegati. Giovanni mi telefonò: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore degli Affari penali’”. In realtà il pool Mani Pulite di Falcone si fidava: non si fidava di altri dirigenti del ministero, tipo Filippo Verde, poi coinvolto nell’inchiesta Toghe Sporche della stessa Boccassini per rapporti finanziari con Previti & C. Oggi tutti criticano Ingroia per avere ricordato ciò che pensava Borsellino di lui e della Boccassini, perché il giudice non può smentire né confermare. Ma nel ’92 la Boccassini fece la stessa cosa, svelando confidenze di Falcone senz’altro vere, che però Falcone non poteva smentire né confermare. Ma in fondo è una fortuna che quel “vergognati” sia toccato a Ingroia. Immaginiamo se un qualunque pm, a tre settimane dalle elezioni, avesse urlato “vergognati” a Berlusconi, Bersani, o Monti. Sarebbe finito sotto ispezione e processo disciplinare, tv e giornali sarebbero pieni di politici, editorialisti, Csm e Anm strepitanti contro i pm che fanno politica e interferiscono nel voto. Invece niente, silenzio di tomba. Anzi, la prova della politicizzazione dei pm è proprio Ingroia, pm in aspettativa, e non il pm che l’ha insultato con la toga addosso. La macchina del fango è, come sempre, trasversale. Severgnini Casco d’Argento va dalla Bignardi e di chi parla? Di Ingroia, che “chiama la sua lista Rivoluzione civile come se le altre fossero incivili” (potrebbe aggiungere che il Pd si chiama Democratico come se gli altri fossero tirannici, ma non l’aggiunge: “Renzi e Letta mi han chiesto di candidarmi”, povera stella). Panorama accusa Ingroia di avere “sprecato milioni di risorse dello Stato” per indagare sulla trattativa Stato-mafia (avrebbe dovuto pagare di tasca sua). Il mèchato di Libero lo accusa di “minacciare la Boccassini” e svela – intimo com’era di Borsellino – che l’amico Paolo lo chiamava “gobbetto comunista”. Repubblica intervista Grasso che, essendo candidato del Pd, gli insegna a “non usare il ruolo di pm a fini politici”. Poi fa attaccare Ingroia da un noto eroe dell’antimafia: Micciché, quello che voleva togliere i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto Punta Raisi perché allontanano i turisti. Il Corriere ricorda che “Falcone non partecipava a convegni di folle osannanti” (è una balla, Falcone andava persino alle Feste dell’Unità e al Costanzo Show, ma fa lo stesso). La Pravdina del Pd, la fu Unità, con tutto quel che succede nel mondo e a Siena, apre la prima pagina col titolo “Ingroia, scontro su Falcone”, lo accusa di “antimafia elettorale” e di essere “un magistrato in prima linea” (si ri-vergogni). Staino fa dire a Berlusconi: “Ma cosa vuole questo Ingroia da noi? Tratta la Boccassini peggio di come la tratto io… si candida in Lombardia per aiutarci a vincere… che si è messo in testa?”. Ma sì, dai, Ingroia è pagato da B. (e pazienza se in Lombardia Ingroia appoggia Ambrosoli mentre l’alleato Monti candida Albertini). Poi finalmente, a pag. 11, un luminoso esempio da seguire: Ottaviano Del Turco. Per chi non l’avesse ancora capito: nel paese governato da ladri, affaristi e mignotte, il problema è Ingroia. Invece di nominare Falcone invano, vada a rubare come tutti gli altri.
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di Marco Travaglio
dal Fatto Quotidiano
Due giorni dopo il battibecco Boccassini-Ingroia sulla memoria di Falcone, tutti hanno già dimenticato chi ha cominciato: la Boccassini, col suo “vergognati” a Ingroia per un paragone mai fatto fra se stesso a Falcone. Non è la prima volta che la valorosa pm perde la trebisonda appena sente nominare l’amico ucciso. Il 25 maggio ’92, commemorandolo al Palagiustizia di Milano subito dopo Capaci, puntò il dito su un esterrefatto Gherardo Colombo: “Anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale?”. E ricordò che, a lei, Falcone telefonava ogni giorno e le aveva confidato “l’ultima ingiustizia subita proprio dai pm milanesi, che gli avevano mandato una rogatoria senza allegati. Giovanni mi telefonò: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore degli Affari penali’”. In realtà il pool Mani Pulite di Falcone si fidava: non si fidava di altri dirigenti del ministero, tipo Filippo Verde, poi coinvolto nell’inchiesta Toghe Sporche della stessa Boccassini per rapporti finanziari con Previti & C. Oggi tutti criticano Ingroia per avere ricordato ciò che pensava Borsellino di lui e della Boccassini, perché il giudice non può smentire né confermare. Ma nel ’92 la Boccassini fece la stessa cosa, svelando confidenze di Falcone senz’altro vere, che però Falcone non poteva smentire né confermare. Ma in fondo è una fortuna che quel “vergognati” sia toccato a Ingroia. Immaginiamo se un qualunque pm, a tre settimane dalle elezioni, avesse urlato “vergognati” a Berlusconi, Bersani, o Monti. Sarebbe finito sotto ispezione e processo disciplinare, tv e giornali sarebbero pieni di politici, editorialisti, Csm e Anm strepitanti contro i pm che fanno politica e interferiscono nel voto. Invece niente, silenzio di tomba. Anzi, la prova della politicizzazione dei pm è proprio Ingroia, pm in aspettativa, e non il pm che l’ha insultato con la toga addosso. La macchina del fango è, come sempre, trasversale. Severgnini Casco d’Argento va dalla Bignardi e di chi parla? Di Ingroia, che “chiama la sua lista Rivoluzione civile come se le altre fossero incivili” (potrebbe aggiungere che il Pd si chiama Democratico come se gli altri fossero tirannici, ma non l’aggiunge: “Renzi e Letta mi han chiesto di candidarmi”, povera stella). Panorama accusa Ingroia di avere “sprecato milioni di risorse dello Stato” per indagare sulla trattativa Stato-mafia (avrebbe dovuto pagare di tasca sua). Il mèchato di Libero lo accusa di “minacciare la Boccassini” e svela – intimo com’era di Borsellino – che l’amico Paolo lo chiamava “gobbetto comunista”. Repubblica intervista Grasso che, essendo candidato del Pd, gli insegna a “non usare il ruolo di pm a fini politici”. Poi fa attaccare Ingroia da un noto eroe dell’antimafia: Micciché, quello che voleva togliere i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto Punta Raisi perché allontanano i turisti. Il Corriere ricorda che “Falcone non partecipava a convegni di folle osannanti” (è una balla, Falcone andava persino alle Feste dell’Unità e al Costanzo Show, ma fa lo stesso). La Pravdina del Pd, la fu Unità, con tutto quel che succede nel mondo e a Siena, apre la prima pagina col titolo “Ingroia, scontro su Falcone”, lo accusa di “antimafia elettorale” e di essere “un magistrato in prima linea” (si ri-vergogni). Staino fa dire a Berlusconi: “Ma cosa vuole questo Ingroia da noi? Tratta la Boccassini peggio di come la tratto io… si candida in Lombardia per aiutarci a vincere… che si è messo in testa?”. Ma sì, dai, Ingroia è pagato da B. (e pazienza se in Lombardia Ingroia appoggia Ambrosoli mentre l’alleato Monti candida Albertini). Poi finalmente, a pag. 11, un luminoso esempio da seguire: Ottaviano Del Turco. Per chi non l’avesse ancora capito: nel paese governato da ladri, affaristi e mignotte, il problema è Ingroia. Invece di nominare Falcone invano, vada a rubare come tutti gli altri.
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lunedì 14 gennaio 2013
Il PD, Rivoluzione Civile e la partita del Senato
Incredibile quello che si legge stamani sui giornali. Con la rimonta di Berlusconi in atto e la maggioranza al senato in bilico, il partito di Bersani sta cercando un accordo con Rivoluzione Civile, fino ad oggi tacciata di populismo e totalmente snobbata a favore dell'alleanza con Monti.
Il sugo del discorso è semplice. Il PD rischia di perdere in Sicilia, Campania e Lombardia. Nelle prime 2 regioni Rivoluzione Civile è accreditata dell'11%, un vero e proprio exploit che farebbe affondare il PD. In Lombardia di un più modesto 4%, che pur non portando ad eleggere nessun senatore porterebbe ala vittoria del PDL.
Ed allora si chiede ad Ingroia di non presentarsi al Senato e far convergere i propri voti sul PD. E perbacco! Sicilia e Campania sono le uniche regioni dove la sinistra di Ingroia è quasi sicura di eleggere dei senatori (sbarramento all'8% al Senato) e questo vorrebbe dire non avere nessuna rappresentanza a Palazzo Madama. E perchè poi? Per far governare il PD con politiche neo-liberiste? Perchè il PD è meglio di Berlusconi? Ma certo Berlusconi non vincerebbe pur con la presenza di Ingroia! Semplicemente il PD non avrebbe la maggioranza al Senato e dovrebbe cercare alleanze. E Bersani ha sempre detto che preferisce vincere col 49% che col 51%, che non vuole governare da solo.
E vuole fare l'allenaza con Monti dopo il voto. Quale sarebbe dunque il problema nel non vincere in Lombardia, Campania e Sicilia? Il giorno dopo il PD stringerebbe, come comunque farebbe, una alleanza coi centristi e sarebbe in grado di governare senza problemi. Se proprio volesse cercare una intesa con Rivoluzione Civile potrebbe decidere, invece, di guardare a sinistra, modificare il suo programma rigorista, appoggiare il referendum sul lavoro, sconfessare l'austerity e proporre un'alleanza politica (e non di convenienza) post-voto.
Altrimenti, ancora più semplicemente, potrebbe chiedere a Monti di non presentarsi nelle 3 regioni in bilico, in nome dell'alleanza che comunque faranno dopo il voto.
Ed invece no. Si riusa lo stesso giochino di Veltroni, voto utile e addirittura desistenza. Perché è sempre meglio non avere nemici a sinistra, anche se ci si vuole alleare col centro. Un opportunismo mai visto. Ma dopo 20 anni di compromessi al ribasso per far vincere il meno peggio, gli italiani hanno imparato.Votare PD in nome dell'antiberlusconismo, 19 anni dopo, è un rito stanco e assurdo, altro che terza Repubblica. Valutiamo le politiche ed i programmi. Ed avere i voti di Ingroia per poi fare le politiche di Monti non è proprio possibile.
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Ed allora si chiede ad Ingroia di non presentarsi al Senato e far convergere i propri voti sul PD. E perbacco! Sicilia e Campania sono le uniche regioni dove la sinistra di Ingroia è quasi sicura di eleggere dei senatori (sbarramento all'8% al Senato) e questo vorrebbe dire non avere nessuna rappresentanza a Palazzo Madama. E perchè poi? Per far governare il PD con politiche neo-liberiste? Perchè il PD è meglio di Berlusconi? Ma certo Berlusconi non vincerebbe pur con la presenza di Ingroia! Semplicemente il PD non avrebbe la maggioranza al Senato e dovrebbe cercare alleanze. E Bersani ha sempre detto che preferisce vincere col 49% che col 51%, che non vuole governare da solo.
E vuole fare l'allenaza con Monti dopo il voto. Quale sarebbe dunque il problema nel non vincere in Lombardia, Campania e Sicilia? Il giorno dopo il PD stringerebbe, come comunque farebbe, una alleanza coi centristi e sarebbe in grado di governare senza problemi. Se proprio volesse cercare una intesa con Rivoluzione Civile potrebbe decidere, invece, di guardare a sinistra, modificare il suo programma rigorista, appoggiare il referendum sul lavoro, sconfessare l'austerity e proporre un'alleanza politica (e non di convenienza) post-voto.
Altrimenti, ancora più semplicemente, potrebbe chiedere a Monti di non presentarsi nelle 3 regioni in bilico, in nome dell'alleanza che comunque faranno dopo il voto.
Ed invece no. Si riusa lo stesso giochino di Veltroni, voto utile e addirittura desistenza. Perché è sempre meglio non avere nemici a sinistra, anche se ci si vuole alleare col centro. Un opportunismo mai visto. Ma dopo 20 anni di compromessi al ribasso per far vincere il meno peggio, gli italiani hanno imparato.Votare PD in nome dell'antiberlusconismo, 19 anni dopo, è un rito stanco e assurdo, altro che terza Repubblica. Valutiamo le politiche ed i programmi. Ed avere i voti di Ingroia per poi fare le politiche di Monti non è proprio possibile.
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giovedì 10 gennaio 2013
21 punti per cambiare
Riproduciamo qui, pur con ritardo, un articolo di Angelo D'Orsi comparso su Micromega che segna alcuni importanti punti di orientamento per l'alternativa a sinistra. Una rotta da seguire per le prossime elezioni, ma soprattutto per i prossimi anni.
di Angelo d’Orsi
Non sono stato invitato ai grandi appuntamenti nazionali di Luigi De Magistris e di “Cambiare si può”: ho partecipato, domenica 16 dicembre, a Torino, all’assemblea provinciale di questo movimento, e sono in contatto con De Magistris e i suoi collaboratori. Sto a guardare, ascolto, rifletto, pronto a intervenire se capisco di poter essere utile. Se mi si chiederà (non si sa mai!) quali siano le idee che intendo portare avanti, sul piano dei contenuti, delle modalità operative, e della strategia in vista della partecipazione alle imminenti elezioni dell’auspicata Lista Civica Nazionale (d’ora in poi LCN), ecco un promemoria, in 21 punti, nella fiduciosa (ma anche preoccupata) attesa della contesa elettorale, prevista esattamente tra due mesi, il 17 febbraio 2013 (se il combinato disposto tra governo e Presidenza della Repubblica confermerà) alla quale ritengo occorra assolutamente andare uniti.
1. Non è vero che ci sia disaffezione verso la politica. C’è verso questa politica. C’è anzi un accresciuto bisogno e una conclamata richiesta di politica, ma radicalmente rinnovata. V’è altresì un rifiuto verso tutte le forme e le istituzioni che tradizionalmente identificano la politica. Si riffaccia la democrazia diretta, assembleare, e diffusa, fondata sulla partecipazione dei singoli, e la loro volontà di autorganizzarsi e associarsi. I referendum del 2011 sono stati un esempio straordinario in tal senso: devono essere un modello a cui guardare.
2. Tuttavia, la polemica verso la “politica politicante”, che unisce in un solo flusso di disprezzo, i politici professionali e i mestatori, gli onesti dirigenti con i malfattori che hanno usato i partiti, si è trasformata in un flusso oscuro di risentimento: l’odio per la “casta” è diventato un torrente fangoso, che insieme con una critica sacrosanta, porta confusione qualunquista, certo pericolosa. Eppure non si può chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, lanciando anatemi: “populismo”, “qualunquismo”, “antipolitica”. Proprio nelle pieghe dell’ “antipolitica”, a ben vedere, sta generandosi una politica alternativa, che la LCN deve esprimere: una politica che realizzi quattro cambiamenti basilari: forme organizzative (con riduzione drastica dei costi), modalità (ossia le procedure, democratiche, diffuse, dal basso; e soprattutto trasparenti), linguaggi, volti, ossia il nuovo personale politico, le “candidature” per la Lista elettorale. Non è questione semplicemente generazionale, o di genere, anche se sono due elementi da tenere ben presenti, nelle pratiche di rinnovamento.
3. Si tratta però di rivolgersi non solo al “popolo della sinistra”, ma di fuoruscirne, allargando la platea a coloro che possono condividere contenuti “di sinistra”, senza provare ripulsa verso l’idea che tanti si sono fatta della “sinistra”, anche con l’aura di eterni sconfitti ed eterni divisi che alla sinistra si attribuisce. Anche in questo senso, i quattro referendum vittoriosi sono un esempio fondamentale: chi li ha votati non sempre, non necessariamente, era “di sinistra”, ma quei contenuti che il “sì” ha portato avanti erano precisamente di sinistra. Al popolo dei referendum, più che al popolo di sinistra, occorre rivolgersi.
4. Valorizzando i referendum, occorre insistere sulla tutela dei cosiddetti “beni comuni” (anche se è tempo forse di lasciar cadere questa etichetta troppo generica e onnicomprensiva, e in fondo un po’ usurata), a cominciare da quelli più elementari, il che significa il ricupero di interessi generali; quindi, il lavoro, innanzi tutto, con i diritti che gli sono connessi; e poi tutti i servizi per la collettività che corrispondono non solo a beni ma anche a valori di cui occorre dimostrare il carattere “dato” e irrinunciabile: ambiente, paesaggio, sanità, risorse naturali (aria, acqua, terra). Ma anche scuola (di ogni ordine e grado), trasporti, comunicazione, cultura. I beni sono spesso diritti, di cui abbiamo goduto nel corso della storia repubblicana, e che stanno tentando di sottrarci o di ridurre drasticamente. Questi servizi, beni, valori, diritti non possono esser considerati in termini di mercato: la logica costo/beneficio non può valere quando si tratta della salute dei cittadini, della loro istruzione, della loro mobilità, e di tutti i loro diritti fondamentali.
5. Un LCN che voglia proporre un’azione coerente con questi punti deve concentrare la sua attività progettuale su di un Programma base essenziale concentrato su queste aree: I) Legalità; II) Lavoro, sviluppo, fisco; III) Ambiente, territorio e paesaggio; IV) Salute; V) Educazione, cultura, informazione.
6. La premessa indispensabile di ogni politica rinnovata è la difesa della Costituzione, che si tratta di proteggere da manomissioni (inaccettabile l’inserimento del pareggio di bilancio nel testo costituzionale), ma anche da una sua interpretazione “disinvolta”, come si è visto nell’ultimo anno; infine la Costituzione non può essere relegata su un piano formale, e affiancata, di fatto, da pratiche alternative, che sono state chiamate “Costituzione materiale”.
7. Né si può dimenticare che il lavoro è menzionato nell’art. 1 della Costituzione. Esso deve essere al centro di ogni politica, perché è sul tema lavoro che si possono intrecciare una molteplicità di problemi, di carattere economico, sociale, giuridico, culturale. Occuparsi del lavoro significa battersi per il rispetto delle leggi (assunzioni regolari e non in nero, non attraverso il caporalato; protezione fisica e giuridica dei lavoratori, monitoraggio antimafia su imprese, e ciclo rifiuti); e battersi, in parallelo, contro i tentativi di smantellare il sistema di garanzie conquistato con lotte durissime, nel corso dei decenni, a cominciare dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
8. La tutela del lavoro e dei lavoratori, ma anche dei pensionati, spesso collocati nei gradini più bassi dell’umiliazione sociale, implica un riequilibrio sostanziale nella distribuzione della ricchezza sociale: il che vuol dire, semplicemente, restituire una parte cospicua del prelievo fiscale alle categorie che hanno subito, negli ultimi venti-trent’anni, un vistoso squilibrio a loro danno, e, con ogni mezzo possibile, dall’aumento di imposte, fino alla minaccia della nazionalizzazione, far pagare la crisi in atto, e lo sviluppo reclamato da tutti, a grandi imprese, e grandi gruppi finanziari, a cominciare dalle banche, alle quali lo Stato deve chiedere la restituzione di una quota cospicua di quanto esso ha loro erogato almeno dal 2008 in avanti. E la lotta all’evasione ed elusione fiscale deve concentrarsi su questi settori. L’equità fiscale è il primo parametro della civiltà di un Paese, ma anche il primo strumento per l’efficienza della Pubblica amministrazione.
9. Ma difendere il lavoro implica battersi per il rispetto ambientale e della salute dei lavoratori e della cittadinanza. Mai più si deve accettare il ricatto della contrapposizione lavoro/ambiente, lavoro/salute, lavoro stabile/salario decente. In realtà oggi non si tratta neppure più di contrapposizioni alternative, ma di endiadi: lavoro precario, basso salario; lavoro precario e in condizioni di ridotte tutele sulla salute; eccetera.
10. In tal senso le “grandi opere” appaiono quasi sempre grandi inganni, grandi devastazioni, e grandi speculazioni per pochi, spesso al di fuori della legalità: l’Italia, nel suo complesso, ha bisogno urgente, drammatico, invece che di poche grandi opere, di innumerevoli “piccole opere”, che si occupino dei fiumi pulendone i greti, e evitando la cementificazione; la montagna, bloccando il disboscamento; la costruzione in zone a rischio, di edifici antisismici; il potenziamento del servizio di monitoraggio idrogeologico; le troppe sedi scolastiche pericolanti, mettendole a norma; le comunicazioni (su rotaia e su gomma) locali, da salvare e ripristinare… E gli esempi possono continuare all’infinito.
11. Quando si parla di lavoro, dobbiamo pensare tuttavia oggi, anche, e soprattutto, al NON lavoro: precario, in nero, sotterraneo; alle attese di chi il lavoro non trova, e presumibilmente non troverà; alla disperazione di chi il lavoro aveva ed è stato da un giorno all’altro licenziato, esodato, cassintegrato, provvisoriamente. Al lavoro semischiavile degli immigrati, al lavoro svolto dai precari della ricerca, non solo senza stipendio, ma ricattati, senza prospettive: privati della dignità gli uni come gli altri.
12. Esiste, va ricordata, la questione meridionale. Tutti presi negli ultimi vent’anni dalla “questione settentrionale”, abbiamo sottovalutato, o addirittura negletto il Sud, con tutto quanto la parola implica e significa. Occorre invece porre di nuovo, più che mai, davanti al divario che in ogni settore è andato crescendo tra Settentrione e Mezzogiorno, la questione meridionale al centro dell’agenda politica e anche di quella culturale¸ perché è sempre dalla cultura, dal “fattore C”, come “Cultura”, che occorre partire.
13. Più in generale, va sottolineata l’importanza dei settori formazione, ricerca, cultura. Soprattutto occorre sviluppare, difendere, e rilanciare il sistema educativo: dalle Elementari all’Università. La “riforma della scuola” unico frutto del Governo Berlusconi Non a caso. Occorre un impegno a cancellarla. E a occuparsi seriamente, in ogni senso, della scuola, fondamento primo della società. Il sistema educativo nel suo insieme deve essere restituito alla sua missione di formazione del pensiero critico. Non una scuola azienda, non una università piegata al mercato, ma una educazione funzionale soltanto alla formazione dei cittadini, a far loro ricuperare un ruolo di cittadinanza attiva, partecipe dei problemi della collettività. Valorizzare il lavoro degli insegnanti, formarli meglio, restituire il giusto posto all’educazione musicale e all’istruzione artistica.
14. Il precariato nell’università e nella scuola rappresenta oggi una vera emergenza nazionale. Stiamo assistendo inerti a una vera e propria guerra contro una intera generazione: la fuga dei cervelli all’estero è una realtà drammatica a cui occorre porre rimedio subito. Occorre programmare concorsi, assunzioni di chi è dentro ma in modo instabile, o, nell’università e nei centri di ricerca, senza alcun contratto, senza stipendio. Si tratta di decine e decine di migliaia di giovani ed ex giovani che dovrebbero rappresentare la futura classe dirigente. E li umiliamo, e li costringiamo a fuggire lontano, per poter ottenere quel riconoscimento morale e materiale che qui non trovano.
15. Di questo si parla poco, come di tanti altri temi, nel dibattito pubblico, perché una informazione che è corriva al potere, che è intricata in esso, ha fatto in modo che al dominio dei padroni delle imprese, ha corrisposto una loro egemonia, attraverso un’opera costante e consapevole di menzogna, o di occultamento della verità, in particolare di tutte le verità che potevano suscitare problemi seri nel blocco sociale al potere.
16. Parlando di lavoro, occorre, far cadere il pregiudizio lavorista/industrialista/sviluppista. Occorre seriamente porsi il problema di uno sviluppo sostenibile se non di una “decrescita felice”. In ogni caso, esiste un lavoro altro, al di là dei settori meccanico, tessile, chimico e così via. In Italia è il patrimonio paesaggistico, artistico, culturale il vero giacimento da sfruttare: questo ambito implica protezione, ricupero, valorizzazione, ma può dar vita a nuove professioni, alla creazione di lavoro utile e prezioso.
17. Oggi e tanto più in prospettiva questi sono i comparti sono decisivi per aiutare tutti noi a difenderci. Si pensi all’importanza delle occupazioni dei luoghi della cultura destinati ad essere snaturati, scempiati, distrutti: il Teatro Valle a Roma, il Teatro Garibaldi e i Cantieri della Zisa a Palermo, il teatro Marinoni a Venezia, il Teatro Coppola a Catania, il Macao a Milano, la Verdi 15 a Torino… Da questi luoghi giunge un messaggio forte che va raccolto e rilanciato con altrettanto vigore se se si riuscirà e anche se non si riuscirà a portare in Parlamento rappresentanti della LCN: la cultura è il luogo e lo strumento possibile di un nuovo Risorgimento, capace di aiutare nella ricostruzione di un tessuto morale collettivo, di combattere la disgregazione sociale. Oltre a mettere in moto economie, è attraverso il lavoro culturale che si può riattivare senso civico, offrendo intrattenimento di alto profilo. Si è parlato giustamente di “rinascita culturale”, come volano della rinascita dell’intero Paese. “La cultura non si mangia”, aveva sentenziato un ex ministro. È vero, non si mangia, ma la cultura fa mangiare. E senza cultura non ci può essere economia. Né politica.
18. Una nuova politica deve tesaurizzare l’esperienza dei movimenti, senza apologie dello spontaneismo, ma deve essere anzi consapevole che le forme organizzate sono essenziali, l che non deve riportarci al verticismo, a procedure nascoste, a decisioni assunte da tre persone rinchiuse in una stanza, in segreto.
19. Occorre, però, lavorare per mettere da parte preclusioni, esclusioni, pregiudiziali; l’unità di chi condivide i punti fondamentali sopraindicati, e i tanti altri possibili ad essi connessi, deve essere un obiettivo in grado di impedire che le differenze (di esperienze individuali, collettive, associazionistiche, sindacali, partitiche, di movimento…) siano vissute come ostacoli invece che arricchimento reciproco. I partiti ancora vigenti, che hanno in questi anni respinto prima il berlusconismo e il leghismo, e quindi il montismo, devono uscire dalla loro autoreferenzialità e lavorare in rete, con i movimenti territoriali e non: devono dialogare con gruppi e gruppetti, con le miriadi di forze sparse, spontanee, creative: apprendendo da loro, per rinnovarsi. Non è richiesto che si sciolgano, ma devono rinunciare alle loro “identità”, almeno ai fini di una presenza forte nelle liste elettorali, senza rinnegare il proprio patrimonio ideale, il proprio bagaglio storico, e anche il proprio orgoglio, per diventare parte integrante della LCN.
20. Infine, come dovrà essere impostata la “nuova politica” per la LCN? Essa deve passare certo per l’uso massiccio della Rete, ma senza farne un feticcio. Non dimentichiamo che esistono gli individui, donne e uomini, vecchi e giovani, “in carne ed ossa”. Accanto alla piazza virtuale, non si trascuri la piazza fisica, non si dimentichi, parlando ad avatar nell’etere, la dura (e meravigliosa) materialità delle persone. Le pratiche referendarie hanno ridato fiato e centralità all’agorà: abbiamo assistito a un vero “ritorno della piazza”, e occorre conservare questo come un dato irrinunciabile. La piazza ha significato certo anche violenze inutili e dannose da parte di qualcuno, ma soprattutto un altrettanto intollerabile esercizio di violenza da parte delle “forze dell’ordine”, che come in anni lontani sono apparse forze dell’ordine capitalistico, cancellando decenni di lotte per la democratizzazione dei corpi armati.
21. La politica degli ultimi anni ha sofferto di scarsa capacità di ascolto. E di modesta capacità prospettica. La politica è invece l’arte di guardare lontano, e se si crede in un progetto come quello della LCN bisogna lavorare pensando di continuare anche dopo le elezioni, quale che sia il loro esito. Una forza collettiva, che superi le tentazioni identitarie e rompa antichi e nuovi steccati, e unisca le diverse componenti di coloro che non ci stanno a chinare la schiena davanti alla politica che coniuga austerità e autoritarismo (la politica “austeritaria”), e che vogliono lottare contro le disuguaglianze, e in difesa della Costituzione, dell’ambiente, dei beni culturali, del tessuto economico sano; una forza che voglia rappresentare i “subalterni”, gli schiacciati dai grandi potentati economici, gli umiliati ed offesi, deve sapere fare questo: guardare negli occhi le persone, e ascoltare la loro voce.
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di Angelo d’Orsi
Non sono stato invitato ai grandi appuntamenti nazionali di Luigi De Magistris e di “Cambiare si può”: ho partecipato, domenica 16 dicembre, a Torino, all’assemblea provinciale di questo movimento, e sono in contatto con De Magistris e i suoi collaboratori. Sto a guardare, ascolto, rifletto, pronto a intervenire se capisco di poter essere utile. Se mi si chiederà (non si sa mai!) quali siano le idee che intendo portare avanti, sul piano dei contenuti, delle modalità operative, e della strategia in vista della partecipazione alle imminenti elezioni dell’auspicata Lista Civica Nazionale (d’ora in poi LCN), ecco un promemoria, in 21 punti, nella fiduciosa (ma anche preoccupata) attesa della contesa elettorale, prevista esattamente tra due mesi, il 17 febbraio 2013 (se il combinato disposto tra governo e Presidenza della Repubblica confermerà) alla quale ritengo occorra assolutamente andare uniti.
1. Non è vero che ci sia disaffezione verso la politica. C’è verso questa politica. C’è anzi un accresciuto bisogno e una conclamata richiesta di politica, ma radicalmente rinnovata. V’è altresì un rifiuto verso tutte le forme e le istituzioni che tradizionalmente identificano la politica. Si riffaccia la democrazia diretta, assembleare, e diffusa, fondata sulla partecipazione dei singoli, e la loro volontà di autorganizzarsi e associarsi. I referendum del 2011 sono stati un esempio straordinario in tal senso: devono essere un modello a cui guardare.
2. Tuttavia, la polemica verso la “politica politicante”, che unisce in un solo flusso di disprezzo, i politici professionali e i mestatori, gli onesti dirigenti con i malfattori che hanno usato i partiti, si è trasformata in un flusso oscuro di risentimento: l’odio per la “casta” è diventato un torrente fangoso, che insieme con una critica sacrosanta, porta confusione qualunquista, certo pericolosa. Eppure non si può chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, lanciando anatemi: “populismo”, “qualunquismo”, “antipolitica”. Proprio nelle pieghe dell’ “antipolitica”, a ben vedere, sta generandosi una politica alternativa, che la LCN deve esprimere: una politica che realizzi quattro cambiamenti basilari: forme organizzative (con riduzione drastica dei costi), modalità (ossia le procedure, democratiche, diffuse, dal basso; e soprattutto trasparenti), linguaggi, volti, ossia il nuovo personale politico, le “candidature” per la Lista elettorale. Non è questione semplicemente generazionale, o di genere, anche se sono due elementi da tenere ben presenti, nelle pratiche di rinnovamento.
3. Si tratta però di rivolgersi non solo al “popolo della sinistra”, ma di fuoruscirne, allargando la platea a coloro che possono condividere contenuti “di sinistra”, senza provare ripulsa verso l’idea che tanti si sono fatta della “sinistra”, anche con l’aura di eterni sconfitti ed eterni divisi che alla sinistra si attribuisce. Anche in questo senso, i quattro referendum vittoriosi sono un esempio fondamentale: chi li ha votati non sempre, non necessariamente, era “di sinistra”, ma quei contenuti che il “sì” ha portato avanti erano precisamente di sinistra. Al popolo dei referendum, più che al popolo di sinistra, occorre rivolgersi.
4. Valorizzando i referendum, occorre insistere sulla tutela dei cosiddetti “beni comuni” (anche se è tempo forse di lasciar cadere questa etichetta troppo generica e onnicomprensiva, e in fondo un po’ usurata), a cominciare da quelli più elementari, il che significa il ricupero di interessi generali; quindi, il lavoro, innanzi tutto, con i diritti che gli sono connessi; e poi tutti i servizi per la collettività che corrispondono non solo a beni ma anche a valori di cui occorre dimostrare il carattere “dato” e irrinunciabile: ambiente, paesaggio, sanità, risorse naturali (aria, acqua, terra). Ma anche scuola (di ogni ordine e grado), trasporti, comunicazione, cultura. I beni sono spesso diritti, di cui abbiamo goduto nel corso della storia repubblicana, e che stanno tentando di sottrarci o di ridurre drasticamente. Questi servizi, beni, valori, diritti non possono esser considerati in termini di mercato: la logica costo/beneficio non può valere quando si tratta della salute dei cittadini, della loro istruzione, della loro mobilità, e di tutti i loro diritti fondamentali.
5. Un LCN che voglia proporre un’azione coerente con questi punti deve concentrare la sua attività progettuale su di un Programma base essenziale concentrato su queste aree: I) Legalità; II) Lavoro, sviluppo, fisco; III) Ambiente, territorio e paesaggio; IV) Salute; V) Educazione, cultura, informazione.
6. La premessa indispensabile di ogni politica rinnovata è la difesa della Costituzione, che si tratta di proteggere da manomissioni (inaccettabile l’inserimento del pareggio di bilancio nel testo costituzionale), ma anche da una sua interpretazione “disinvolta”, come si è visto nell’ultimo anno; infine la Costituzione non può essere relegata su un piano formale, e affiancata, di fatto, da pratiche alternative, che sono state chiamate “Costituzione materiale”.
7. Né si può dimenticare che il lavoro è menzionato nell’art. 1 della Costituzione. Esso deve essere al centro di ogni politica, perché è sul tema lavoro che si possono intrecciare una molteplicità di problemi, di carattere economico, sociale, giuridico, culturale. Occuparsi del lavoro significa battersi per il rispetto delle leggi (assunzioni regolari e non in nero, non attraverso il caporalato; protezione fisica e giuridica dei lavoratori, monitoraggio antimafia su imprese, e ciclo rifiuti); e battersi, in parallelo, contro i tentativi di smantellare il sistema di garanzie conquistato con lotte durissime, nel corso dei decenni, a cominciare dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
8. La tutela del lavoro e dei lavoratori, ma anche dei pensionati, spesso collocati nei gradini più bassi dell’umiliazione sociale, implica un riequilibrio sostanziale nella distribuzione della ricchezza sociale: il che vuol dire, semplicemente, restituire una parte cospicua del prelievo fiscale alle categorie che hanno subito, negli ultimi venti-trent’anni, un vistoso squilibrio a loro danno, e, con ogni mezzo possibile, dall’aumento di imposte, fino alla minaccia della nazionalizzazione, far pagare la crisi in atto, e lo sviluppo reclamato da tutti, a grandi imprese, e grandi gruppi finanziari, a cominciare dalle banche, alle quali lo Stato deve chiedere la restituzione di una quota cospicua di quanto esso ha loro erogato almeno dal 2008 in avanti. E la lotta all’evasione ed elusione fiscale deve concentrarsi su questi settori. L’equità fiscale è il primo parametro della civiltà di un Paese, ma anche il primo strumento per l’efficienza della Pubblica amministrazione.
9. Ma difendere il lavoro implica battersi per il rispetto ambientale e della salute dei lavoratori e della cittadinanza. Mai più si deve accettare il ricatto della contrapposizione lavoro/ambiente, lavoro/salute, lavoro stabile/salario decente. In realtà oggi non si tratta neppure più di contrapposizioni alternative, ma di endiadi: lavoro precario, basso salario; lavoro precario e in condizioni di ridotte tutele sulla salute; eccetera.
10. In tal senso le “grandi opere” appaiono quasi sempre grandi inganni, grandi devastazioni, e grandi speculazioni per pochi, spesso al di fuori della legalità: l’Italia, nel suo complesso, ha bisogno urgente, drammatico, invece che di poche grandi opere, di innumerevoli “piccole opere”, che si occupino dei fiumi pulendone i greti, e evitando la cementificazione; la montagna, bloccando il disboscamento; la costruzione in zone a rischio, di edifici antisismici; il potenziamento del servizio di monitoraggio idrogeologico; le troppe sedi scolastiche pericolanti, mettendole a norma; le comunicazioni (su rotaia e su gomma) locali, da salvare e ripristinare… E gli esempi possono continuare all’infinito.
11. Quando si parla di lavoro, dobbiamo pensare tuttavia oggi, anche, e soprattutto, al NON lavoro: precario, in nero, sotterraneo; alle attese di chi il lavoro non trova, e presumibilmente non troverà; alla disperazione di chi il lavoro aveva ed è stato da un giorno all’altro licenziato, esodato, cassintegrato, provvisoriamente. Al lavoro semischiavile degli immigrati, al lavoro svolto dai precari della ricerca, non solo senza stipendio, ma ricattati, senza prospettive: privati della dignità gli uni come gli altri.
12. Esiste, va ricordata, la questione meridionale. Tutti presi negli ultimi vent’anni dalla “questione settentrionale”, abbiamo sottovalutato, o addirittura negletto il Sud, con tutto quanto la parola implica e significa. Occorre invece porre di nuovo, più che mai, davanti al divario che in ogni settore è andato crescendo tra Settentrione e Mezzogiorno, la questione meridionale al centro dell’agenda politica e anche di quella culturale¸ perché è sempre dalla cultura, dal “fattore C”, come “Cultura”, che occorre partire.
13. Più in generale, va sottolineata l’importanza dei settori formazione, ricerca, cultura. Soprattutto occorre sviluppare, difendere, e rilanciare il sistema educativo: dalle Elementari all’Università. La “riforma della scuola” unico frutto del Governo Berlusconi Non a caso. Occorre un impegno a cancellarla. E a occuparsi seriamente, in ogni senso, della scuola, fondamento primo della società. Il sistema educativo nel suo insieme deve essere restituito alla sua missione di formazione del pensiero critico. Non una scuola azienda, non una università piegata al mercato, ma una educazione funzionale soltanto alla formazione dei cittadini, a far loro ricuperare un ruolo di cittadinanza attiva, partecipe dei problemi della collettività. Valorizzare il lavoro degli insegnanti, formarli meglio, restituire il giusto posto all’educazione musicale e all’istruzione artistica.
14. Il precariato nell’università e nella scuola rappresenta oggi una vera emergenza nazionale. Stiamo assistendo inerti a una vera e propria guerra contro una intera generazione: la fuga dei cervelli all’estero è una realtà drammatica a cui occorre porre rimedio subito. Occorre programmare concorsi, assunzioni di chi è dentro ma in modo instabile, o, nell’università e nei centri di ricerca, senza alcun contratto, senza stipendio. Si tratta di decine e decine di migliaia di giovani ed ex giovani che dovrebbero rappresentare la futura classe dirigente. E li umiliamo, e li costringiamo a fuggire lontano, per poter ottenere quel riconoscimento morale e materiale che qui non trovano.
15. Di questo si parla poco, come di tanti altri temi, nel dibattito pubblico, perché una informazione che è corriva al potere, che è intricata in esso, ha fatto in modo che al dominio dei padroni delle imprese, ha corrisposto una loro egemonia, attraverso un’opera costante e consapevole di menzogna, o di occultamento della verità, in particolare di tutte le verità che potevano suscitare problemi seri nel blocco sociale al potere.
16. Parlando di lavoro, occorre, far cadere il pregiudizio lavorista/industrialista/sviluppista. Occorre seriamente porsi il problema di uno sviluppo sostenibile se non di una “decrescita felice”. In ogni caso, esiste un lavoro altro, al di là dei settori meccanico, tessile, chimico e così via. In Italia è il patrimonio paesaggistico, artistico, culturale il vero giacimento da sfruttare: questo ambito implica protezione, ricupero, valorizzazione, ma può dar vita a nuove professioni, alla creazione di lavoro utile e prezioso.
17. Oggi e tanto più in prospettiva questi sono i comparti sono decisivi per aiutare tutti noi a difenderci. Si pensi all’importanza delle occupazioni dei luoghi della cultura destinati ad essere snaturati, scempiati, distrutti: il Teatro Valle a Roma, il Teatro Garibaldi e i Cantieri della Zisa a Palermo, il teatro Marinoni a Venezia, il Teatro Coppola a Catania, il Macao a Milano, la Verdi 15 a Torino… Da questi luoghi giunge un messaggio forte che va raccolto e rilanciato con altrettanto vigore se se si riuscirà e anche se non si riuscirà a portare in Parlamento rappresentanti della LCN: la cultura è il luogo e lo strumento possibile di un nuovo Risorgimento, capace di aiutare nella ricostruzione di un tessuto morale collettivo, di combattere la disgregazione sociale. Oltre a mettere in moto economie, è attraverso il lavoro culturale che si può riattivare senso civico, offrendo intrattenimento di alto profilo. Si è parlato giustamente di “rinascita culturale”, come volano della rinascita dell’intero Paese. “La cultura non si mangia”, aveva sentenziato un ex ministro. È vero, non si mangia, ma la cultura fa mangiare. E senza cultura non ci può essere economia. Né politica.
18. Una nuova politica deve tesaurizzare l’esperienza dei movimenti, senza apologie dello spontaneismo, ma deve essere anzi consapevole che le forme organizzate sono essenziali, l che non deve riportarci al verticismo, a procedure nascoste, a decisioni assunte da tre persone rinchiuse in una stanza, in segreto.
19. Occorre, però, lavorare per mettere da parte preclusioni, esclusioni, pregiudiziali; l’unità di chi condivide i punti fondamentali sopraindicati, e i tanti altri possibili ad essi connessi, deve essere un obiettivo in grado di impedire che le differenze (di esperienze individuali, collettive, associazionistiche, sindacali, partitiche, di movimento…) siano vissute come ostacoli invece che arricchimento reciproco. I partiti ancora vigenti, che hanno in questi anni respinto prima il berlusconismo e il leghismo, e quindi il montismo, devono uscire dalla loro autoreferenzialità e lavorare in rete, con i movimenti territoriali e non: devono dialogare con gruppi e gruppetti, con le miriadi di forze sparse, spontanee, creative: apprendendo da loro, per rinnovarsi. Non è richiesto che si sciolgano, ma devono rinunciare alle loro “identità”, almeno ai fini di una presenza forte nelle liste elettorali, senza rinnegare il proprio patrimonio ideale, il proprio bagaglio storico, e anche il proprio orgoglio, per diventare parte integrante della LCN.
20. Infine, come dovrà essere impostata la “nuova politica” per la LCN? Essa deve passare certo per l’uso massiccio della Rete, ma senza farne un feticcio. Non dimentichiamo che esistono gli individui, donne e uomini, vecchi e giovani, “in carne ed ossa”. Accanto alla piazza virtuale, non si trascuri la piazza fisica, non si dimentichi, parlando ad avatar nell’etere, la dura (e meravigliosa) materialità delle persone. Le pratiche referendarie hanno ridato fiato e centralità all’agorà: abbiamo assistito a un vero “ritorno della piazza”, e occorre conservare questo come un dato irrinunciabile. La piazza ha significato certo anche violenze inutili e dannose da parte di qualcuno, ma soprattutto un altrettanto intollerabile esercizio di violenza da parte delle “forze dell’ordine”, che come in anni lontani sono apparse forze dell’ordine capitalistico, cancellando decenni di lotte per la democratizzazione dei corpi armati.
21. La politica degli ultimi anni ha sofferto di scarsa capacità di ascolto. E di modesta capacità prospettica. La politica è invece l’arte di guardare lontano, e se si crede in un progetto come quello della LCN bisogna lavorare pensando di continuare anche dopo le elezioni, quale che sia il loro esito. Una forza collettiva, che superi le tentazioni identitarie e rompa antichi e nuovi steccati, e unisca le diverse componenti di coloro che non ci stanno a chinare la schiena davanti alla politica che coniuga austerità e autoritarismo (la politica “austeritaria”), e che vogliono lottare contro le disuguaglianze, e in difesa della Costituzione, dell’ambiente, dei beni culturali, del tessuto economico sano; una forza che voglia rappresentare i “subalterni”, gli schiacciati dai grandi potentati economici, gli umiliati ed offesi, deve sapere fare questo: guardare negli occhi le persone, e ascoltare la loro voce.
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venerdì 4 gennaio 2013
Alle elezioni proviamo a cambiare
Tanta è la confusione sotto il sole di Gennaio. I partiti si organizzano per le elezioni mentre gli elettori cercano di capire quali saranno i diversi scenari che si avranno da Marzo in avanti.
Che il PD esca vincitore non pare in dubbio, ma dati gli assurdi meccanismi elettorali potremmo ritrovarci senza una maggioranza stabile al Senato. Per altro il PD di Bersani non ha mai nascosto di voler un accordo coi centristi "a prescindere". Questo era facile e semplice quando Casini&C. erano un piccolo partitino, ma con la discesa in campo di Monti la competizioni si è scatenata e i rapporti tra i futuri teorici partner si sono fatti tesi.
Onestamente a me sfugge il motivo di questa tensione. Il PD è stato il più fedele sostenitore di Monti, votando tutte le leggi e "riforme" proposte dal governo. Il Monti che oggi attacca CGIL e Vendola è lo stesso che ha fatto passare la riforma del lavoro dividendo i sindacati e isolando la CGIL stessa. Di cosa non si era accorto il PD in questo periodo? Per altro la famigerata agenda Monti non è certo tanto diversa, nei veri contenuti, dal programma di governo PD-SEL, molto vago e confuso tanto per non scontentare nessuno. Basta guardare alle cose più importanti: si parla tanto di lavoro, ma non si dice se e come si vorrà cambiare la riforma Fornero (e il PD ha già detto chiaramente che non appoggerà il referendum); di certezze sulla patrimoniale non ci sono; e nulla di concreto si dice sulla redistribuzione del reddito. D'altronde tutto questo rimane in sostanziale continuità con quello fatto e votato dal PD nel corso dell'ultimo periodo, e pure con quello fatto dai predecessori del PD nei vari governi Prodi, D'Alema e Amato. Dunque credere che un cambiamento vero possa venire da quella parte è un po' come dare carta bianca senza uno straccio di prova in tal senso.
Allo stesso tempo pensare che un voto per SEL possa cambiare in maniera decisa questa situazione pare poco realistico. Se SEL prendesse il 20% allora si potrebbe avere qualcosa da dire al governo. Ma data la situazione attuale, cosa mai potrà portare a casa Vendola? Bersani è già stato chiaro, si decide su tutto a maggioranza, e il PD avrà la maggioranza dei parlamentari. E così spazio ad istanze importanti come diritti civili e, si spera, temi ecologisti, ma ci sarà poco o nulla per quanto riguarda la politica economica. In fondo il Vendola che ha rinunciato alla radicalità in nome di un accordo a tutti i costi è stato umiliato alle primarie, raccogliendo a malapena la metà dei voti di Renzi, il volto nuovo del PD, che sostiene Marchionne, si rifà a Blair e Clinton, cioè agli artefici di quel modello di capitalismo che la crisi ha sostanzialmente demolito, che attacca il sindacato e non ha nessun interesse per il mondo del lavoro.
Del resto Vendola vive una contraddizione che lascia volutamente irrisolta. Da una parte si affida ancora ad una propaganda radicale, ma dall'altra cerca accordi coi moderati. E sta cercando di riposizionare SEL all'interno del socialismo europeo che di radicale non ha davvero nulla. Cosa è, infatti, il PSE attuale, se non una combinazione dei socialisti greci che hanno difeso gli interessi di casta e dei ricchi e causato la crisi del Paese, dei labour inglesi che promettono altri tagli per il dopo Cameron, dei socialisti spagnoli che hanno votato il fiscal compact e favorito la finanziarizzazione dell'economia sotto il governo Zapatero, dei socialisti tedeschi, non meno rigidi dei conservatori della Merkel nella loro idea di Europa. E si, certo, anche dei socialisti francesi che una tassa ai ricchi l'hanno messa (anche se in maniera dilettantesca) ma che sostengono il fiscal compact e rinunciano alle politiche keynesiane.
E allora appare ovvio che se si vuole provare a cambiare non si può farlo nell'attuale coalizione di centrosinistra. Che sarà sicuramente meglio di un ritorno di Berlusconi ma che può essere solo marginalmente meglio di un ritorno di Monti. Una coalizione di partiti "responsabili" ma senza coraggio e senza neppure le idee giuste per cambiare, più timidi, addirittura, dei Democratici americani. La risposta alla crisi del capitalismo occidentale, alla crisi dell'Europa non può essere la riproposizione "ingentilita" delle stesse politiche che l'hanno generata, dalla precarietà alla diseguaglianza, dal potere dei mercati finanziari alla riduzione degli spazi democratici. Deve invece essere una risposta "rivoluzionaria", una rivoluzione civile che inizi il cambiamento. Solo un buon risultato elettorale della sinistra-sinistra, della sinistra che sta col lavoro e accetta la realtà del conflitto sociale può sbilanciare le politiche del prossimo governo. Solo un successo del primo embrione di alternativa può mettere in moto un processo virtuoso di costruzione del cambiamento. Ci vorrà del tempo, non sarà facile. Ma cambiare si può, e non si può più aspettare.
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Che il PD esca vincitore non pare in dubbio, ma dati gli assurdi meccanismi elettorali potremmo ritrovarci senza una maggioranza stabile al Senato. Per altro il PD di Bersani non ha mai nascosto di voler un accordo coi centristi "a prescindere". Questo era facile e semplice quando Casini&C. erano un piccolo partitino, ma con la discesa in campo di Monti la competizioni si è scatenata e i rapporti tra i futuri teorici partner si sono fatti tesi.
Onestamente a me sfugge il motivo di questa tensione. Il PD è stato il più fedele sostenitore di Monti, votando tutte le leggi e "riforme" proposte dal governo. Il Monti che oggi attacca CGIL e Vendola è lo stesso che ha fatto passare la riforma del lavoro dividendo i sindacati e isolando la CGIL stessa. Di cosa non si era accorto il PD in questo periodo? Per altro la famigerata agenda Monti non è certo tanto diversa, nei veri contenuti, dal programma di governo PD-SEL, molto vago e confuso tanto per non scontentare nessuno. Basta guardare alle cose più importanti: si parla tanto di lavoro, ma non si dice se e come si vorrà cambiare la riforma Fornero (e il PD ha già detto chiaramente che non appoggerà il referendum); di certezze sulla patrimoniale non ci sono; e nulla di concreto si dice sulla redistribuzione del reddito. D'altronde tutto questo rimane in sostanziale continuità con quello fatto e votato dal PD nel corso dell'ultimo periodo, e pure con quello fatto dai predecessori del PD nei vari governi Prodi, D'Alema e Amato. Dunque credere che un cambiamento vero possa venire da quella parte è un po' come dare carta bianca senza uno straccio di prova in tal senso.
Allo stesso tempo pensare che un voto per SEL possa cambiare in maniera decisa questa situazione pare poco realistico. Se SEL prendesse il 20% allora si potrebbe avere qualcosa da dire al governo. Ma data la situazione attuale, cosa mai potrà portare a casa Vendola? Bersani è già stato chiaro, si decide su tutto a maggioranza, e il PD avrà la maggioranza dei parlamentari. E così spazio ad istanze importanti come diritti civili e, si spera, temi ecologisti, ma ci sarà poco o nulla per quanto riguarda la politica economica. In fondo il Vendola che ha rinunciato alla radicalità in nome di un accordo a tutti i costi è stato umiliato alle primarie, raccogliendo a malapena la metà dei voti di Renzi, il volto nuovo del PD, che sostiene Marchionne, si rifà a Blair e Clinton, cioè agli artefici di quel modello di capitalismo che la crisi ha sostanzialmente demolito, che attacca il sindacato e non ha nessun interesse per il mondo del lavoro.
Del resto Vendola vive una contraddizione che lascia volutamente irrisolta. Da una parte si affida ancora ad una propaganda radicale, ma dall'altra cerca accordi coi moderati. E sta cercando di riposizionare SEL all'interno del socialismo europeo che di radicale non ha davvero nulla. Cosa è, infatti, il PSE attuale, se non una combinazione dei socialisti greci che hanno difeso gli interessi di casta e dei ricchi e causato la crisi del Paese, dei labour inglesi che promettono altri tagli per il dopo Cameron, dei socialisti spagnoli che hanno votato il fiscal compact e favorito la finanziarizzazione dell'economia sotto il governo Zapatero, dei socialisti tedeschi, non meno rigidi dei conservatori della Merkel nella loro idea di Europa. E si, certo, anche dei socialisti francesi che una tassa ai ricchi l'hanno messa (anche se in maniera dilettantesca) ma che sostengono il fiscal compact e rinunciano alle politiche keynesiane.
E allora appare ovvio che se si vuole provare a cambiare non si può farlo nell'attuale coalizione di centrosinistra. Che sarà sicuramente meglio di un ritorno di Berlusconi ma che può essere solo marginalmente meglio di un ritorno di Monti. Una coalizione di partiti "responsabili" ma senza coraggio e senza neppure le idee giuste per cambiare, più timidi, addirittura, dei Democratici americani. La risposta alla crisi del capitalismo occidentale, alla crisi dell'Europa non può essere la riproposizione "ingentilita" delle stesse politiche che l'hanno generata, dalla precarietà alla diseguaglianza, dal potere dei mercati finanziari alla riduzione degli spazi democratici. Deve invece essere una risposta "rivoluzionaria", una rivoluzione civile che inizi il cambiamento. Solo un buon risultato elettorale della sinistra-sinistra, della sinistra che sta col lavoro e accetta la realtà del conflitto sociale può sbilanciare le politiche del prossimo governo. Solo un successo del primo embrione di alternativa può mettere in moto un processo virtuoso di costruzione del cambiamento. Ci vorrà del tempo, non sarà facile. Ma cambiare si può, e non si può più aspettare.
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domenica 30 dicembre 2012
A sinistra il solito casino
Non impareremo mai. Dopo anni, decenni di errori, siamo di nuovo qui a ripeterli. Mentre il capitalismo mostra la sua faccia peggiore, mentre la democrazia viene bistrattata, mentre il sistema occidentale va a rotoli, noi siamo ancora qui con le nostre piccole beghe di cortile.
Non ci sono innocenti, in questa situazione. Non il movimento arancione di De Magistris che ha calato pesantemente il suo cappello sulla nuova lista, il quarto polo anti-liberista. Non Antonio Ingroia, persona di prestigio e lotte specchiate, che trasforma una iniziativa dal basso in una lista personale, senza nemmeno passare per una consultazione democratica. Non i segretari dei partiti (escludendo, va detto, Paolo Ferrero che un passo indietro lo aveva fatto) che invece di fare un pò di autocritica, guardando ai disastri politici (e nel caso dell'IdV non certo solo politici) combinati in questi anni, hanno deciso di rilanciare la vecchia e ormai screditata nomenklatura. Ma anche non il movimento Cambiare#sipuò che sembra ormai avviato verso la rottura con Rivoluzione Civile non sulla base dei programmi, comuni, ma sul metodo - appunto sulle candidature. Quanto poi al metodo di stilare delle richieste e poi giocare al "prendere o lasciare", non mi pare un modo serio di dialogare con gli altri interlocutori, a cui è semplicemente chiesto di abbassare la testa.
No, non ci sono innocenti. Siamo davanti ad una occasione storica, siamo nel pieno della crisi economica, siamo in una situazione in cui le istituzioni della democrazia occidentale non riescono a rappresentare milioni e milioni di cittadini. E noi ci si divide sui nomi, sul metodo. Quando il problema comune di tutti è la crisi del capitalismo e la società che ne verrà fuori. Pensiamoci.
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Non ci sono innocenti, in questa situazione. Non il movimento arancione di De Magistris che ha calato pesantemente il suo cappello sulla nuova lista, il quarto polo anti-liberista. Non Antonio Ingroia, persona di prestigio e lotte specchiate, che trasforma una iniziativa dal basso in una lista personale, senza nemmeno passare per una consultazione democratica. Non i segretari dei partiti (escludendo, va detto, Paolo Ferrero che un passo indietro lo aveva fatto) che invece di fare un pò di autocritica, guardando ai disastri politici (e nel caso dell'IdV non certo solo politici) combinati in questi anni, hanno deciso di rilanciare la vecchia e ormai screditata nomenklatura. Ma anche non il movimento Cambiare#sipuò che sembra ormai avviato verso la rottura con Rivoluzione Civile non sulla base dei programmi, comuni, ma sul metodo - appunto sulle candidature. Quanto poi al metodo di stilare delle richieste e poi giocare al "prendere o lasciare", non mi pare un modo serio di dialogare con gli altri interlocutori, a cui è semplicemente chiesto di abbassare la testa.
No, non ci sono innocenti. Siamo davanti ad una occasione storica, siamo nel pieno della crisi economica, siamo in una situazione in cui le istituzioni della democrazia occidentale non riescono a rappresentare milioni e milioni di cittadini. E noi ci si divide sui nomi, sul metodo. Quando il problema comune di tutti è la crisi del capitalismo e la società che ne verrà fuori. Pensiamoci.
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